martedì 26 aprile 2011

Literaria: "Fuori campo". Cronaca tragicomica dell'Italia attraverso il calcio

Camera con vista su stadio italiano
Lunedì primo marzo 2004, nella sua rubrica settimanale sul giornale spagnolo El Paìs dal titolo "Historias del Calcio", il corrispondente a Roma Enric Gonzàlez decide di parlare di poesia, e dopo aver citato, a vario titolo, Foix, Panero, Baudelaire, Rimbaud, Best, Garrincha, Maradona, Gascoigne, Kakà e Cassano, conclude in questo modo:
"Cassano, poeta, bisogna goderselo finché dura. Per gli amanti di cose meno effimere, nella Roma c'è anche Francesco Totti, che, al momento, è il miglior calciatore al mondo. Anche se non è bello far dichiarazioni di queste proporzioni in modo così brusco".
E' bellissimo invece far dichiarazioni di questo tipo e solo per questo motivo bisognerebbe essere grati al sempre coraggioso editore cagliaritano Aìsara che ha tradotto e sta per pubblicare in Italia (per la precisione il 28 aprile) questa raccolta di cronache calcistiche originariamente pubblicata in Spagna ("Fuori campo", di Enric Gonzàlez, editore Aìsara, 2011). Nella visione di Gonzàlez il calcio italiano è un pretesto per parlare dell'intero paese che lo ospita, e così ogni lunedì, per quattro anni (sarebbe meglio dire quattro stagioni: dalla 2003-2004 alla 2006-2007), accanto ai riferimenti del campo (dai giocatori agli allenatori, dai presidenti ai tifosi allo stadio) compaiono i personaggi della vita vera, della politica, del costume, della storia. Bisogna immaginarsi che quando Gonzàlez scrive lo fa pensando al suo pubblico spagnolo, e allora lo porta per mano, a volte anche in maniera didascalica, nei meandri del mondo (del pallone) nostrano, mostrandogli fatti e misfatti, uomini e miserie, monumenti e rovine, come se fosse la guida di uno di quegli abnormi bus scoperti che solcano il centro di Roma.

Il lettore italiano crede di non imparare nulla di nuovo, perchè, soprattutto il lettore-tifoso italiano, tutte quelle storie le ha già vissute in prima persona; eppure, ed in questo a mio parere risiede l'interesse del libro, che consiglio vivamente di leggere, anche solo come bagno di umiltà, è come se tutte quelle storie il lettore-tifoso le rivivesse nuovamente, ma con un altro paio di occhiali (come quelli sulla copertina), da un'altra prospettiva, facendo attenzione a diverse sfumature. Ricordo -vado proprio a memoria- che in chiusura di un libro su come Proust può cambiarci la vita il finissimo scrittore svizzero-inglese Alain De Botton scriveva che noi non dovremmo andare nei luoghi della Recherche per guardarli con i nostri occhi, ma dovremmo guardare al nostro mondo con gli occhi di Proust, è quella la vera ricompensa. Analogamente, i brevi affreschi di Gonzàlez ci servono a ripensare ai nostri anni calcistici, vissuti con l'esasperazione del tifoso, con gli occhi di un osservatore esterno, di un turista, di un ospite, di uno spagnolo.

Il fatto che Gonzàlez sia spagnolo e non, per dire, tedesco, belga o giapponese, incide molto sull'atteggiamento del suo libro. Non voglio sembrare apodittico, nè generalizzare, ma gli spagnoli provano nei confronti dell'Italia, e del calcio italiano in particolare, un evidentissimo doppio sentimento, invidia e  affetto smisurato. Si capisce che a Gonzàlez il calcio italiano fa schifo, non a caso scrive sullo stesso giornale che, il giorno dopo la vittoria mondiale del 2006, titolò a caratteri cubitali "La victoria de la nada", che credo non ci sia bisogno di tradurre. Ma questo disprezzo non è altro che malcelata invidia, perchè -almeno fino al Sudafrica- per quanto la nazionale italiana giocasse peggio di quello spagnola, per quanto Tassotti avesse dato una gomitata a Luis Enrique (il vero collante della Spagna è questo episodio, la gente è divisa su tutto, da Franco a Zapatero, ma su una cosa concordano tutti, che Tassotti è un hijo de puta), per quanto il catenaccio delle squadre di club italiane non valesse una virgola del tiqui-taqua iberico (e potrei continuare: per quanto l'olio italiano fosse meno profumato di quello spagnolo, il prosciutto meno saporito, il vino meno corposo, le spiagge meno libere, etc.), il cannocchiale della Spagna, in un misto di voyeurismo e sorveglianza, è sempre stato puntato verso l'Italia. E così, quando nei mesi precedenti alla crisi l'economia spagnola vola sugli ultimi battiti di ali della bolla immobiliare, Zapatero va in televisione e dice "abbiamo quasi ripreso l'Italia". In modo non dissimile quando ci fu il vertice del G20 a cui la Spagna non era stata invitata (poi un posto a tavola venne elemosinato dall'Europa) e il ragionamento era "ma come, se c'è l'Italia...". E però, poi uno va in Ispagna e non c'è muchacha locale che non sogni, o non abbia avuto, il chico italiano, perchè del buontempone con le basette alla Villa e una completa assenza di stile ne hanno le palle piene...

L'altro dato è che Gonzàlez scrive sul Paìs. Il Paìs, per chi non lo sapesse, è l'equivalente della Repubblica. Non solo: i due giornali sono anche -uso un termine calcistico- gemellati, in quanto si passano articoli e favori (quando la Repubblica non volle pubblicare le foto di Villa Certosa le fece uscire sul Paìs, ovviamente sulla versione online). Pertanto, il Paìs, che pure ha i suoi pregi (soprattutto l'inserto di viaggi del venerdì, El Viajero, e il culturale del sabato, Babelia), è, almeno per me, un giornale illeggibile, imbevuto di ideologia in salsa brava, birignao radical-chic, zapaterismi d'asporto, progressismo modernista e pacifismo colorato, e soprattutto con delle pagine taurine indecenti oltre che inesistenti, perchè un critico come l'immenso Zabala de la Serna dell'ABC se lo sognano. Le pagine sportive, ciò nonostante, sono molto buone, anzi direi le migliori del paese, ed è per questo che anche le cronache di Gonzàlez sono molto godibili. Peccato però che, come dicevo, anche questi brevi resoconti calcistici debbano pagare dazio all'orientamento del giornale, e che quindi si leggano (nel pezzo del 10 gennaio 2005, dall'emblematico titoletto "Fascisti") delle banalità tipo questa:
"Allo stadio Olimpico può succedere di tutto. E' diventato uno stadio senza legge. Il tipo che ha feirto alla testa l'arbitro Frisk nel primo incontro europeo non è mai stato identificato, e questo non fa che rafforzare la sensazione di impunità di chi oltrepassa le porte di un recinto in cui sussiste un obelisco con il nome di Benito Mussolini. Durante il derby di giovedì scorso qualcuno ha tirato in campo un petardo che ha stordito Totti e l'arbitro. Non sono stati presi provvedimenti. Non sono stati presi provvedimenti neanche l'anno scorso, quando gli ultras di entrambe le fazioni si sono messi d'accordo per obbligare a sospendere la partita, come dimostrazione del fatto che lì erano loro a comandare, e non certo l'arbitro nè la polizia. In realtà, qualcosa è successo, perché sia la Roma che la Lazio quest'anno hanno subito sanzioni a livello europeo. Le sanzioni, però, consolidano quei sentimenti di ingiustizia e persecuzione che, a loro volta, rafforzano i fascisti".
Segue poi intemerata nei confronti di Paolo Di Canio (Gonzàlez ne parla spesso di Di Canio, e non in termini lusinghieri, spesso contrapponendolo al beau geste di Lucarelli e del suo "tenetevi il milione") e del suo famoso gesto postderby, che a proposito di post, Gonzàlez scrive che "Di Canio potrebbe addurre davanti alla Federazione che il suo è stato un saluto postfascista, totalmente innocente in quest'epoca postmussoliniana". Ecco, sono certo che anche Gonzàlez non vuole essere apodittico, nè generalizzare (il libro è pieno di fascisti -Gonzàlez ne è ossessionato, probabilmente faceva colazione in qualche bar di reduci- e postfascisti, categoria nella quale rientrano anche i deputati di Alleanza Nazionale, prima dello scisma futurista...) così come sono certo che queste semplificazioni da terza elementare (se basta un semplice obelisco mussoliniano a far discendere un influsso bellicoso sullo stadio Olimpico chissà che clima si respira nella Madrid sovrastata dal Valle de los Caìdos franchista...) servono giusto a compiacere i propri datori di lavoro (e a loro volta il loro pubblico pagante), e dunque a pagare le bollette (finalità nobile, soprattutto considerando che con quelle dell'elettricità ci guadagna sempre l'Italia), perchè, da una parte, questa acrimonia mista a superiorità morale è una costante di tutti i corrispondenti del Paìs a Roma (il successore di Enric Gonzàlez, tale Miguel Mora, era simpatico come un ausiliare del traffico che ti fa la multa alle 22:59), e dall'altra, quando si libera un po' del suo ruolo censorio, Gonzàlez è molto simpatico, molto curioso e molto piacevole da leggere. Trovo meraviglioso, e pienamente in linea con questo blog, che ad esempio dedichi un'intera cronaca del lunedì a raccontare (a dei lettori spagnoli, non lo dimentichiamo) delle peripezie dell'Ancona, incarnate in una sfortunata giocata di Ganz. Così come trovo molto educativo che ci ricordi che razza di gente ha gestito il nostro calcio in quegli anni, rovesciando su Luciano Moggi un sincero fiele più vicino alle nostre arrabbiature domenicali che non agli ipocriti giri di parole dei commentatori prezzolati italiani. Così come, infine, trovo nostalgico, di una nostalgia gradevole, l'amarcord di partite e personaggi, giocate e situazioni, che ho vissuto (che abbiamo vissuto) in prima persona e che, prima di leggere questo libro, potevano ormai considerarsi perdute, sommerse da tutte le cose che sono venute dopo.

Non so cosa faccia Enric Gonzàlez adesso, ma comunque lo ringrazio per aver raccontato ogni lunedì la nostra storia agli amici spagnoli (perchè per noi sono amici, addirittura tifiamo per loro quando l'Italia esce di scena), per averli informati sulla "rabbia di Calderoni, portiere dell'Atalanta", sugli striscioni dei tifosi della Roma, sulla "rivoluzione di Spalletti", sul vero stile Juve, sui racconti di Vierchowod e sulla formazione dell'Ancona che, nell'aprile del 2004, ha battuto il Bologna, regalando così ai suoi tifosi, ormai a primavera, la prima vittoria della stagione. Un Borghetti non te lo può negare nessuno, te lo sei meritato caro Enric.

10 commenti:

  1. mi pare davvero interessante, certamente il calcio spagnolo e quindi il suo racconto sono meno densi di sotterfugi e di andreottismi del nostro.
    E' proprio un "andreotti" (nel senso di eterna riproposizione dell'archetipo Tallyernd) a mancare alla Spagna in tutto e per tutto. Non a caso lo stesso attuale corrispondente del Pais da Roma sembra spesso lasciarsi sedurre dal fascino indiscreto del luogo comune.

    Concordo che oggi l'aura conservatrice di ABC colga al meglio lo spirito virile e solare dei tori, non va dimenticato però che le cronache taurine del Pais sono state il portale dove Joaquin Vidal ha raccontato, come nessuno, la fiesta trasformando in sinfonia della parola quello che vedeva dal suo abbonamento al tendido bajo del 10, fila 6, posto 17 de Las ventas. Per amanti del genere oggi le cronache sono raccolte nel libro Grandes Tardes.

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  2. Giustissimo e doveroso il ricordo di Joaquin Vidal, ma -a occhio e croce- sarà almeno una decina d'anni che è morto, e dopo il Paìs non l'ha mai rimpiazzato a dovere. Chissà poi quanti attuali redattori del giornale sono mai andati, anche solo una volta, a Las Ventas...
    Comunque se ce l'hai una sera dobbiamo assolutamente organizzare qualcosa in libreria con Grandes Tardes.

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  3. Peraltro noti bene all'inizio, questo stesso libro ma al contario (il corrispondente italiano che parla della Liga e, per metonimia -metonimia?- della Spagna) sarebbe inimmaginabile, servirebbe un grandissimo autore per rendere le sfumature di un campionato, e di un paese, tagliato con l'accetta.

    Me lo riproporrò in futuro, tra le cose da fare prima di morire.

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  4. Al netto (ho fatto un etto e mezzo signora, lascio?) delle considerazioni politiche e semantiche (mi sembra che si dovrebbe trovare un sostituto della splendida ma desueta (!?) espressione radicalchich, chè oramai non son più radical.. se mai fossero stati chich..) trovo che una cronaca del lunedì incentrata su una sfortunata giocata di Ganz per parlare dell’Ancona e di tutto il resto (è sempre un etto e mezzo.. c’è da dare il resto..) sia quanto di più sublime possa produrre la narrativa calcistica.. mi sembra tutto molto borghettaro, e quindi molto bello..

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  5. Vivo a Siviglia, questa frase (e pure tutto l'articolo sulla gomina degli arbitri spagnoli) mi ha commosso: "buontempone con le basette alla Villa ed una completa mancanza di stile".
    E pensare che tutti i miei amici spagnoli continuano a dire: "ma noi siamo uguali a voi, vestiamo come voi, però voi non avete problemi con le ragazze. Perché?"

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  6. Già, perchè? E' probabile che una colpa in tutto questo ce l'abbiano anche le cravatte metallizzate di Zara, i vestiti lucidi di Milano e l'abbigliamento casual di Springfield.

    Comunque il copyright delle "basette alla Villa" è del mio amico Paolo che vive a Londra e ha subito l'ondata di inizio secolo degli spagnoli yuppies che hanno riempito, e affondato, le banche d'affari e i Fernandez&Wells...

    Solo per curiosità, tifi Sevilla o Betis?

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  7. La fede calcistica è una sola e la mia appartiene al diavolo. (conta che la settimana scorsa mi son guardato Milan - Palermo e non il clasico).

    E' vero però che quando ci si trasferisce in un altro stato si inizia a simpatizzare anche per altre squadre! In questo caso me ne sbatto altamente del gemellaggio tra Siviglia e Milan e preferisco seguire (a tempo perso, sia ben chiaro) il Betis per due motivi:
    1- è la squadra dei tifosi che non hanno mai mollato, i tifosi del Siviglia sono magicamente apparsi quando la squadra ha iniziato a vincere negli anni 2000 (è successa una cosa simile anche nel nord Italia ma preferisco tralasciare)
    2- da studente erasmus senza un quattrino non posso permettere le partite del Sevilla mentre il Betis giocando in seconda ha prezzi più accessibili!

    Ovviamente oltre all'articolo sul barca B aspetto pure quello sul Betis.

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  8. Poi ti devo chiedere un favore, non usare la parola "muchacha". E' brutta, un po' come "tia"! Le ragazze autoctone preferiscono di gran lunga esser chiamate "chicas" o "guapas". Più precisamente: qua in Andalusia è così (esperienza diretta, una ha iniziato a ridermi in faccia quando a settembre la chiamai muchacha), non so se in altri luoghi di questa nazione preferiscano l'espressione da te citata.
    Complimenti ancora per questo blog ragazzi!

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  9. Più che il Betis (..."el equipo mà grande de Europa, de Ezpaña, de Andalucia"...), è l'indimenticabile presidentissimo verdiblanco Manuel Ruiz de Lopera ("hazta la palmeras") che si merita un articolo. Me lo segno.

    Io non ho mai deciso da che parte stare in riva al Nerviòn, le due tifoserie mi sembrano entrambe omogenee (non ci sono differenze di classe, di quartieri), ma in realtà non ne so molto, per questo ero curioso.

    Anche io in Spagna credo di non aver mai usato il vocabolo "muchacha" con un indigeno, anche se ad esempio certi sudamericani lo usano ("es una muchacha linda", ti dicono), Madriz è il regno delle "golfe", però in Italia mi piace come suona, fa subito e tutto insieme Tres caballeros, Marisa Laurito, Natalia Estrada (tra parentesi, l'unica asturiana che, per quanto ne so, sa ballare il flamenco...come se a Lilli Gruber le facessero fare la pizza su TVE) e romani in vacanza a Lloret de Mar...

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  10. Allora aspetto l'articolo sul grande presidente!

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