domenica 23 gennaio 2011

Jorge Valdano, l'ultimo dandy

es hora de recapitular
Durante le mie metafisiche (metà fisiche e metà no, come diceva il pittore) passeggiate per tutta Madrid, da Chamberì a San Bernardo a Callao al Retiro fino al termine della notte, in cui mi sentivo la penna che scriveva la sceneggiatura di un film che non ho ancora visto, desideravo ardentemente intravedere dalla strada, appoggiati al bancone dei bar come uccelli appollaiati sugli alberi di Prati, due personaggi che mi sembravano i degni alter ego del mio vagabondare senza meta, la buona ragione per fermarsi un attimo a bere un gin tonic e a discutere, senza serietà s'intende, del senso della vita. Il primo era Enrique Bunbury, l'unico vero rocker -a parte, a suo modo, il compianto Michi Panero- che la Spagna abbia mai partorito; il secondo era Jorge Valdano, l'unico vero intellettuale del pallone -a parte, a loro modo, i frequentatori di questo blog- che ancora bazzica l'Europa. Ma mentre Bunbury, o meglio, la sua folta chioma, posso dire di averlo incontrato, all'uscita di un locale di Malasaña, l'epifania di Valdano è un privilegio che solo Gegenschlag può dire di aver vissuto, un pomeriggio anodino come tanti (se mai possa validamente contemplarsi l'idea che a Madrid esistano pomeriggi anodini come esistono, per esempio, a Roma o a Milano) passeggiando intorno a Huertas.  Almeno ebbe il coraggio di avvisarmi subito, specificando -dettaglio tutt'altro che secondario- che Valdano indossava dei memorabili pantaloni color carta da zucchero. Perchè Valdano, di questo si tratta, è l'ultimo dandy del mondo del calcio.

In un'altra occasione ho avuto modo di scrivere che anche José Mourinho è un dandy. Ma lì mi riferivo all'aspetto, diciamo così, sociologico del termine, alla figura del personaggio dotato di spirito che rompe le convenzioni della sua epoca, non solo per il gusto della provocazione, ma anche per quello di palpare la mediocrità che lo circonda, ed avere così cognizione della propria superiorità. Se Mourinho incarna l'etica del dandy, Valdano rappresenta l'eleganza del dandy, ed è per questo che, adesso che lavorano insieme, allo stesso tempo si assomigliano e si detestano. Per parafrasare il titolo di un bel libro di uno scrittore di Brooklyn, Jorge Valdano è così elegante che in lui ogni cosa è illuminata. Il triangolo che chiude al compagno, l'articolo della domenica che scrive sull'ultima pagina di Marca, la gomina che applica sui riccioli, la risposta che dà all'intervista, la stretta di mano che scambia con il giocatore appena acquistato, il risvolto  che si fa fare dal sarto sui pantaloni, l'accento con cui marca l'ultima sillaba, la postura che adotta quando cammina, il sorriso che accenna quando riflette, la sua idea di calcio. 

Se avessi davvero incontrato Valdano in una di quelle fantasmagoriche peregrinazioni notturne, dopo avergli offerto da bere, avrei voluto parlare con lui di tutto tranne che di calcio. Parlare di calcio con Valdano mi sembra così sprecato, così superfluo, così pornografico, come portarsi a letto la sua connazionale Belen Rodrìguez. Da Valdano mi sarei fatto raccontare qualsiasi cosa, qual è la linea della metro di Madrid che preferisce, come si arreda un bel salotto mantenendosi in equilibrio tra putti rococò e lampade Flos, che cosa conviene ordinare al ristorante a Punta del Este, se è il momento giusto per comprarsi casa a Màlaga, dove sono finiti i grandi scrittori argentini, qual è la lunghezza giusta delle basette, cosa si prova a cadere con il proprio elicottero nel deserto messicano (e a sopravvivere, aggiungerei). Tanto, in un modo o nell'altro, avremmo parlato comunque di calcio. E' per questo che ci sono rimasto male quando ho letto il ritratto-intervista che Simon Kuper, non l'ultimo dei giornalisti (anche) di calcio, gli ha dedicato oggi sull'inserto domenicale Life&Arts del Financial Times. Perchè si è parlato solo di calcio, e per di più in modo banale. Il Real Madrid è stato forte finché c'è stato Franco, perchè sotto le dittature vincono sempre le  squadre delle capitali. Come no. Un'occasione sprecata, come portarsi a letto, e non nel loggione economico del teatro dell'opera, la connazionale Belen Rodrìguez.

Oltre a essere dandy impeccabile, Jorge Valdano è calciatore sopraffino (mise il proprio sigillo nel mondiale vinto dall'Argentina nel 1986, e dopo il celebre gol di Maradona all'Inghilterra ebbe l'ironia di lamentarsi con il compagno perchè non gli aveva passato il pallone nonostante fosse in buona posizione), è allenatore illuminato (sulla panchina del Real vinse giocando bene, su quelle di Tenerife e Valencia si limitò a giocar bene), è direttore sportivo ascoltato (Florentino Perez non fa un passo, e non spende un euro, se prima non l'ha consultato), è giornalista ricercato  (si sprecano le testate con cui collabora el Filosofo), è scrittore ispirato (si può partire da questo). Jorge Valdano sta al demi-monde del jet-set madrileño -un acquario di uomini d'affari con cravatte Hermès su camicia rosa e gemelli extra-large, rampolli di alta società vestiti come Lapi Elkann del discount, schivi toreri che hanno perso il gusto dell'affaire mondano, matrone che, sulla via dell'ultra-cafonal italiano, sorseggiano gin tonic con riduzione di collagene e angostura al bancone del Castellana 8, allenatori portoghesi che non sanno farsi il nodo alla cravatta- come Alberto Arbasino sta al demi-monde della cultura italiana: giganti sulle spall(in)e di nani. Questo l'ha scritto A.A. nel suo diario sull'ultimo o penultimo numero della rivista Nuovi Argomenti, ma potrebbe averlo scritto Valdano in qualunque dei suoi cinque libri: 
Da quante estati, nelle rotonde sul mare e ai Circoli, non si ritrovano più quei "panzoncelli scherzosi" che si chiamavano spesso Pupetto o Bebuzzo. Ammicavano, in mutandine, con un'oralità molto gestuale. Erano gli ultimi a dire cordialmente: pisquano, bisboccia, picchiatello, gagarella, minzione, il lunaria, lo gnorri, ricere. E alle americane, a Capri: "Visto che bel tramonto vi abbiamo preparato?"
Jorge, da quanto tempo non si vedono quei tramonti sul paseo della Castellana, all'altezza di plaza Castilla? Da quanto tempo le americane preferiscono la calda sabbia finta della Barceloneta all'oliva fredda del Martini servito nella terraza del Bernabeu? Da quanto tempo non si ritrovano più i Pupetti e i Bebuzzi, ma anche i Menotti e i Soriano, i Fontanarrosa e i Di Stefano?

Nel suo deludente articolo (anche uno sconosciuto blogger messicano sarebbe riuscito a fare meglio), Kuper si limita a tratteggiare, tra le righe e sotto traccia, un improbabile paragone proprio tra Di Stefano e Valdano, i due argentini più madridisti della storia del Madrid. Coloro che più incarnano il vero spirito vincente di quella squadra che, prima dell'arrivo di Valdano, aveva vinto "solo in bianco e nero" (le cinque coppe campioni degli anni cinquanta targate, appunto, Di Stefano). Si capisce chiaramente che Valdano ingoia amaramente la pillola Mourinho, perchè la sua idea di calcio la mette in pratica il nemico Guardiola, quando riferisce che a Madrid prima viene il risultato e poi il gioco, mentre a Barcellona succede il contrario. Che è insoddisfatto di questa squadra in cui quando si perde nessuno mostra gli occhi di brace, e la passione per il trionfo è stata soppiantata da un ampio ventaglio di passioni molto più prosaiche. Che la sensazione inesorabile del tempo che passa fa più paura del gol sbagliato dall'attaccante (per il secondo si può sempre rimediare nella finestra invernale del calciomercato, per il primo invece non c'è niente da fare). Che il calcio è cambiato, perchè prima un direttore sportivo aveva un rapporto diretto con il giocatore, e adesso invece fa fatica a districarsi nella pletora di agenti, procuratori, padri, cugini, fidanzate, pr, avvocati che gli girano intorno. Che la società dello spettacolo nasconde il paradossale segreto di occuparsi senza soluzione di continuità di un personaggio (Mourinho, Raul, Valdano stesso) senza arrivare neanche lontanamente a conoscerlo davvero.

Rimane la consolazione di una frase: quando poco tempo fa un giornalista appoggiò due registratori di fronte a lui prima di un'intervista, Valdano commentò: "Ah! Il primo è per registrare le mie parole, il secondo per registrare i miei pensieri". La prossima volta che passeggio di notte per Madrid devo ricordarmi di portarmi tre registratori, uno anche per i sogni. Non sia mai incontrassi Jorge Valdano.

7 commenti:

  1. Dionigi, hai evocato un personaggio davvero fantastico e soprattutto lo hai usato per descrivere il tramonto di un mondo, la fine di un'epoca. E' proprio così, nelle tue righe c'è la summa di quello che si potrebbe definire l'estremo occidente, una scala di valori che si muove sottotraccia e saluta, dandysticamente, un mondo che non esiste più.
    Valdano è un grandissimo perché al di là di quello che dice conta come lo dice, il suo distribuire le parole come una vecchia beghina sgrana un rosario. Un personaggio meraviglioso, pura forma, la personificazione della massima di Gottfried Benn secondo cui "lo stile è superiore alla verità perché porta in se la prova dell'esistenza".
    Io l'ho visto, dietro plaza santa ana, camminava sul marciapiede accanto al mio.. avrei potuto fotografarlo, ma ho pensato che uno come lui meritasse un ritratto... ora lo hai fatto tu.

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  2. Dopo aver letto quell’intervista, e ancor di più dopo aver letto il tuo post, Jorge Valdano mi fa pensare ad Adolfo Suarez, per come viene raccontato da Javier Cercas nel suo ultimo libro. Sia il politico artefice della transizione dal franchismo alla democrazia, sia l’ex calciatore argentino, sono dei dandy, avvolti da un fascino leggiadro, che trascende la loro collocazione storica, politica, geografica. Entrambi lavorano per far diventare il passato qualcosa di diverso, senza negarlo o reciderlo. Entrambi sono così fuori posto, perché universali. Perché universali, sono esposti a critiche da ogni lato: facile criticare Valdano da “sinistra”, perché sta con il Real; facile criticarlo da “destra”, per la sua visione del mondo. Proprio per questo trasognato desiderio di recuperare l’umanità, e l’eleganza, da un passato apparentemente irrecuperabile, Valdano è la persona con cui fermarsi a parlare in un angolo di Madrid (nonché, calcisticamente, è la persona che dà un senso alla contrapposizione con gli effetti speciali catalani), in una “esquina Valdano” per metà fisica e metà no, come quella che hai tracciato in queste righe.

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  3. E' proprio quello Gegen, l'argentinità aristocratica di Valdano (che sta allo spagnolismo arricchito in cui si muove come un cappotto di sartoria a un piumino lucido) sta proprio nel rendere secondario il contenuto di quello che dice, perchè quello che conta è il modo in cui lo dice, il piacere di starlo ad ascoltare.

    Arturo, stuzzicante l'idea dell'esquina Valdano...la prendo in considerazione, a partire dalle citazioni che il Filosofo ci regalerà in futuro...

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  4. Bellissimo il paragone, citato nell'ultimo intervento di dionigi, fra il cappotto di sartoria e il piumino lucido. Un autentico capolavoro di sintesi

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  5. Il piumino lucido è il botulino (quello di cui morivano i soldati in trincea dico) dei nostri tempi, una vera piaga!

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  6. Neanche a farlo apposta, scrive la prestigiosa rivista Don Balon che Mourinho, novella Salomè, per restare anche l'anno prossimo sulla panchina delle merengues abbia chiesto proprio la testa di Valdano...

    http://www.donbalon.com/web/articulo/i-4227/jose-mourinho-exige-la-cabeza-de-valdano

    E intanto al povero Mou lo tiene a galla, con un gol decisivo, proprio quel Benzema al quale non vorrebbe concedere neanche i minuti di recupero...che stia iniziando il tramonto anche dello Special One?

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  7. Devo essere sincero. Un Dry Martini con Cebolletas al Castellana 8 lo ordinerei più che volentieri. Certo non mi presenterei in completo, ma con un bello spezzato da tarda primavera. Per intenderci, alla Michael in visita a Cuba assieme ad Hyman Roth.
    In ogni caso, una Carta Cocktail emozionante.

    Valdano è renderà banale e anacronistico Mou. Sono convinto di questo.

    ps: sulle basette, fammi sapere che ti dice. E' una cosa che non ho mai capito.

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