martedì 1 febbraio 2011

Il gigante di Reconquista


Quanto a Porthos, dopo aver lanciato il barile di polvere in mezzo ai nemici, era fuggito, seguendo il consiglio di Aramis, e aveva raggiunto l'ultimo ambiente della grotta, da cui penetravano, attraverso l'apertura, l'aria, il giorno e il Sole. Così, appena ebbe appena svoltato l'angolo che separava il terzo ambente del quarto, vide a cento passi da sé la barca cullata dalle onde; là erano i suoi amici; là era la libertà; là, la vita dopo la vittoria. Ancora sei dei suoi passi da gigante e sarebbe uscito dalla volta; fuori della volta, due o tre slanci vigorosi, e avrebbe raggiunto il natante. D'improvviso, sentì le ginocchia flettersi: le sue ginocchia sembravano vuote, le gambe s'afflosciavano sotto di lui.
- Oh! oh!, mormorò sorpreso, Ecco che la mia stanchezza mi è di nuovo addosso; non riesco a camminare! Che significa tutto ciò?
Attraverso l'apertura, Aramis lo vedeva e non comprendeva perché si fermasse a quel modo.
- Venite, Porthos!, gridò Aramis, Venite! Venite, presto!
- Oh!, disse il gigante, facendo uno sforzo che tese vanamente ogni muscolo del suo corpo, Non ci riesco.
Alexandre Dumas, Il Visconte di Bragelonne.

Gabriel Omar Batistuta, friulano della provincia di Santa Fe, aveva (ha tuttora, ma da molto non lo si vede più) gli occhi verdi e il sorriso ampio delle persone oneste, di quelli che la mattina si svegliano sereni e affamati e si accingono a una colazione colossale.
Quella certa mattina, tuttavia, al termine della colazione la moglie Irina deve aver notato un inconsueto lampo di preoccupazione in quegli occhi limpidi; forse gli avrà anche chiesto cosa non andasse, ma Batistuta - con quel velo di piccata vanità che hanno spesso le persone giustamente soddisfatte di sé - avrà replicato che non c'era nulla. Non che si possa nascondere qualcosa a chi ti conosce da quando avevate quindici anni; ma proprio perché lo conosce bene, Irina Fernandez avrà ritenuto di non fare altre domande. Io credo che sia andata così; e che il centravanti biondo si sia poi recato all'allenamento, a Trigoria, rimuginando ancora su uno strano sogno: aveva sognato un suo antenato, uno di quelli di Cormons, fermo in un sentiero di montagna, incapace di muoversi e dimentico dei passi che lo avevano portato fin lassù, mentre la neve, placidamente, lo ricopriva. La cosa singolare, tuttavia, era che Batistuta nel sogno si sentiva ed era a Cormons, ed era quell'uomo. Più tardi, quella stessa mattina, Batistuta avrà ricevuto durante la partitella un passaggio corto di Guigou, e per la prima volta in vita sua si sarà fermato un attimo a chiedersi come calciare quella palla, permettendo a Zebina un facile anticipo.
A differenza di tanti bambini cresciuti con il pallone tra i piedi, innamorati della sfera, e decisi anche da professionisti a non privarsi della compagnia del cuoio se non quando strettamente necessario, Batistuta era un entusiasta non della palla, ma della gioia e della gloria che questa poteva regalare se scagliata con forza e precisione. Il suo primo idolo fu Kempes, e quell'eredità rimase sempre evidente. Gabriel Omar Batistuta ha avuto con la sfera di cuoio, sin da bimbo, un rapporto estremamente professionale, e non ha esitato a farle del male quando lo richiedevano le necessità del gol. Perfino al Nou Camp di Barcellona, uno di quei templi in cui al pallone vanno tributate le più alte lodi, lui si permise di calciarne uno con violenza dentro la porta dei padroni di casa, e di zittire quella folla di esteti con la brutale essenzialità del suo gesto.
Ben presto il giovane Batistuta diventa un'anomalia nel calcio sudamericano, specie a livello giovanile: il suo modo di giocare non conosce vanità né sovrastrutture, e la sua unica funzione, il suo unico interesse è la porta. Ma il suo fisico e forse il suo carattere gli impediscono di diventare un Gerd Müller o un Inzaghi: Batistuta non staziona nei pressi dell'area come un avvoltoio e non si nasconde nelle pieghe del fuorigioco. Lui cerca il pallone, perché gli serve, anche a quaranta metri dalla porta; e quando ha la sfera tra i piedi, non esiste che la rete.

Mi sono chiesto spesso a chi si dovesse paragonare quel centravanti e, anche per via dell'assurda polemica con Passarella che gli ingunse di tagliarsi i capelli per giocare in nazionale, l'ho a volte avvicinato a Sansone: ma vedo ora che Batistuta è Porthos, è l'uomo di forza erculea e di sentimenti diretti, netti, come i suoi tiri da trenta metri. Batistuta è l'uomo che davanti a una palla che rimbalza al limite dell'area non ha dubbi, e la spedisce in rete; anche se quel calcio fa più male alla sua anima tersa che al pallone maltrattato, anche se la porta è quella di Toldo e lui ora indossa una maglia rossa e gialla. Per certi versi, Batistuta pareva in dovere di segnare; e la sua tenacia e la sua cieca applicazione appartenevano più al contadino friulano che al campione sudamericano.
È difficile abbozzare un'analisi della carriera di Batistuta e in particolare dei suoi nove anni a Firenze, nonostante le caterve di gol, nonostante lo spessore tecnico e anche morale di quella permanenza. Voi sapreste dire se Batistuta sia stato destro o mancino? Io credo che lui tirasse, semplicemente, guidato dalla sua forza e dall'assoluta limpidezza dei suoi scopi, dato che non cercava la bellezza o l'esaltazione di sé, ma solo e soltanto la rete. Ovviamente non tutti i gol di Batistuta sono stati gol di potenza o tiri da lontano; ma tutti sono stati essenziali, con il pallone scagliato da dove doveva essere scagliato, senza ghirigori e senza dubbi. Semmai, con l'età e con l'accrescersi della sicurezza il centravanti viola è diventato sempre più simile a un Titano, a una forza della natura impossibile da arginare, neanche dai potenti dei che vegliano su San Siro o sul vecchio Highbury. Batistuta era il centravanti in quanto tale, era il meccanismo per cui un pallone posto su un prato verde finiva invariabilmente in fondo ad una rete. E il Batistuta della prima stagione romana è stato il più grande dei Titani.
Poi, un giorno, il biondo semidio si è chiesto, con il terrore delle cose che abbiamo sempre ritenuto ovvie, in che modo colpire quel cuoio, e non ha saputo rispondersi. Si è fermato; e come nella caduta di massi che travolge Porthos, incapace di fuggire dall'esplosione che lui stesso ha provocato, la sua carriera è finita in un momento, senza decadenza, come capita ai meccanismi che d'improvviso smettono di funzionare. E d'altronde l'onesto e corretto Gabriel Omar non ha voluto fingere, passando rapidamente dalla Serie A al Qatar al ritiro senza aver trascinato stancamente la sua carriera per qualche stagione inutile.
Oggi Batistuta, tornato in Argentina, è un ricco proprietario terriero e gioca a polo; e chissà se gli capita a volte, mentre percorre a cavallo i suoi campi, di domandarsi come facciano quegli affascinanti animali a non fermare mai il moto inspiegabile delle loro zampe e a non cadere di colpo ventre a terra, come cade un vecchio friulano esausto su un sentiero che costeggia un torrentello, come si inceppa il piede di un titano che per dieci anni non ha smesso di scagliare saette.

23 commenti:

  1. Bellissimo racconto, Tamas. E' davvero straordinaria la tua capacità narrativa di saper leggere un personaggio reale come se fosse di fantasia, e viceversa (così come non si può dire -è vero!- se Batistuta fosse destro o mancino, allo stesso modo non si può dire se il personaggio reale è Batistuta o Porthos). In questo senso, anche il tuo racconto è "essenziale", come i calci da lontano di Batistuta.

    Dici bene, Gabriel Omar era una macchina, implacabile, un vero faro per i compagni. Puro istinto, carisma silenzioso, generosità impetuosa, ma anche tecnica (nel significato originale di conoscere le regole, il funzionamento). Per noi romanisti è stata davvero un'apparizione del Titano, un superuomo che dopo duemila anni ha rispolverato il nostro vecchio lemma del veni vidi vici. Il gol che descrivi, quella alla sua ex squadra, a pochi minuti dalla fine di una partita che in ogni altra stagione sarebbe finita a reti bianche, ci diede la consapevolezza che quell'anno (uno ogni trenta!) era diverso, che quell'anno avremmo potuto vincere. Un vero Gigante, e senza dubbio il più forte e completo centravanti che abbia calcato i nostro campi negli ultimi vent'anni.

    Un giorno dovremmo andarlo a trovare a casa sua in Argentina, e bere lentamente una bottiglia di vino in giardino, guardando il sole tramontare.

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  2. L'unico altro giocatore argentino che, secondo me, evoca quel senso di essenzialità, di mancanza di sovrastrutture così ben raccontato nel post (non c'è altro che la palla e la rete che si gonfia), ha giocato anche lui nella Roma, e si chiama Abel Eduardo Balbo.

    Albis

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  3. E' da un po' di tempo che non vado più allo stadio, a Firenze, e a volte me ne chiedo il perché. Non è solo la tristezza di quest'anno, è un tempo lungo, in cui si confondono il momento in cui ho capito di essere fuori posto e quello dell'irrilevante ultima volta.
    Credo che la risposta sia una: quando andavo, io andavo per vedere Batistuta.
    Quando correva, nel riscaldamento, sembrava instancabile come i cavalli al galoppo; quando appariva, all'uscita dal tunnel, un'emozione serrava la gola.
    Nel momento in cui stava per calciare, non era necessario chiudere gli occhi, pensare che tutto fosse possibile. Non era necessario, perché il pallone era già lì, nella porta.
    Grazie Tamas, per i bei ricordi.

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  4. Bellissimo Tamas.
    Per me Batitusta è un avatar di Indra. Non c'è personaggio che gli somigli di più. Il "cugino" orientale di apollo, re dei Deva, che esisteva solo per compiere un gesto: fendere la montagna cosmica. Batistuta era come lui, un calciatore anti intellettuale, eppure capace di rappresentare coi suoi gol il principio ordinatore del calcio, che tu tamas hai descritto benissimo.
    Batistuta, come indra, nella purezza del gesto fisico ricostituisce l'ordine fondamentale, il RTA, che si regge sul flusso prepotente incarnato dal pallone scagliato verso la porta.

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  5. Meraviglioso racconto.. dove, come è giusto che sia, i piani di realtà e fantasia si sovrappongono fino al far perdere la capacità di distinguerli.. e che coglie appieno la figura mitologica di Bati come quella dell’operaio specializzato, del gol.. E allora mi sembra che il friulano di Reconquista, oltre che un argentino anomalo, diventi anche un lavoratore del pallone anomalo..

    In epoca postfordista di multitasking sul modello dell’arancia meccanica olandese degli anni settanta, dove ognuno può ricoprire ogni ruolo e adempire tutte le funzioni.. Bati ci riporta al secolo, al millennio (ma sembra un eone) scorso.. dove l’operaio della catena di montaggio fordista sapeva compiere quell’unico gesto (il meccanismo per cui un pallone posto su un prato verde finiva invariabilmente in fondo ad una rete..) e lo ripeteva ad infinitum.. (come i suoi gol, mai ad libitum..)

    Bati a questo aggiunge un pizzico di modello produttivo Toyota justintime, solo-quando-necessario-su-richiesta-e-niente-superfluo (con il pallone scagliato da dove doveva essere scagliato, senza ghirigori e senza dubbi..) per il raggiungimento dello scopo.. la consegna del prodotto.. Come dicono in Albione, “to deliver a goal”..

    Ma è sempre modernità, colletto blu, operaio specializzato, Detroit, Chicago, socialdemocrazia e sociologia del lavoro.. E invece lui ci è apparso, titanico, alla fin de siecle.. in piena mobilità, rete, liberismo, rizoma, produzione immateriale, nonluogo e sociologia del movimento..

    Batistuta è stato allora un grandissimo giocatore che ha sbagliato il tempo.. come lui mi immagino potessero essere i Meazza e forse un poco i Puskas e i Di Stefano.. ma già i Garrincha e i Best erano altro.. per non parlare dei Cruyff.. Ecco, Bati, operaio specializzato del pallone profondamente antimoderno, ci riporta indietro agli albori del calcio (e del romanzo, con Dumas).. Il gigante di Reconquista, come certi attori del cinema muto, pare calciatore fuori tempo e fuori sincrono..

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  6. Abbattiamo il dualismo tra realtà e fantasia, facciamolo a partire dal post di Tamas o dai viaggi onirici di roy hodgson sul blog dello Zio.. Facciamo la nostra piccola rivoluzione culturale, leggiamo il calcio attraverso l'Advaita vedanta!

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  7. Ci sto Gegen.. il rischio dell’allucinazione e del delirio (e di perdersi come l’Andrea di De Andrè nel pozzo profondo, e di non saper più tornare..) è sempre dietro l’angolo.. i misteri di Eleusi richiedono conoscenza e disciplina, ma ce la possiamo fare.. se non per noi per quelli che verranno dopo di noi.. Avanguardia rivoluzionaria (a rischio di alterazione mentale) che s’immola come kamikaze nella stesura di un nuovo modo di raccontare il calcio, dove venga abbattuta la distinzione tra realtà e fantasia..

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  8. c'è un momento tra il pallone scagliato in porta e il boato dello stadio in cui tutto sembra congelarsi...come per renderti effettivamente conto che la palla sia entrata per davvero e che l assistente non abbia annullato(niente è più umiliante che esultare per un goal in fuorigioco)...è una frazione di un secondo....in quel Roma Fiorentina però durò un eternità...perchè forse non ci credevamo....perchè per noi era impossibile sbloccare quella partita....perchè anche dopo averla vista in fondo alla rete abbiamo passato quella frazione di secondo a chiederci(e lo dico alla Distinti sud)"Ma che davero?"(l'altra domanda era "Ma su appoggio di Guigou?")....non avevamo ancora chiaro chi fosse quel signore con un ambiguo laccetto a sostegno dei capelli....era il nostro terzo scudetto....e sfido chiunque a trovare un boato più forte di quello di Roma Fiorentina 2000/2001.

    grazie Tamas... veramente splendido....

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  9. Me lo ricordo il goal e il boato seguente in quella partita: magnifici, essenza dello sport! E mi ricordo Gabriel, quanto adoravo la sua concretezza e la sua potenza..secca, senza fronzoli: non ci sono più attaccanti così!

    Vincenzo

    p.s. leggendario Gianni Guigou!

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  10. Io batitstuta l'ho adorato e tutt'ora lo adoro. Sono assolutamente convinto che sia stato il centravanti più forte di sempre, superiore persino a van basten.
    La descrizione che ne avete data è precisa e pressochè perfetta, ma la domanda sul destro e mancino era quantomeno fuoriluogo, batistuta era un destro naturale (quando arrivò a firenze nemmeno troppo naturale, era di una ruvidezza paurosa nei piedi, nei movimenti, nella posizione in campo) che con l'allenamento riusci a perfezionarsi fino a diventare non dico ambidestro ma quasi.

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  11. Quando un giocatore è particolarmente carismatico si dice che "si carica la squadra sulle spalle".
    Per quello che ricordo io, il Batistuta di Firenze sulle spalle si caricò l'intera città.

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  12. Ricordo benissimo il boato successivo al gol di Bati alla Fiorentina. Emozionante. Certo caro Nesat, le esplosioni dopo il 2a 1 a Parma, per il 3 a 2 all'Inter e il 2 a 2 di Montella al 95mo al Delle Alpi credo che reggano al confronto.

    Caro Tamas, mi sa che la colazione per Bati non sia piú stato un bel momento della giornata, da quando Antonio Cassano, l'indegno, abbia deciso di offrirgli un caffé girandolo con il dito con cui si era appena scaccolato. Dalle parti di Trigoria si parla ancora della furibonda lite che ne scaturí.

    per quanto riguarda il suo rapporto con Passarella, credo che la decisione di tagliarsi i capelli sia l'unica macchia della sua carriera. Oltre ad essersi incamcamminato verso la bandierina, pallone sotto il braccio, dopo che Garcia Aranda aveva indicato il dischetto del rigore. Risultato: rigore negato, Liverpool ai quarti di Uefa, Garcia Aranda malmenato da un gruppo di baldi giovani che lo hanno pizzicato in Hotel.
    Tornando ai capelli, Balbo fu punito dalla provvidenza. Per giocare USA94 li taglió, e non sono piú riscresciuti. Redondo si rifiutó. Cosí come Caniggia che decise di praticare a tempo pieno e con ottimi risultati un altro sport. Che non si gioca con i piedi ma con il naso.

    Saluti a tutti,
    Il Fornaretto

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    1. mi sfugge il collegamento bati-roma. come ricordare le gesta di baggio all'inter.

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  13. ah, dimenticavo: tanti auguri RE LEONE!

    Il Fornaretto

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  14. va anche detto ad onor del vero che Batistuta era simpatico quanto una supposta............o almeno così si narra in quel di trigoria........

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  15. Tra le altre cose, pare che (racconti d Ezio Sella) il simpatico Cassano in allenamento si divertisse a fare svariati tunnel proprio ai senatori, tra cui soprattutto Bati, apostrofandoli poi simpaticamente "Almeno tu chiudile le gambe, non fare come quella troia di tua madre..."
    Non capisco proprio come mai quel bravo ragazzo barese non riesca a rimanere in una squadra per più di qualche anno...

    Albis

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  16. Le vostre mi paiono solo delle menzogne, nient'altro che menzogne. In qualità di amministratore del blog mi dissocio apertamente dal fango che gettate su questi illibati professionisti (Caniggia, Cassano, Garcia Aranda). Smettetela con questa macchina del fango o altrimenti sarò costretto a chiamare Saviano.

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  17. io amo e amerò per sempre Antonio Cassano........

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  18. Riscrivo solo per dire che ogni volto che sento parlar di Batistuta dai romanisti, o del Batistuta extrafiorentino vivo come una strana sensazione, come se ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in quelle frasi, nel modo in cui suonano, nelle immagini che evocano, per il soggetto stesso.
    Per me Batistuta è un giocattolo che esiste in due sole versioni: con la maglia viola e con la maglia albiceleste.

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  19. Caro Eufrasio,

    hai completamente ragione. Da romanista, dico che Bati é argentino e fiorentino.

    Poi peró penso al campionato 2000-2001, alle cannonate verso tutte le porte, alla cavalcata verso il tricolore, mi scordo del romanticismo, e mi viene la pelle d'oca.

    Ti saluto,
    Il Fornaretto

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  20. Fuck The Glory Days15 febbraio 2013 17:42

    forza viola madonna infiammaha
    mi innamoro solo se vedo segnar Batistuta, corri alla bandierina bomber della Fiorentina

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