venerdì 29 aprile 2011

Inglourious Glories, Ch. VI, Aberdeen Football Club

Aberdeen. Costa est scozzese. Duecentomila anime. Granito e petrolio a far da contorno. Quell’estate del ’78, quando lui arrivò, il vento soffiava forte e vago sul bagnasciuga e i televisori nei pub del centro raccontavano le avventure di Mario Kempes. Alexander Chapman Ferguson veniva da una breve esperienza nella Scottish Premier League, al St. Mirren di Paisley, una piccola città del Renfrewshire. Con i Saints aveva ottenuto due anni prima la promozione ed evitato una temuta retrocessione la stagione successiva. Nonostante il buon risultato, però, la dirigenza aveva deciso di esonerarlo. Arrivava sulla costa con mille pensieri in testa. Pochi soldi in tasca, la malattia del padre e una carriera che seppur agli inizi aveva già subito un brutto colpo. L’esonero di qualche tempo prima, poi, non era stato digerito. Aveva, infatti, fatto ricorso alle competenti autorità (gli Industrial Tribunal) reputandolo del tutto ingiustificato. Qualche tempo dopo avrebbe però perso la causa. Un articolo pubblicato sul Sunday Herald nel 1999 a firma Billy Adams – “Saints still wear their shame over one of football's greatest” – proverà a fare un poco luce sulla vicenda, offuscata nelle carte processuali da accuse di scarsa diligenza e correttezza, vociferando incompatibilità e dissapori sulla gestione con la dirigenza di Love Street. Timido tentativo di portare chiarezza, nulla più. Ciò che rimane altro non è che l’incipit dell’articolo dedicato alla tifoseria della squadra scozzese: “Paisley that day came to a standstill, unable to take in the absurdity and cruelty of what had been done”. Quell’estate l’umore dei tifosi dell’Aberdeen era dunque torvo e disilluso. L’Aberdeen era tra i principali club della Lega scozzese ma non portava a casa il campionato dal 1955. Mentre Passarella alzava la Coppa più prestigiosa, si chiedevano come accogliere il nuovo manager. Se mai sperare di frapporsi tra Celtic e Rangers.
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L’Aberdeen F.C. nasce nel 1903 dalla fusione di tre club locali: Aberdeen, Victoria United ed Orion F.C.. Poca storia, nessun successo. Solo l’Orion F.C. regala un momento interessante. Il club ha infatti subito una delle peggiori sconfitte della storia della Scottish Cup, contro l’Arbroath, il 12 settembre del 1885. In verità, si tratta di uno spiacevole equivoco. Viene invitato a partecipare alla Coppa l’Orion Cricket Club, la sezione della società dedicata al cricket e anche conosciuta come “Bon Accord”, in onore della parola d’ordine utilizzata da Robert The Bruce per violare il Castello di Aberdeen - in mano inglese - durante le Guerre di Indipendenza Scozzesi. L’Orion Cricket Club fa il possibile, ma la sconfitta è rovinosa: 36 a 0. Si narra che il portiere dell’Arbroath non abbia mai toccato il pallone e abbia, invece, rubato un ombrello ad uno spettatore per trovare riparo dall’incessante pioggia. Lo stesso giorno, qualche chilometro più a sud, a Dundee, l’Aberdeen Rovers perde a sua volta 35 a 0.
Dopo la fusione, moltissimi anni segnati dalla mancanza di vittorie e dalle crisi finanziarie dovute agli eventi bellici. Poi un lampo. Nel 1939, Dave Halliday viene nominato manager dei Dandies e subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, guida la squadra ad una serie di successi in ambito nazionale. Prima la Southern League Cup nel ‘45/’46, poi due finali consecutive di Scottish Cup nel 1953 e nel 1954, entrambe perse. Infine, nel 1955, la prima Scottish League, vinta in volata sulle due squadre di Glasgow. Halliday lascia il club l’anno successivo, che vede i Rangers di nuovo campioni davanti ad Aberdeen ed Hearts. Per ripetere i trionfi degli anni precedenti i Dons cambiano vari allenatori (tra gli altri, Davie Shaw, Tommy Pearson e Eddie Turnbull). Ma i risultati sperati non arrivano. L’Aberdeen assapora pessime e confuse stagioni e solamente alla fine del valzer, con Turnbull alla guida, riesce a raggiungere due finali di Scottish Cup, entrambe contro gli Hoops di Glasgow. Turnbull perde la prima, nel 1967 (doppietta della punta del Celtic William Wallace), ma si rifà tre anni dopo grazie a due gol di Derek McKay e ad un penalty realizzato da Harper in un Hampden Park con 108.000 spettatori.
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La prima stagione di Alex Ferguson alla guida dell’Aberdeen non fu proprio un trionfo. Quarto posto e solamente 13 vittorie a fronte di 14 pareggi e 9 sconfitte. Cui si aggiunse una finale di League Cup malamente persa contro il Dundee United. Il gruppo però c’era. Alex poteva contare sui migliori giovani di Scozia. Occorreva solo ottenere la loro fiducia, portarli alla disciplina e plasmarli alla difesa a quattro ed al gioco sulle fasce.
Lui lo fece. E i risultati arrivarono in un attimo. La stagione successiva fu fragore biancorosso. All’ultima giornata il Celtic era avanti di un punto e giocava in trasferta a St. Mirren. L’Aberdeen faceva visita agli Hibs in quel di Easter Road. Il Celtic steccò, bloccato sullo 0 a 0 a Love Street. I Dons, invece, sommersero di gol gli avversari. Alex Ferguson era per la prima volta campione di Scozia. Grazie ai 12 gol di Jarvie ed Archibald ed ai 10 di Gordon Strachan il Celtic di McCluskey era in ginocchio. E di fatto, con quel pareggio all’ultima giornata, il St Mirren si condannò alla derisione eterna.
Nella stagione ‘80/’81 l’Aberdeen partì con il favore del pronostico, ma le 19 vittorie a nulla servirono contro le 26 di un Celtic con il miglior giovane del campionato, Charlie Nicholas, che dopo il debutto con il Celtic - e i 50 gol nella stagione ‘82/’83 - divenne anche bandiera dell’Arsenal. Stesso piazzamento nella stagione ‘81/’82: seconda posizione alle spalle sempre del Celtic, ma con soli due punti in meno. Il campionato perso per un soffio pesò tuttavia relativamente poco grazie alla vittoria in Scottish Cup. 4 le reti incassate dai Rangers ad Hampden Park. L’Aberdeen alzò la Coppa di Scozia e si qualificò così per la successiva Coppa delle Coppe: era il tassello decisivo per il ciclo di Alex Ferguson nella città del granito e del petrolio.
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L’avventura dei Dandies in Europa inizia con un preliminare contro il malcapitato Sion. Nel doppio scontro gli schemi di Ferguson mandano in gol ben 7 giocatori e gli svizzeri con 11 reti subite cedono il passo.
La griglia dei Sedicesimi è terrificante: oltre al Barcellona campione in carica anche, tra le altre, Tottenham, Bayern Monaco, Real Madrid, Internazionale, Stella Rossa e Paris Saint Germain. L’Aberdeen, però, pesca bene e affronta gli albanesi della Dinamo Tirana. La vittoria di misura al Pittodrie (rete di Hewitt) viene difesa dai biancorossi in Albania e l’Aberdeen accede agli Ottavi. Anche le grandi della competizione passano il turno, ma la fortuna strizza di nuovo l’occhio agli scozzesi: di fronte c’è il Lech Poznan. Non c’è gara. i polacchi vengono presi a pallonate. A testa alta i Dandies si presentano ai Quarti contro i tedeschi del Bayern Monaco. Un pessimo cliente.
L’andata si gioca in Baviera e gli uomini di Ferguson azzeccano la partita attenta, bloccando il risultato sullo 0 a 0. Nel finale McGhee si trova addirittura sui piedi l’occasione per ipotecare il doppio scontro, ma spreca malamente.

Al ritorno, Pittodrie è stracolmo, vestito a festa per quella che è la serata più importante nella storia dell’Aberdeen Football Club. Purtroppo per la curva scozzese, però, i bavaresi con a capo Breitner, in un elegantissimo completo bianco, non sono facilmente impressionabili e gelano subito gli animi: vantaggio firmato Augenthaler. Botta di destro dal limite dell’area, Leighton vola ma non può nulla.
L’Aberdeen accusa ma non si scompone e inizia a macinare gioco. Al 38’ gli scozzesi trovano il tocco giusto. Cross lungo dalla destra, Eric Black, un centravanti come non se ne vedono più, dalla linea di fondo rimette al centro di testa e Simpson pareggia in anticipo sull’uscita del portiere avversario. Ancora troppo poco, però. Perché il Bayern raddoppia – ancora una gran botta da fuori, questa volta di Pflugler - appena dopo l’inizio del primo tempo, deciso a spegnere la favola dei 24.000 cuori sugli spalti. Ai Dandies servono ora due reti e il cronometro scorre.
Quello che succede in seguito al Pittodrie Stadium tra il 76’ ed il 77’ non credo possa essere ridotto in parole. A noi interessa che in due minuti una banda di ragazzini piegò il Bayern di Hoeness e Rumenigge. Prima McLeish con un colpo di testa dal cielo pareggia i conti, poi un inverosimile tiro al volo di John Hewitt passa tra le gambe di Muller e gonfia la rete.
Sweet Dreams degli Eurythmics scala le classifiche di mezza Europa e l’Aberdeen vola in Semifinale.
Dove, tra l’altro, avrebbe incontrato una sorpresa: il Waterschei Thor di Genk, che nel 1988 sarebbe diventato il Koninklijke Racing Club Genk a seguito della fusione con l’altra squadra di Genk, il K.F.C. Winterslag. I belgi avevano prima ricoperto di reti i lussemburghesi del Red Boys Differdange, poi il B93 (Boldklubben af 1893) di Copenhagen e infine PSG di Mustapha Dahleb. Ad ogni modo, il doppio scontro si rivela affare da poco. I Dandies mettono in cassaforte il passaggio del turno già all’andata, grazie ad un sonoro 5 a 1: reti di McGhee, Blake, Simpson e Weir. Il ritorno diventa quindi un pretesto per visitare le miniere di Genk. Per la cronaca, vittoria del Waterschei per 1 a 0.
E’ Finale. Semplicemente, vertigini.
Le rive del Garda attendono la squadra con la maglia rossa a strisce bianche strette. Di fronte il club più forte di sempre, il club delle 5 Coppe dei Campioni consecutive. Per l’occasione, Alex Ferguson punta sullo stile. Completo ardesia e cravatta sociale blu con striscia sottile bianco-rossa. Bomber aderente Adidas a righe orizzontali rosse e blu. D’altronde, sulla panchina avversaria siede il più grande tra i grandi: “Don” Alfredo Di Stefano.
Il Real Madrid parte, ovviamente, favorito. Ai Quarti ha eliminato l’Internazionale e in Semifinale l’Austria Vienna, carnefice a sorpresa del Barcellona campione di Diego Armando Maradona (schierato, però, solamente al, ritorno essendosi appena ripreso dall’epatite). Una serie di fattori interviene, tuttavia, a Goteborg. In primo luogo, il pubblico. Solamente i tifosi scozzesi affrontano in massa la trasferta e ciò riempie lo stadio Nya Ullevi come fosse Pittodrie. Poi il clima. Tanta pioggia rende il campo quasi impraticabile, troppo pesante per i leggeri spagnoli.
L’Aberdeen ne approfitta subito. Al 7’ un colpo di testa sporco di McLeish viene intercettato da Black, che quasi per sbaglio batte Augustin. Come contro il Bayern, però, i Dandies vengono raggiunti in un batter d’occhio. Poca concentrazione, troppa confidenza, arriva il timido errore di McLeish, che spiana la porta a Capitan Santillana. Leighton taglia corto, commettendo fallo da rigore. Dal dischetto Juanito non perdona, come spesso quella stagione.
La partita si trascina stanca fino all’intervallo e per tutto il secondo tempo. Qualche occasione sprecata da Weir e McGhee consegna le squadre ai supplementari. L’Aberdeen d’un tratto ha fretta e timore dei rigoristi del Real Madrid. Ferguson in panchina si gioca l’ultima carta, l’uomo che uccise il Bayern.
E come se niente fosse, al minuto centoquattordici, una luce rischiara Goteborg.
Weir scarta un paio di giocatori sulla linea laterale e appoggia bene a McGhee, il cui cross inganna l’uscita di Augustin, che manca il pallone. John Hewitt, l’uomo dell’inverosimile gol al Bayern, è al posto giusto e insacca a porta sguarnita. Il bianco reale china il capo bagnato. Alex Ferguson si gode con viso da bambino il grido della curva rossa mentre Willie Miller alza la Coppa delle Coppe sotto gli occhi di Santillana.

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Le stagioni successive diedero ulteriore sfarzo al palmares dell’Aberdeen di Ferguson. Oltre alla Supercoppa Europea vinta contro l’Amburgo di Felix Magath, due campionati nazionali consecutivi (‘83/’84 ed ’84/’85) e due Coppe di Scozia (’83 e ‘84).
Fino al 1985, quando un malore colse John Stein, coach della Nazionale scozzese, e la Federazione compose il numero di telefono di Alex Ferguson. Lui accettò subito e ad Aberdeen si chiuse il ciclo più importante. Quello che spodestò le arroganti squadre di Glasgow e consacrò i biancorossi in Europa. Di quella banda di ragazzi scozzesi solo Willie Miller ed Alex McLeish rimasero a Pittodrie. Stracham firmò per il Manchester United, Black per il Metz e Rougvie per il Chelsea.
Ferguson allenerà la Nazionale per circa un anno. Rifiuterà Tottenham ed Arsenal prima di trasferirsi a Manchester, sponda United. Continuerà a vincere. Tantissimo. Continuerà ad allenare ragazzini terribili e a dominare in Europa.
Più a nord, tra granito e petrolio, il vento ha ripreso a soffiare e i televisori dei pub del centro sono ormai solo il rumore di sottofondo di dolci ricordi.

giovedì 28 aprile 2011

Literaria. "La passione del calcio". Incontro con Franz Krauspenhaar

Roma, giovedì 28 aprile, ore 19:30
Libreria Cafè Books & Brunch
Via Saluzzo 53
Questa sera, insieme al Prof. Luca Marafioti (maestro di vita ancora prima che di procedura penale) e a Stefano Marsiglia (padrone di casa), incontriamo Franz Krauspenhaar, milanesissimo scrittore autore di questo strano libretto intitolato "La passione del calcio" e da poco dato alle stampe dall'editore perdisapop. Lo incontriamo per scoprire di più sulla genesi, la gestazione e la scrittura di questo lavoro autobiografico, un lavoro che mi incuriosisce per tre semplici ragioni. La prima, evidente, perchè l'autore parla di calcio. La seconda, come insegnava Thomas Pynchon, perchè l'autore parla di quello che sa, e cioè di se stesso. La terza la dirò stasera ai presenti, e comunque si riferisce al modo in cui si può parlare di calcio, ai molti modi in cui si può farlo (Lacrime di Borghetti è solo uno dei mille mondi possibili, e probabilmente neanche il migliore), al  fatto che queste memorie, questi appunti in bilico tra la vita e il pallone, tra il ricordo e l'attualità, tra la critica e la confessione, che ricordano un po' le pagine dell'ultimo libro di Magrelli e anche quelle di Roberto Ferrucci su Andrea Pirlo, dove Pirlo diventa un pretesto per parlare di tutto il resto, sono un oggetto editoriale inclassificabile, eppure così affascinante, perchè alla base c'è quel paradosso lucidamente definito dal brillante scrittore berlinese Thomas Brussig in un articolo che accompagna la versione italiana del suo monologo "Fino a diventare uomini" (un monologo che è un piccolo capolavoro, a metà tra Thomas Bernhard e l'allenatore che apre L'uomo in più di Sorrentino), secondo cui:
"...una partita di calcio avviene in forma di dramma, ma sopravvive come epos. Non c'è nulla di più divertente di una partita di calcio e non c'è nulla di più noioso di una partita di calcio di cui si conosca già il risultato....Una partita di calcio si regge sulla sua peculiare forza drammatica, ma solo fino al fischio finale. Dopodiché diventa racconto, diventa epos, diventa mito".
Ecco questo paradosso mi sembra sia ben chiaro a Krauspenhaar che nel suo libro ci racconta la storia di una passione, quella per il calcio, dall'inizio (gli anni delle figurine Panini a scuola, dei compagni di banco con gli occhiali, degli zii meridionali che lo portavano allo stadio, delle prime trasferte con i panini preparati dalla mamma e divorati dagli ultras sul treno, della cotta per l'Inter e dell'amore per il Milan, gli anni di Sivori e Sarti, Rivera e Calloni) alla fine (il calcio scommesse e la serie B, Berlusconi e la tradizione violata,  il Milan che diventa "un gigante drogato", il mundial vissuto da sentinella in caserma, e poi la volgarità del calcio moderno, la noia sudafricana, interrotta solo da una breve eiaculazione spagnola), e il suo racconto quindi è dramma (gli anni della scoperta, del calcio vissuto) e epos (gli anni del disamore, del calcio raccontato, della maturità, tanto da fargli dire che il calcio "è stata una parentesi", perchè "la nostra vita è fatta di ben altro") allo stesso tempo, raccontato con leggerezza e compassione, nostalgia e umorismo (un incipit di un capitolo che sembra rubato a uno dei racconti di Superwoobinda di Aldo Nove fa così "Quand'ero ragazzo andavo matto per le telenovelas brasiliane". Che meraviglia!).

Disse una volta l'allenatore tedesco Sepp Herberger che "la gente va a vedere una partita di calcio perchè non sa come finirà", ed è per questo motivo che è un piacere leggere il libro di Franz Krauspenhaar, e un dovere partecipare all'incontro di stasera.

martedì 26 aprile 2011

Literaria: "Fuori campo". Cronaca tragicomica dell'Italia attraverso il calcio

Camera con vista su stadio italiano
Lunedì primo marzo 2004, nella sua rubrica settimanale sul giornale spagnolo El Paìs dal titolo "Historias del Calcio", il corrispondente a Roma Enric Gonzàlez decide di parlare di poesia, e dopo aver citato, a vario titolo, Foix, Panero, Baudelaire, Rimbaud, Best, Garrincha, Maradona, Gascoigne, Kakà e Cassano, conclude in questo modo:
"Cassano, poeta, bisogna goderselo finché dura. Per gli amanti di cose meno effimere, nella Roma c'è anche Francesco Totti, che, al momento, è il miglior calciatore al mondo. Anche se non è bello far dichiarazioni di queste proporzioni in modo così brusco".
E' bellissimo invece far dichiarazioni di questo tipo e solo per questo motivo bisognerebbe essere grati al sempre coraggioso editore cagliaritano Aìsara che ha tradotto e sta per pubblicare in Italia (per la precisione il 28 aprile) questa raccolta di cronache calcistiche originariamente pubblicata in Spagna ("Fuori campo", di Enric Gonzàlez, editore Aìsara, 2011). Nella visione di Gonzàlez il calcio italiano è un pretesto per parlare dell'intero paese che lo ospita, e così ogni lunedì, per quattro anni (sarebbe meglio dire quattro stagioni: dalla 2003-2004 alla 2006-2007), accanto ai riferimenti del campo (dai giocatori agli allenatori, dai presidenti ai tifosi allo stadio) compaiono i personaggi della vita vera, della politica, del costume, della storia. Bisogna immaginarsi che quando Gonzàlez scrive lo fa pensando al suo pubblico spagnolo, e allora lo porta per mano, a volte anche in maniera didascalica, nei meandri del mondo (del pallone) nostrano, mostrandogli fatti e misfatti, uomini e miserie, monumenti e rovine, come se fosse la guida di uno di quegli abnormi bus scoperti che solcano il centro di Roma.

Il lettore italiano crede di non imparare nulla di nuovo, perchè, soprattutto il lettore-tifoso italiano, tutte quelle storie le ha già vissute in prima persona; eppure, ed in questo a mio parere risiede l'interesse del libro, che consiglio vivamente di leggere, anche solo come bagno di umiltà, è come se tutte quelle storie il lettore-tifoso le rivivesse nuovamente, ma con un altro paio di occhiali (come quelli sulla copertina), da un'altra prospettiva, facendo attenzione a diverse sfumature. Ricordo -vado proprio a memoria- che in chiusura di un libro su come Proust può cambiarci la vita il finissimo scrittore svizzero-inglese Alain De Botton scriveva che noi non dovremmo andare nei luoghi della Recherche per guardarli con i nostri occhi, ma dovremmo guardare al nostro mondo con gli occhi di Proust, è quella la vera ricompensa. Analogamente, i brevi affreschi di Gonzàlez ci servono a ripensare ai nostri anni calcistici, vissuti con l'esasperazione del tifoso, con gli occhi di un osservatore esterno, di un turista, di un ospite, di uno spagnolo.

Il fatto che Gonzàlez sia spagnolo e non, per dire, tedesco, belga o giapponese, incide molto sull'atteggiamento del suo libro. Non voglio sembrare apodittico, nè generalizzare, ma gli spagnoli provano nei confronti dell'Italia, e del calcio italiano in particolare, un evidentissimo doppio sentimento, invidia e  affetto smisurato. Si capisce che a Gonzàlez il calcio italiano fa schifo, non a caso scrive sullo stesso giornale che, il giorno dopo la vittoria mondiale del 2006, titolò a caratteri cubitali "La victoria de la nada", che credo non ci sia bisogno di tradurre. Ma questo disprezzo non è altro che malcelata invidia, perchè -almeno fino al Sudafrica- per quanto la nazionale italiana giocasse peggio di quello spagnola, per quanto Tassotti avesse dato una gomitata a Luis Enrique (il vero collante della Spagna è questo episodio, la gente è divisa su tutto, da Franco a Zapatero, ma su una cosa concordano tutti, che Tassotti è un hijo de puta), per quanto il catenaccio delle squadre di club italiane non valesse una virgola del tiqui-taqua iberico (e potrei continuare: per quanto l'olio italiano fosse meno profumato di quello spagnolo, il prosciutto meno saporito, il vino meno corposo, le spiagge meno libere, etc.), il cannocchiale della Spagna, in un misto di voyeurismo e sorveglianza, è sempre stato puntato verso l'Italia. E così, quando nei mesi precedenti alla crisi l'economia spagnola vola sugli ultimi battiti di ali della bolla immobiliare, Zapatero va in televisione e dice "abbiamo quasi ripreso l'Italia". In modo non dissimile quando ci fu il vertice del G20 a cui la Spagna non era stata invitata (poi un posto a tavola venne elemosinato dall'Europa) e il ragionamento era "ma come, se c'è l'Italia...". E però, poi uno va in Ispagna e non c'è muchacha locale che non sogni, o non abbia avuto, il chico italiano, perchè del buontempone con le basette alla Villa e una completa assenza di stile ne hanno le palle piene...

L'altro dato è che Gonzàlez scrive sul Paìs. Il Paìs, per chi non lo sapesse, è l'equivalente della Repubblica. Non solo: i due giornali sono anche -uso un termine calcistico- gemellati, in quanto si passano articoli e favori (quando la Repubblica non volle pubblicare le foto di Villa Certosa le fece uscire sul Paìs, ovviamente sulla versione online). Pertanto, il Paìs, che pure ha i suoi pregi (soprattutto l'inserto di viaggi del venerdì, El Viajero, e il culturale del sabato, Babelia), è, almeno per me, un giornale illeggibile, imbevuto di ideologia in salsa brava, birignao radical-chic, zapaterismi d'asporto, progressismo modernista e pacifismo colorato, e soprattutto con delle pagine taurine indecenti oltre che inesistenti, perchè un critico come l'immenso Zabala de la Serna dell'ABC se lo sognano. Le pagine sportive, ciò nonostante, sono molto buone, anzi direi le migliori del paese, ed è per questo che anche le cronache di Gonzàlez sono molto godibili. Peccato però che, come dicevo, anche questi brevi resoconti calcistici debbano pagare dazio all'orientamento del giornale, e che quindi si leggano (nel pezzo del 10 gennaio 2005, dall'emblematico titoletto "Fascisti") delle banalità tipo questa:
"Allo stadio Olimpico può succedere di tutto. E' diventato uno stadio senza legge. Il tipo che ha feirto alla testa l'arbitro Frisk nel primo incontro europeo non è mai stato identificato, e questo non fa che rafforzare la sensazione di impunità di chi oltrepassa le porte di un recinto in cui sussiste un obelisco con il nome di Benito Mussolini. Durante il derby di giovedì scorso qualcuno ha tirato in campo un petardo che ha stordito Totti e l'arbitro. Non sono stati presi provvedimenti. Non sono stati presi provvedimenti neanche l'anno scorso, quando gli ultras di entrambe le fazioni si sono messi d'accordo per obbligare a sospendere la partita, come dimostrazione del fatto che lì erano loro a comandare, e non certo l'arbitro nè la polizia. In realtà, qualcosa è successo, perché sia la Roma che la Lazio quest'anno hanno subito sanzioni a livello europeo. Le sanzioni, però, consolidano quei sentimenti di ingiustizia e persecuzione che, a loro volta, rafforzano i fascisti".
Segue poi intemerata nei confronti di Paolo Di Canio (Gonzàlez ne parla spesso di Di Canio, e non in termini lusinghieri, spesso contrapponendolo al beau geste di Lucarelli e del suo "tenetevi il milione") e del suo famoso gesto postderby, che a proposito di post, Gonzàlez scrive che "Di Canio potrebbe addurre davanti alla Federazione che il suo è stato un saluto postfascista, totalmente innocente in quest'epoca postmussoliniana". Ecco, sono certo che anche Gonzàlez non vuole essere apodittico, nè generalizzare (il libro è pieno di fascisti -Gonzàlez ne è ossessionato, probabilmente faceva colazione in qualche bar di reduci- e postfascisti, categoria nella quale rientrano anche i deputati di Alleanza Nazionale, prima dello scisma futurista...) così come sono certo che queste semplificazioni da terza elementare (se basta un semplice obelisco mussoliniano a far discendere un influsso bellicoso sullo stadio Olimpico chissà che clima si respira nella Madrid sovrastata dal Valle de los Caìdos franchista...) servono giusto a compiacere i propri datori di lavoro (e a loro volta il loro pubblico pagante), e dunque a pagare le bollette (finalità nobile, soprattutto considerando che con quelle dell'elettricità ci guadagna sempre l'Italia), perchè, da una parte, questa acrimonia mista a superiorità morale è una costante di tutti i corrispondenti del Paìs a Roma (il successore di Enric Gonzàlez, tale Miguel Mora, era simpatico come un ausiliare del traffico che ti fa la multa alle 22:59), e dall'altra, quando si libera un po' del suo ruolo censorio, Gonzàlez è molto simpatico, molto curioso e molto piacevole da leggere. Trovo meraviglioso, e pienamente in linea con questo blog, che ad esempio dedichi un'intera cronaca del lunedì a raccontare (a dei lettori spagnoli, non lo dimentichiamo) delle peripezie dell'Ancona, incarnate in una sfortunata giocata di Ganz. Così come trovo molto educativo che ci ricordi che razza di gente ha gestito il nostro calcio in quegli anni, rovesciando su Luciano Moggi un sincero fiele più vicino alle nostre arrabbiature domenicali che non agli ipocriti giri di parole dei commentatori prezzolati italiani. Così come, infine, trovo nostalgico, di una nostalgia gradevole, l'amarcord di partite e personaggi, giocate e situazioni, che ho vissuto (che abbiamo vissuto) in prima persona e che, prima di leggere questo libro, potevano ormai considerarsi perdute, sommerse da tutte le cose che sono venute dopo.

Non so cosa faccia Enric Gonzàlez adesso, ma comunque lo ringrazio per aver raccontato ogni lunedì la nostra storia agli amici spagnoli (perchè per noi sono amici, addirittura tifiamo per loro quando l'Italia esce di scena), per averli informati sulla "rabbia di Calderoni, portiere dell'Atalanta", sugli striscioni dei tifosi della Roma, sulla "rivoluzione di Spalletti", sul vero stile Juve, sui racconti di Vierchowod e sulla formazione dell'Ancona che, nell'aprile del 2004, ha battuto il Bologna, regalando così ai suoi tifosi, ormai a primavera, la prima vittoria della stagione. Un Borghetti non te lo può negare nessuno, te lo sei meritato caro Enric.

mercoledì 20 aprile 2011

Italo Che Fece L’Italia – Uno sceneggiato televisivo (Parte 2)

EPISODIO III

MILANO: PER UN PUGNO DI DOLLARI

E’ il 1959.. E l’Italia grassa e festante (la crescita sale oltre il 6%) canta Nel Blu Dipinto Di Blu.. la famiglia, mero luogo delle indagini campionarie dell’Istat e non ancora sacro fulcro della civiltà occidentale, si riunisce come sempre intorno alla merce: le novità degli elettrodomestici e dell’automobile.. E’ il 1959.. E Italo Allodi (che lascia Mantova l’anno prima dell’arrivo dei virgiliani in serie A, ma il dado l’ha tratto lui) ed Helenio Herrrera (un anno dopo) approdano all’Inter.. E il calcio non sarà mai più come prima.. HH lo rivoluziona dal punto di vista tattico, atletico e del linguaggio: abbandona il WM e, spostando Picchi dalla fascia destra al ruolo di libero, inventa quello che sarà poi considerato il marchio di fabbrica dell’italico pallone: il catenaccio.. concepisce l’idea del ritiro prestagionale e contribuisce a creare il cosiddetto giornalismo sportivo con scoppiettanti conferenze stampa in cui parla di arbitri, guardalinee, avversari, politica, complotti e sesso degli angeli.. Sembra copiare in tutto e per tutto comportamenti di quel dandy di Setubal che gli succederà alla guida dei nerazzurri.. Herrera ha plasmato la compagine nerazzurra con la sua lungimirante (e lusitana) tattica, tutto è pronto per il trionfo.. eppure..

Eppure nel primo campionato della strana coppia Allodi-Herrera non tutto va come previsto.. Alla 28a giornata del campionato di Serie A 1959-60, durante lo scontro diretto al Comunale di Torino tra l’Inter seconda e la Juve capolista, c’è un’invasione di campo dei tifosi bianconeri.. la partita viene sospesa, e viene assegnata all’Internazionale la vittoria per 0-2 a tavolino.. Ma la CAF, su richiesta della Juve e su pressione di Umberto Agnelli, allora presidente federale, annulla lo 0-2 ed ordina la ripetizione della partita.. Il 19 giugno, giorno del replay, l’Inter prende la clamorosa decisione di schierare i ragazzini della Primavera, viene sconfitta 9-1 (gol della bandiera, e del destino, di un giovane Sandro Mazzola su rigore..) ma lancia un preciso avvertimento: il campionato è falsato, così non vale neanche la pena di giocarlo.. Di questo si accorge il giovane Allodi, che capisce che è un problema suo, HH non può farci niente, non è una questione di moduli, di tattica sul campo.. è una questione di potere, di strategia nei corridoi.. Ma il potere, nelle società civili, civiche e burocratiche di Occidente, stati di eccezione permanenti, lo si raggiunge solamente attraverso la corruzione, pars construens del potere stesso.. Ed allora quel dandy postrisorgimentale di Italo Allodi, che vanta, a suo dire, antenati Garibaldini, capisce che per fare l’Italia deve svincolarsi dal potere della cassaintegrazione della FIAT e costruire anche lui la sua personale Autostrada del Sole della corruzione.. con tutte le sue incomprensibili diramazioni e le sue strane deviazioni..

Gli imperscrutabili e rizomatici arabeschi politico-amministrativi messi in atto da Allodi, che oramai in società ha mano libera e potere assoluto, unite alle indubbie competenze calcistiche di Herrera e all’entusiasmo e ai soldi del munifico patron Angelo Moratti, portano a Milano da Barcellona per una cifra record e fuori mercato il pallone d’oro Suarez.. che s’inserisce perfettamente nel tessuto della squadra composta da campioni affermati come Mariolino Corso e Armando Picchi e giovani di belle speranze provenienti dal settore giovanile come Bedin, Facchetti e Mazzola.. Ma l’arrivo di Suarez, che resta fuori infortunato per gran parte della stagione e la promozione in prima squadra dei giovani talenti della primavera nerazzurra non bastano: e nel campionato 1961-62 - quello della Milano templare e rosacrociata dei centravanti inglesi - l’Inter di Gerry Hitchens arriva seconda a meno 5 dal Milan (che trova i gol di Altafini per sostituire quelli del mitico Jimmy Graves, che scappa da Milano dopo 10 reti nelle prime 10 partite per divergenze con il tecnico Nereo Rocco.. o così si disse..) E’ nella stagione successiva che tutto cambia.. In estate arrivano Jair e Burgnich e a primavera, il 5 maggio del 1963 l’Inter viene sconfitta all’Olimpico (e come sempre la storia ci obbliga a ripeterci: e i nomi, i luoghi e le facce cominciano a sovrapporsi in un eterno presente di corsi e ricorsi storici..) ma dalla Roma invece che dalla Lazio come nel 5 maggio 2002, e diventa quindi campione d’Italia con 4 punti di vantaggio sulla Juve.. L’Internazionale FC vince l’ottavo scudetto della sua storia, Italo Allodi il primo.. Gli dei hanno deliberato: Italo può fare l’Italia, può nascere la Grande Inter..

EPISODIO IV

IMBERSAGO: PER QUALCHE DOLLARO IN PIU’

Ma Allodi, che si è sempre piccato di essere stato partigiano e comunista in un’Italia votata al miracolo economico e al miracolo di San Gennaro, capisce che se si accontenta del volere degli dei, capricciosi e poco avvezzi a mantenere le promesse, il giocattolo può smembrarsi in breve tempo.. dopo avere stretto il suo degasperiano pugno di dollari, per avere qualche dollaro in più, che non sia sempre quello sporco di petrolio elargito dal munifico Moratti, deve fare qualcosa anche lui.. Anzi, qualcosa lo ha già fatto.. pazientemente ha già tessuto la sua tela: ha stretto alleanze a livello nazionale ed internazionale, ha fatto promesse, siglato patti, firmato accordi, ha leccato il dolce miele e bevuto l’amaro calice, ha adulato dove ha potuto e minacciato dove non è riuscito.. E così, in una notte di novembre, nella villa della famiglia Moratti ad Imbersago - riva destra di un non ancora putrido e marcescente fiume Adda, pronto a gettarsi inutilmente in quel braccio di quell’inutile lago, come inutile è il libro che lo celebra - in una notte di quelle in cui le pere butirro maturano repentinamente, Italo Allodi si accascia sulla poltrona davanti al fuoco e sorride..

E’ il 1963.. E Occidente è diviso in blocchi: se di uno non si sa nulla, e chi sa non parla, nell’altro accadono cose strane.. Un uomo nero osa dire che ha un sogno, anni dopo verrà ucciso a sangue freddo e chiamato terrorista.. Un uomo bianco invade l’Indocina, poi viene assassinato dalla mafia per non essere riuscito a invadere Cuba e riprendersi i casinò de La Habana, anni dopo verrà chiamato pacifista.. E’ il 1963.. E se in Vaticano viene eletto Paolo VI, in Italia il Molise diventa regione autonoma (non si sa se per l’intervento di Oltretevere o meno..) E’ il 1963.. E mentre la colonna sonora è il Quando Quando Quando di Tony Renis che vince il Festivalbar, il Milan è la prima società italiana che vince la Coppa Campioni.. doppietta di Altafini a Wembley contro il campione in carica Benfica dei mozambicani Eusebio e Mario Coluna.. E’ una sera di novembre del 1963 e Italo Allodi, seduto su una poltrona nella villa dei Moratti a Imbersago, sorride: sta sfogliando la Fenomenologia di Mike Buongiorno, in cui un accademico amante della buona tavola sostiene che il successo del presentatore televisivo sia dovuto alla sua mediocrità.. sorride perché quel pacioso professore non sa che dietro quella mediocrità c’è un Piano, e se ne accorgerà troppo tardi.. Ma lui sa, lui è uno che del Piano fa parte, lui il Piano lo disegna.. Lui è un ragno: ha tessuto la tela, ora è il momento di raccogliere le mosche che ci sono rimaste impigliate..

Nei cinque anni seguenti l’armata nerazzurra a quel primo scudetto vinto ne aggiunge altri 2.. Nel 1964-65, all’ultima giornata con 3 punti sul Milan arriva il nono, e nel 1965-66, con 4 punti Bologna, arriva il decimo, quello della stella.. l’Inter diventa la beneamata, acquista tifosi in ogni regione della penisola (pure in Molise..) e nel resto di Europa.. mentre a Milano - grazie al romanzo popolare del solito Gioanbrerafucarlo che riprende una distinzione in auge dagli anni venti - i tifosi nerazzurri bottegai e appartenenti alla piccola borghesia indigena sono chiamati bauscia, in opposizione a quelli milanisti, proletari, immigrati, ed operai, che son detti i cacciavit.. Il giovane burino della bassa padania Alan Ladd, quello bello come un attore del cinema, quello che è uscito dalla porta dello spogliatoio per rientrare dalla finestra degli uffici dirigenziali, diventa in breve il dirigente più vincente della storia del calcio italiano.. Italo comincia a fare l’Italia, partendo dalla costruzione di una squadra magnifica.. la Grande Inter che diventa una filastrocca - Sarti, Burgnich, Facchetti (respiro corto) Bedin, Guarneri e Picchi (respiro lungo) Jair, Mazzola, Domenghini, Suarez e Corso - ad uso e consumo di generazioni future di interisti e non solo.. Poi qualcosa si rompe negli equilibri interni, Herrera va ad allenare la nazionale spagnola ed Allodi, quando Moratti lascia la presidenza a Fraizzoli, emigra per altri lidi.. Anni dopo, di quei meravigliosi anni sessanta meneghini alla corte del petroliere nerazzurro, Allodi ricorda “Per l’Inter di Moratti avevo bloccato Pelé. Era già tutto fatto, ma il presidente si tirò indietro. L'Italia viveva momenti di tensione per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e Moratti non volle far la figura del miliardario innamorato del suo giocattolo..” Non solo è sempre stato in anticipo sui tempi precorrendo e percorrendo il futuro, ma ha anche sempre voluto stravincere quel dandy postrisorgimentale che da Asiago era partito per la conquista dell’Italia.. e questo in futuro gli costerà molto.. Perché per unificare la penisola, la storia insegna, bisogna radere al suolo Bronte..

EPISODIO V

LONDRA: IL PASSANTE CHE IN QUELLA GRIGIA MATTINA

E’ il 2003.. E quaranta anni esatti dopo quell’uomo nero che aveva avuto un sogno, un altro uomo nero, diventato il primo segretario di stato di colore degli Stati Uniti, si presenta davanti al consiglio di sicurezza dell’Onu con una boccetta piena di polvere bianca.. dice che è antracite.. Il sogno di quel primo uomo nero si è trasformato in un incubo.. E’ il 2003.. E mentre fuori da Occidente, nel mondo caotico e colorato ancora brulicante di vita e di utopia, l’ex operaio metalmeccanico Lula diventa presidente del Brasile, dentro un Occidente ormai decomposto ed in putrefazione gli ex imperi angloamericani decidono di invadere la Mesopotamia che di Occidente fu culla.. E’ l’8 novembre 2003.. E il passante che in quella grigia mattina sulla metropolitana londinese si fosse messo a sbirciare le pagine sportive del già non più sobrio e nemmeno autorevole Times, avrebbe notato un articolo di Brian Granville - giornalista sportivo molto attento alle cose italiane che già negli obituaries del Guardian (8 giugno 1999) aveva dipinto un poco lusinghiero ritratto di Italo Allodi.. Granville è andato a Budapest per cercare di parlare con Gyorgy Vadas, ottimo arbitro ungherese che il 20 aprile del 1966 diresse la semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni tra Inter e Real Madrid.. Va infatti ricordato che la Grande Inter di Allodi ed Herrera divenne tale non solo per i 3 scudetti vinti in campo nazionale ma anche, e soprattutto, per i trionfi in campo internazionale.. Nomen omen, l’Internazionale FC vinse infatti 2 Coppe dei Campioni, nel 1964 e nel 1965 (e due Coppe Intercontinentali nel 1965 e 1966..) Nella primavera del 1966 nulla sembrava quindi in grado di impedire loro di sollevare la terza Coppa dei Campioni consecutiva.. Invece, arrivati in semifinale contro il Real, dopo l’1-0 per le merengues nella partita di andata i nerazzurri non vanno oltre il pareggio a San Siro e non riescono così a qualificarsi per la terza finale.. Una delle conseguenze di quel pareggio a San Siro è che l’arbitro ungherese Gyorgy Vadas non arbitrerà mai più.. Come mai?

Se lo è chiesto anche Brian Granville, che è andato a Budapest a chiedergli il perché.. Vadas preferisce non rispondere, lascia però a Granville l’indirizzo di un giovane giornalista ungherese, Peter Borenich, con cui ha parlato e le cui rivelazioni sono contenute nel libro Only The Ball Has A Skin, incentrato sulla corruzione nella federazione calcio ungherese fino agli anni ‘80.. E così, se la lettura della lista della lavanderia di un templare ci ha permesso di comprendere la componente esoterica del maggio parigino e ci ha avvisato che dopo Marx c’è solo aprile, se la lettura della lista degli appartenenti alla Loggia P2 ci ha aiutato a ricostruire gli ultimi trent’anni di storia politico-massmediatica del paese, grazie alla lista di nomi contenuta in un libro ungherese diventa ora possibile ricostruire la narrazione postrisorgimentale del calcio italiano.. Ritorniamo indietro al primo trionfo europeo della Grande Inter.. E’ il 27 maggio del 1964 e Italo Allodi, partito decenni orsono dai campi polverosi della Bassa Padania, porta l’Inter a sollevare la Coppa dei Campioni al Prater di Vienna: 3-1 al mitico Real Madrid.. Ma osservando bene la fotografia di quel trionfo, si può notare alle spalle del bel Alan Ladd la faccia inespressiva ed insignificante di tale Dezso Solti, un rifugiato ungherese.. Pur non avendo alcun ruolo ufficiale all’interno della società nerazzurra, Solti occupa le mansioni che oggi chiameremmo di addetto agli arbitri (Meani permettendo..) In quella Coppa Campioni 1963-64, dopo avere superato l’Everton nel primo turno con una lectio magistralis sul catenaccio impartita dal professor Herrera, dopo essersi liberati del Monaco e del Partizan Belgrado nei turni successivi grazie alle prodezze di Corso, Jair e Mazzola, l’Inter in semifinale si trova di fronte lo scoglio Borussia Dortmund.. E’ qui che entra in gioco l’addetto agli arbitri..

Dopo il 2-2 dell’andata allo Stadion Rote Erde (doppietta di Brungs per i gialloneri e gol di Mazzola e Corso per i nerazzurri), il ritorno è affidato al sapiente fischietto dello slavo Tesanic.. Le cronache dell’epoca dell’Istituto Luce raccontano come il direttore di gara decida, con patriottico e gagliardo spirito risorgimentale italico (ma perché poi, visto che era slavo?) di non espellere i picchiatori nerazzurri, soprassedendo su un violentissimo tackle di Suarez che manda in ospedale un avversario.. Le cronache più recenti di Granville e Borenich suggeriscono che l’arbitro Tesanic sia stato corrotto dal faccendiere Solti per conto di Allodi.. Fatto sta che questo discusso e discutibile arbitraggio della semifinale di ritorno contro il Borussia permette alla beneamata di vincere 2-0 (Mazzola e Jair) e di accedere alla finale al Prater di Vienna, dove trionfa contro le macerie del Real nel giorno dell’ultima partita della saeta rubia Di Stefano e del mitico Puskas.. Il 3-1 sul Real (doppietta di Mazzola e gol di Milani, in un match sempre dominato dai nerazzurri) è, come spiega l’I-Ching, il momento in cui l’inizio di ogni trionfo contiene in sé il segnale che la caduta è dietro l’angolo.. Il segnale in questo caso è la semifinale contro il Borussia.. il demiurgo l’arbitro Tesanic.. La leggenda narra che dopo quell’arbitraggio il fischietto slavo si sia guadagnato vacanze vitalizie sulle rive del Mare Adriatico pagate da Moratti.. La cronaca si affida alle confessioni di un connazionale dell’arbitro, che lo avrebbe incontrato in quell’estate del 1964 e a cui il Tesanic avrebbe confidato di essere lì a spese di un noto petroliere.. Le previsioni del tempo confermano che da quell’estate sul cielo padano e plumbeo di Asiago cominciano ad addensarsi le prime nubi nere della corruzione.. Bronte è vicina..

I riferimenti a persone, luoghi, eventi, aziende, istituzioni esistenti sono da considerarsi esclusivamente occasioni narrative e vengono qui utilizzate solo in quanto repertorio di un immaginario condiviso..

domenica 17 aprile 2011

Breve elogio della gomina degli arbitri spagnoli

Don César Muñiz Fernández
Il vero vincitore del clàsico di questa sera (caratterizzato da due calci di rigore dei bomber, pochi brividi e un sacco di botte, come nei migliori derby romani di inizio anni novanta, che finivano sempre uno a uno con gol di Voller e Sosa) non va cercato tra i fuoriclasse in campo (Leo Messi e Cristiano Ronaldo) o in panchina (Pep Guardiola e José Mourinho), ma sulla testa dell'arbitro César Muñiz Fernández, nato in Belgio ma di chiara identità tricologica iberica. L'ampio strato di gomina sui capelli con il quale si è presentato al Santiago Bernabeu, e che non ha subito oscillazioni per tutta la partita (nonostante l'ampia attività motoria cui è stato costretto dalle intemperanze dei giocatori), è l'elemento distintivo, e di orgoglio, dell'intera categoria cui Muñiz Fernández appartiene, e che io voglio brevemente elogiare con queste umili righe. Che sia chiaro: in Spagna, la gomina che stentoreamente scolpisce il capello all'indietro o elegantemente disegna una riga sulla fronte non è prerogativa solo della classe arbitrale, ma dell'intero genere maschile. Al suo interno, tuttavia, si possono ritagliare alcune categorie che sono indissolubilmente legate, dal punto di vista estetico ma anche ontologico, al lucido unguento. Penso, in particolare, oltre agli arbitri, a certi avvocati d'affari che affollano il barrio Salamanca di Madrid, e che in questo periodo possono osservarsi prendere l'aperitivo nelle terrazas di calle Velàzquez, senza che il vento, o il calore, scompigli di una sola virgola il loro magistrale cuoio capelluto; in particolare, la gomina viene da loro sapientemente abbinata ad altri elementi imprescindibili che voglio qui ricordare: camicia rosa, cravatta di Hermès, gemelli ai polsi, mocassini con le nappette e acqua di colonia. Penso, poi, ai toreri, che alla funzione estetica della gomina aggiungono la sua utilità pratica, perchè non c'è rischio più grande di un ciuffo di capelli che ricade improvvisamente sugli occhi quando un toro ti sta per venire addosso a cento all'ora. Penso, infine, alle migliaia di nazareni scalzi che, in questi giorni di semana santa, trasporteranno in giro per le città i maestosi troni con i Cristi feriti o le Madonne oranti delle loro confraternite.
La gomina unisce un popolo perennemente diviso da bizzarre rivendicazioni autonomiche come solo pochi altri gesti quotidiani sanno fare - la cañita prima di cena, un certo modo di intendere il calcio, la tortilla, la disoccupazione strutturale, le celebrazioni pasquali, una sommessa rassegnazione nei confronti della vita. Anche l'arbitro unisce con le sue inappellabili decisioni due squadre che spesso, come stasera, rappresentano  due fazioni contrapposte, e le riporta all'ordine. Come il bastone vedico, come la festuca romana, come l'anello papale, come il totem indiano, i giocatori, gli allenatori e i presidenti tutti si inchinano riverenti davanti alla gomina dell'arbitro spagnolo, pura auctoritas, rendendogli l'ossequio che si deve rendere a chi incarna la tradizione.
Perchè di questo si tratta, l'immobilità della capigliatura di César Muñiz Fernández, e di tutti i suoi colleghi, è l'emblema dell'immobilità di un paese profondamente conservatore, nonostante le boutade zapateriane che tanto fanno presa sugli ignoranti lettori della Repubblica, e che sono destinate a scomparire prima che una sola goccia di sudore metta a repentaglio quella chioma imbalsamata; è il simulacro di un paese radicato nelle sue tradizioni, devoto alle sue tradizioni, siano esse incarnate da un piatto di jamòn y queso, da una canzone di Raphael o da un negozio di ultramarinos all'angolo; è l'equivalente estetico del rito delle pastarelle della domenica, delle feste cittadine, delle vacanze al mare e delle Seat Ibiza; è il modesto ma plastico segnale di resistenza nei confronti di una modernità che non appartiene ad un paese che sta vivendo un tempo che non è il suo; è il dettaglio di una bellezza antica, austera, distinta, da caballeros, da hidalgos, che si è persa per strada, così come si sono perse per strada le camicie bianche sotto il vestito che indossava anche il contadino più povero che tra le due guerre emigrava nel nuovo mondo.
Che una cosa resti chiara: la gomina degli arbitri spagnoli è cosa ben diversa dalla lacca piaciona di Nicola Berti, dalla spuma glamour delle pubblicità Studio Line, dall'untuosa wax che usano le sottoculture inglesi, dal gel lucido dei funzionari di banca italiani, dalla brillantina di Solange. La gomina degli arbitri spagnoli è leggera come acqua, profumata come vetiver, delicata come un aranceto dentro una moschea andalusa, eterea come un gin tonic che si evapora in un bar di calle Serrano, sobria come una conversazione tra intellettuali di provincia seduti al caffè Gijòn del paseo de Recoletos. La gomina degli arbitri spagnoli è eterna, ed è l'unica cosa che resterà per sempre in ogni clàsico, quando anche le stelle di oggi saranno solo uno sbiadito ricordo del passato.

venerdì 15 aprile 2011

Italo Che Fece L’Italia – Uno sceneggiato televisivo (Parte 1)

“Non mi offendo se mi accostate a lui. Anzi, sono contento: Moggi l'ho cresciuto io.”

Italo Allodi (intervistato dalla Gazzetta dello Sport - 25 giugno 1997)

“Per me sarà sempre una persona indimenticabile. Io non l'ho mai abbandonato perché è merito suo se sono nel calcio: in pratica mi ha creato. E' stato un precursore del calcio moderno.”

Luciano Moggi (nel giorno della morte di Allodi - 3 giugno 1999)

PROLOGO

NAPOLI: UNA LACRIMA SUL VISO

Lo vedi lì, piangere, in un’aula di tribunale a Napoli, mentre un sostituto procuratore della repubblica lo accusa delle peggiori nefandezze.. E allora ti chiedi.. se questo è un uomo, o è un fottutissimo truffatore.. che, avvertendo l’imminente chiusura del sipario sulla sua (fino ad allora strepitosa e straripante) carriera, mette in scena l’ultimo grande spettacolo.. Lui è stato il grande burattinaio di oltre vent’anni di calcio italiano.. Ha saputo calpestare il palcoscenico come nessun altro.. E’ sempre stato lì, a metterci la faccia, non si è mai tirato indietro, ha accettato ogni ruolo in ogni rappresentazione.. così ha costruito il suo potere.. No, non è mai stato lì, nessuno ha mai visto la sua vera faccia, era dietro le quinte a manovrare i pupi, sotto il gobbo a suggerire la battuta.. così ha costruito il suo potere.. E’ stato Talleyrand, Rasputin, Richelieu e l’occhio di Carafa.. Ha guidato il carrozzone del calcio italiano attraverso la storia, lo ha aiutato a guadare le rapide della modernità.. Lo ha diretto, condotto, influenzato.. ha deciso, stabilito, disposto, deliberato.. ha tramato, intrallazzato, condizionato, calpestato, corrotto.. Poi, come spesso accade in Italia, è stato tradito dagli amici, ed è infine caduto per mano di un giudice.. E’ stato allora, a Napoli, durante un interrogatorio, che improvvisamente il re è rimasto nudo ed è scoppiato in lacrime.. si è messo a piangere.. Se questo è un uomo o un fottutissimo truffatore starà agli dei giudicarlo.. A noi è dato solo raccontare la sua storia e pronunciare il suo nome.. No, il suo nome non è Luciano Moggi.. Il suo nome è Italo Allodi..

Ma nella nostra storia i nomi e le facce di Italo Allodi e di Luciano Moggi diverranno indistinguibili come in un labirinto di specchi.. Uguali saranno i personaggi - i calciatori, gli allenatori, i dirigenti, i faccendieri, gli arbitri, i guardalinee, i presidenti - con i quali i due hanno stretto patti di sangue, di merda e di denaro.. la merce, sempre la stessa: l’anima del calcio italiano.. Uguali saranno i luoghi dove sono ambientate le loro storie.. per entrambi l’ultima rappresentazione pubblica è avvenuta in un’aula del tribunale di Napoli.. dove hanno pianto davanti ad un pubblico ministero che stava indagando sul marcio del calcio italiano.. Eppure.. Eppure a proposito uno, Italo Allodi, la storia ha creato il mito postrisorgimentale del grande uomo che unificò il calcio italiano, di colui che inventò il ruolo del dirigente sportivo ed il calcio moderno.. Mentre a proposito dell’altro, Luciano Moggi, la cronaca ci racconta di un perfido malfattore, di un subdolo mercante disonesto che ha costretto tutti gli amici, ed erano tanti, che prima lo chiamavano amichevolmente Lucianone ad apostrofarlo poi come Lucky Luciano.. e a prenderne retroattivamente le distanze.. Ma chiunque abbia scalato anche solo alcuni dei 49 scalini che conducono alla saggezza, sa che lo Yin e lo Yang si cercano, si insinuano, si compenetrano e si mescolano.. E così, anche nella nostra storia, il padre e il figlio, il maestro e il discepolo, sono inseparabili.. loro non sono due, sono uno.. sono l’uno del potere che si fa due nelle figure archetipiche di bene e male dell’inconscio collettivo di Occidente per poi tornare a essere uno nella storia che stiamo per raccontare.. Loro non sono due, sono uno.. Come uno è stato il mezzo utilizzato, l’unico predisposto al controllo nella dialettica del potere di Occidente: la corruzione.. Come uno è stato il fine, l’unico perseguibile nella dialettica del potere di Occidente: il dominio assoluto..

Questa è la storia di Italo, il dandy postrisorgimentale che fece l’Italia del calcio.. E, come in tutte le storie, il passato si dimostrerà essere causato dagli avvenimenti del presente, e non viceversa.. Questa è la storia del calcio moderno in salsa tricolore, tra complotti internazionali e bucatini all’amatriciana, che nasce e muore l’11 di giugno del 1986, il giorno in cui Italo Allodi piange in quell’aula del tribunale di Napoli, accusato nell’inchiesta detta del Secondo Totonero di avere deciso risultati delle partite di serie A, B e C per favorire le scommesse clandestine (ché all’epoca del rampante proibizionismo socialista degli anni ’80 le scommesse erano illegali..) da un procuratore della repubblica torinese, Giuseppe Marabotto, che poi risulterà essere nei venti anni seguenti il complice delle malefatte, calcistiche e non, di Luciano Moggi.. Colui che, grazie a quel processo prenderà il posto di Allodi prima alla guida societaria del Napoli e poi al timone dell’intero calcio italiano.. Questa storia di trionfi e di cadute, di luci e di ombre, di potere e di corruzione, nasce e muore in un’aula di tribunale di Napoli in un’estate di un quarto di secolo fa: il giorno in cui il figlio uccide il padre, il discepolo supera il maestro, gli ruba le carte dall’archivio segreto, ed il carrozzone del calcio italiano può finalmente entrare nell’era del calcio spettacolare del tardo capitalismo.. Dei venti anni seguenti in cui il movimento del pallone che rotola su un campo verde, già fattosi merce nel dopoguerra, è sussunto a spettacolo conosciamo molto.. Ci è dato sapere chi sia Luciano Moggi e cosa abbia fatto.. Ma chi era Italo Allodi?

EPISODIO I

BASSA PADANIA: BURN BABY BURN

E’ il 1928.. Fuori da Occidente.. nel mondo caotico e colorato ancora brulicante di vita e di utopia, nasce da qualche parte in Rosario, Argentina, Ernesto Guevara de la Serna.. In Europa, utero di Occidente, ieri come oggi diviso al suo interno e sospettoso del vicino, la Francia inizia la costruzione della Linea Maginot.. ci si prepara all’ennesima guerra.. In Italia, buco del culo di Europa, ieri come oggi diviso al suo interno e sospettoso del vicino, la gente si è votata anima e corpo all’adorazione del carisma e all’obbedienza all’autorità.. ci si prepara a qualificare come organo costituzionale il Gran Consiglio del Fascismo, ci si prepara ad istituzionalizzare la dittatura.. E’ il 1928.. Ad Asiago, inutile comune stretto tra i monti calcarei della bassa Valsugana e la depressione caspica della Pianura Padana - un posto che solo un coglione come D’Annunzio poteva descrivere come “la più piccola, ma la più luminosa città d’Italia” - il 13 aprile nasce Italo Allodi.. Figlio di un ferroviere e di una casalinga, il giovane Italo si trasferisce presto a Suzzara, provincia di Mantova, dove attraversa indenne il primo ventennio italiano di dittatura dello spettacolo (che il secondo è dato a noi) frequentando le scuole e cominciando a giocare a calcio.. Ma nonostante l’impegno, non riesce a diventare un grande calciatore, anzi, a dirla tutta è una mezza pippa: centrocampista e poi difensore, attraversa l’immediato dopoguerra girando in lungo ed in largo quella Bassa Padania calcistica tanto cara a Giuanbrerafucarlo.. le sue squadre si chiamano: Padova, Cavarzere, Suzzara, Bondenese, Gladiator, Santa Maria Capua Vetere, Forlì, Parma, Carrarese, Fabbrico, Mantova.. Gira molto e non sfonda mai.. A Parma, in serie C, gioca assieme a Edmondo Fabbri e Cestmir Vyclpalek, lo zio di Zdenek Zeman (che la storia è un eterno ritorno di nomi e di luoghi e di fatti), che un giorno in campo gli dice: “Sei talmente scarso che non riesci a battere neanche una rimessa con le mani..” Una sentenza definitiva, una bocciatura che avrebbe segnato la vita calcistica di qualsiasi persona, che si sarebbe dedicata ad affaccendarsi in altre faccende, ma non di Italo.. lui non è qualsiasi persona, lui non si abbatte, lui è eroe postrisorgimentale ed ha una missione da compiere: unificare il calcio italiano..

Gli anni ’50.. La guerra è finita.. La storia ha pisciato sui cadaveri del fascismo e la geografia ci ha inserito in Occidente (il Patto di Varsavia pagava meno, mentre il Mediterraneo - culla millenaria di odori, sapori, spezie e culture - non è stato nemmeno preso in considerazione..) E’ vero, nel paese c’è ancora tensione, i contadini occupano le terre ed il ministro dell’interno Scelba costituisce la famigerata celere.. Ma grazie alla valigia piena di dollari con cui De Gasperi torna dal suo viaggio americano siamo in pieno boom economico.. Boom baby boom.. Burn baby burn.. I ragazzi di vita pasoliniani dimenticano le miserie della guerra, magari venendo deportati (pardon, emigrando, eravamo sotto l’egida della Nato, non nel Patto di Varsavia) nelle fabbriche delle metropoli del nord.. Il Piano Marshall ricopre di dollari quella strana appendice geografica della cortina di ferro: e a farli fruttare al meglio, in pieno spirito individualista di impresa privata, sarà soprattutto quel nordest dove è cresciuto il piccolo Italo e nelle cui balere ha imparato a ballare il filuzzi.. Gli anni ’50.. Dagli stabilimenti di Mirafiori esce la Fiat 600, la prima auto famigliare per tutte le tasche.. la RAI inizia le trasmissioni.. Luchino Visconti abbandona il neorealismo, se mai lo ha fatto, e costruisce l’estetica del piacere rivoluzionario: la bellezza può essere un’arma per costruire un mondo migliore ci racconta, ma nessuno lo ascolta.. Il paese preferisce vivere tranquillo nell’ignoranza e sognare Pane, Amore e Fantasia e cullarsi con le melodie di Nilla Pizzi nei festival di Sanremo.. E’ un’Italia tutta tesa a dimenticare il passato e a costruirsi un opulento futuro, e quel simpatico guascone di Italo Allodi, che le cronache dell’epoca definiscono “bello come un attore” e chiamano “il playboy di Suzzara”, nonostante a giocare non sia proprio bravissimo capisce che, in quell’Italia in bianco e nero proiettata verso i colori della modernità, col calcio ci si può costruire una carriera, anche senza giocare.. col calcio si può cavalcare il miracolo economico, si possono fare i soldi, si può provare l’ebbrezza del potere..

EPISODIO II

MANTOVA: L’ORO NERO

Appena dismessa la maglia del Mantova, il bell’Italo chiede al suo allenatore e mentore Edmondo Fabbri di provarlo come vice, ma Fabbri glielo fa capire chiaro e tondo che non è il caso: “Non sei tagliato per fare l' allenatore, meglio se provi a lavorare in segreteria..” Niente da fare, il giovane Italo non ha sfondato come calciatore e non sfonderà nemmeno come tecnico.. Chiunque a questo punto si sarebbe arreso, avrebbe mandato tutto a puttane.. ma non lui, non quel dandy postrisorgimentale, sempre elegante e bello come un attore, che le ragazzine estasiate chiamavano Alan Ladd, in omaggio ad Alain Delon, e a cui il nome, Italo, gli imponeva di fare di Italia, non di stare a guardare mentre altri la facevano.. Come racconterà più tardi: “Mi sono sempre ispirato a una frase di Bernard Shaw: Solo gli imbecilli giustificano il successo dei migliori attribuendolo alla fortuna..” Italo Allodi esce allora dalla finestra del palcoscenico calcistico, né giocatore né allenatore, solo per rientrare prepotentemente dalla porta principale, quella della segreteria, un ruolo che fino ad allora non aveva alcun significato.. A Mantova, insieme a Fabbri in panchina, Italo Allodi costruisce l’epopea del Piccolo Brasile, come ebbe a chiamarlo un giornalista toscano fulminato dal gioco fluente e palla a terra di quella splendida provinciale.. Porta in riva al Mincio giocatori come Giagnoni, Bibolini, Martinelli, Cuoghi, Recagni, Giavara, Ravelli, Vaccari e Fantini.. E i virgiliani, in solo quattro anni, salgono dalla serie D alla serie A.. Il giovane segretario (che il ruolo di dirigente non era stato ancora pensato, o meglio, lui non lo aveva ancora ideato..) trova anche una sponsorizzazione, la raffineria locale Ozo, ed in suo onore modifica i colori sociali della squadra da biancazzurri a biancorossi.. Da allora il Mantova gioca con una splendida maglia bianca con diagonale rossa tipo River Plate.. I suoi primi passi come dirigente nel mondo del calcio fruttano al Mantova scalata in serie A e un lucrativo contratto di sponsorizzazione.. il giovane Allodi ci sa fare..

E’ il 1955.. La società Internazionale FC è appena stata rilevata da Angelo Moratti.. Un inizio come piazzista di prodotti petroliferi, Moratti ha l’intuizione di acquistare una raffineria texana, smontarla in pezzi, e ricostruirla ad Agusta, provincia di Siracusa, crocevia delle rotte mediterranee.. Poi vende la raffineria di Augusta alla multinazionale Esso e rileva per 100 milioni di lire la società nerazzurra: quell’investimento gli apre porte che fino ad allora non si sarebbe mai sognato di varcare.. Se per il potere da signoria medievale degli Agnelli il calcio è sempre stato il circensem da offrire ai propri servi della gleba, per il nuovo ricco meneghino il calcio è un grimaldello con cui forzare l’ingresso in società.. Sette anni dopo avere rilevato l’Inter, Moratti ottiene gli appoggi politici ed i permessi amministrativi per costruire il suo personale polo di raffinazione del petrolio a Sarroch, vicino a Cagliari.. (Esattamente trent’anni dopo, sempre nella depressa terra di mezzo padana, qualcun altro tenterà di acquistare l’Inter, la sua squadra del cuore, come biglietto da visita per entrare in società ed ottenere i vantaggiosi appalti della politica.. ma non ce la farà, e dovrà ripiegare sull’altra squadra cittadina, quella rossonera.. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia..) Dalle raffinerie dell’Ozo Mantova a quelle del Internazionale FC.. gli dei hanno lasciato sul percorso di Allodi una traccia di oro nero che il giovane Italo Allodi non si farà scappare..

I riferimenti a persone, luoghi, eventi, aziende, istituzioni esistenti sono da considerarsi esclusivamente occasioni narrative e vengono qui utilizzate solo in quanto repertorio di un immaginario condiviso..

lunedì 11 aprile 2011

Ve saluta Carnevale

a
Si fa per scherzare...
Siccome non lo fa nessuno, è ora di ricapitolare quanto emerge (più o meno) da questo convulso finale di stagione in serie A. Al netto delle polemiche, mi pare evidente che:
1. E' iniziata la stagione dei saldi. Le società più attive in questo senso sono quelle che indossano magliette rosse e blu. In particolare il Bologna, in piena liquidazione che neanche i tappeti Zinouzi, offre a prezzi vantaggiosissimi la partita chiavi in mano con i seguenti optional: papera del portiere per sbloccare l'incontro; tre fuorigioco sbagliati per lanciare in campo aperto l'attaccante avversario; uno/due rigori solari; due errori a porta vuota del bomber locale; assenza di agonismo per tutta la partita; una bicicletta con cambio shimano per le prime trenta telefonate. Buoni affari possono farsi anche con il Genoa, specializzata in finti vantaggi seguiti da finte rimonte, anche se l'effetto "rimonta epica" costa un po' di più (c'è poi un sovrapprezzo se si vuole far coronare la rimonta da un gol del bomber decotto, cd. "indennità Toni", perchè altrimenti Dainelli si vergogna di farsi da parte come ieri modello Manolete). Si attende a breve anche l'apertura del negozio Cagliari, finora a mezzo servizio. 
2. E' iniziata la stagione dei pareggi sospetti. Domenica scorsa Chievo e Sampdoria ci hanno regalato una meravigliosa variante del gioco del calcio in cui dal campo sono state espunte le porte. In questa nuova disciplina, molto simile al cricket come regole, le due squadre devono sfidarsi in estenuanti torelli a centrocampo, tentando di inanellare quanti più passaggi possibili in linea orizzontale. I tocchi di prima valgono doppio. Vietato tirare in porta (si rischia di perdere tutti i punti accumulati fino a quel momento). Per evitare tentazioni, le linee delle aree di rigore vengono rivestite con il filo spinato (a sua volta rivestito di calce, per non farlo vedere). I più contenti sono alcuni ignoti scommettitori di Bergamo e di Lecce che hanno indovinato perfino il risultato esatto. Al riguardo, il primo ministro del Malawi, presente sulle tribune del Bentegodi, ha dichiarato che con la mole di scommesse sul segno X in Chievo-Sampdoria si potevano finanziare i prossimi quattro anni di prodotti interni lordi del suo paese; purtroppo però lui ha giocato 1 e quindi non si è neanche ripreso i soldi del viaggio.
3. E' iniziata la stagione degli aiuti di Stato. Questo finale al photofinish tra Milano e Napoli, i due maggiori bacini di utenza di tifosi del nostro paese, sta facendo eccitare le redazioni di tutte le televisioni e i giornali. Agli arbitri è arrivato un ordine ben preciso, utilizzando la voce del defunto Freddie Mercury per non far insospettire le procure che ne tengono sotto controllo i telefoni: the show must go on. Il primo a farne le spese è stato Christian Brocchi, simpatico trottolino del centrocampo della Lazio nonché grande protagonista della vita nottura in riviera, che seppur privo di collo aveva trovato il gol della vita con un bolide dalla distanza. Il secondo, nella stessa partita, è stato Giuseppe Biava, gagliardo difensore biancoceleste nonché sosia del Furher nel tempo libero, che si è visto fischiare contro un rigore e sventolare un cartellino rosso per essersi avvicinato troppo al Matador Cavani.
4. E' iniziata la stagione del Mossad. Provato emotivamente da quanto successo a Napoli l'ambiente biancoceleste vede ormai complotti dappertutto. Il presunto rigore non fischiato ad Asamoah nel finale di Udinese-Roma diventa la prova evidente che il quarto posto è stato già assegnato agli odiati cugini giallorossi, noto potere forte del calcio italiano. Peccato che è proprio grazie a quel rigore non fischiato (rigore peraltro inesistente, essendo assai poco plausibile che la leggera ancata di Perrotta abbia determinato quella caduta così fragorosa del corpulento ghanese) che la Lazio è tornata proprio in corsa per la Champions League. Anche il Friuli è in preda a crisi dietrologiche. Dopo essersi scolato tre bottiglie di ribolla gialla del Collio e aver definito "marpioni" i calciatori della Roma, di cui evidentemente sono note nell'ambiente le capacità amatorie e adulterine, il presidente Pozzo ha dichiarato che si sa come vanno a finire queste cose, per le squadre come l'Udinese a questo punto della stagione è impossibile finire in Champions. Sarebbe anche meglio, aggiungerei io, visto che l'altra volta l'ha fatta giocare a Serse Cosmi....
5. E' iniziata la stagione delle sòle. Dopo il "Bernie Madoff dei Parioli" (copyright Gegen, ancorchè se ne siano appropriati tutti i media italici), è pronto a seguirne le gesta anche il pacioso Tom Di Benedetto, uno che vuole comprarsi una squadra di calcio senza sborsare neanche una lira (e tanto meno farla sborsare ai suoi amici di Kansas City), nè presentare una garanzia. Voci di corridoio parlano di un'offerta a termine degli americani che consiste nella copertura di un anno di spese di gestione; un anno in cui vedere se si riesce a fare lo stadio, altrimenti thank you and goodbye! Lo specchietto delle allodole di Baldini e Sabatini (che come possono venire, è evidente, se ne possono anche andare), con il toto-formazione che impazza nell'etere romano ("ciao so' er Paperella, volevo dì all'ascoltatore prima di me che nun so d'accordo che ce serve Pastore, mejo Neymar") serve a distogliere lo sguardo dalla speculazione che si abbatterà sull'AS Roma non appena Unicredit firmerà l'accordo con Di Benedetto&Company prima, e con un misterioso imprenditore romano poi. Che poi misterioso non lo è più, visto che il gruppo Torregiani-Castellacci-Lande è uscito allo scoperto: saranno loro i soci romani degli americani. L'unica cosa cambierà il nome: da AS Roma a AS Regina Coeli. Rispetto alla gestione Sensi, comunque, è pur sempre un passo avanti.