domenica 17 aprile 2011

Breve elogio della gomina degli arbitri spagnoli

Don César Muñiz Fernández
Il vero vincitore del clàsico di questa sera (caratterizzato da due calci di rigore dei bomber, pochi brividi e un sacco di botte, come nei migliori derby romani di inizio anni novanta, che finivano sempre uno a uno con gol di Voller e Sosa) non va cercato tra i fuoriclasse in campo (Leo Messi e Cristiano Ronaldo) o in panchina (Pep Guardiola e José Mourinho), ma sulla testa dell'arbitro César Muñiz Fernández, nato in Belgio ma di chiara identità tricologica iberica. L'ampio strato di gomina sui capelli con il quale si è presentato al Santiago Bernabeu, e che non ha subito oscillazioni per tutta la partita (nonostante l'ampia attività motoria cui è stato costretto dalle intemperanze dei giocatori), è l'elemento distintivo, e di orgoglio, dell'intera categoria cui Muñiz Fernández appartiene, e che io voglio brevemente elogiare con queste umili righe. Che sia chiaro: in Spagna, la gomina che stentoreamente scolpisce il capello all'indietro o elegantemente disegna una riga sulla fronte non è prerogativa solo della classe arbitrale, ma dell'intero genere maschile. Al suo interno, tuttavia, si possono ritagliare alcune categorie che sono indissolubilmente legate, dal punto di vista estetico ma anche ontologico, al lucido unguento. Penso, in particolare, oltre agli arbitri, a certi avvocati d'affari che affollano il barrio Salamanca di Madrid, e che in questo periodo possono osservarsi prendere l'aperitivo nelle terrazas di calle Velàzquez, senza che il vento, o il calore, scompigli di una sola virgola il loro magistrale cuoio capelluto; in particolare, la gomina viene da loro sapientemente abbinata ad altri elementi imprescindibili che voglio qui ricordare: camicia rosa, cravatta di Hermès, gemelli ai polsi, mocassini con le nappette e acqua di colonia. Penso, poi, ai toreri, che alla funzione estetica della gomina aggiungono la sua utilità pratica, perchè non c'è rischio più grande di un ciuffo di capelli che ricade improvvisamente sugli occhi quando un toro ti sta per venire addosso a cento all'ora. Penso, infine, alle migliaia di nazareni scalzi che, in questi giorni di semana santa, trasporteranno in giro per le città i maestosi troni con i Cristi feriti o le Madonne oranti delle loro confraternite.
La gomina unisce un popolo perennemente diviso da bizzarre rivendicazioni autonomiche come solo pochi altri gesti quotidiani sanno fare - la cañita prima di cena, un certo modo di intendere il calcio, la tortilla, la disoccupazione strutturale, le celebrazioni pasquali, una sommessa rassegnazione nei confronti della vita. Anche l'arbitro unisce con le sue inappellabili decisioni due squadre che spesso, come stasera, rappresentano  due fazioni contrapposte, e le riporta all'ordine. Come il bastone vedico, come la festuca romana, come l'anello papale, come il totem indiano, i giocatori, gli allenatori e i presidenti tutti si inchinano riverenti davanti alla gomina dell'arbitro spagnolo, pura auctoritas, rendendogli l'ossequio che si deve rendere a chi incarna la tradizione.
Perchè di questo si tratta, l'immobilità della capigliatura di César Muñiz Fernández, e di tutti i suoi colleghi, è l'emblema dell'immobilità di un paese profondamente conservatore, nonostante le boutade zapateriane che tanto fanno presa sugli ignoranti lettori della Repubblica, e che sono destinate a scomparire prima che una sola goccia di sudore metta a repentaglio quella chioma imbalsamata; è il simulacro di un paese radicato nelle sue tradizioni, devoto alle sue tradizioni, siano esse incarnate da un piatto di jamòn y queso, da una canzone di Raphael o da un negozio di ultramarinos all'angolo; è l'equivalente estetico del rito delle pastarelle della domenica, delle feste cittadine, delle vacanze al mare e delle Seat Ibiza; è il modesto ma plastico segnale di resistenza nei confronti di una modernità che non appartiene ad un paese che sta vivendo un tempo che non è il suo; è il dettaglio di una bellezza antica, austera, distinta, da caballeros, da hidalgos, che si è persa per strada, così come si sono perse per strada le camicie bianche sotto il vestito che indossava anche il contadino più povero che tra le due guerre emigrava nel nuovo mondo.
Che una cosa resti chiara: la gomina degli arbitri spagnoli è cosa ben diversa dalla lacca piaciona di Nicola Berti, dalla spuma glamour delle pubblicità Studio Line, dall'untuosa wax che usano le sottoculture inglesi, dal gel lucido dei funzionari di banca italiani, dalla brillantina di Solange. La gomina degli arbitri spagnoli è leggera come acqua, profumata come vetiver, delicata come un aranceto dentro una moschea andalusa, eterea come un gin tonic che si evapora in un bar di calle Serrano, sobria come una conversazione tra intellettuali di provincia seduti al caffè Gijòn del paseo de Recoletos. La gomina degli arbitri spagnoli è eterna, ed è l'unica cosa che resterà per sempre in ogni clàsico, quando anche le stelle di oggi saranno solo uno sbiadito ricordo del passato.

10 commenti:

  1. Fantastico Dionigi... l'estetica del potere.. il vero clasico era la gomina...

    RispondiElimina
  2. Garcia Aranda..lui usava la gomina?

    è sembrato propio un 1 a 1 Voeller Sosa....

    si sono chiusi 3 campionati questa settimana.....il Borussia è volato a +8....il Barca ha passato l'ultimo ostacolo..e il Milan ha gia preso ago e filo.....non rimane altro che il massacro a 4 in Ligue 1....

    RispondiElimina
  3. Magnifica tricologia di una nazione Dionigi.. più ti leggo meno sento il bisogno di andare in Spagna: tanto è come se li vedessi sotto la mia finestra gli avvocati con i mocassini e i contadini che migrano con la camicia bianca sotto il vestito..

    Mi sa che la tua estetica del potere potrebbe allargarsi all’intero bacino sud del mediterraneo, dove la gomina è altrettanto diffusa: anche lì cambiano le stelle.. Cristiano Ronaldo / Ben Ali o Messi / Mubarak.. ma non le gomine, né tanto meno i clasici delle satrapie..

    Non per nulla l’Al-Ahly è l’unica squadra con più tituli del Real Madrid, e nei caffè di Avenue Habib Bourguiba a Tunisi l’acqua di colonia e le cravatte di Hermes (rosa le cravatte, le camice invece rigorosamente bianche, o al massimo a righine azzurre) sono altrettanto diffuse che in calle Velazquez..

    Direi che con l’assurdo pari dell’Emirates.. non so se sia stato peggio il recupero sul recupero concesso dall’arbitro Marriner (qui non c’è bisogno di gomina per mantenere lo status quo, purtroppo) o la spinta di Ebouè a Lucas, o l’implosione strategica di Wenger.. si è chiusa anche la Premier, dove oltretutto sembrano assegnati anche i posti Champions..

    Resta solo da tifare per la salvezza del Balckpool..

    Anche in Championship sembra tutto chiuso.. sennonché l’ennesimo coup della famiglia Garofalo (il chiacchierato acquisto dell’argentino Faurlin nel 2009 e i presunti falsi documenti presentati alla FA dal presidente Gianni Paladini) potrebbe togliere 10 punti al QPR e riaprire i giochi..

    Resta solo da sperare che i Forests (1 vittoria nelle ultime 11) si ripiglino in fretta..

    RispondiElimina
  4. Quanto a spettacolo mi aspettavo peggio, molto peggio. Invece è stata una partita molto intensa e per certi versi strana.

    Non credevo il Real se la giocasse sul contropiede, con sempre 9 uomini dietro la linea della palla.
    Non credevo che il Barca accettasse di palleggiare sempre a centrocampo.
    Partitone di Iniesta, Marcelo, Piquè e Villa (nonstannte lo stop mancato alla fine). Male, per me, Ronaldo e Messi.

    La retina, invece, di che Paese è tipica? Quella nera tipo calza a rete..

    Brutta storia la Championship. Le Blades stanno miseramente affondando.
    Everett starà godendo non poco..
    Magica la stagione del Leeds.

    RispondiElimina
  5. Gradevolissime notazioni, Dionigi, anzi, per usare un aggettivo forse più adatto allo stato d'animo che suscitano, graziose. A me viene da pensare alla copertura di glassa della cassata siciliana. Solo quella sobria e leggera distingue il capolavoro. Il resto è solo inutile eccesso barocco.

    RispondiElimina
  6. Mi incuriosiva il fatto che trent'anni fa c'erano certi campioni (el Quini, el Buitre), dieci anni fa altri (Figo, Rivaldo), oggi altri ancora (Messi, Ronaldo), in futuro chissà - per non parlare degli allenatori - ma una cosa è immutabile: la gomina sui capelli degli arbitri. I campioni passano, la gomina resta.

    A me fa impazzire il gesto dei miei amici spagnoli che appena possono si passano una mano sotto l'acqua e si portano i capelli all'indietro, alla Julio Iglesias, mi pare un gesto molto distinto, si doma la chioma così come si doma una donna, una famiglia, la modernità. Quello del capello bagnato all'indietro è un gesto antico, meglio ancora, "clàsico", in contrapposizione con i tagli finto-hipster che si vedono in giro tra i modernillos di Malasana e i metrosexual di Chueca. La Spagna non ha bisogno della contemporaneità perchè la vogliamo così, tradizionale, arretrata, con quella "disoccupazione strutturale" di cui parlava Felipe Gonzàlez, con le cicogne sui campanili, le cacce ai cervi in Extremadura e i tornei di polo di Sotogrande. La modernità tutta lasciamogliela alla Catalogna. E' lo stesso controsenso di Roma che con i suoi nuovi musei di arte contemporanea vuole fare concorrenza alle metropoli mitteleuropee: ma spiegatemi, da quando in qua (e perché) una bella donna deve anche essere colta?

    RispondiElimina
  7. Cultura torera quella della gomina del domare.

    RispondiElimina
  8. Uno splendido affresco della Madrid contemporanea degno d'un Vázquez Montalbán non ancora al suo picco di amarezza. Por cierto, mi viene in mente "El delantero centro fue asesinado al atardecer" ("Il centravanti è stato ucciso verso sera", nella trad. italiana), in particolare l'elenco degli oggetti must per la borghesia catalana fine anni '80, tanto consona a quel personaggio di cui non ricordo il nome, con l'anima da poeta e il talante d'assassino, o forse all'inverso.
    Tuttavia, se posso permettermi, trovo piuttosto infelice la definizione «bizzarre rivendicazioni autonomiche», il cui primo termine tradisce, seppur annacquato, un giudizio, una presa di posizione se vogliamo, rispetto al quale sarebbe a mio parere risultato più elegante un qualsiasi altro aggettivo dal valore neutro.
    Chapó, come direbbero a Madriz.

    RispondiElimina
  9. Ciao Alessandro, in realtà "bizzarro" mi sembra un aggettivo molto, molto annacquato, visto che avrei potuto essere molto più chiaro, in un senso o nell'altro. Ma devi considerare una cosa: dalla prospettiva di Madrid, del barrio Salamanca, dei bar de copas di calle Velazquez, delle chiacchierate al gin tonic con le Casilde e le Cayetane, i Borja e i Rafael, tutto ciò che è centrifugo appare bizzarro e incomprensibile, salvo i fine settimana con i tornei di polo nei club di Sotogrande...

    RispondiElimina
  10. Su questo non posso che essere d'accordo. Da chi possiede il privilegio di poter guardare da fuori, tuttavia, tanto le visioni centrifughe quanto quelle centripete appaiono, fortunatamente "bizzarre".
    In ogni caso, forse bizzarro è proprio l'aggettivo più azzeccato per descrivere il superbo descuidado dei madrileni per tutto ciò che accade al di là della M30...

    RispondiElimina