domenica 30 gennaio 2011

Peggio che in Tunisia

San Siro, Tunisia
In Tunisia, la cricca di Ben Alì e famiglia faceva affari in un modo molto semplice. Siccome erano i più ricchi del bigoncio, potevano permettersi di comprare, in qualsiasi momento, qualsiasi attività cui fossero interessati (anche la banca nazionale, per dire). Nessun concorrente poteva permettersi di eguagliare la loro offerta; nessun proprietario poteva permettersi di rifiutarla. Ma siccome erano anche i più potenti del bigoncio, quando i soldi non bastavano potevano ricorrere a metodi più spicci per ottenere quello che volevano, superando eventuali reticenze del, chiamiamolo così, mercato. Soprusi piccoli finchè bastano, perchè non serve uccidere le mosche con i cannoni. Ma anche usando i cannoni, quando il gioco si fa duro. Tutto questo è durato finchè, per motivi che i sagaci corrisponenti dei maggiori quotidiani italiani avranno spiegato meglio di me, è arrivato un momento in cui, da Hammamet a Tunisi, passando per Bizerta (nell'indifferenza dei villeggianti italiani del vicino villaggio Valtur di El Kebir, troppo distratti dal corso di acquagimme delle dieci), i sudditi si sono ribellati di fronte a tanta prepotenza, e hanno messo in fuga Alì Ben e i suoi quaranta ladroni. Adesso la fiamma della rivolta è divampata in tutta l'area e, se tutto va bene, speriamo possa arrivare anche negli stadi italiani. Mi spiego.

In Italia, la cricca di Massimo Moratti e famiglia nel calcio fa affari in un modo molto semplice. Siccome sono i più ricchi del bigoncio, possono permettersi di comprare, in qualsiasi momento, qualsiasi giocatore cui sono interessati (anche il centravanti della nazionale, Giampaolo Pazzini, per dire). Nessun concorrente può permettersi di eguagliare la loro offerta; nessun presidente può permettersi di rifiutarla (e poco male se, ormai orfana del suo bomber, la sua squadra prende quattro gol alla prima uscita, e c'è da scommettere che non sarà l'ultima volta. Pecunia non olet, soprattutto in tempo di crisi). Ma siccome sono anche i più potenti del bigoncio, quando i soldi non bastano, diciamo, a vincere le partite, perchè l'avversario tiene il campo con onore, possono ricorrere a metodi più spicci per ottenere quello che vogliono, superando eventuali reticenze del campo. Soprusi piccoli finchè bastano, perchè non serve uccidere le mosche con i cannoni. Ma anche usando i cannoni, quando il gioco si fa duro.

Oggi, per dire, a San Siro volavano un sacco di mosche. Le cose contro il Palermo si erano messe non male, malissimo. Seconda sconfitta consecutiva in arrivo, fischi per fiaschi, e addio sogni di gloria. Serve una scossa. Avendo inserito il Pazzini Giampaolo in campo, cosa si poteva chiedere di meglio che una bella raffica di calci di punizione dagli angoli dell'area? Detto fatto: il gagliardo Lucio, dopo aver rubato il pallone a metà campo, si lancia in una delle sue proverbiali scorribande palla al piede. Proverbiali nel senso che finiscono sempre male, perchè un avversario gli ruba palla, rilancia il contropiede e lui deve correre in difesa con la coda tra le gambe. Oggi però il gagliardo e sempre corretto Lucio ha avuto un'idea geniale, come sono geniali tutte le idee con cui si prendono due piccioni con una fava: buttarsi a pelle di leone non appena il primo avversario si avvicina e così rimediare anche una punizione da distanza invitante. Riguardatevi le immagini: il povero Bacinovic non solo non lo tocca, ma neanche gli si avvicina, ma il gagliardo e sempre corretto nonché monocigliato Lucio, con le braccia arcuate all'indietro come un saltatore in lungo, è già in aria alla ricerca del fallo. Rizzoli, e qui mi fermo su Rizzoli, abbocca, e concede la punizione. Maicon batte, il Pazzini Giampaolo di cui sopra incorna e l'Inter pareggia la partita. Un attimo prima era sull'orlo del baratro. Adesso ha tutta la vita davanti.

(Piccola parentesi: dal baratro l'ha aiutata ad uscire anche l'ingenuità del Palermo, e in particolare di quel Javier Pastore la cui maturità calcistica è stata troppo sopravvalutata. Il ragazzo è bravo, il ragazzo si farà, ma deve ancora prendere parecchi schiaffoni in faccia, perchè i rigori decisivi -che non sono mere formalità, come scrisse una volta un simpatico commentatore di questo blog- si tirano con ben altra decisione, e perchè un tacco va bene, due tacchi vanno bene, tre tacchi vanno bene, ma a partire dal quarto significa che non hai voglia di giocare, che hai mollato, che stai facendo un favore ai compagni, e forse Migliaccio e Delio Rossi dovrebbero appenderlo allo spogliatoio e spiegargli che per vedere i fenomeni si va al circo, non allo stadio)

Riprendendo,  e concludendo, basta poco per rimettere in sesto una partita. Un tuffetto innocente sulla trequarti. Il commentatore (l'estasiato Riccardo Gentile, che più che a San Siro sembrava stesse a Lourdes) non se ne accorge; la sua spalla (il soporifero Luca Marchegiani, che probabilmente ricorre anche a dei powerpoint mentre parla) neanche ne fa menzione; l'arbitro, vabbè, l'arbitro è Rizzoli. Bacinovic si lamenta, ha la faccia sconsolata come l'emigrante lucano Pasquale Ametrano quando gli fregano le borchie, perchè sa che, come nei polizieschi americani, qualunque cosa dirà o farà nella partita verrà usata contro di lui. Questa si chiama la banalità del male, perchè la mafia fa i soldi rubando centesimo su centesimo su un mare di appalti, nei luoghi meno appariscenti, magari sulla costruzione di un viadotto della provincia di Isernia, mica svaligiando Fort Knox. Perchè nessuno la nota, tanto è routine. Ma non basta, perchè poi la partita bisogna anche vincerla, e allora serve anche il cannone per uccidere la mosca che non vuole morire. Che c'è di meglio di un bel rigore inventato? Niente, soprattutto se a batterlo è uno che, durante la rincorsa, si ferma per prendere l'ispirazione, fa una finta, e come se niente fosse (come se il regolamento, anche quello delle partite all'oratorio, non lo vietasse) riprende il suo passo prima di tirare. Il solito Pazzini Giampaolo si mette lestamente davanti a un difensore argentino con la frangetta, muove l'anca tipo mossetta di Maurisa Laurito e, appena sente il soffio che il difensore argentino fa per scostarsi i capelli dagli occhi, sviene improvvisamente per terra, tale e quale a un certo ragazzo della scorta che ha avuto problemi con le foto. Rigore, tre a due, partita vinta e tutti a casa. 

I due minuti di recupero finali (gioco semplice semplice: se il risultato fosse rimasto fermo sul due a due, quanti minuti di recupero avrebbe concesso Rizzoli per permettere all'Inter di completare la sua rimonta? Quindici? Ventiquattro? Trentasei?) sono solo la ciliegina sulla torta. La moneta di rame lanciata al barbone moribondo per terra, dopo avergli dato un calcio in faccia con il mocassino Church's. Ad ogni modo, Ben Alì ha dovuto fare armi e bagagli per molto meno. Prendiamo atto del ritorno in grande stile del modello Inter e, appena la gente avrà finito di sprecare trenta milioni di euro per andare a vedere Checco Zalone (se penso a questa cosa non riesco a dormire. A questa e a che fine ha fatto Lello Arena), speriamo di venire contagiati presto anche noi tifosi dalla rivolta tunisina, la rivolta per il pane, che per noi è il calcio. Perchè stasera siamo tutti Bacinovic, siamo tutti difensori argentini con la frangetta, siamo tutti barboni moribondi, siamo tutti tunisini e soprattutto nessuno di noi vuole scomparire nell'oblio come Lello Arena.

martedì 25 gennaio 2011

Literaria: "La prima guerra del football". Partite di pallone e governi militari.

All’imbrunire un aereo sorvolò la città e sganciò una bomba. Il boato fu sentito ovunque. Le alture vicine ripeterono il fragore del metallo squarciato, per cui molti dissero che si era trattato di una serie di bombe: la città fu invasa dal panico. La gente si dava alla fuga, i commercianti chiudevano bottega, auto abbandonate ingombravano le strade. Una donna corse sul marciapiede gridando «Figlio mio, figlio mio! ». Poi tacque e fu il silenzio, un silenzio di morte. Dopo un attimo la luce andò via e tutta Tegucigalpa sprofondò nelle tenebre.
Sprofondare nelle tenebre. Un rimedio semplice contro i bombardamenti è spegnere le luci. Tutta la città spegne la luce e gli aerei non sanno dove sganciare le bombe. Gli aerei, quel luglio del 1969, erano quelli dell’aviazione del Salvador. Ryszard Kapucinski (Pinsk, 4 marzo 1932 – Varsavia, 23 gennaio 2007), giornalista e scrittore polacco, unico corrispondente straniero – e socialista – in terra honduregna in quei giorni, ci spiega il perché di quell’attacco aereo e di quella guerra tra Honduras e Salvador durata un centinaio di ore. El Salvador, che nella mappa dell’America Centrale è quello Stato sotto il Guatemala con la bandiera a righe orizzontali blu e bianche con un Escudo de Armas triangolare al centro, era all’epoca una specie di proprietà privata di poche – pochissime – famiglie di latifondisti. I ricchi si spartivano terre e ricchezze mentre i contadini non sapevano neanche dove costruire le quattro mura in cui trascorrere la notte. Vista la situazione, i contadini decisero di trasferirsi qualche chilometro più a est. In Honduras, che sull’atlante ha la bandiera uguale a quella del Salvador, con l’unica differenza che ha cinque stelle al centro anziché l’Escudo.
Il governo honduregno, almeno in un primo momento, tollerò il flusso migratorio, perché c’era terra da lavorare e bassa densità di popolazione. Fino a che i contadini honduregni, quelli che già c’erano, in Honduras, prima dell’immigrazione salvadoregna, non iniziarono a lamentarsi non avendo terra da lavorare. Il governo, filoamericano, cadde nell'imbarazzo. Perché mezzo e più Honduras era di proprietà di una multinazionale americana che commerciava in banane e, di conseguenza, non c’era terra da distribuire. L’unica soluzione perseguibile rimaneva quella di spartire tra i contadini honduregni le terre in Honduras occupate nel corso degli anni dai contadini del Salvador, ricacciando questi ultimi al loro Paese. Il governo militare salvadoregno a controllo oligarchico, però, non rimase inerte. Sempre perché, come detto sopra, in Salvador non c’era terra. O meglio, la terra c'era, ma apparteneva ad altri. Ai ricchi. Inevitabile si creò l’attrito internazionale. Con i contadini nel mezzo.
* * *
I Mondiali di calcio del 1970 si sarebbero giocati in Messico. La nazionale messicana, di gran lunga la squadra da battere nella zona CONCACAF, era qualificata d'ufficio alla fase finale e, quindi, le altre centroamericane erano a caccia di una storica qualificazione. E, allora, 12 squadre, divise in 4 gironi. L'Honduras dominò il Gruppo 1, contro Costa Rica e Giamaica, mentre Haiti prendeva a pallate Guatemala e Trinidad e Tobago nel Gruppo 2. Da par suo El Salvador non incontrò troppa resistenza da parte della Guiana Olandese e delle Antille Olandesi nel Gruppo 3. Gli Stati Uniti, infine, fecero fuori Bermuda e Canada nell’ultimo gruppo. Al Mondiale messicano avrebbero partecipato le vincenti dei due spareggi. Vincente Gruppo 1 contro Vincente Gruppo 3. Vincente 2 contro Vincente 4. Vale a dire Haiti contro Stati Uniti e Honduras contro El Salvador. Andata, ritorno ed eventuale spareggio in campo neutro in caso di parità di vittorie. Mentre Haiti si sbarazzava agevolmente della ancora inesperta nazionale a stelle e strisce, l’8 giugno 1969, all’Estadio Nacional di Tegucigalpa si giocava la partita tra Honduras ed El Salvador. La nazionale di El Salvador non aveva dormito la notte prima, tenuta sveglia dai tifosi di casa appostati sotto l’albergo. Metalli e tamburi, un frastuono assordante. E il sonno si fece sentire. All’89esimo il terzino Wells affondò gli ospiti regalando l’andata all’Honduras.

Nulla sembrava perduto per la rappresentativa di El Salvador, che poteva ancora contare sulla gara di ritorno per portare la sfida allo spareggio. Successe però che in Salvador una ragazza di nome Amelia Bolanos si sparò un colpo al cuore per aver visto perdere in televisione la nazionale del suo Paese. Il governo ed i media cavalcarono l’episodio. Dopo due giorni vennero celebrati i funerali di Stato, con diretta nazionale ed alte cariche dello Stato in coda alla bara della ragazza. La tensione per la partita di ritorno, nel frattempo, salì a dismisura. Il 14 giugno la nazionale honduregna arrivò a San Salvador per la partita di ritorno. I tifosi locali restituirono il favore dei metalli e dei tamburi e il governo, da par suo, rincarò la dose. L'Estadio De La Flor Blanca - che oggi prende il nome di Jorge "Màgico" González - il giorno dopo era militarizzato. In un clima surreale la nazionale di El Salvador si prese quello che riteneva gli spettasse. Vinse 3 a zero, con doppietta del centrattacco Martinez e gol del compagno di reparto Acevedo, rispedendo a casa tramortiti gli undici dell’Honduras.

Dopo aver letto questi fatti sul giornale, Luis disse che sarebbe scoppiata la guerra: A suo tempo era stato un bravo corrispondente, sapeva di che cosa si parlava. «In America Latina» disse «il confine tra football e politica è molto sottile e lunga è la lista di governi caduti o rovesciati dall’esercito per una sconfitta della nazionale»

E, infatti, la guerra scoppiò. Pochi giorni dopo la vittoria di El Salvador nello spareggio all’Estadio Azteca di Città del Messico (3 a 2, ancora Martinez per i salvadoregni, ancora doppietta. Gomez e Cardona a rispondere per l’Honduras. Infine, il gol decisivo ai supplementari di Rodriguez che valse lo spareggio decisivo per il Mondiale con Haiti). Durò qualche giorno, poco meno di una settimana. Fu combattuta con i fucili utilizzati dalle truppe tedesche durante la seconda guerra mondiale (i Mauser) e le vittime furono circa seimila. I problemi che la guerra risolse furono pochi. Di certo, durò quelle cento ore perchè non economicamente sostenibile e, soprattuttto, al di fuori di qualsiasi strategia da parte di entrambi i Paesi. Forse una concausa, un pretesto, un mezzo. Forse mera coincidenza. O forse aveva ragione Luis nel definire con un velo la distanza tra pallone e governi militari.

* * *

Ryszard Kapucinski è nato a Pinsk, quando ancora era territorio polacco. Ha studiato a Varsavia e per una vita ha lavorato come corrispondente dal Terzo Mondo per la Polska Agencja Prasowa (Polish Agency Press). Tra i suoi libri, anche Ebano, che include diverse corrispondenze dall’Africa e Shah-in-Shah, splendida analisi dell'anima delle rivoluzioni.

Per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo reale finisce sulla soglia di casa, al limite del villaggio, tutt'al più al confine della vallata. Il mondo che sta oltre è irreale, insignificante e addirittura inutile, mentre quello che hanno sottomano e sotto gli occhi assurge alle dimensioni di un grande cosmo oscurante tutto il resto.

domenica 23 gennaio 2011

Jorge Valdano, l'ultimo dandy

es hora de recapitular
Durante le mie metafisiche (metà fisiche e metà no, come diceva il pittore) passeggiate per tutta Madrid, da Chamberì a San Bernardo a Callao al Retiro fino al termine della notte, in cui mi sentivo la penna che scriveva la sceneggiatura di un film che non ho ancora visto, desideravo ardentemente intravedere dalla strada, appoggiati al bancone dei bar come uccelli appollaiati sugli alberi di Prati, due personaggi che mi sembravano i degni alter ego del mio vagabondare senza meta, la buona ragione per fermarsi un attimo a bere un gin tonic e a discutere, senza serietà s'intende, del senso della vita. Il primo era Enrique Bunbury, l'unico vero rocker -a parte, a suo modo, il compianto Michi Panero- che la Spagna abbia mai partorito; il secondo era Jorge Valdano, l'unico vero intellettuale del pallone -a parte, a loro modo, i frequentatori di questo blog- che ancora bazzica l'Europa. Ma mentre Bunbury, o meglio, la sua folta chioma, posso dire di averlo incontrato, all'uscita di un locale di Malasaña, l'epifania di Valdano è un privilegio che solo Gegenschlag può dire di aver vissuto, un pomeriggio anodino come tanti (se mai possa validamente contemplarsi l'idea che a Madrid esistano pomeriggi anodini come esistono, per esempio, a Roma o a Milano) passeggiando intorno a Huertas.  Almeno ebbe il coraggio di avvisarmi subito, specificando -dettaglio tutt'altro che secondario- che Valdano indossava dei memorabili pantaloni color carta da zucchero. Perchè Valdano, di questo si tratta, è l'ultimo dandy del mondo del calcio.

In un'altra occasione ho avuto modo di scrivere che anche José Mourinho è un dandy. Ma lì mi riferivo all'aspetto, diciamo così, sociologico del termine, alla figura del personaggio dotato di spirito che rompe le convenzioni della sua epoca, non solo per il gusto della provocazione, ma anche per quello di palpare la mediocrità che lo circonda, ed avere così cognizione della propria superiorità. Se Mourinho incarna l'etica del dandy, Valdano rappresenta l'eleganza del dandy, ed è per questo che, adesso che lavorano insieme, allo stesso tempo si assomigliano e si detestano. Per parafrasare il titolo di un bel libro di uno scrittore di Brooklyn, Jorge Valdano è così elegante che in lui ogni cosa è illuminata. Il triangolo che chiude al compagno, l'articolo della domenica che scrive sull'ultima pagina di Marca, la gomina che applica sui riccioli, la risposta che dà all'intervista, la stretta di mano che scambia con il giocatore appena acquistato, il risvolto  che si fa fare dal sarto sui pantaloni, l'accento con cui marca l'ultima sillaba, la postura che adotta quando cammina, il sorriso che accenna quando riflette, la sua idea di calcio. 

Se avessi davvero incontrato Valdano in una di quelle fantasmagoriche peregrinazioni notturne, dopo avergli offerto da bere, avrei voluto parlare con lui di tutto tranne che di calcio. Parlare di calcio con Valdano mi sembra così sprecato, così superfluo, così pornografico, come portarsi a letto la sua connazionale Belen Rodrìguez. Da Valdano mi sarei fatto raccontare qualsiasi cosa, qual è la linea della metro di Madrid che preferisce, come si arreda un bel salotto mantenendosi in equilibrio tra putti rococò e lampade Flos, che cosa conviene ordinare al ristorante a Punta del Este, se è il momento giusto per comprarsi casa a Màlaga, dove sono finiti i grandi scrittori argentini, qual è la lunghezza giusta delle basette, cosa si prova a cadere con il proprio elicottero nel deserto messicano (e a sopravvivere, aggiungerei). Tanto, in un modo o nell'altro, avremmo parlato comunque di calcio. E' per questo che ci sono rimasto male quando ho letto il ritratto-intervista che Simon Kuper, non l'ultimo dei giornalisti (anche) di calcio, gli ha dedicato oggi sull'inserto domenicale Life&Arts del Financial Times. Perchè si è parlato solo di calcio, e per di più in modo banale. Il Real Madrid è stato forte finché c'è stato Franco, perchè sotto le dittature vincono sempre le  squadre delle capitali. Come no. Un'occasione sprecata, come portarsi a letto, e non nel loggione economico del teatro dell'opera, la connazionale Belen Rodrìguez.

Oltre a essere dandy impeccabile, Jorge Valdano è calciatore sopraffino (mise il proprio sigillo nel mondiale vinto dall'Argentina nel 1986, e dopo il celebre gol di Maradona all'Inghilterra ebbe l'ironia di lamentarsi con il compagno perchè non gli aveva passato il pallone nonostante fosse in buona posizione), è allenatore illuminato (sulla panchina del Real vinse giocando bene, su quelle di Tenerife e Valencia si limitò a giocar bene), è direttore sportivo ascoltato (Florentino Perez non fa un passo, e non spende un euro, se prima non l'ha consultato), è giornalista ricercato  (si sprecano le testate con cui collabora el Filosofo), è scrittore ispirato (si può partire da questo). Jorge Valdano sta al demi-monde del jet-set madrileño -un acquario di uomini d'affari con cravatte Hermès su camicia rosa e gemelli extra-large, rampolli di alta società vestiti come Lapi Elkann del discount, schivi toreri che hanno perso il gusto dell'affaire mondano, matrone che, sulla via dell'ultra-cafonal italiano, sorseggiano gin tonic con riduzione di collagene e angostura al bancone del Castellana 8, allenatori portoghesi che non sanno farsi il nodo alla cravatta- come Alberto Arbasino sta al demi-monde della cultura italiana: giganti sulle spall(in)e di nani. Questo l'ha scritto A.A. nel suo diario sull'ultimo o penultimo numero della rivista Nuovi Argomenti, ma potrebbe averlo scritto Valdano in qualunque dei suoi cinque libri: 
Da quante estati, nelle rotonde sul mare e ai Circoli, non si ritrovano più quei "panzoncelli scherzosi" che si chiamavano spesso Pupetto o Bebuzzo. Ammicavano, in mutandine, con un'oralità molto gestuale. Erano gli ultimi a dire cordialmente: pisquano, bisboccia, picchiatello, gagarella, minzione, il lunaria, lo gnorri, ricere. E alle americane, a Capri: "Visto che bel tramonto vi abbiamo preparato?"
Jorge, da quanto tempo non si vedono quei tramonti sul paseo della Castellana, all'altezza di plaza Castilla? Da quanto tempo le americane preferiscono la calda sabbia finta della Barceloneta all'oliva fredda del Martini servito nella terraza del Bernabeu? Da quanto tempo non si ritrovano più i Pupetti e i Bebuzzi, ma anche i Menotti e i Soriano, i Fontanarrosa e i Di Stefano?

Nel suo deludente articolo (anche uno sconosciuto blogger messicano sarebbe riuscito a fare meglio), Kuper si limita a tratteggiare, tra le righe e sotto traccia, un improbabile paragone proprio tra Di Stefano e Valdano, i due argentini più madridisti della storia del Madrid. Coloro che più incarnano il vero spirito vincente di quella squadra che, prima dell'arrivo di Valdano, aveva vinto "solo in bianco e nero" (le cinque coppe campioni degli anni cinquanta targate, appunto, Di Stefano). Si capisce chiaramente che Valdano ingoia amaramente la pillola Mourinho, perchè la sua idea di calcio la mette in pratica il nemico Guardiola, quando riferisce che a Madrid prima viene il risultato e poi il gioco, mentre a Barcellona succede il contrario. Che è insoddisfatto di questa squadra in cui quando si perde nessuno mostra gli occhi di brace, e la passione per il trionfo è stata soppiantata da un ampio ventaglio di passioni molto più prosaiche. Che la sensazione inesorabile del tempo che passa fa più paura del gol sbagliato dall'attaccante (per il secondo si può sempre rimediare nella finestra invernale del calciomercato, per il primo invece non c'è niente da fare). Che il calcio è cambiato, perchè prima un direttore sportivo aveva un rapporto diretto con il giocatore, e adesso invece fa fatica a districarsi nella pletora di agenti, procuratori, padri, cugini, fidanzate, pr, avvocati che gli girano intorno. Che la società dello spettacolo nasconde il paradossale segreto di occuparsi senza soluzione di continuità di un personaggio (Mourinho, Raul, Valdano stesso) senza arrivare neanche lontanamente a conoscerlo davvero.

Rimane la consolazione di una frase: quando poco tempo fa un giornalista appoggiò due registratori di fronte a lui prima di un'intervista, Valdano commentò: "Ah! Il primo è per registrare le mie parole, il secondo per registrare i miei pensieri". La prossima volta che passeggio di notte per Madrid devo ricordarmi di portarmi tre registratori, uno anche per i sogni. Non sia mai incontrassi Jorge Valdano.

venerdì 21 gennaio 2011

Feed the goat!

No,il triangolo no,non l'ho mai considerato,sentendo parlare di Isole Bermuda(si ok è sbagliato chiamarle così),non penso al maledetto e misterioso tratto triangolare di oceano che tante navi ed aerei ha fatto sparire nel nulla e non penso neanche al paradiso fiscale,alla villa di Silvio o ai pantalonicini,quando sento la parola Bermuda penso solo e soltanto ad una cosa,o meglio ad una persona, Shaun Goater. Il City ha sempre esercitato un fascino magnetico su di me ,quel suo essere sorella scomoda di una squadra vincente e famosa in ogni angolo del pianeta,quel suo tifo genuino,spavaldo,ironico mai invidioso delle fortune dei red devils,quei campionati e quelle coppe vinti in bianco e nero,che ormai si ricordano solo grazie ad ingialliti ritagli di giornale gelosamente custoditi nei cassetti delle case dei supporters più anziani ,quel suo galleggiare a stento nell'elite del calcio inglese,contrapposta poi a chi arrogantemente ha sempre dominato in lungo e in largo per la perfida Albione. Andando a scuola immaginavo i miei pari età del City derisi dai "Loro" compagni in rosso,loro con quel merchandising indossato da orde di orientali o di coattelli di casa nostra ,"Loro"con quello sponsor sulla maglia importante e quei giocatori che sembravano usciti da una boy band alla Beckham. Ero solidale e tutte queste storie nella mia testa verranno in seguito confermate da Jimmy Grimble(non nego l'importanza di questo film favoletta nella mia conversione),con quella scena finale splendida,che incarna in pieno lo spirito dei citizens di fronte alla stomachevole spocchia united. La scintilla vera e propria che crea un amore eterno e indissolubile verso questi colori, scatta però, come molte volte succede, grazie ad una partita giocata il 9 Novembre del 2002. Ma preferisco andare con ordine. Hamilton capitale di Bermuda è una piccola perla baciata dal mar dei Caraibi,parliamo di un paradiso terrestre oltre che fiscale,il classico posto senza casi di estrema povertà,insomma parlandoci chiaro,se non si è obbligati ,non esiste alcun motivo per lasciare un luogo simile. Se nasci calciatore,figlio di una calciatrice il tuo sogno non può che essere quello di arrivare a praticare questo sport al più alto livello possibile,specie se vivi e cresci dove il calcio può essere al massimo un divertente passatempo. Il giovane Shaun è ambizioso e parte così neanche maggiorenne per il New Jersey,ottenendo grazie al calcio una borsa di studio alla Columbia High University. Caso vuole che uno Scout dello United lo noti e lo ritenga degno di un provino in terra inglese. Deve averci visto davvero lungo l'osservatore visto che al Tempo Goater era ancora un regista e non una punta. Arrivato a Manchester,tuttavia non riuscirà mai ad arrivare in prima squadra. Nel 1989 Goater si trasferisce al Rotherham,un posto tanto distante e tanto diverso da Hamilton,il freddo la mancanza del sole e dell'oceano,Shaun tentenna,ma rimane per ben sette anni Nello Yorkshire. Con i Millers mette a segno più di 80 reti e si guadagna un ingaggio del più prestigioso Bristol City. Due anni di Bristol con una sconfitta ai play-off e una stagione successiva(che culminerà con la promozione)giocata da protagonista fino al 26 Marzo 1998 giorno della sua firma per il Manchester City. Nel City gioca le ultime sette gare stagionali andando a segno 3 volte ma non scampando alla retrocessione. Goater torna a Manchester sponda skyblues quindi nel momento più duro della storia della società con la prima(ed ultima) retrocessione nella terza serie inglese(oggi League One..Il City fu la prima squadra ad aver vinto una coppa europea a finire in una terza serie nazionale.). L'anno dopo Il City e Goater(21 reti stagionali) ritrovano subito la Championship battendo ai rigori il Gillinghamm nella finale play off. Passa un anno e Shaun si supera, la butta dentro 29 volte e il City ritorna in Premier,il 21 Giugno nelle isole Bermude viene istituito lo Shaun Goater Day ormai Goat è un monumento nazionale. Il City che nel mentre ha già avviato i progetti per il nuovo stadio,fa le cose in grande portando a Manchester Wanchope e Weah,Goater dovrà attendere più di due mesi per esordire nel massimo campionato inglese,chiuderà la stagione con 11 reti,capocannoniere della sua squadra, tutto questo non basterà ad evitare un altra dolorosa retrocessione . L'anno seguente arriva Keegan,reduce dalla non proprio positiva esperienza come manager della nazionale di sua maestà ad euro 2000. Shaun l decide di entrare per sempre nella storia del City segnando 31 goal in una stagione,battendo il record di Francis Lee(uno degli eroi della coppa coppe conquistata al Prater) e regalando ai citizens l'immediato ritorno in Premier league. E siamo a quel famoso 9 Novembre 2002,è Sabato e a Maine Road va in scena il derby di Manchester numero 127. Non me la sarei persa per nulla al mondo,in religioso silenzio davanti al televisore,dopo anni passati a seguire il campionato dell'altra faccia di Manchester da tabellini trovati qua e la. Passano solo 4 minuti Anelka ruba palla,scambia con Goater che tira,Barthez non trattiene e sempre Nicolas Anelka appoggia in porta per il momentaneo vantaggio. La gioia non dura neanche 3 minuti Solkjaer gela il Maine Road,sembra il solito copione City...e invece. Al minuto 26 Gary Nevile (manifesto della faccia tosta United)con tanto di fascia da capitano vista l'assenza di Beckham,si addormenta con il pallone tra i piedi sulla linea di fondo nel lato sinistro dell'area di rigore,Shaun Goater si avventa come un falco sulla palla, la conquista ,punta verso la porta di Barthez e fa 2 a 1. Passano appena 5 minuti del secondo tempo Shaun si ritrova solo davanti a Barthez dopo un azione cominciata con un lancio da sinistra dell'israeliano Berkovic,Goater la tocca appena,un leggero scavetto(oggi cucchiaio,anzi cucchiaino) che si adagia tranquillamente alle spalle di Barthez,è il goal numero 100 con la maglia citizens per Goater che portandosi l'indice al naso zittisce i sostenitori dei Red Devils,è il goal che dopo 13 anni restituisce il derby alla sponda celeste di Manchester,è il goal dell'ultimo impressionante boato di uno stracolmo Maine Road. 13 anni ovvero dal 1989 che il City non riusciva a portare a casa la vittoria in una stracittadina,1989 l'anno dell'arrivo di Goater allo United. Questo non è il primo ricordo che ho del City,ma è sicuramente il ricordo più nitido ed emozionante,quella partita,quella vittoria,quel faccione bermudiano che sorride con quello spazio tra i denti mentre alle spalle si scatena la bolgia dei tifosi,mi ha fatto innamorare. In quella stagione Goater segnerà il goal più veloce della Premier per un giocatore subentrato dalla panchina,impiegherà appena nove secondi. Shaun chiuderà con l'anno con 7 reti all attivo,contribuendo al nono posto dei citizens(valido per un piazzamento uefa grazie al Fair Play). a Metà stagione il numero 10 aveva annunciato che avrebbe lasciato Manchester,nell'ultima partita della stagione contro il Southampton Goater indossa la fascia da capitano,sarà la sua ultima apparizione con gli skyblues e sarà l'ultima partita della storia giocata al Maine Road che dopo 80 anni di onorata e gloriosa carriera chiuderà i battenti. Quello stesso anno Goater viene insignito del titolo di membro dell'impero britannico per i suoi servigi nel campo dello sport. Da quella stagione in poi il City comincerà la sua mutazione,passeranno 4 anni e arriveranno i soldi del thailandese Shinawatra,poi lo sceicco Mansur. Shaun Goater dopo un paio di stagioni al Reading,una al Coventry,una al Southend e 2 al Bermuda Hogges(Squadra da lui fondata) nel 2008 ha lasciato il calcio. Oggi è presidente proprio dei Bermuda Hogges che giocano nel campionato di serie C americano. Il City dei giorni nostri è una delle squadre più importanti del mondo,ambita da gran parte dei giocatori di tutto il pianeta grazie al potente richiamo dei petroldollari,non rischia più la terza serie,non gioca commoventi finali dei playoff,oggi i suoi avversari si chiamano Chelsea,Arsenal,Liverpool e non Port Vale o Gillingham,lotta per la prima posizione e vincere il derby non è più un impresa. Con quelle 400.000 sterline spese per Goater nel 1998 oggi non comprerebbero neanche la riserva delle riserve. Tutto questo è stato possibile anche grazie ai suoi goal promozione. Oggi il Maine Road pare sia diventato un palazzo,Shaun dalla sua Hamilton guardando verso l'oceano Probabilmente sente ancora quel boato assurdo dopo il terzo goal e quel coro storico che faceva tremare il Maine Road "Feed the Goat and he will score",e allora si ora avrete capito perchè, sentendo parlare di Bermuda, la prima cosa che mi viene in mente non può essere quel maledetto triangolo, ma solo il faccione ed il sorriso contagioso di Leonard Shaun "The Goat"Goater.

sabato 15 gennaio 2011

Derby Day

Tomorrow (Sun, Jan 16) will see three of the biggest English derby games played, in a day which has been billed as the ultimate 'Super Sunday.'

Brummies like to think Birmingham is England's second city and they say that Aston Villa against Birmingham is the most important game in the calender.

In the North East, where the locals' love for foootball is as strong as the Geordie accent (for evidence think of Gazza's magical command of English), Sunderland host Newcastle and are hoping to make amends for the five nil drubbing the Magpies dished out to the Black Cats earlier in the season.

Over in Liverpool, in the port city which backs on to the Irish Sea in the west of the country, David Moyes' Everton will make the short walk across Stanley Park - a sort of grassy Scouse no mans land - from Goodison Park to Anfield. They are aiming to inflict a third straight defeat on Reds' folk hero Kenny Dalglish, who has been parachuted into the club's hot-seat following the untimely departure of Roy Hodgson.

Aside from the desperate need to win to grant their fans' bragging rights for the rest of the year, each club is experiencing a mini-crisis of its own.

Birmingham are one point off the relegation zone. Their boss Alex McLeish has just picked up the underperforming David Beckham-alike David Bentley from Spurs on a six-month loan deal and, from the same club, aging Irish striker Robbie Keane for £6 million.

Aston Villa are routed in the bottom three and in a transition period with new manager Gerard Houllier struggling to steady a ship still rocking after the departure of the best young British manager right now, Martin O'Neill.

On Wearside (Sunderland is on the River Wear) a minor miracle is happening. Former Manchester United striker Steve Bruce has only been in the job a couple of years but has taken the club to the brink of a European place and assembled a young, overperforming squad, helped in part by some clever loan deals, including Danny Welbeck from his old boss in Manchester, Alex Ferguson. Bruce is also getting the best out of the club's elder players such as Darren Bent and promoting local talent from the region such as dynamic midfielder Jordan Henderson.

Newcastle, on the other hand, are a club at the mercy of a ruthless owner: businessman Mike Ashley, who is the owner of Sports International. He is a man who made his money buying brands (namely high street sports shops) and turning their fortunes around. Try as he might, Ashley's shrewd business approach has so far not paid dividends at Newcastle United. He is mainly to blame.

He sacked one of the most promising young English managers only a few weeks a ago, Chris Hughton - despite the Londoner having turned the club into a solid top ten team - and replaced him with Alan Pardew, the former Charlton Athletic boss who, most recently, was sacked by Southampton for failing to take The Saints up to The Championship from the Division 1.

Yet is it in Merseyside (Liverpool is on the River Mersey) where things are really afoot. 20 years after he was last in charge at Anfield, when he won the old first Division (and Liverpool last won the title), Kenny Dalglish is back at the helm. He had visions of being Roy Hodgson's long-term replacement but after two games and two losses there is discontent behind the scenes.

Ironicallly, it was a dramatic 4-4 draw with Everton in the Merseyside derby in 1991 which spelt the end for the Scot last time. That game is remembered as one of the greatest derby matches ever played, because Tony Cottee scored two late goals to help Everton hold their rivals to a draw after extra-time in a fifth-round FA Cup replay at Goodison Park.

Pundits say the immense strain occasioned first by the Heysel disaster, which was compounded by the Hillsborough disaster a short while later, finally told on the man. Characterised by kamikaze defending, Liverpool threw away a seemingly unassailable lead and, a few days later, in February 1991, the stress Dalglish had been internalising for far too long prompted his resignation.

The question on everyone's lips now is, with shear survival at stake, might the same happen again?

Watch the clip of Everton v Liverpool in 1991 - http://www.youtube.com/watch?v=jt616hEtp38&feature=related - with Ian Rush, Peter Beardsley and Neville Southall, true 90s greats, and ask yourself: was that the best derby ever played?

venerdì 14 gennaio 2011

Usi alternativi di un album Panini

Album figurine Panini
Allora.. non compro un album Panini da svariato tempo ormai. Non perché creda di essere troppo cresciuto, anzi.. l'album ancora esercita su di me un discreto fascino e non nego che una parte di me smani per cercare di finirlo (non ci sono mai riuscito! questi si che sono traumi infantili che possono risvegliare il serial killer che è in te). Certo purtroppo mi ricordo di quando le figurine costavano 300 lire a pacchetto (massimo che mi ricordi 500 lire), oggi ne ignoro il prezzo (presumo spropositato). Inoltre, lo stravolgimento delle rose nella finestra di mercato di gennaio farebbe demordere il più incallito dei nerd calcistici (parlo della vecchia guardia).
 
Non sono qua per fare amarcord parlando di album, quello è un qualcosa che lascio volentieri a Dionigi, capace di tirare fuori un post strappalacrime di tre pagine sulla capigliatura di Gianpietro Piovani in una figurina del 1996 (inserendo peraltro nel post almeno una volta le parole working class e Albinoleffe). Sono qua perché davanti allo stadio la scorsa partita distribuivano l'album 2010-2011, un buon pretesto per un post.. già ma quale?. Potevo creare un altra stucchevole invettiva contro il calcio moderno, magari infilando qualche altro ex giocatore del Milan per far infervorare lo Zio e soprattutto parlare del Doria per far capire a Kalle che ho imparato la lezione (ti aspetto al varco al tuo primo errore.. ovviamente si scherza in entrambi i casi). Niente di tutto questo, ho semplicemente preso i luoghi di nascita per formare delle selezioni regionali. Perché? Per 3 validi motivi, ovvero non ho una beneamata (lascio a voi il vocabolo più appropriato da inserire) da fare, detesto l'anno neutro tra mondiali ed europei e pretendo che sia riempito con qualcosa (pensate che bello un Mondiale delle Regioni) e soprattutto mi sono un anticchia sfranto ciò che ho di più prezioso sentendo parlare dei 150 anni dell'unita d'Italia quando sappiamo benissimo che l'unica cosa che tiene unito questo paese è Lacrime di Borghetti, da Crema a Salerno, passando per Milano, Roma, la Sicilia, la Liguria, la Lucania, le Marche e tutto il resto.
 
Siate ELASTICI, le formazioni non sono perfette, i moduli possono non piacervi, i giocatori men che meno ma ho aperto questo post proprio per discuterne. Ovviamente mi sono preso la libertà di ricollocare diversi calciatori tipo Perrotta e Giuseppe Rossi nati fuori dai confini, o magari lasciando Balotelli in Sicilia per motivi di organico (quando è più bresciano lui della Wuhrer). Si viene così a scoprire della fantasia e la classe della Campania, della Lombardia talmente piena di giocatori che mi è bastata la sola serie maggiore per completare la rosa, dell'Abruzzo con soltanto esterni di difesa, delle Marche patria di attaccanti, del Lazio completo in tutti i reparti, della Toscana terra di portieri, della difficoltà di diventare atleta di livello in Basilicata e che in Calabria tutti vogliono giocare a centrocampo. Potevo inserire anche i vari Mister, ma ho evitato perché con molte delle squadre sono stato obbligato per numero a determinati moduli che non si potevano adattare allo stile dell'ipotetico allenatore. Si tratta ovviamente solo di giocatori di Serie A e B, con la C avrei probabilmente terminato tutte le rose ma sarebbe venuta meno la mia lucidità mentale.
 
Fatta questa rapida premessa buon divertimento e viva Lacrime di Borghetti! Il lavoro! E la libertà!(questa era per Gegen)
COMPLETE


CAMPANIA (4-3-3): Sorrentino, Abate, F.Cannavaro, P.Cannavaro, Criscito, Nocerino, Migliaccio, Maresca, Di Natale, Quagliarella, Borriello. A disposizione: Mirante, Grava, Molinaro, Foggia, Buscè, Palladino, Floro Flores. Altri: Iezzo, Belardi, S.Masiello, Lauro, Sardo, Stendardo, Vives, Schiattarella, Pagano, Lodi.


EMILIA ROMAGNA (4-4-2): Sereni, Zaccardo, Ferrari, Gamberini, Santon, Brighi, Biondini, Cigarini, Munari, Toni, Inzaghi Altri: M.Rossi, Ceccarelli, Zoboli, Andreolli, Rivalta, Manfredini, Pulzetti, Siligardi, Casarini, Dessena, Bombardini, Loviso, D.Succi, Pozzi, Abbruscato


LAZIO (4-4-2): Amelia, Moretti, Nesta, Bonucci, De Silvestri, Pepe, De Rossi, Aquilani, Cerci, Totti, Di Vaio. A disposizione: Curci, Ogbonna, Portanova, Palombo, Candreva, Tiribocchi, Macheda. Altri: Terlizzi, Bovo, M.Pisano, Rosi, Domizzi, D'Alessandro, Conti, Marchionni, Blasi, Liverani, Galloppa, Greco, Pinzi, Corvia, Di Michele, Moscardelli.

LOMBARDIA (4-3-1-2): Abbiati, Dossena, Biava, Bonera, Cassetti, Mauri, Montolivo, Brocchi, Pirlo, Caracciolo, Matri. A disposizione: Castellazzi, Zambrotta, Natali, Lazzari, Guana, Paloschi, Bianchi. Altri: Antonioli, Pelizzoli, Agazzi, Padelli, Arcari, Bega, Zambelli, Dallamano, Canini, Astori, Perico, Motta, Santacroce, Antonini, Antonelli, Lucchini, Mutarelli, Budel, Pinardi, Parolo, Gobbi.


PIEMONTE (4-2-3-1): Squizzi, Cassani, Ariaudo, Cacciatore, Balzaretti, Marchisio, Milanetto, Semioli, Giovinco, Lanzafame, GIlardino. Altri: Mantovani, Pasquale, Comotto, Gasbarroni, Acquafresca, Maccarone.



PUGLIA (4-3-3): Narciso, Morleo, Materazzi, Legrottaglie, Potenza, Pazienza, G.Colucci, Delvecchio, Miccoli, Cassano, Amoruso. A disposizione: D'Addario, A.Esposito, Camisa, Mesto, L.Colucci, Iunco, Ventola. Altri: Abruzzese, Anaclerio, Della Rocca, Moro, Carrozza, Caputo, Vantaggiato


SICILIA (3-4-3):[---], Perna, Rinaudo, Lisuzzo, Tedesco, Sciacca, Ciaramitaro, D'agostino, Mascara, Balotelli, Calaio. Altri: Aronica, Accardi, Parisi, Mazzotta, Scurto, Rizzo, Tripoli, Misuraca, Foti.


TOSCANA (4-3-1-2): Buffon, Agostini, Chiellini, Barzagli, A.Masiello, Biagianti, M.Rossi, Bentivoglio, Diamanti, Pazzini, Mastronunzio. A disposizione: Storari (Viviano)Dainelli, Pieri, Mannini, C. Zanetti, Lucarelli, Giaccherini. Altri: Berni, A.Lucarelli, Coda, Parola, Marianini, R.Taddei, Coralli, Dumitru, Corradi.


VENETO (4-3-3): Marchetti, Pasqual, Gastaldello, Malagò, Maggio, Poli, Donadel, Gazzi, Del Piero, Meggiorini, Rocchi. Altri: Campagnolo, Scarpi, Benussi, Giuliatto, Rubin, Biasi, L. Rigoni, N. Rigoni, Volpato.


CALABRIA (3-4-1-2): Guarna, Modesto, Cosenza, Bellusci, Belmonte, Gattuso, Morrone, Perrotta, Rosina, Iaquinta, Floccari. Altri: Tosto, Caserta, Ceravolo, Castiglia, Giampà, Missiroli, Barillà, Viola, Pellicori, Cacia, Sculli.


LE ALTRE
 
ABRUZZO - Portieri:De Sanctis - Difensori: Del Grosso, Grosso, Oddo, Zanon, Ciofani, Micolucci - Centrocampisti:Veratti, Luisi, Di Matteo, Agomeri, Antonelli, Di Donato, Sansone - Attaccanti: G. Rossi(?).
 
MOLISE - Antenucci, G. Rossi(?).
 
BASILICATA - Giosa, Sabato.
 
VALLE D'AOSTA - De Ceglie, Fusani, Pellissier.
 
UMBRIA - Portieri: Lupatelli - Difensori: Ranocchia, Petterini, Catacchini - Centrocampisti: Baiocco, Beati, Manganelli, Testini - Attaccanti: Okaka, Campagnacci, Marchi.
 
TRENTINO ALTO ADIGE - Portieri: Orlandoni - Centrocampisti: Laner, Scavone - Attaccanti: De Gasperi.
SARDEGNA - Sirigu, Pinna, F. Pisano, Cossu, Guberti, Cocco, Pani. Ragatzu.
 
MARCHE - Difensori: Paci, Mei - Centrocampisti: Ambrosini, Piangerelli, Bonaventura, Giorgi, De Falco, Marchi - Attaccanti: Possanzini, Destro, Marilungo, Paponi, Bucchi, Paolucci.
 
LIGURIA - Portieri: Bassi, Puggioni - Difensori: Iorio, Bianco, Cottafava - Centrocampisti: Marcolini, Del Nero, Vergassola, F. Moretti, Basso, Lizzari.
 
FRIULI VENEZIA GIULIA - Portieri: Tomasig - Difensori: Calderoni, Cristante - Centrocampisti: Padoin, Donati, Mattielig, Scozzarella - Attaccanti: S. Motta, Noselli, Godeas, Gerardi.

mercoledì 12 gennaio 2011

Il girone dei rimpianti

(Anche la "Lega Pro" vuole il suo pallone)

Mario Macalli è una sorta di Don Rodrigo del calcio. Un signorotto lumbard con il suo piccolo feudo, la Serie C, al quale ha cambiato nome (“Lega Italiana Calcio Professionistico”, per tutti “Lega Pro”) e si prepara a modificare radicalmente (in pochi anni si dovrebbe ritornare alla C com'era negli anni '60: una sola categoria e tre gironi). Personalmente lo ringrazio per aver negato a me e a tanti tifosi della Salernitana il girone B, visti i “gravi pericoli di ordine pubblico che potevano intercorrere nel mettere tutte assieme le società campane”. Non parliamo dei granata, ci sarà il tempo, e neanche di ordine pubblico: addentriamoci invece in un girone che sembrava monco alla vigilia ed invece si sta rivelando appassionante e ricco di storie.

Partiamo dalle tre toscane, esiliate dal ragioniere nel centro-sud: Lucchese, Pisa e Viareggio. I primi due nomi sicuramente rievocano storie di calcio più note, mentre la formazione bianco-nera ci concede un accostamento solamente grazie al famoso Torneo. Il blasone tuttavia un basta ed infatti è proprio il Viareggio a trovarsi con la classifica migliore. In riva agli ombrelloni della Versilia si offre un buon modello di calcio: in panchina Giuseppe Scienza, allenatore-rivelazione l'anno scorso a Legnano; in campo tanti giovani di belle speranze che in passato lo stadio “Dei Pini” l'avevano calcato con le rispettive squadre Primavera. Togliendo Marolda, il bomber della squadra, e Fiale, leader di una delle retroguardie meno battute del torneo, la media-età della rosa non supera i 23 anni. Le due vicine più famose non se la passano bene: figlie di recenti fallimenti si sono affidate, forse con troppa sufficienza, alle stesse rose che la stagione passata avevano trionfato in C2 (Lucchese) e D (Pisa). I rossoneri, tornati con la pantera ed il nome “Libertas”, restano aggrappati alla salvezza grazie ai gol di Marotta (9 sui 21 della squadra) ed il cambio in panchina non ha sortito grandi effetti. Sotto la torre pendente invece un altro bomber, il sempreverde Marco Carparelli, non basta. Anche qui ha pagato l'allenatore, cacciato Stefano Cuoghi, ma pochi i benefici. Eppure c'è un toscano che sorride: Piero Braglia, un altro che la terza serie la conosce bene. La sua Juve Stabia gravita in zona play-off, ufficialmente pensa a salvarsi ma potrebbe coltivare ben altre ambizioni. Accanto alle vespe in classifica c'è un'altra piccola grande storia: il Lanciano, anzi, la Virtus Lanciano. Prima di capire bisogna partire dalla storia d'amore tra un calciatore e la sua presidentessa, non siamo ai livelli di Speroni e della signora Borlotti (perdonatemi la citazione). In primis Manuel Turchi e Valentina Maio sono felicemente sposati, in secundis fanno benissimo il loro compito: Turchi è un onesto attaccante, Valentina Maio invece mette i soldi e non li butta come fanno molti altri suoi colleghi. Il Lanciano è un'accozzaglia di gente che ha fatto il giro d'Italia e s'è ritrovata in Abruzzo agli ordini di Camplone e di un gioco apparentemente facile: squadra corta, ripartenze e grande solidità difensiva. Risultati? Quarto posto e seconda miglior difesa, togliendo il 5-3 al Foggia del Maestro solamente 13 gol fatti ed 12 subiti.

Tutto qui? Fosse così facile non dovrei lamentarmi, in fondo giocare contro Alessandria, Pavia e Bassano non è così male. Il girone B è soprattutto tante vecchie rivalità: è giusto partire rendendo l'onore delle armi alla Nocerina, padrona assoluta di questa prima parte di campionato. Il progetto allestito in estate da Citarella era di quelli parecchio ambiziosi, si era parlato perfino del ritorno di Siviglia nella sua Nocera. I risultati gli stanno dando ragione: i molossi volano grazie all'assetto offensivo di Auteri, un 3-4-3 dove il tridente Catania-Castaldo-Negro recita il ruolo principale (22 gol su 31) in una squadra che senza nomi di grido gioca un ottimo calcio. Lasciando un attimo da parte il Foggia passo dal rosso-nero al rosso-blu, buttandomi sulle due grandi incognite di questo campionato: Taranto e Cosenza. Due squadre che per investimenti economici e desideri del pubblico potrebbero essere in altri punti della classifica, forse in altre categorie. Il blasone, tuttavia, non basta: il Cosenza, assorbito il trauma del fallimento del 2003, centrò due promozioni consecutive (2007-2008 in D, 2008-2009 in C2) ammazzando i campionati. Si sperava che anche la C1 scivolasse via così e l'arrivo di Stefano Fiore sembrava la miglior garanzia. Sia chiaro, l'ex-centrocampista di Lazio e Parma sta offrendo scampoli di buon calcio al “San Vito” ma predica nel deserto di un ambiente troppo effervescente, di una rosa con nomi importanti ma mai coagulati in un preciso ordine tattico, di una società con le idee spesso confuse. Il Taranto bazzica la terza lettera dell'alfabeto da più di dieci anni, passando tra grandi sogni e problemi economici fallendo sempre l'assalto alla B (ben due finali play-off perse!). Non sono mai mancati gli imprenditori disposti a mettere soldi: è sempre mancato un progetto a lungo termine, quello che ti consenta di fare 31. Con una rosa forte prima o poi fai 30 ma per festeggiare serve qualcosa che finora non si è mai visto sul prato dello stadio “Erasmo Iacovone”. Resta da parlare della Cavese, lasciata al suo destino dalla coppia Della Monica-Fariello e salvata a Luglio dalla piazza. Salvataggio con un handicap di 6 punti, nonostante questo gli aquilotti possono salvarsi ed hanno tre buone ragioni: la tenacia di un città che calcisticamente non vuole morire, l'organico che non è da buttare e Camillo Ciano. Già 10 gol per lo scugnizzo terribile del vivaio del Napoli mandato in C a maturare insieme a Lorenzo Insigne, quest'ultimo autore di 8 reti nel Foggia.

Concludiamo questa carrellata scendendo in Sicilia, con due storie molto diverse. Siracusa e Gela stanno vivendo due campionati speculari: quando una va bene, l'altra stenta. Gli aretusei, guidati in panchina da Ugolotti, stanno vivendo un momento magico. Anche qui squadra costruita con pochi soldi e giusto quei due-tre nomi esperti dove serve ma i risultati stanno premiando la società: play-off ad un passo e la soddisfazione di essere l'unica formazione ad aver battuto la Nocerina. Il Gela invece aveva ben impressionato nella prima parte di campionato, arrivando anche alle soglie dei primi posti, poi il crollo: dalla 10a giornata un solo successo, contro il Pisa. Possibile che Nicola Provenza subisca l'influenza negativa della sua città? Da salernitano è anche possibile.

E' un campionato così bello che non è possibile parlare di tutti, ho dovuto tralasciare qualche formazione interessante nei suoi sviluppi recenti ma confesso d'averne tenuta una apposta da parte: l'Atletico Roma. Qualcosa di totalmente distante dalla mia idea del calcio, un po' stramba e un po' fissata con la provincia italiana. Mi auguro che l'usurpatrice della Lodigiani (non ha alcun diritto per appropriarsi di una magnifica storia di calcio) non vada in B. Arrivare dalla C2, comprare a destra e manca sognando pure in grande ma senza tifosi e senza storia, neppure una vita passata tra i dilettanti e la terra battuta. Direttamente la C ed il Flaminio. Quale futuro può avere una squadra senza anni e anni di passione alle spalle? Nessuno, in un calcio dove i tifosi e le rivalità sono un valore, dove l'avversario più difficile è una curva che ti riempie di fischi appena tocchi palla. E' più bello affrontare una squadra che gioca in dodici.

P.S. Lunedì sera, al “San Francesco”, Nocerina-Benevento. Mica male come “Monday Night”.

lunedì 10 gennaio 2011

Palloni d'oro

l'eleganza prima della caduta del muro
Tornerò presto sul tema della Ddr, più in generale delle due Germanie, perchè sto leggendo due bellissimi monologhi di Thomas Brussig, scrittore e intellettuale del pallone di Berlino, che meritano qualche nostra riflessione. Nella giornata in cui Leo Messi, ancora pischello, vince il suo secondo pallone d'oro consecutivo, e direi che c'è poco da dire, nel senso che lui è senza dubbio il più forte del mondo, ma il riconoscimento lo meritava Xavi (sembra un paradosso ma in realtà è solo una sottile sfumatura), mentre abbiamo scampato una grossa figuraccia con il favoritissimo Iniesta (un campione anche lui, magari lo vincerà in futuro, anzi glielo auguro, ma quest'anno proprio no, non può bastare un gol decisivo ai Mondiali non dico per vincere questo premio, che a) in quanto premio privato lo possono dare a chi vogliono, b) comunque non vale niente perchè è un premio da calcio moderno, c) per dire, il rappresentante italiano è Roberto Beccantini, o almeno lo era, non so se lo è ancora, insomma esponente proprio di un calcio che non ci appartiene, dicevo non può bastare un gol decisivo ai Mondiali per essere considerato il più forte del mondo in quell'anno, altrimenti il povero Fabio Grosso, attuale riserva di De Ceglie, avrebbe il diritto di fare causa a mezzo palmares), ho avuto un'illuminazione, che probabilmente qualcuno avrà già avuto prima di me, lo ignoro e non mi interessa, un'illuminazione sul pallone d'oro più contestato degli ultimi vent'anni, quello consegnato nelle mani di Matthias Sammer. Un personaggio e un pallone d'oro che io ho sempre stimato. Ad un certo punto del suo monologo Fino a diventare uomini (editore 66thand2nd), Thomas Brussig, o meglio, il vecchio allenatore che ne è il protagonista, parlando della vittoria della Danimarca agli Europei del '92, dice: "Quello è riuscito a mettere su la squadra e a vincere gli Europei. In finale hanno battuto la Germania due a zero. Vabbè, c'era Sammer, ma sostanzialmente era la Germania Ovest". Ecco, il pallone d'oro del '96 per me è tutto in quel Vabbè, c'era Sammer, l'unico talento della Ddr reclutato nella prima vera spedizione della Germania unita (mentre si disputava Italia '90 c'erano ancora i sassolini che si sgretolavano dal Muro...). Quel pallone d'oro non ha alcuna motivazione calcistica (Sammer non era il libero più forte della sua generazione e neanche del suo anno, e comunque i liberi non vincono i palloni d'oro perchè i liberi non fanno vendere magliette e dunque le società non premono per fargli vincere quel premio), ma solo politica, simbolica, storica. Sammer è l'emblema della volontà europea, prima ancora che tedesca, di far riunire le due Germanie, di far riappacificare i due popoli, di far avvicinare i due mondi. Sammer è l'obolo che l'occidente versa nelle mani dell'est per voltare pagina. Come dire, uno dell'est dovevano pur portarlo in quella Germania (ovest), altrimenti che Germania riunita era? Scrive ancora Brussig: "Nel novanta, ancora una volta i nostri non ce l'hanno fatta. La Germania Ovest diventava campione del mondo. Con Beckmbauer allenatore. Lui diceva che, dopo i mondiali, i tedeschi, rinforzati dai giocatori dell'Est, sarebbero stati imbattibili per anni. Si vede che non aveva la minima idea di chi si prendeva in casa". E' vero, probabilmente Sammer non valeva un Beckembauer e neanche un Berthold o un Kohler; e sì, probabilmente non valeva neanche uno Sparwasser, il suo connazionale che  venti anni prima con un gol al Mondiale sconfisse quelli al di là del muro e diede la gioia più grande alla sua generazione. Però Sammer valeva bene la storia di questo continente, e sono felice che per una volta i meri interessi economici del pallone, del pallone (loro malgrado) dei Messi e dei Ronaldo, dei Ronaldinho e degli Iniesta, si siano piegati sotto gli scarpini male allacciati di un ragazzone di Dresda che (suo malgrado) ha scoperto che dietro il muro non c'era nessuno più forte di lui.

venerdì 7 gennaio 2011

Breve inno al Televideo

maledette pagine che non si aggiornano mai...
Prima che sia troppo tardi anche solo per il ricordo, volevo dedicare cinque minuti della mia scialba esistenza a tessere un inno ad una cosa (non mi viene in mente un altro modo per descriverlo) che ha segnato per tanti anni le mie giornate e il mio rapporto con il calcio: il Televideo della RAI. Se è incredibile pensare che ci sono ragazzi che non pagheranno mai il campo di calcetto con cinque mila lire ("ahò regà quant'è il campo?" "uno scudo"), per il semplice fatto che quella banconota verdina non l'hanno mai tenuta in mano, se è ancora più incredibile pensare che quegli stessi ragazzi non vedranno mai i giocatori della propria squadra del cuore scendere in campo con i numeri dall'1 all'11, ma si sono dovuti sorbire portieri pelati col numero 10 e centravanti ignobili con il 2 o con il 3, il massimo dell'incredibile è per me pensare che questa sventurata generazione che mi segue non imparerà mai a desiderare ardentemente, con tutte le sue forze e anche a costo di lasciar bruciare il caffè sul fuoco pur di non distrarsi, che si aggiorni la schermata della pagina 229 del Televideo con delle notizie nuove. Le Brevissime del Televideo sono state la mia educazione sentimentale all'informazione calcistica. Ogni pausa dallo studio, magari tra una riga e l'altra della versione di greco (così ho fatto anche capire che alle spalle ho studi solidi), era consacrata al rito pagano della pagina 229: quando leggevo in alto a destra 1/3, dopo che la volta precedente eravamo arrivati solo alla 2/2, una strana e irrefrenabile eccitazione mi portava a fantasticare su quale strabiliante notizia i redattori calcistici del Televideo avessero messo le mani: forse si era infortunato Mendieta col Middlesbrough, forse Caracciolo avrebbe accettato l'offerta del Palermo, forse il Maiorca aveva perso in Copa del Rey. Tutto questo è andato perduto, perchè oggi c'è Internet con le sue pagine sempre in tempo reale, c'è SkySport24 che trascina sul fondo dello schermo centomila notizie al secondo, tutte uguali, ci sono i telefonini che ti collegano col mondo. E soprattutto si è perso il rito dell'attesa, perchè non c'è bisogno di aspettare minuti o ore prima che le pagine si aggiornino, visto che oggi le pagine sono sempre tutte aggiornate. Ma il fascino, il mistero, l'eccitazione di sapere cosa contiene quella pagina 3/3 che prima non c'era non sono stati sostituiti da niente e da nessuno. 
L'altro mio cruccio è che nessuno segue più le partite in diretta sul Televideo. Mi riferisco ovviamente alle pagine 221 e seguenti. Schermate meravigliose, anche dal punto di vista cromatico, con quei gialli e quei rossi, quei blu e quegli asterischi verdi. Perfette da accompagnare con la telecronaca alla radio, come un buon vino rosso corposo non dovrebbe mai mancare accanto all'arrosto con le patate. Nello scarno silenzio di quei nomi scolpiti in colonna si potevano immaginare partite memorabili, azioni coinvolgenti, giocate da fuoriclasse. Ecco che, nella schermata che ho trovato (peraltro, ricordo perfettamente di aver visto quella partita sul Televideo, e poi il gol di Caracciolo sul primo palo solo dopo, negli high-lights), quel lungo nome Parravicini, sostituito da Guana, assomiglia ad una diga in mezzo al campo che ha frustrato gli attacchi degli Hammers. Quel Reo-Cocker ammonito fa immaginare un grosso taglia-legna che ha riempito di falli gli sguizzanti attaccanti rosanero. Ma soprattutto, anche lì, quel 2/2 in alto a destra tiene tutti col cuore in gola, in attesa che si apra la prima schermata, che contiene il sintetico commento della partita. Sintetico sì, ma anche arguto, perchè la prosa del Televideo era essenziale ma fresca come un buon bicchiere d'acqua. Quel bicchiere d'acqua che, purtroppo, non si beve più. 
Onore al Televideo dunque, e a tutti i reduci della televisione analogica. A tutti e due bisognerebbe dedicare un monumento davanti alla sede RAI di Saxa Rubra, per non dimenticare.