venerdì 11 febbraio 2011

Il cigno di Utrecht

"I'n not afraid of him, I'm afraid of him in me"

(G.G)

In molti si chiedono da dove io tragga questa disposizione a effondermi in pratiche che superano i miei sforzi. A dispetto dei trucchi esasperati, l’età non mi perdona e il soffio di ogni vento smuove le pareti. L’anima nuda cigola e ho sempre bisogno del calore di alcove di cui ho perso il conto degli astanti. Non mi consola sapere che lo squallore non è mai negli atti ma negli occhi, conosco bene la direttrice del mio abbandono e non mi oppongo a nessun disfacimento.

In molti se lo chiedono, brandendo l’arma del ritegno. Non che io creda molto a questa storia del ritegno: il ritegno è la maschera che uso per dirmi presentabile, dovrebbe essere la mia arma di difesa, il velo di cui mi pento steso sull’abisso. Chi mi accusa lo fa invece senza compromessi, perché la purezza è per sua natura incorruttibile: basta averne poca per presumerla infinita.

Eppure, è stata proprio la purezza il motore di questo mio martirio. Non ero adatto a incontrare la perfezione: averla frequentata, per qualche anno, mi ha messo di fronte a ogni mia mancanza. Quando è fuggita via, non rimaneva altra strada che il deliquio.

Io ho visto la perfezione muoversi a un passo da terra con la grazia di un airone, rimanere sospesa a mezz’aria, danzare come puro spirito. Si è vero, ci sono stati altri grandi calciatori, ma di carne, come Batistuta. Lui era una continua giravolta del pensiero, capace di distendersi in fiammate eteree e distruttrici. Non è un caso che fu la gemma di una squadra che cercò di mutare in teorema il gioco, piegandone i significanti a un lessico scientifico, meccanico, senza sentimenti.

Quel giorno fui ebbro di trionfo, ma era il metallo che vinceva sui colori, l’ordine sul caos. C’era chi alla radio tifava per la debolezza di un genio dissoluto. E quanto pianse a sentire che sul sole barbaro di Napoli si era stesa quella nube algebrica di sogni immacolati.

Allora come ora, ero interprete della trama che premia i meccanismi più rozzamente maggioritari, anche nel gioco, dove l’estro dovrebbe arridere a tutti, secondo i capricci della sorte. Invece li leggete i giornali sportivi? Nel rammarico costernato dei commentatori, quando una delle squadre più tifate non gira per il verso giusto, c’è tutta la monotonia racchiusa del potere. Il diritto e il dovere di vincere sono la stessa cosa: credo sia questa la misura del nostro fallimento.

Si muoveva con eleganza innata; io che ho innalzato un impero tattile fondato sulla vista non avevo il coraggio di toccarlo. Temevo si potesse rompere, come è accaduto poi alle sue ginocchia di cristallo. Il susseguirsi dei trionfi non è bastato a colmare il suo abbandono: ora mi vedete qui, nella dittatura della trasparenza, in un autunno che si prolunga in sordi schiamazzi, immerso nei cascami del potere che mi si ritorce contro.

Privo e privato di pudore, mi combattono con le armi da cui iniziò la mia rovina, con ciò che fa dire all’androide dell’alieno “ammiro in lui la sua purezza, incontaminata da coscienza, rimorso, o delusioni di moralità”. L’anno dopo, la trappola del fuorigioco non scattò, e il genio dissoluto si prese la sua rivincita.

Qui non è ancora giunta Ripley a riscattarci.

3 commenti:

  1. Questo post l'hai chiamato il cigno di Utrecht ma, visto il narratore, avresti potuto chiamarlo anche il canto del cigno...
    In effetti è breve il cammino che dall'empireo ti porta all'abisso, e io trovo proprio questo paradosso nella vicenda del signor B. (come lo chiama lo Zio), e cioè che, dopo essere stato in paradiso (grazie al signor Marco Van Basten e ai suoi due amici con le treccine), la discesa nell'abisso è l'unico lusso che in tutta la sua vita non si è mai potuto permettere.
    In questo senso i due non si somigliano, perchè il cupio dissolvi di Van Basten, passato nell'indifferenza generale, è arrivato presto, e gli ha permesso di farsi una seconda vita (per ora del tutto insoddisfacente); quello del signor B., invece, oltre alle fanfare che lo stanno accompagnando, è arrivato proprio alla fine, ma d'altronde già troppe vita si era (ri)fatto...
    Rimane la curiosità, che involontariamente traspare nel tuo testo, di immaginarsi Maradona alla corte del signor B. Chissà se si sarebbero presi, chissà cosa sarebbe successo. Ronaldinho ne è stata una brutta copia posticipata, perchè di lui ormai ne rimanevano solo gli eccessi fuori dal campo...tale e quale al suo presidente, insomma...

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  2. Bellissima l'immagine del padre che al San Paolo, al gol, alza in trionfo il figlioletto.

    Di Van Basten ho sempre adorato, oltre al gesto in maglia Ajax del video, i saltelli prima di calciare i rigori.

    In ogni caso - notizia di poco fa - giudizio immediato.

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  3. A proposito di rovesciate e ginocchia, in questa settimana ci sono stati l'acrobazia di Rooney e il saluto di Ronaldo, giocatore che non ho mai amato molto, ma i cui ultimi sprazzi, col Milan e col Corinthias, sono stati davvero esempi di un talento riluttante a morire.

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