martedì 29 marzo 2011

Giornalisti sportivi

Braccia rubate all'agricoltura
Un giorno bisognerà farlo un discorso serio sulla categoria dei giornalisti sportivi. Ora voglio solo tirare un sassolino nello stagno. Ho letto ieri sul Corriere della Sera, ovvero il più importante giornale (non sportivo) italiano, un lungo articolo sulla nazionale a firma di Alberto Costa. Costa è una delle penne di punta del giornale di via Solferino, e gode di grandi estimatori tra i lettori (ricordo il mio compagno di stanza in un noto studio legale, un giovane avvocato d'affari che oggi è milionario, ma col cuore tenero quando si tratta di parlare di calcio, nel suo caso rossonero, che mi riportava spesso dei brani di Costa sul Milan, ed entrambi non potevamo che assentire). Alle volte è anche arguto, di piacevole lettura insomma. Ieri parlava della nazionale, ma in realtà il senso dell'articolo era parlare male di Antonio Cassano. Di Cassano e di Pazzini, che con l'Italia non segnano mai, ma soprattutto di Cassano, che -in soldoni- secondo il giornalista ormai l'hanno capito tutti che è un bluff, anche Allegri, che però non lo può dire (mi domando se sia vero anche il contrario, se Cassano cioè si sia accorto che Allegri è un bluff, ma non lo può dire).
Ora, dopo forse vent'anni abbiamo davanti agli occhi una nazionale decente. Lo dico io, che l'ho sempre snobbata (per me la nazionale ha senso se ci giocano giocatori della Roma, per me la partita più bella è stata Italia-Montenegro 2-1 con doppietta di Aquilani e gol di Vucinic). Non mi dilungo su questo. L'Italia gioca bene, è simpatica, ha tocco, eleganza, anche fame, giocatori motivati, un allenatore senza le catene dei procuratori, ti fa venire voglia di non andare al cinema e di sederti sul divano con una birra in mano. Un passo in avanti mica male rispetto all'obbrobbrio sudafricano. E cosa fanno questi giornalisti sportivi, cosa fa questo Alberto Cronos? Si mangia il figlio, affamato -come sempre- di polemica, confusione, zizzania, interessucci privati, inchiostri prezzolati. Non ci sono altre spiegazioni: sui giornali sportivi si parla male di qualcuno o per motivi personali o per motivi prezzolati. A Cassano hanno detto di tutto durante la sua intera carriera; ogni cassanata veniva accolta con il classico birignao moralista; adesso che si comporta bene, da bravo ragazzo, che si allena e non sbuffa, che si fa sostituire e sorride, che si sacrifica per i compagni e corre come un matto, lo crocifiggono. Strano mondo che è questo.
Per poi sponsorizzare Giovinco. Giovinco. Il senso dell'articolo era: Cassano non ha fantasia, non è decisivo, non ha mai dimostrato niente, è un bluff, sentiamo gli esperti che dicono, ecco ne passa uno, è Marco Simone, ciao Marco tu chi metteresti come seconda punta in nazionale, ciao Costa io metterei Giovinco, è molto meglio di Cassano, grazie Marco hai ragione, ciao, viva Giovinco e abbasso Cassano.
Questo è il livello. Ora io non so se i Giovinco di questo mondo sono generosi sotto banco con i Costa di questo mondo, o se i Costa credono davvero in quello che scrivono. Non lo so e non m'interessa. M'interessa denunciare questa categoria squallida, che dà la colpa alla nazionale di Prandelli di essere poco glamour, visto che lo share della partita con la Slovenia è stato troppo basso (come se nel mondo, in questo momento, non sta succedendo di tutto e di più, e magari la famosa gggente ha più paura della guerra santa o della centrale nucleare farlocca che non di una diagonale sbagliata). Scrive Costa che gli italiani (ma che ne sa lui? Ma parla per te) vogliono i grandi nomi in nazionale e non questi carneadi. Sono certo che Costa e i mille suoi simili neanche un anno fa scrivevano il contrario, e cioè che gli italiani erano stufi dei grandi nomi e volevano giocatori veri, giovani, desiderosi di mettersi in mostra. Questo banderuolismo del pensiero mal si concilia con la prosopopea da maitre-a-penser del bar sotto caso che trasuda, tracima dagli articolo di Costa e di molti suoi simili, il problema è che questi si credono tutti dei Brera o dei Mura (personaggi peraltro verso cui non provo nessuna stima, anzi, sono convinto che la colpa primigenia di questa gravità del pensiero calcistico sia la loro) e non si accontentano di fare gli umili cronisti (così come i professori del liceo, come insegna Gegen, non si accontentano di fare gli operatori scolastici), ma devono interpretare le masse, sondare gli umori, interpretare il pensiero, illuminare il proscenio. Peccato che parlano del niente, lo stesso niente che li inghiotterà, molto prima dei canonici quindici minuti di gloria.

giovedì 24 marzo 2011

Aspettando il gol di Ficini (Seconda Parte)

(...)
Attendemmo con diffidenza il momento in cui tutto si sarebbe afflosciato, allora era già infatti vigente da diversi anni la regola dell’”Inverno Selmiano”, dal nome del preparatore atletico della squadra: inizio di stagione promettente, calo pauroso verso la pausa di Dicembre, ritorno alla forma in primavera quando ormai era troppo tardi. Anche mio padre fu però costretto ad attenuare le sue ferali previsioni di retrocessione dopo che alla ripresa del campionato battemmo nettamente il Parma, 2-0 con reti di Raggi e Matteini (dov’è finito, oggi?) Seguì una zuccherosissima serie di vittorie casalinghe che culminò con la partita con la Roma, il 18 Febbraio. Quello non era però un incontro qualunque: poco prima, nel derby siciliano tra Palermo e Catania era stato ucciso nei vergognosi tumulti fuori dallo stadio il poliziotto Raciti. La Federcalcio si fasciò la testa, i politici insorsero contro le norme da loro stessi precedentemente stabilite, l’opinione pubblica si scandalizzò, gli ultras si scandalizzarono di chi si scandalizzava, e Pozzi sparò la palla all’angolino destro su un cross dal fondo. Uno a zero per noi in uno stadio vuoto. La partita era infatti a porte chiuse. Andai a vedere l’incontro in un circolo ARCI, una casa del popolo. Il pubblico presente era comunque simile a quello che solitamente assiepava gli spalti: maggioranza di over 60, baffuti impiegati e ragazzine ultras dal seno piatto.
Ora, non è per abbozzare un finto spaccato sociale per dare un di colore al racconto, ma l’esperienza di spettatore al Castellani rende quasi secondario ciò che accade in campo: i personaggi che io e mio padre abbiamo avuto intorno in quegli anni, e che tuttora ci gravitano attorno, sono uno spettacolo nello spettacolo: il vecchio venditore di gelati che lancia le monetine in aria e le fa sparire dietro le orecchie, il vecchino che passando dalla nostra fila pesta i piedi a tutti col bastone e poi contempla soddisfatto il gioco con la bocca aperta e la bava che cola, “l’omino rozzo”, che non si capacità della scarsità della squadra dato che “...ir carcio gli è un gioò semprice, io ho giòato ner Pagnana da giovane...questi quine dovrebbero andà a gioà a palline!...” C’era poi “The Voice”, dalla voce baritonale talmente potente che una volta – giuro – nonostante il frastuono dello stadio il guardalinee si girò per vedere chi fosse, e altri residui dell’avanspettacolo del dopoguerra.

Che bello scorrere i risultati di quella stagione: “guarda, battemmo il Messina, poi vincemmo a Udine, e poi....” Si giunse all’inverosimile dopo quella vittoria con la Roma, mancavano due mesi alla fine del campionato e quello fu il punto più alto mai toccato dalla società in novanta anni di vita:

Inter p. 63 Roma 49 Palermo 43 Empoli 35

Meglio che un tiro di cocaina, eh? Champions League? O che gl’è sta roba? Niente male per una squadra assemblata con quattro soldi... che annata, tutte le volte che i nostri attaccanti tiravano in porta i palloni finivano in rete, uno spasso... Nella mia testa cominciai a pensare ai modi in cui la mia squadra avrebbe potuto rovinare tutto ciò che era riuscita ad ottenere fino ad allora, ma ne ricavai solo un gran mal di testa.

In verità avevo anche un altro piano da elaborare: come riuscire a superare l’anno scolastico arraffando la sufficienza in matematica. Anche in quel caso mancavano due mesi alla fine, e non ero proprio in una situazione comoda. Diciamo che galleggiavo di poco sopra la zona salvezza. Arrivò il fiorito Marzo, altro derby toscano in casa contro il Livorno. Un sole che spaccava le pietre. Una brutta interrogazione il giorno precedente mi aveva inguaiato. Andammo in vantaggio alla mezz’ora con goal di Pampa Pratali, che di li a pochi mesi ci avrebbe traditi per quattro soldi -con tanto di macchina fatta rimuovere dal Presidente per ripicca- dopo un liscio colossale delle difesa amaranto. Prima della fine del primo tempo, raddoppio di Almiron con una ginocchiata al volo (!) su punizione di Vannucchi. L’incredibile si materializzò però al 58esimo, quando una peregrina scarpata del pastore errante Rezaei entrò in rete. Il terrore calò, e Lucarelli, al novantatreesimo, mise la partita in parità: ho ancora un netto ricordo del capitano amaranto che si arrampica sui cartelloni pubblicitari verso la curva, a braccia alzate, e io che non so cosa fare, colto tra l’amarezza e l’ammirazione per il giocatore che l’aveva provocata. Per fortuna, alcune settimane dopo, arrivò una roboante vittoria contro il derelitto Ascoli, sotterrato per quattro a uno. Ricordo la sgarrupata difesa dei bianconeri: nell’azione del secondo goal di Saudati l’attaccante si liberò di due difensori semplicemente circumnavigandoli, di lì in poi si trovò davanti una Autobahn in discesa che lo portò a tu per tu con il portiere, prima di depositare in rete. Da lì in poi, tra fine aprile e inizio maggio, stentammo nettamente: i nostri avevano finito la benzina e spompati, caracollavano per il campo: nelle quattro partite successive segnammo solo due gol: due perse e due pareggi senza reti. 13 Maggio, quattro giornate alla fine: il mio diario di quell’anno recitava: “Empoli-Catania, studiare i radicali aritmetici, Es. 2-3-4-5 Pagina.56” Per mantenere un certo vantaggio sulla ottava – l’Udinese- dovevamo vincere a tutti i costi: la partita, piuttosto sonnacchiosa, si animò con una fulminea sparatoria in sette minuti: gol di Pozzi, raddoppio di Almiron tre minuti dopo, Spinesi che accorcia immediatamente, a mantenere fino alla fine il suspense di questo incontro, nel caldo stagnante della vallata d’argilla del Valdarno... Il goal di Almiron fu particolarmente bello e tipico del suo stile, una staffilata da lontano, mantenuta rasoterra, col pallone che gira e si insacca a fin di palo, beffando Pantanelli, con quel suo cappello e il broncio da clown di periferia. Tornato a casa, controllai il Televideo: ci sarebbe bastata una vittoria nella penultima partita, in casa con la Reggina, coinvolta nella lotta salvezza, per andare in Europa. Nel mio compito di matematica, l’altra faccia della mia bizzarra “sfida doppia” di quella primavera, strappai un sei e mezzo che mi teneva in gioco fino all’ultima giornata, anche in quel caso. La partita con la Reggina, come molte di quel campionato, si giocò ancora in un caldo torrido: entrammo nello stadio dalla nostra solita entrata, con i vecchini che ricordavano di avere visto giocare gli azzurri contro avversari come la Carbosarda, l’Astrea, le Signe, il Brescello; e non potevano credere ai loro occhi nel vederci in lotta per l’Uefa. Scherzai timidamente con mio “babbo” sull’eventualità, tutt’altro che remota, che la società potesse aver venduto la partita alla Reggina, per lucrare su questa storica occasione. L’incontro iniziò tra diffidenza e l’entusiasmo. I giocatori non proiettavano ombre sul prato che aveva assunto una colorazione giallo paglia, così come le guance di chi mi sedeva a fianco. Al nono minuto Vannucchi prese la palla a venticinque metri dalla porta, tutto spostato sulla sinistra, cioè sotto di noi: senza alzare la testa da terra tirò un gran sinistro a giro che colpì il palo opposto ed entrò in rete, tra il visibilio generale: certa gente urlava, i bambini tiravano patatine, altri palpeggiavano a caso, e tutti noi scattammo in piedi.

L’autore del gol venne sotto la Maratona ad esultare: proprio lui, che stava mimando con la bandierina una canna da pesca, alludendo alla sua occupazione preferita (il calcio è solo un hobby- dove lo trovate in Serie A un altro così?- ). Una decina di minuti dopo raddoppiammo con un gol dalla stessa posizione, un pallone calciato in porta da Moro, in uno scriteriato tentativo di sgrezzarsi tecnicamente, noncurante delle proprie limitatezze: primo gol stagionale per il falegname azzurro. Un minuto più tardi, il campo sembrava in discesa come un flipper, e la pallina metallica passò da un lato all’altro: Tosto, Moro...bang! contro il magnete! rimbalzo contro Vannucchi, sgroppata, in profondità per Buscè, la pallina scende... allora una sapiente mano diede la vibrazione giusta al tavolo, la pallina deviò, Saudati la mise dentro da pochi passi... Tre a zero, bonus! Insert coin Reggina. Si andò al riposo. E riposammo increduli. E riposammo ancora. Ed ancora. Ma quanto dura questo intervallo? Per più di venti minuti tra il primo e il secondo tempo, le squadre rimasero negli spogliatoi. Al momento di rientrare, i due allenatori, Cagni e Mazzarri, si mandarono ripetutamente a quel paese.

Nel secondo tempo la partita cambiò nettamente, con la Reggina che dopo sette minuti segnò il 3-1 con Vigiani... ah ah...beh, stiamo tranquilli, non facciamo scherzi ragazzi eh eh, non sul più bello! Dopo quattro minuti Amoruso, giocatore che fino a pochi secondi prima avevo stimato, ebbe la sfrontatezza di segnare il secondo gol. Scese su di noi la più cupa disperazione. Il nostro vicino di posto rimase con la cannuccia a penzoloni per mezz’ora, non accorgendosi nella tensione che la sua aranciata nella bottiglia aveva un livello così basso che il pescaggio non poteva avvenire. Mio babbo sudava producendo una sostanza rossa. L’anziano che ci passava sempre sui piedi per prendere posto vicino a noi aveva ripreso il suo solito tic alla mandibola. Il resto l’ho rimosso, ricordo solo che a dieci-dodici minuti dalla fine ci fu un rigore per gli avversari e il solito Amoruso la sbatté dentro. Cosa stava succedendo? Non passavamo più la metà campo. Saremo andati lo stesso in Uefa? Avremmo preso un altro gol? Avevamo venduto la partita? O ci era semplicemente sfuggita di mano? Cosa era successo negli spogliatoi? Gli ultimi dieci minuti passarono con un catenaccio da trincea carsica, tra il mutismo degli spettatori attoniti. Ad ogni sostituzione della Reggina, il nome del calciatore che entrava in campo aveva un suono aspro, pieno di consonanti forti, minaccioso. Come se proprio lui dovesse segnarci e uccidere il nostro sogno con una sacrilega scarpata. Vi è mai capitato di sentire la stessa cosa in certe occasioni? Saremmo stati molto più tranquilli se avessimo saputo che razza di bidone era Nardini, come avremmo scoperto alcuni anni più tardi, quando costui venne a giocare ad Empoli... Il quarto uomo mostrò il recupero, che passò senza molti sussulti... Buscè prese palla, la alzò, sparò un campanile in aria, e prima che la palla toccasse terra.... finita! Era finita! La luce si era accesa e i mostri se ne tornarono nell’armadio.

I giocatori, fino a pochi istanti prima serrati e chiusi in pochi metri, si aprirono formando un vuoto intorno al pallone, festeggiando, applaudendo e infine ingroppandosi gioiosamente a vicenda nel sollievo collettivo. Volavano borracce. Vennero sotto di noi, cantando ed esultando, comparve una bandiera europea... L’allenatore Cagni volava lanciato in aria dai propri giocatori, che ebbero anche il buon gusto di riprenderlo prima che si fracassasse a terra. Ad agitare la bandiera europea c’era anche un giocatore basso, coi capelli corti e castani, dall’aria trasognata: era entrato a venti minuti dalla fine e non si era notato molto... Io lo conoscevo, quello... era il calciatore che avevo incontrato il giorno prima al pianerottolo dopo la lezione di matematica. Dopo la mia ora di recupero a casa della professoressa avevo notato il cognome “Ficini” sul citofono al piano di sotto, ed uscendo me l’ero trovato davanti, scambiandoci una veloce battuta. Aveva terminato con quei venti minuti di gloria europea la sua picaresca carriera nell’Empoli, cominciata quando io dovevo ancora nascere. Il giorno dopo ci fu l’ultimo compito di matematica, strappai una sufficienza e venni promosso.

(fine)

lunedì 21 marzo 2011

Aspettando il gol di Ficini (Prima Parte)

Seguo le alterne vicende di una squadra di campagna da 15 anni. Ne avevo infatti sette quando il padre di un mio amico, carabiniere e quindi avente diritto ad alcuni biglietti gratis, mi portò ad assistere alla partita di serie B tra Empoli e Lecce. Il mio esordio non fu un granchè, dato che la mia squadra subì subito una rete da tale Casale (chissà se anche lui ci ripensa, ogni tanto, da dietro il bancone di quel bar di paese che tutti i vecchi giocatori di B prima o poi aprono). Tuttavia, bastò poco e pareggiammocon un rigore: il mio primo goal, segnato da Carmine Esposito, una punta il cui scatto fulmineo era uguagliato soltanto dalla sua, innegabile, bruttezza fisica. Scesi, vinto dall’euforia più completa sei o sette gradoni della tribuna, o almeno così ricordo, gridando di gioia, e ho ancora impressa in me l’immagine di me che faccio il tragitto inverso verso l’alto, scoprendo nelle facce della famiglia che mi ospitava quel pomeriggio che nessuno di loro nutriva lo stesso entusiasmo per ciò che stava accadendo. La partità comunque terminò così, uno ad uno.
Avrei comunque scoperto l’Empoli se quel pomeriggio avessimo avuto qualcos’altro da fare? Una serata al circo? Una visita al luna park? Un pomeriggio a pescare? Comunque non sapevo pescare e non mi piacevano il circo il luna park, ed era quindi evidente che, abitando in una cittadina dalle limitate alternative come Empoli, i fili del mio tempo libero si sarebbero intrecciati ed impigliati alle reti esterne del Castellani, per rimanervi abbarbicate per anni: era un legame solido di protezione e frustrazione, rassicurante paranoia e divertimento. Stranamente prima di quell’età non ero ancora stato instradato verso il calcio da mio padre: fu infatti solo dopo quella partita interna col Lecce che i miei cominciarono a foraggiarmi di figurine dei calciatori, palloni, maglie da calcio eccetera: evidentemente mio padre era ben contento che avessi la passione del calcio, forse anche per non essere costretto a vedersi le modeste gesta di gente come Baldini, Bianconi e Melis da solo; ma a quanto pare non voleva avere la responsabilità originaria di avermi introdotto a quel mondo, e dopo la partita col Lecce si deve essere sentito molto sollevato. Allora non ne ero ancora cosciente, ma in città stava succedendo qualcosa. La squadra, che dopo due solitari campionati di A risalenti all’epoca degli Europe e degli Wham! si era ripiegata in stessa e nella propria intrinseca provincialità, sprofondando nel giro di due stagioni nell’anonimato della serie C, dove aveva languito per gran parte della sua esistenza fino ad allora. L’anno 1995-96, però, vide la promozione in B sotto le direttive di un allenatore giovane, promettente, ma soprattutto del luogo: Luciano Spalletti, già ad Empoli come calciatore.
L’anno successivo la formazione rimase pressochè invariata, e quel giorno contro il Lecce erano presenti in campo gente come Martusciello, Cappellini e Esposito, ovvero ottimi e sottovalutati professionisti di categoria, calciatori nati e cresciuti nel club (“Leggenda” Balli, “TagliaerbaFicini e Bianconi), gente che sembrava capitata lì per caso, ma nel dubbio tirava calcioni a destra e a manca (Cozzi, Tricarico), giovani molto promettenti prima che si spezzassero (Dal Moro), insospettabili futuri juventini in incognito (Birindelli) e, appunto, futuri baristi di paese (Guarino, oggi barman di talento nel centro di Empoli).
Questa combriccola di sgraziati (scritto staccato) marpioni della C e di ruspanti calciatori rurali, in qualche modo, si trovò nelle ultime giornate a dover combattere per la promozione in Serie A, che sarebbe stata la seconda in due anni di fila. Nel frattempo ero andato a vedere un altra manciata di partite quella primavera, di cui ho ricordi vaghi: ricordo di non aver mai perso e ricordo, all’uscita dallo stadio dopo Empoli Reggina 1-0, di aver invidiato un bambino con la sciarpa amaranto, perchè lui “aveva perso, mentre io avevo vinto solo uno a zero”. Devo riconoscere che riguardo al calcio avevo gusti piuttosto esigenti, per un bambino che a pranzo si accontentava di pasta in bianco.
Comunque, le cose sembravano andar bene e si arrivò all’ultima giornata, in trasferta a Cremona, dove avremmo dovuto vincere per essere sicuri di andare in A. Come spesso accade a Empoli, e come credo in qualche senso sia intrinseco nel DNA della città e dei suoi abitanti, era stato organizzato qualcosa di grande, ed era tutto fallito miseramente. Ce la caviamo meglio con le cose semplici, in effetti. Era stato infatti prevista l’installazione di un maxischermo (così recitavano i manifesti stampati per l’occasione) grazie al quale i tifosi avrebbero potuto seguire la partita. Incidentalmente però, il fantomatico maxischermo non si materializzò mai e ho solo un vago ricordo, sbiadito dal passare degli anni e dall’abbagliante chiarore di quel pomeriggio, di un goal annullato e, poco dopo, di un pallone che lentamente rotola in porta, intravisto tra centinaia di spalle davanti a me. Eravamo in Serie A? Pareva dunque di si.
Da lì cominciò l’esaltante e precaria esistenza decennale tra Serie A e B, tra prestazioni destinate a rimanere nella storia e disfatte incredibili e meschine, che invece saranno auspicabilmente cancellate da un infinito e salutare oblio. Andavamo e giù quasi ogni stagione, in modo abbastanza prevedibile, con la maledizione del secondo anno: fino ad allora l’Empoli era salito in tre periodi diversi in A: si era salvato nella prima stagione ma nella seconda era sempre retrocesso, spesso già a Santo Stefano. Nel frattempo la società aveva lanciato giocatori importanti come Di Natale, Maccarone, Marchionni, Rocchi, Bresciano, Cribari (tutti parte dell’Empoli sfavillante della promozione 2001-02) Così, dopo che nel 2005/06 gli azzurri si erano salvati senza patemi e praticando un discreto gioco, si aspettava la stagione seguente, il 2006/07, per vedere se il tabù della seconda stagione fosse stato finalmente sconfitto. A dire la verità, in quell’annata successero cose strane che culminarono nel famoso processo Calciopoli, dal cui gioioso tritacarne uscì, interurbana per interurbana, tutto il macilento marciume dei colonnelli Moggi-Giraudo: vennero inoltre penalizzate altre squadre. A luglio però l’Italia vinse i Mondiali di calcio e la vittoria fu vista da tutti come il trionfo dell’Italianità che si riscattava nel mondo, come l’Italia che risorgeva dalle macerie della corruzione, come la redenzione di una classe eccetera eccetera, l’allenatore Lippi, fino ad allora indagato nel processo Calciopoli, fu incensato, i calciatori adorati, i disonesti portati in trionfo, Cannavaro fu nominato Presidente Della Repubblica, Camoranesi glorificato in terra per grazia divina e l’onore italiano venne salvato di nuovo. Ah, potenza dei rigori calciati sulla traversa!
Tornando alla nostra realtà di campagna, alla fine di quel campionato, la classifica ritoccata dopo le decisioni del tribunale vedeva, all’ottavo posto l’Empoli con 45 punti. Saremmo potuti andare in Coppa Uefa, risultato a cui neanche il più brillo avventore del famoso Bar Viti avrebbe mai osato aspirare, eppure ciò non accadde: la società infatti non aveva pensato di versare, ad inizio stagione, la tassa UEFA che fungeva da quota di iscrizione nel caso di qualificazione alle coppe. Con questo rimpianto, e con gli ammonimenti di mio padre che prevedeva una ingloriosa retrocessione, il fallimento della società e lo sfascio dell’intera civiltà occidentale, gli sportivi attendevano l’inizio della stagione 2006-07. Pessimismo che comunque era diffuso nell’ambiente: era stato appena ceduto il goleador Tavano (geniale il presidente Corsi ad appiopparlo al Valencia, dove ancora oggi costituisce il prototipo del “Bidone”) e a rimpiazzarlo vennero presi Nicola Pozzi e Saudati, vecchia conoscenza empolese (al suo terzo ritorno in città). Per il resto, con l’eccezione di giovani di buone speranze come Almiron, Marzoratti e Lucchini, la rosa si basava su bandiere rimaste fedeli ai colori azzurri (Balli, Buscè, Vannucchi, Pratali, Ficini...) Quest’ultimo, un mito. Scordatevi che nel calcio si entri nella storia di un club solo con le giocate e i goal: Fabrizio Ficini, centrocampista, 331 presenze da professionista, dodici stagioni in azzurro: nessuna rete. Una leggenda.
In panchina, l’esperto Gigi Cagni, onesto timoniere di squadre di provincia. In quella stagione accaddero cose che andarono oltre ai deliri che fino ad allora avevo immaginato potessero essere causati solo da un pazzo che introduceva LSD nelle tubature dell’acquedotto. Dietro la mia intenzione di mettere per iscritto i fatti accaduti quell’anno vi è anche in qualche modo il tentativo inconscio di verificarne la veridicità, come se mettendo per iscritto tutto questo, riuscissi a raggiungere una certa sicurezza del fatto che ciò sia successo veramente.
Il campionato partì il 10 settembre con una partita a Marassi, campo storicamente a noi avverso. Passai alcuni minuti a chiedermi se il risultato comunicato dall’altoparlante della Coop nella quale mi trovavo potesse essere errato, ma una volta arrivato a casa un’occhiata sul Televideo mi confortò: vittoria in trasferta per 2-1, reti di Cavallino Buscè e Saudati. Per le prime quattro giornate rimanemmo imbattuti, record assoluto in Serie A per la società. Al Castellani cadde il Palermo sotto le bordate di Saudati e Almiron. Ci trovammo secondi in campionato, e pensammo che sarebbero stati punti comodi in chiave-salvezza.
A questo punto noto con rammarico che il calendario di quell’anno non fornì un occasione come quella che ebbe mio zio negli anni Ottanta, quando un Empoli al debutto in Serie A a punteggio pieno dopo due giornate, affrontò la Juventus in casa... e i nostri tifosi ebbero l’occasione irripetibile di cantare ai titolati bianconeri “salutate la capolista!” Ma, ora che ci penso, nel 2006-07 la Juventus era in Serie B, quindi mi accontento volentieri di ciò che è stato. Seguirono due sconfitte, seppur di misura, con Roma e Fiorentina. Per il Derby del Valdarno, invitammo un amico di famiglia, tifoso della Fiorentina, in tribuna con noi. Tutto questo è ancora possibile in quella che, senza timore di di suonare troppo indulgente o retorico, definirei un’isola felice del calcio italiano: al Castellani non si sono mai verificati episodi di violenza e anche in maratona sono abbastanza benaccetti i tifosi di altre squadre, sempre che non esagerino... allora inoltre lo stadio era molto più pieno di adesso.
Ora, sarei tuttavia un gran bugiardo se dicessi che il Derby del Valdarno è sentitissimo, e morirei dalla voglia di accostarlo al Lanterna, o all’Old Firm, o al Madunina, basterebbe anche all’Old Farm... ma in cuor mio so che non è così. In realtà non c’è grande rivalità, e i pochi ultras che considerano questa partita un gran derby sono tutti schierati dalla nostra parte. L’Empoli non è mai stato in reale competizione coi Viola, che d’altro canto non ci guardano neanche di striscio. Di quella partita ricordo essenzialmente il geniale striscione viola “Ma lo stadio l’avete preso all’IKEA?”, che in effetti mette in luce la natura un precaria del catino del Castellani. D’altro canto non riesco a rimuovere dalla testa il goal maledettamente casuale che permise alla Fiorentina di superarci due a uno: un rimbalzo fortuito sulla testa di Toni che permise all’attaccante di trovarsi davanti al portiere. Queste due sconfitte ci riportarono sulla terra. Ma noi sulla terra ci siamo sempre stati, a forza di coltivare baccelli, carciofi e filari d’uva... e così trovammo l’energia e la combattività per inanellare una serie di sette partite senza sconfitte tra Ottobre e Dicembre. In queste partite ci furono cinque pareggi, e ciò rende l’idea di che squadra fosse l’Empoli di quegli anni: era come se gli azzurri, inconsapevolmente, racchiudessero in tutte le caratteristiche delle formazioni empolesi che avevo visto in quei dieci anni: squadra operaia, scorbutica, atletica, coraggiosa e votata a veloci contropiede, animati da qualche colpo di genio di Vannucchi, Buscè o Almiron. Seguì un periodo di lieve annebbiamento, nel quale tra l’altro fummo derubati a Torino, guardacaso nel centenario del club padrone di casa, dove una rete di Marianini entrata di mezzo metro non venne convalidata. Tuttavia, come già detto fu un campionato molto strano, e anche quando perdevamo, le nostre dirette concorrenti per la salvezza perdevano anch’esse, per cui a Dicembre, arrivata la sosta natalizia, rimanevamo in quartieri piuttosto alti.
(continua)

lunedì 14 marzo 2011

LIBERTADORES 2011 - Fase de Grupos

Giro di boa per quanto riguarda i Gruppi della Copa 2011. Non sono di certo mancate le sorprese.
Grupo 1
Guida la Libertad (PAR) a quota 7 punti grazie al roboante 5 a 1 rifilato all'Universidad de San Martin (PER), che era al comando con 6 fino alla settimana scorsa. Oruè e Maciel assoluti protagonisti dopo il provvisorio vantaggio peruviano siglato da Alemanno. Sicuramente non priva di sbavature la partita di Ricardo Farro, portiere dell'Universidad. Da rivedere anche l'allineamento della linea di difesa. Finisce 1 a 1 invece lo scontro tra San Luis (MEX) e Once (COL), ormai lontane dalla corsa alla fase finale (l'Once ha due punti mentre il San Luis solamente 1).
Grupo 2
Sei gol subiti a fronte di un solo gol segnato rendono inevitabile l'ultimo posto -a 0 punti- dell'Oriente Petrolero (BOL). A punteggio pieno, invece, il sorprendente Junior (COL), che riesce ad ottenere i tre punti anche contro il favoritissimo Gremio (BRA). Brasiliani avanti con un gran gol di Borges. Pareggia un tiro di Hernandez e al 74' John Viafarà, uno che è passato da Southampton, regala un balletto da incorniciare agli spalti del Metropolitano. Sarà decisivo il prossimo scontro tra Gremio (6 punti) e Huanuco (PER) (3 punti). In caso di sconfitta, i peruviani dovranno con ogni probabilità salutare la competizione.
Grupo 3
Incredibile come la Fluminense (BRA) non riesca a trovare la continuità giusta in quest'edizione della Copa. Aveva steccato all'esordio (2 a 2 con l'Argentinos (ARG)), aveva deluso in casa con il Nacional (0 a 0) ed è cascata a Città del Messico contro il Club America (MEX). Grande la palla di Montenegro per Marquez per il gol che ha deciso l'incontro. E intanto l'Argentinos approfitta delle amnesie dei brasiliani. Molto bello il gol di Prette al Club America (3 a 1 il finale).
Grupo 4
Forse il girone fino ad ora più equilibrato assieme all'ottavo. In vetta il Caracas (VEN), che a Santiago ha letteralmente preso a pallonate l'Universidad Catolica (CHI). A seguire a quota 4 punti proprio i cileni assieme all'Union Espanola (CHI). Con due rocamboleschi gol gli "spagnoli" hanno inguaiato il Velez (ARG), ora fanalino di coda e con il calendario peggiore (andrà sia a far visita alla Catolica sia all'Olimpico di Caracas).

Grupo 5
Mai e poi mai avrei pensato che il Santos (BRA) di Neymar potesse avere difficoltà nella fase a gironi. E invece, dopo aver steccato la prima, i brasiliani tentennano in casa contro il Cerro Porteno (PAR). Al rigore di Elano risponde, sempre su penalty, Roberto Nanni. Ne approfitta il Colo-Colo (CHI) grazie alle 4 reti rifilate al Tachira (VEN) a domicilio in una partita che, almeno a giudicare dalla sintesi, sembra giocata per caso.
Grupo 6
Il sogno dei Giaguari non è infranto. Le 4 sberle incassate a Porto Alegre sono un lontano ricordo grazie alla bella vittoria contro l'Emelec (ECU) (Torres su rigore e Salazar di rapina). Gruppo quindi combattutissimo con i messicani a 6 punti e l'Internacional (BRA) di Mario Bolatti e l'Emelec a 4. Chiude il Wilstermann (BOL): il club di Cochabamba -città, ricordiamo, famosa per la Guerra del Agua,la Ley 2029 e la Bechtel- subisce pochi gol (solo 3) ma non riesce a segnarne.

Grupo 7
Cruzeiro (BRA) ed Estudiantes (ARG) spadroneggiano. I brasiliani sono in testa con 7 punti, 9 gol fatti e nessuno subito. Gli argentini, archiviato il 5 a 0 alle Sette Lagune, hanno spazzato via sia Guaranì (PAR) che Deportes Tolima (COL) (a voi giudicare se un portiere può gestire in questa maniera una punizione avversaria). Bella la lotta in cima alla classifica marcatori tra Wallyson del Cruzeiro e Nanni del Cerro Porteno (Grupo 5).
Grupo 8
Sicuramente il gruppo più combattuto. Mettiamo ordine: in testa il Godoy Cruz (ARG), che ha vinto sia contro l'LDU (ECU) sia contro l'Independiente (ARG) ma è cascato in casa per mano del magistrale contropiede del Penarol (URU). Gli uruguayani hanno vinto anche contro l'LDU ma perso male contro l'Independiente, che però ha regalato tre punti importanti all'LDU (tutti e tre i gol della squadra di Quito sono bellissimi).Assolutamente impossibile fare pronostici. E' certo che la maglia blu del Godoy Cruz e la gialla e nera del penarol sono le mie preferite.

domenica 13 marzo 2011

Questione di laser

Meglio che dall'oculista


E' incredibile il calcio, è incredibile la vita! A differenza di una partita del Barcellona o dell'esistenza di qualche ricco possidente di famiglia, l'imprevedibile è sempre dietro l'angolo. Quando sembra che il fondo non abbia un limite, che le cose possono solo andare peggio, che in una partita raccogli tutte le umiliazioni che umanamente si possono sopportare in novanta minuti (mi riferisco alla sconfitta della Roma a Donetsk: gol ridicolo al primo tiro in porta, rigore sbagliato un secondo dopo, espulsione da bullo de periferia dello stopper, nervi saltati senza pudore, tre pappine e cotillon), ecco invece solo cinque giorni dopo la sensazione che il paradiso può essere toccato, che le cose possono solo andare meglio, che in una partita si possono provare tutte le godurie che umanamente si possono apprezzare in novanta minuti. Mi dispiace per i laziali, per i quali le mie parole saranno come sale sulle ferite, ma non ne faccio una questione personale, non l'ho mai fatta (mi piace vincere il derby, piango quando Castroman segna, ma finisce tutto lì, i tramezzini dell'Euclide prima me li mangio comunque - voglio dire, panta rei).
E così, quando sono tornato a casa, pensavo di aver toccato il colmo di soddisfazione. Una partita giocata alla grande dalla Roma, senza mai soffrire, con una difesa attenta e due terzini (l'enorme Burdisso e Riise modello Aronica) meravigliosi, così diversamente da tutte le altre partite di quest'annata infame e soprattutto dagli ultimi tre-quattro anni di derby, in cui spesso si è vinto ma, non mi costa nulla ammetterlo, spesso giocando peggio degli avversari (pur essendo qualitativamente assai superiori).
Un'atmosfera allo stadio da veri lupi, con la pioggia a catinelle che non ha mai smesso di bagnarci (grazie all'ottima copertura del 1990 dello Stadio Olimpico, davvero una bomba, un k-way architettonico, complimenti! Ha ragione l'Uefa, il nostro è uno stadio a cinque stelle), e che per una sorta di transfer atmosferico ci ha catapultato in campo, con i capelli bagnati e le gambe infreddolite, come se dovessimo saltare noi ai calci d'angolo.
Un'ultima grande epifania del Capitano, tanto criticato quest'anno (anche da me), ma che si meritava di dare ai suoi compagni e a tutti i tifosi l'ennesima dimostrazione della sua classe senza eguali, in Italia, negli ultimi quindici anni. Una prestazione sontuosa, impreziosita dagli ultimi venti minuti di gol e genialità.
La prevedibile reazione emotiva, e soprattutto nervosa, degli avversari, che non hanno saputo controllare la frustrazione di essere nuovamente ridimensionati proprio dai cugini, e proprio dai cugini all'ultima spiaggia. 
L'ineguagliabile follia di Radu. La contagiosa inutilità di Zarate (uno che a ogni derby si permette di fare a pugni verbali con Totti. Giusto). La gustosa espulsione di Ledesma. L'immaginabile rosicatura di Rocchi (quello che "se Totti non gioca è uno svantaggio").
Lo spasso di poter addirittura considerare l'ingresso in campo dell'anti-giocatore Simplicio come una "mossa azzeccata".
Il gusto di camminare gongolanti fino a Piazza Mancini e trovare sorprendentemente aperto (di domenica!) il forno all'angolo, e riempirci lo stomaco di pizza ai fiori di zucca e alici.
La radio ascoltata in macchina in cui anche un signore come Reja perde le staffe con Mauro e si confessa "incazzato".
E così, come dicevo, tornato a casa, pensavo che nulla potesse aumentare la mia soddisfazione. E invece accendo la televisione e mi ritrovo davanti il bel faccione di Lotito che invece di prendere atto del fallimento della sua squadra (un derby perso ci può stare, due è un caso, tre è sfiga, quattro c'è qualcosa che non va, cinque è un fallimento, sei...) cosa fa? Se la prende col laser!
Il laser.
L.A.S.E.R.
Quello che usano gli oculisti per curare dalla miopia; quello che usano a Star Wars per uccidersi; quello che usano i tifosi più ignoranti per prendersi i loro tre secondi di notorietà, magari proiettandolo negli occhi del portiere avversario durante il derby, quando deve parare una punizione. 
Grazie Lotito, non potevo chiedere niente di più a questa giornata meravigliosa!

giovedì 10 marzo 2011

Hai mai visto il funerale di un cinese?

Il nostro concetto di Asia sorge con un piatto di pollo alle mandorle e tramonta dietro ad una porzione di sashimi. Nel mezzo,qualche categoria del porno streaming,ovviamente tutto ciò che concerne l'elettronica e qualche automobile... punto. Sono grato ai ristoranti cinesi,in gioventù svoltavano la serata se una sera portavi a cena una ragazza con un budget ridicolo te la cavavi alla grande con 15 milalire,senza ovviamente per carità del signore,commettere l'errore di ingurgitare i ravioli al vapore,non perché siano cattivi o perché siano malsani(tutto il cibo del ristorante cinese lo è compresa la Ferrarelle in bottiglia)ma perché il raviolo al vapore è l'alimento più indigesto della gastronomia mondiale,capace di ritornare su con prepotenza anche dopo 4 giorni,figuriamoci in serata magari durante un momento romantico. Il mio amore per l'Asia finisce qui,in un ristorante cinese con l 'acquario con tre pesci rossi(uno sicuramente con una vistosa macchia bianca o nera che da quel tocco di squallore in più)per il resto,non me ne frega nulla: niente idee di viaggio,niente passione per la cultura o l'arte asiatica e tantomeno nessuna fantasia sulle donne(le orientali gnocche sono solo nei film porno...se vi fate un giro a via Condotti potrete notare come tutte le giapponesi abbiano un viso che ricorda un telefunken). Il calcio asiatico non è che mi abbia entusiasmato più di tanto, tranne qualche eccezione,tipo l'Arabia Saudita del 1994,squadra splendida con un portiere fantastico come Mohammed Al Deayea(la reattività fatta persona) e l'eterna promessa Sami Al Jaber,senza contare la strabilliante cavalcata stile pibe de oro del signor Saeed El Owairan(con tanto di 10 sulle spalle) contro il Belgio,goal non solo splendido(per la FIFA è il sesto goal più bello della storia dei mondiali) ma anche decisivo per il passaggio del turno. Bello anche l'Iran 1998,non tanto per la prestazione ma più per la commovente vittoria contro gli infedeli(leggi USA)e anche per determinati nomi in campo come Alì Daei e Mahdavikia. Sorvolo ovviamente sulla Corea 2002 una truffa palese in stile signora Livoli a telemike. In mezzo, qualche scampolo di Giappone,forse l'unica asiatica realmente in crescita. Con queste premesse avvicinarsi alla coppa d'Asia non è il massimo. In Italia esclusi Nakata e Nakamura abbiamo sempre deriso i giocatori asiatici,sin dai tempi di Miura un uomo con un concetto tutto suo della regola del fuorigioco,passando per Nanami,Rezaei,Yanagisawa quel gran genio di Ma Mingyu(sempre ammesso che quello sbarcato a Perugia fosse lui e non suo fratello come si narra)per chiudere con l'onestissimo Morimoto divertente non tanto per il suo modo di stare in campo(giocatore discreto) quanto per la sua somiglianza con l'alieno di Roswell. A torneo già iniziato scopro che Eurosport(canale per me SACRO visto che trasmette la coppa d'Africa) manda in onda tutte le partite,quindi il mio primo vero approccio avviene con la seconda giornata del gruppo A,dopo aver visto soltanto gli Highlights di Uzbekistan-Kuwait(notevole il secondo goal uzbeko)armato di ottima pazienza mi accingo a seguire i padroni di casa del Qatar contro la Cina. La comincio a guardare più per missione che per interesse,sinceramente leggendo le formazioni mi sembra alquanto improbabile veder arrivare anche un solo pallone in porta,mi metto dunque a telefonare buttando un occhio stanco al televisore, dovrò aspettare solo 26 minuti,tale Ahmed controlla in palleggio e tira al volo di destro sotto l'incrocio,comincia a battermi il cuore è ufficiale mi sto innamorando. La partita finirà 2 a 0 con doppietta personale proprio di Ahmed. Da quel giorno si accende la passione,vengo a scoprire l'esistenza di un altro mondo,sapere che c'è del calcio degno di tale nome in Asia è come venire a scoprire che c'è vita su Marte. Benché ci sia meno Folklore della competizione africana,anche qui non mancano scene degne di nota. In Giappone Siria,aldilà del clamoroso rigore assegnato alla squadra araba(dopo il vantaggio di Hasebe)è quantomeno curiosa la reazione di un panchinaro siriano che piange singhiozzando durante l'esecuzione del penalty,trasformato dal numero 10 Al-Kathib uno con la classica faccia che guardi storto in aeroporto,anche se da questo punto di vista non posso parlare a giudicare dalle perquisizioni anche intime che mi fanno dato il mio aspetto non propriamente da cerbiatto. per la cronaca il Giappone vincerà 2 a 1 in 10,grazie ad un altro calcio di rigore. Semplicemente fantastica l'India. Non mi capacito di come in un paese che conta un miliardo di abitanti,non si riesca a trovare almeno un portiere. In 3 partite la squadra indiana porta a casa 13 goal,certo ,a parziale scusante va detto che l'India è stata inserita in un girone di ferro con due favorite(Australia e Sud Corea) e un outsider(Bahrain reduce da uno spareggio mondiale). Curiosa la qualificazione indiana alla competizione,avvenuta nl 2008 attraverso la AFC Challenge cup,un campionato dedicato alle nazionali asiatiche emergenti,vinto in finale contro il temibile Tagikistan (campione in carica). Da varie fonti via internet vengo inoltre a sapere che la nazionale indiana rinunciò(nonostante la vittoria alle qualificazioni) al mondiale del 1950,perché la Fifa imponeva l'uso di scarpini(che pretese!)mentre i giocatori indiani erano abituati a giocare scalzi,il che non può che aumentare la mia stima nei riguardi di questa squadra. I gironi si chiudono senza troppe sorprese,tolta l'eliminazione dell'Arabia Saudita , la lieta riconferma dei campioni in carica iracheni e un sorprendente Uzbekistan che chiude in testa al suo gruppo. Dai quarti il torneo diventa decisamente più serio. L'Uzbekistan si sbarazza della Giordania con una doppietta di Bakaev(calciatore che milita nel campionato Kazako). Il Giappone passa in svantaggio due volte contro il Qatar ma grazie ad una prestazione maiuscola di Kagawa si qualifica allo scadere eliminando i padroni di casa,nei quale è il caso di sottolinearlo, gioca una vecchia conoscenza del calcio italiano ovvero Fabio Cesar Montezine(sicuramente lo ricordano a Napoli)brasiliano ma con passaporto qatariota. La Corea del Sud elimina ai supplementari un caparbio Iran mentre l'Iraq cade a 2 minuti dai calci di rigore sotto i colpi di uno spietato Kewell. L'Iraq campione in carica esce ai quarti dopo un buon torneo,in realtà la vittoria del 2007 sembra meno fasulla osservando questo torneo. Ho sempre avuto l'impressione che la scorsa competizione fosse una farsa,una messa in scena,come quando un adulto fa vincere a braccio di ferro un bambino. La nazione devastata dalla guerra che trova la rivalsa nel calcio,davvero da romanzo o da copione Hollywoodiano(a tal proposito...va ricordato che Hollywood ha dedicato un film al Braccio di ferro scusate ma non potevo non citare Over the top),fatto sta che stando a questa competizione l'Iraq sembra possa giocare a pallone con discreti risultati. In semifinale troviamo quindi le tre favorite,da una parte il duello all'ultimo sangue tra Corea e Giappone da un altra la sorpresa Uzbekistan e l'Australia. Mi chiedo seriamente chi abbia deciso che l'Australia debba giocare in Asia. Non credo che fisicamente e tradizionalmente un australiano abbia a che fare con un qualsivoglia asiatico,sarebbe come far disputare all'Islanda la coppa d'Africa,fosse per me porterei in Europa la nazionale australiana. Tra Corea e Giappone è totale massacro,una partita emozionantissima(decisamente il più bel match del torneo) decisa ai calci di rigore. Vantaggio coreano su calcio di rigore,pareggio di Maeda su assist di Nagatomo e successivo vantaggio di Hosogai sulla ribattuta del rigore parato ad Honda,a 4 secondi dal termine la beffa per il Giappone che prende goal in mischia Da Hwang Jae Won. I rigori termineranno con un 3 a 0 secco per la nazionale allenata da zaccheroni con ben due parate di Eiji Kawashima(giocatore del Lierse) che da inizio al suo show che proseguirà in finale. In questa partita il Giappone(e di conseguenza il Borussia Dortmund)perde Kagawa per il resto della stagione per via di un infortunio al piede. L'altra semifinale è un massacro. L'Australia vince di misura 6 a 0 contro l'Uzbekistan che fino a questo momento aveva ben impressionato(splendido il sesto goal) e si aggiudica la finale. Nella finalina ci sarà un riscatto uzbeko visto che perderà di misura(3 a 2) contro la Corea,questa sarà l'ultima partita con la maglietta della nazionale di Park Ji Sung. Un pezzo di Uzbekistan sarà comunque in finale. Ad arbitrare infatti sarà il miglior arbitro emergente del panorama internazionale,vale a dire l'uzbeko Ravshan Irmatov classe 1977 e internazionale dalla tenera età di 26 anni. Ha arbitrato senza sbavature la gara di apertura del mondiale 2010 tra Sudafrica e Messico oltre a: Inghilterra Algeria,Argentina Grecia,il quarto di finale tra Argentina e Germania e la semifinale tra Uruguay e Olanda. Il 29 Gennaio del 2011 davanti a 40mila persone scendono in campo allo stadio Khalifa di Doha, Giappone ed Australia, finale annunciata di questa coppa d'Asia. La partita scorre noiosa,il Giappone fa gioco e tiene palla,l'Australia si limita a ripartire. Due interventi decisivi del numero uno giapponese(nominato uomo partita)e al 109esimo minuto in pieno supplementare la svolta,Yuto Nagatomo percorre per l'ennesima volta la fascia sinistra, va al cross che viene puntualmente raccolto dallo splendido sinistro volante di Tadanari Lee,è il gol vittoria. Il Giappone solitamente lo abbiamo visto trionfare solo in Holly e Benji,certo la non battevano in finale l'Australia ma eliminavano Francia,Brasile e Germania,correndo in campi lunghi 53 km e tirando punizioni che duravano anche il tempo di due puntate. In realtà il Giappone di oggi è in grado di fornire spettacolo,si difende come può e attacca per 90 minuti,somiglia al Portogallo,con tantissima qualità in mezzo e a trequarti e nessuna vera punta,con giocatori ottimi come Honda,Kagawa ,Matsui e Hasebe. Mi è sembrato di rivedere a tratti il 3-4-3 di Zac ad Udine,mancava solo un Bierhoff della situazione. Il goal di Lee (sudcoreano di passaporto) è tutto del tecnico romagnolo, visto che Tadanari è stato fatto esordire proprio dal mister di Cesenatico e che in patria fino al goal era conosciuto più per il matrimonio con la cantante pop giapponese iconiq. L'Australia chiude con una vittoria morale ai punti e con l'obbligo di svecchiare una squadra che ha comunque ben figurato. Finita la partita mi sorbisco la premiazione più lunga della storia del calcio,un qualcosa di infinito,simile alle giornate finali dei campiscuola dove venivano date coppette e medaglie a tutti i bambini,credo sia stato premiato anche il miglior autista di pullman dei quarti di finale e il miglior magazziniere categoria 80 kg in su. Aspetto con ansia il momento della coppa,ma gente in turbante continua a distribuire minicoppe a chiunque,alla fine la mia pazienza viene premiata e allietata dalle parole in romagnolo rilasciate dal buon Zac alla televisione giapponese. Finisce così la coppa d'Asia,una piacevole scoperta,che ha reso meno amaro il mio Gennaio. Tornando ai luoghi comuni asiatici non posso non citare il più classico dei "Ma tu hai mai visto il funerale di un cinese?" in realtà non ho mai visto neanche il funerale di un sanmarinese ma presumo vadano al creatore anche loro,non ho neanche mai visto un molisano(per me figure mitologiche) e comunque per rispondere,no!non ho mai visto un funerale di un cinese,però ho visto la coppa d'Asia e mi è piaciuta... e anche tanto.

giovedì 3 marzo 2011

Esquina Blaugrana

Spazio alle seconde linee per Guardiola in quel del Mestalla, campo da considerare ostico al Barcellona negli ultimi anni (rocambolesco 2 a 2 un paio di stagioni fa e sofferto 0 a 0 l'anno scorso).
Buona l'idea di piazzare Busquets -e non Abidal, dirottato sulla fascia- al centro della linea di difesa. Utile sfuttare Mascherano in trasferta e Adriano in più posizioni. Pedro a riposare e Iniesta leggermente avanzato rispetto alla posizione classica.
Come logica conseguenza, però, il Barca non ha espresso il consueto gioco. Ha tenuto la palla, ma in maniera sterile e solamente un gol più furbo che bello di Messi ha strappato i tre punti alla terza in classifica, allontanando un certo imbarazzo.
D'altronde, il turnover non puoi inventarlo per il giorno dopo. Andava costruito a partire da ottobre o anche prima, visto che la scorsa estate metà squadra ha corso (parecchio) fino a luglio.
Può andare bene così, comunque. Il Real Madrid -che gioca oggi al Bernabeu contro il Malaga della Bestia (vi regalo una sua perfetta gestione del contropiede..)- è lontano. Il Valencia è staccato 20 punti e il Villareal di Rossi, in gol anche ieri, a 21.
La Liga continua ad essere strana, quasi farlocca. L'Athletic, buona squadra, ma non certo eccezionale, è sesto pur avendo perso ben 12 volte su 27 partite. L'Espanyol quinto con solo un pareggio in meno.
Risale -non si sa come-il Real Saragozza. Scende -malamente- l'Hercules di Trezeguet (mi aspettavo più centri da parte del francese).
Valori sfasati e partite che non ammettono pronostici.
Da dimenticare la classifica marcatori. Messi è a quota 27, Ronaldo insegue a 24. Sono medie da aerospazio. Una netta perdita di credibilità per un campionato che da qualche anno è decisamente degenerato. I 17 di Villa -media già più da terrestre- sono la riprova che El Guaje è l'uomo giusto al momento giusto (Ibra l'anno scorso chiuse a 16, se non sbaglio).
Detto ciò, se in Liga sembra tutto rose e fiori, preoccupa la Champions.
La banda Wenger ha giocato alla grande all'andata. A viso aperto, senza timore. Non ha mai buttato via il pallone. E, alla fine, ha meritatamente segnato 2 gol (bellissima l'azione del secondo: 3 passaggi, secchi).
L'anno scorso l'Arsenal si presentò al Camp Nou spavaldo e venne annientato da un Messi in stato di grazia.
Non credo che quest'anno finirà in goleada per i blaugrana.
Diciamocelo, il Barca ha pescato malissimo dall'urna. Proprio l'Arsenal, assieme a Manchester e Real Madrid sono, a mio avviso i maggiori ostacoli in ottica Champions. Aggiungerei anche Chelsea e Bayern, ma il momento non aiuta. I Blues non convincono come ad inizio stagione e hanno fisiologici problemi in relazione all'inserimento di Fernando Torres. Il Bayern ha battuto l'Inter a San Siro, è vero, ma non ha continuità. Mi sento di dire che una vittoria dei nerazzuri all'Allianz non è assolutamente da escludere.
Il rischio per il ritorno è quindi alto. I Gunners non possono essere sottovalutati. Guardia alta, specie per quanto riguarda il loro contropiede, vero tallone d'Achille del Barca, visto che Guardiola gioca con Alves e Abidal sempre alti. Meglio forse Maxwell al posto del francese. Ma mi sa che sono l'unico a pensarlo.
Mi immagino tanti gol (rischio per il Barca) e non mi fido della scoppola firmata Oba Oba.
Chiudo con il Real di un sempre più fuori luogo Mourinho (irreale la polemica sulle partite alle 22:00). Sommergerà il Lione. Zero dubbi sull'abbondante "1": alle meringhe gira troppo male di questi tempi (la trasferta in casa del Depor è stato un festival di sfortuna, quella a Lione poco generosa).
Fidatevi, Mou in fondo a questa Coppa ci arriverà, in un modo o nell'altro.
Insopportabile come idea, la Decima.