mercoledì 28 dicembre 2011

Punto B

[Agli ordini del Maestro]
Quest'anno è facile occuparsi di B: dovunque va Zemàn i giornalisti lo seguono augurandosi altri “j'accuse” al calcio di oggi. Dovendosi occupare, teoricamente, di calcio tocca loro seguire il Pescara e conoscere, a grandi linee, le avversarie. Sembra scontato da dire ma stavolta la cadetteria sta recuperando interesse e un pizzico di qualità dopo anni di crollo verticale. Il merito non è solo del boemo, sia chiaro, ma di una Serie C che negli anni ha ridotto il gap tecnico ed economico. Un campionato dove l'equilibrio può essere rotto da due fattori: la panchina e la psicologia. Un po' tutte le formazioni sono coinvolte in tal senso. Sotto il primo aspetto emblematico è il caso del Torino. Urbano Cairo è riuscito nell'unica cosa che gli mancava nella sua presidenza: azzeccare l'allenatore. Il primo posto porta la firma di Ventura, che torna in B dopo il suo meraviglioso Pisa, e dietro di lui una squadra che conta meno sui nomi altisonanti ma sull'entusiasmo della gioventù. Il fattore psicologico ha ben due paradigmi: in positivo la Juve Stabia, in negativo il Brescia. Le vespe potevano pagare l'inesperienza (quasi nessuno conosceva la categoria) e i 4 punti di penalità. Non è andata così: Pierino Braglia ha compattato l'ambiente agli ordini del suo calcio sanguigno. I risultati sono evidenti: i play-off distano due punti. Come l'anno scorso Braglia predica la salvezza ma sappiamo come finì lo scorso Giugno. A Brescia è accaduto di tutto e non è finita: Beppe Scienza, ad inizio stagione paragonato a Guardiola, è stato esonerato quando ormai non era possibile fare altro. Il buco nero mentale in cui si era infilata la squadra poteva essere risolto solo così, nonostante Zambelli e compagni seguissero alla lettera i dettami dell'allenatore. Resta la grave crisi societaria ed un pubblico che invoca il ritorno dei miti di ieri: Hagi, Hübner e Baggio.

Torniamo un momento all'incipit, al Maestro. Il suo Pescara, nello spettacolo della B, non è l'unico nome di grido. Ci sono due prim'attori: l'altro è la Sampdoria. Si sono appena affrontati e la differenza è evidente, più dei 10 punti in graduatoria. Gli abruzzesi, nonostante il calo di condizione, sono lassù. Con il solito 4-3-3, vecchio di 20 anni e avanti di 20 anni. La Sampdoria non esiste: manca di gioco, di mentalità, di testa. Non è bastato un girone intero (all'epifania la B celebrerà il giro di boa) per calarsi nella categoria. In un mondo dove tutti faticano a sopravvivere devi avere più fame degli altri per salvarti. Da chi dovrebbe imparare? Dall'Hellas. Mandorlini non predica un bel gioco e l'organico non è neanche così forte ma intanto è secondo: con merito, con il carattere. Lì vicino, tra Verona e Pescara (il match di ritorno, tra poche settimane, sarà tutto da vedere) c'è il Sassuolo che quest'anno sta uscendo bene dalla mezza rivoluzione: ha ripulito una rosa, apparentemente senza più stimoli, e le ha donato linfa nuova con gente come Sansone e Boakye. Sistemati i giocatori in panchina c'è Fulvio Pea, il figlio perfetto di Mou, e non parliamo del José versione “blancos” ma quello sparagnino e ultra-difensivo (solo 14 gol subiti): ben 6 delle 10 vittorie dei nero-verdi sono state raggiunte con un misero 1-0.

Lasciando da parte Padova e Reggina, che occupano gli ultimi due posti play-off, scendiamo verso il centro classifica (fascia da 28 a 24 punti) dove stazionano anche Varese e Bari. I biancorossi lumbard in estate avevano rinunciato, in un colpo solo, a Sannino e alla prima scelta per la successione, il neo-esonerato Mangia, puntando su Benny Carbone. L'anno scorso non aveva sfigurato a Pavia ma è stato un salto troppo alto (lo stesso che ha pagato Pecchia a Gubbio). Qualcosa di buono c'era ma il gioco non valeva la candela. Inevitabile l'esonero: al suo posto è arrivato Maran, un ottimo allenatore. E' già da molti anni che bazzica la categoria e, dovunque è andato, ha sempre fatto bene. Ha la qualità, ha la gavetta. Potrebbe essere il trampolino di lancio per la Serie A? Me lo auguro, visto che anche qualcuno dei suoi giocatori lo meriterebbe (su tutti Neto Pereira). A Bari trema un po' tutto: la società, ad un passo dal fallimento (di questi giorni è il fallimento dell'ennesima trattativa per la cessione da parte dei Matarrese), Torrente, che non ha mai convinto la piazza, e i giocatori, tanti i nomi illustri ma ben poca è la personalità. Una mediocrità a tutti i livelli che non può durare. Si salvano i giovani Crescenzi e Stoian (scuola Roma), Bellomo e Lamanna (che hanno seguito Torrente da Gubbio), l'eterna promessa Forestieri e Donati, l'unico della rosa che ha saputo accettare la B. La zona retrocessione sarà tutta da vivere: potenzialmente tutte possono, per un motivo o per un altro, uscire fuori dalle sabbie mobili ed altre squadre appena sopra potrebbero annaspare sul fondo. Un magma dove l'Ascoli è rientrato di gran carriera. I marchigiani partivano con un'impresa impossibile: salvarsi nonostante i 10 punti di penalità. Fabrizio Castori è uno tenace, un guerriero, e voleva tentare la seconda impresa. Stava andando bene ma sul più bello c'è stato il calo. L'arrivo di Silva, un ritorno il suo, serviva a dare una seconda scossa che è puntualmente arrivata, aiutati anche dalla riduzione dell'handicap da 10 a 7 punti. La zona salvezza dista solo 6 punti: il secondo campionato dei bianconeri può ufficialmente iniziare. Nelle zone basse bazzicano anche Livorno e Nocerina. Il Natale non sorride a Novellino, visto che perde il posto, ma Spinelli lo avrebbe potuto cacciare molto prima visto che l'ex-tecnico di Venezia e Sampdoria non aveva mai convinto. La squadra amaranto vive molti problemi, a cominciare dalla questione Paulinho. Sul capocannoniere della Lega Pro dello scorso anno, a Sorrento, si puntava moltissimo ma finora ha deluso parecchio. I 24 gol dello scorso anno sono lontani e l'attacco resta sterile (19 gol fatti, peggio solo il Gubbio). La Nocerina invece ha il problema opposto: segna tantissimo ma la difesa è un colabrodo, con 36 gol subiti. Auteri non è mai stato in discussione ma deve invertire la tendenza, soprattutto in casa (6 sconfitte in 10 gare al “San Francesco”). Il gioco c'è, l'ambiente è compatto, con qualche innesto la salvezza è alla portata. Senza sarà molto dura, per il resto occhio a Farias perché farà strada.

Parlare di tutti è impossibile (ad esempio non ho citato Foscarini. In un calcio dove gli esoneri sono più numerosi dei disoccupati in Spagna è commuovente sapere che allena, con buoni risultati, il Cittadella dal 2005) ma il tempo e lo spazio sono tiranni. Fortunatamente c'è sempre l'anno prossimo.

[Sto vendicando Ezio Glerean]

sabato 24 dicembre 2011

Breve elogio di Rodrigo Taddei e della Roma vista a Bologna

la festa dopo il gol di Taddei
Negli anni settanta e ottanta newyorchesi, gli anni della dolce vita per la grande mela, gli anni d'oro dei locali semi-clandestini in cui gli omosessuali di tutto il mondo potevano dedicarsi alle pratiche più avventurose, gli anni in cui chi aveva contratto l'aids ancora minimizzava parlando di "una brutta malattia tropicale", gli anni in cui gli scrittori viveur alla McInenerney e Easton Ellis impararono a vivere, gli anni insomma in cui - forse per l'ultima volta nella storia - la notte, almeno per qualche istante, poteva ancora confondersi con la vita, a Manhattan c'era - tra le tante - una torbida ma allo stesso tempo patinata discoteca gay  a due piani che si caratterizzava per un ingegnoso dettaglio architettonico. Mentre al primo piano c'era il dancefloor in cui si ballava, peraltro dimenticandosi presto della camicia caduta a terra, al piano superiore si andava direttamente per scopare, o comunque - diciamo così - per sfogare la propria eccitazione in modo meno formale rispetto al dimenarsi dei corpi di cui al piano inferiore. Questo primo piano aveva però una particolarità: il pavimento era trasparente, e quindi durante le contorsioni amorose ci si eccitava ancora di più guardando i giovanotti del piano di sotto intenti a danzare a muscoli scoperti. La libidine era accentuata dal pensiero che questo vetro era trasparente solo in un senso e pertanto, al contrario, dal piano di sotto non si poteva vedere nulla di quanto accadeva pochi gradini più in su.

Ammetto di non aver mai vissuto l'epopea di questo locale, nè similari avventure arbasiniane (sebbene il racconto provenga non dallo scrittore di Voghera, ma da un accecante ritratto che al grande poeta catalano Jaime Gil de Biedma ha dedicato l'intellettuale Luis Antonio de Villena), ma posso dire di comprenderne il grado di parossistica eccitazione, accentuata dal misto di piacere e voyeurismo che la compone, dopo aver visto la partita che la squadra per cui faccio il tifo, la Roma, ha vinto con il punteggio di 2 a 0 in casa del Bologna appena qualche giorno fa. Una partita senza precedenti, per quanto mi riguarda, e che auguro a tutti di vivere, prima o poi.

Certo che ricordo alcune memorabili dimostrazioni di forza della Roma capelliana, così come, prima, alcune divertenti scorpacciate di gol della Roma zemaniana, e, dopo, alcune epiche prestazioni della Roma spallettiana. Certo che ricordo i derby vinti e quelli stravinti. Certo che ricordo gli exploit della Roma mazzoniana. Ma una partita come quella dell'altra sera proprio non me la ricordavo, e mi dispiace per tutti quelli delle altre squadre che, ballando al piano di sotto, se la sono persa.

Non scomoderò il paragone col Barcellona di Guardiola, seppure, per una sera, la Roma sembrava davvero il Barcellona di Guardiola. I giocatori uscivano in fraseggio da situazioni impossibili sulla linea laterale. I terzini si esaltavano con doppi passi in area di rigore avversaria. A centrocampo si disegnavano triangoli post-euclidei. Il pressing veniva realizzato con il famigerato "sciame d'api". Gli avversari - i poveri avversari - erano completamente smarriti, attoniti, svuotati di tutta la pugnacità con cui erano scesi in campo. In piccolo, è stata la nostra manita, non tanto al Bologna, ma al calcio italiano.

Mi dispiace per chi si è perso questa partita e per chi - vuoi per pigrizia, vuoi per spocchia - non se la vedrà mai. Penso una cosa: nessun tifoso di una squadra italiana potrà mai assistere a uno spettacolo del genere. Anzi, molti tifosi dovrebbero ora vergognarsi di tifare per squadre che giocano come giocano. Dovrebbero scioperare. Altro che andare in pensione a 60 anni: il vero diritto è quello di veder giocare la propria squadra come ha giocato la Roma a Bologna. Fuori dal tempo, dallo spazio e dalla nostra tradizione calcistica.

Il simbolo di questa Roma è per me Rodrigo Taddei. Come noto, almeno per chi mi conosce o legge questo blog, anche io, come Tato, detesto Pelè, e, fuor di metonimia, detesto tutti i calciatori brasiliani. Ovviamente, come tutti i pregiudizi, come avviene con le regole, ci sono delle eccezioni. E dunque ci sono dei brasiliani che ho amato. Di fatto, sono tre. In ordine cronologico: Aldair, Paulo Sergio e Taddei. E anche Fabio Simplicio - ma non mi soffermerò oggi su questo - mi sta simpatico. Dicevo di Taddei: la sua partita contro la Juventus è stata, come ho scritto in medias res al Fornaretto, semplicemente "da pippa". Meglio ancora contro il Bologna: ha segnato un gol bellissimo, di difficoltà estrema, con la naturalezza di chi il talento ha abituato a rendere facili anche le cose più ostiche. Amo Taddei, e con queste poche righe natalizie lo voglio elogiare, perchè come Cerezo "è un grande professionista"; perchè è dotato di una tecnica sopraffina che però - a differenza dei suoi connazionali ombelicali - viene sempre e solo messa a disposizione della squadra; perchè pur avendo il secondo miglior piede della rosa si è sempre sacrificato a correre per gli altri; perchè dopo tre anni eccellenti ha perso un polmone ma non si è perso d'animo e quest'anno è tornato ai suoi livelli; perchè come i veri geni si è inventato un numero da circo (il famoso "Aurelio", che peraltro io non ho neanche visto in diretta) ma non l'ha trasformato in un marchio di fabbrica con cui lucrare una carriera (alla Denilson, alla Quaresma, alla Cristiano Ronaldo, etc.), anzi l'ha dilapidato, probabilmente se ne è anche dimenticato; perchè sono convinto che è un grandissimo tifoso della Roma; perchè non ha mai fatto una polemica; perchè esulta in maniera poetica, con la mano sotto la maglietta a mimare il cuore che batte, come il nostro in tribuna; e, soprattutto, perchè quando è in campo so per certo che mi regalerà almeno l'emozione di un guizzo.

Non so perchè né quando con Nesat ci siamo inventati questa cosa del guizzo, ma credo che renda bene l'idea. Magari non lo vedi per tutta la partita, magari per un'ora si limita a correre e all'ordinaria amministrazione, ma poi a un certo punto succede qualcosa, una finta, un colpo di testa, un triangolo in velocità, un tiro, insomma un'azione che finisce sul tabellino del giornalista che dovrà rendere conto del match ai lettori che non l'hanno visto. Di solito questo guizzo avviene all'improvviso, quando meno te l'aspetti. Il guizzo di Taddei è una sicurezza, è la cosa più confortante di andare allo stadio Olimpico, per quanto mi riguarda.

Il non plus ultra del guizzo di Taddei è stato il gol di testa al Santiago Bernabeu, qualche stagione fa, con cui facemmo fuori dagli ottavi di Champions League niente meno che il Real Madrid. Io ero in un pub di Ginevra, nascosto nel ventre di questo posto addolorato a metà della rue de Lausanne. Intorno a me una marea di merde provenienti da tutto il mondo che ovviamente, senza alcuna vera ragione, tifavano Madrid. Non dimenticherò mai l'infarto che ho sfiorato quando il pallone di Taddei è entrato in rete; così come non dimenticherò mai le parolacce con cui ho ricoperto i miei vicini di posto, per fortuna a digiuno di italiano. Ma prima degli improperi, per un minuto intero ho solo urlato "il guizzo, il guizzo, il guizzo". Un'emozione senza precendenti, fino al gol dell'altra sera a Bologna. Un nuovo guizzo da aggiungere alla collezione.

Oggi è Natale ed è quindi un momento per pensare alle cose importanti. Ecco perchè ho aspettato fino ad oggi per parlare della vittoria della Roma a Bologna e del suo simbolo, il grande Rodrigo Taddei. Ti auguro buon Natale, caro Rodrigo, certo che domattina sarai comunque in giardino ad allenarti e a provare nuove finte che però non ci mostrerai mai; così come auguro buon Natale a tutti voi, misteriosi scrittori e lettori di questo blog, una delle poche cose che, per dirlo forse nel modo meno inesatto, ci rende la vita meno amara.

martedì 20 dicembre 2011

Literaria: "Presidenti e contorno, da Dall'Ara a Guaraldi, il Civ Racconta". Pallone, termomaglie e idrolitina.

La prima (e ultima) volta in cui ho visto Gianfranco Civolani dal vivo ero con il buon Greezo una sera d'inverno sui gradini del Liceo Artistico di via Marchetti, a Bologna. Quel Liceo era il luogo (meglio, forse, il non-luogo) di ritrovo domenicale perfetto per birre da asporto e attente analisi della giornata di Serie A. Fuori dalle rotte del divertimento e luogo di formazione e disperazione sentimentale, ci ha sempre regalato emozioni, tra queste anche lo scrittore Brizzi a passeggio con il cane e varie Mini nuovo modello cariche di giovani fanciulle dirette ai locali bene del centro. Quella sera, il Civ comparve come un lampo nella fitta nebbia. Cappotto pesante, i soliti occhiali, una sciarpa multicolor a un solo giro al collo e Panda bianca. Non sapevamo se il pandino fosse suo. Non capimmo perché una sciarpa così sgargiante di domenica sera con la nebbia. Ma ci piacque. Quell'immagine confortò l'idea del mito che già era radicata in noi, che mai, ancora oggi, ci facciamo mancare un suo "state benone" o un magistrale "domenica andiamo a Milano: 0 punti" su È TV.
* * *

Da qualche giorno è nelle librerie l'ultima chicca letteraria di Gianfranco Civolani. "Presidenti e contorno. Da Dall'Ara a Guaraldi, il Civ racconta", per la collana VIAEMILIA del Gruppo Perdisa Editore. Pochi euro spesi bene. E vi spiego perché.
Partendo da Dall'Ara e arrivando a Guaraldi, il Civ svela - con piacevole minuzia di dettagli - retroscena, incontri, dialoghi che hanno come protagonisti i presidenti del Bologna FC. Gli anni degli scudetti e quelli dei buffi di Porcedda.
Il Bologna in Mitropa e il contorno di facce e società che accompagnava ogni partita. E allora scopriamo che il Commendator Paradiso Dall'Ara, imprenditore della termomaglia, non padroneggiava tanto bene la lingua italiana e forse neanche la geografia, amava inscenare particolari siparietti con i giocatori al momento del rinnovo del contratto nonostante i suoi talenti proprio non volesse venderli.
"Senza grammatica e senza sintassi. E i suoi strafalcioni in ordine sparso erano diventati una delle tante gag inconsapevoli. E dunque "siamo in un veicolo cieco", "di giocatori si sono parlati, ma io a lei non ci dico", "nel calcio vi vogliono tre cose: la volontà, la disciplina e poi la disciplina volenterosa", "sine qua non, siamo qua noi". E via andare.."
E scopriamo che Luigi Corioni, in precedenza presidente dell'Ospitaletto, era un presidente che le sparava grosse ma che alla fine andava bene così, perché portò Gigi Maifredi, una promozione in Serie A e una qualificazione alla Coppa Uefa, diventando per tutti Coriao Meravigliao. Bellissimi poi i ritratti di Giuseppe Gazzoni Frascara, il presidente dell'idrolitina, e di Alfredo Cazzola. Pulito, se vogliamo pure ingenuo, il primo, il prototipo del vincente il secondo, che già aveva portato in cima all'Europa la Virtus basket. Da un lato, con Gazzoni, i grandi campioni (Roberto Baggio e Giuseppe Signori su tutti), dall'altro, con Cazzola, la restituzione della Serie A (con una squadra che per la Serie Cadetta poteva essere considerata una corrazzata).

Fino a Menarini, che per il Bologna ha speso tanto (e forse troppo), a Porcedda, sul quale il Civ precisa solo che "qualcosa aveva nasato", e all'attuale compagine azionaria, guidata dal buon geometra Guaraldi, uomo non di calcio ma di costruzioni che tifa Bologna. Per ogni presidente pagella e voto. Un affresco importante di storie e denari di provincia. Una squadra da sempre abituata a lottare e soffrire e il panorama finanziario e di potere attorno meschiino e mutevole.

La questione è una: Gianfranco Civolani è un'enciclopedia del Bologna FC. Dagli anni di Tuttosport alle attuali finestre sulle emittenti locali. Ogni suo scritto, ogni suo intervento o opinione - condivisibile o meno che sia - è più che preziosa e da mettere in un cassetto. O nella libreria del salotto, come nel caso di "Presidenti e contorno".
"Cinquant'anni di presidenti vissuti da me con con un minimo di devozione e con un massimo di attenzione. Il migliore di lor signori? Ovviamente Dall'Ara. I peggiori? Gnudi e Porcedda, titanica lotta di supernani."
* * *

Gianfranco Civolani è nato a Bologna nel '35. Giornalista e scrittore ha lavorato per i quotidiani sportivi Tuttosport e Corriere dello Sport-Stadio, per i quali ha raccontato sei edizioni della Coppa del Mondo di calcio e un paio di Olimpiadi. Anche opinionista a Il pallone nel sette (trasmissione ormai storica condotta dalla brava Sabrina Orlandi) su È TV. I suoi interventi in apertura il lunedì sono, per quanto mi riguarda, passaggi di formazione.

lunedì 12 dicembre 2011

Esquina Blaugrana

Le note positive del weekend sono due: il 3 a 1 che ribadisce il Barcellona padrone del Bernabeu e le foto su mundodeportivo.com di Andrea Huisgen, Miss Spagna 2011 e bellezza semplice dai capelli lunghi castano-chiaro, con la maglia di Lionel Messi.
Mentre su Andrea c'è poco da aggiungere, sul Clasico c'è parecchio da dire.
Ad iniziare dal fatto che il Real Madrid ha deluso ogni aspettativa, rivelandosi ancora inferiore, quanto a qualità di gioco espresso, alla squadra catalana.
Di fatto, c'è stata partita solo per una trentina di minuti. Dalla rete - fortunata - di Benzema alla replica di Alexis Sanchez. La rete - anche questa fortunata - di Xavi ha semplicemente riportato la celebratissima squadra di Mourinho con i piedi per terra.
Il resto si può riassumere in tanto gioco Barca, in qualche buona ripartenza del Real Madrid e tanti falli al limte del consentito. La verità è facile da svelare: da un lato Andres Iniesta si è confermato un giocatore disumano e dall'altro Cristiano Ronaldo ha steccato, mangiandosi anche due gol clamorosi. Non credo che questo Clasico possa rivelarsi decisivo ai fini della Liga, ma sicuro è una bella scoppola. Uno schiaffo importante a chi si aspettava un Real superiore e un Mourinho finalmente padrone.
Al netto della vittoria, però, vorrei far presente qualche amnesia di troppo della difesa del Barca. Senza Mascherano si balla un pò, specie se Busquets è impegnato a fare altro. Quanto al Madrid, non riesco a capire perchè Mourinho si ositna a giocare con Xabi Alonso e un mastino nel mezzo del centrocampo. E' una tattica che rende il giusto. E' vero che è funzionale alle ripartenze, ma smorza ogni tipo di gioco. Perchè non Khedira?
Ora il Barcellona è primo assieme alle merengues. A pari punti ma con una partita in più (quella vinta nell'anticipo contro il Rayo: adesso la squadra di Guardiola è a Yokohama per il Mondiale per club. Avversario l'Al-Sadd di Mamadou Niang e Leandro).
Nelle altre di Liga, riprende a macinare punti la sorpresa Levante, che batte il Siviglia con un gol di Nano mentre si inceppa nuovamente l'Atletico, sconfitto per 4 a 2 a El Prat dall'Espanyol.
Continua a stupire il Betis (2 a 1 al Valencia di Emery) e a deludere il Villareal, che solo nel finale aggancia il pari casalingo contro la Real Sociedad.
Chiudo con una domanda: qualcuno sa dirmi se Falcao è forte? A Madrid è arrivato l'estate scorsa come il salvatore della patria, come il Superbomber. A me sembra abbia dei cali pazzeschi.

martedì 6 dicembre 2011

Contro la Filosofia: Tra Socrates e Aristoteles

Socrate ed Aristotele sono stati sicuramente due tra i più influenti esponenti della tradizione filosofica della modernità occidentale.. Il primo, un pedante cagacazzo che andava in giro a rompere i maroni ai suoi concittadini chiedendo loro sempre il perché di ogni cosa ed il perché del loro perché, è unanimemente considerato il padre della dialettica.. fondamento della filosofia scientifica e illuminista.. a domanda segue risposta, ad una causa corrisponde un effetto, dalla contrapposizione di tesi ed antitesi nasce la sintesi.. Il secondo, nelle sue critiche al pensiero del primo (divenuto categoria solo una volta fattosi scripta nell’esegesi platonica) rigetta l’idea dell’eterna dicotomia.. tra ideale e reale, materiale ed immateriale, giusto e sbagliato.. che regoli il mondo.. a favore di un panteismo materialista di ispirazione taoista che sarà riscoperto nella filosofia eretica di Bruno, Spinoza, Nietzsche e negli immanentisti del secolo breve.. Allo stesso modo, aggiungendo al nome dei due filosofi greci una semplice S, troviamo Socrates ed Aristoteles.. due calciatori brasiliani che sono stati sicuramente due tra i più influenti esponenti della tradizione calcistica moderna italiana.. anche se il loro nome non corrisponde necessariamente al ruolo filosofico loro imposto..

Il primo.. Socrates.. brasiliano di Belém chiamato “dottore” per aver conseguito una laurea in medicina, cresce con il mito di Simon Bolivar e Che Guevara, si posiziona all’estrema sinistra dell’indagine filosofica e festeggia ogni gol con il pugno chiuso… Domenica il suo Corinthians, prima di vincere lo scudetto brasiliano, lo ha salutato col braccio teso ed il pugno chiuso scagliato contro le ingiustizie.. così hanno fatto i giocatori, così i tifosi allo stadio Pacaembu di San Paolo.. Il brivido collettivo prodotto dalla comunione mistica di quei pugni chiusi si colloca necessariamente sull’onda emotiva del materialismo immanente aristotelico.. in antitesi ad ogni cogitazione socratica.. Il fatto che a dispetto del suo titolo di medico non abbia mai esercitato la professione, probabilmente in disaccordo con l’indirizzo preso dalla scienza nella modernità, lo allontana ancor di più dal campo socratico.. In Italia invece la Fiorentina lo ha ricordato con una più sobria fascia nera cinta intorno al braccio in segno di lutto.. Ma si sa, là hanno Lula (sebbene oggi si faccia chiamare Dilma Rousseff..) qui abbiamo Mario Monti.. a ognuno quel che merita.. A San Paolo, con la maglia del bianconera del Corinthians, Socrates si è inoltre reso protagonista di uno dei più belli esempi di utilizzo del calcio come bene comune.. Insieme ai compagni Wladimir e Casagrande, Socrates a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 organizzò una vera e propria autogestione dello spogliatoio.. la democracia corinthiana..

Erano i giocatori a decidere in maniera diretta.. stabilivano la formazione da mandare in campo, gli orari e l’intensità degli allenamenti, gli stipendi e i premi partita.. Ma anche qui il termine democrazia ha poco a che vedere con la socratica forma di governo paventata nella Repubblica di Platone.. E sebbene a prima vista non collimi nemmeno con le teorie sul governo espresse da Aristotele.. va invece detto che considerare il calcio bene comune al di là della dicotomia (socratica) tra bene pubblico e privato, diventa quindi un’aristotelica “relazione qualitativa” - come nelle parole di Ugo Mattei - volta al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo accoglie finalmente considerati come una cosa sola.. Il calcio è tutto, ed è di tutti.. Capitano di due brasili mondiali (’82 e ’86) Socrates si guadagna inoltre il soprannome di “tacco di dio”, per la sua tendenza compulsiva a colpire il pallone col tacco quand’anche sarebbe bastato un bel piattone.. e in quel “di dio” a proposito di un mezzo usato a sproposito si può riconoscere un’eresia blasfema contro la religione cristiana, altrimenti detta “platonismo (e quindi socratismo) per il popolo”.. Dopo aver vinto un paio di scudetti con la democracia corinthiana.. Socrates decide di esportare la rivoluzione come il Che, ed espatria in Italia, approdando nella stagione 1984-85 alla Fiorentina di Antognoni, Passarella e De Sisti.. A Firenze non si integra e dopo solo un anno, abbandona il paese.. Dopo il ritorno in patria conclude la sua carriera di esportatore della rivoluzione delle dottrine dell’immanenza aristotelica negli anni novanta in Inghilterra, come allenatore/giocatore del Garforth Town..

Dall’altra parte abbiamo invece Aristoteles.. il giocatore più socratico della Serie A anni ’80.. Anche lui come Socrates giocò in Italia una stagione sola, la stessa.. nella filosofica annata 1984-85 trascinò ad una insperata salvezza la sua squadra, la Longobarda del leggendario tecnico Oronzo Canà, ideologo heideggeriano del 5-5-5.. Aristoteles fu giocatore socratico in quanto arrivato suo malgrado alla Longobarda come colpo spettacolare in chiusura di calciomercato, piano dialettico dove le trattative monetarie ricalcano alla perfezione il noto schema tesi-antitesi.. ma la sintesi per la Longobarda non fu né Platini, né mezzo Giordano, né Rumenigge, come agognati dal esistenzialista Canà, bensì questo sconosciuto ragazzo di strada pescato all’ultimo giorno utile dalla lungimiranza del duo di osservatori Gigi e Andrea.. Anzi, va ricordato che Aristoteles fu visionato dopo che, come ricorda Gigi che all’epoca vendeva gelati al Maracanà sotto le mentite spoglie di Giginho, Socrates rifiutò la Longobarda per la Fiorentina.. (dichiarazioni che per la verità non hanno trovato altri riscontri..) Appena giunto in Italia, Aristoteles è afflitto da incombente saudade e nel girone di andata gioca da schifo.. per esempio non segna nemmeno un gol nella rovinosa sconfitta per 5-0 patita dalla Longobarda allo Stadio Franchi di Firenze contro la Fiorentina di Socrates allenata da Giancarlo De Sisti, soprannominato “Picchio”.. Una sconfitta epocale che spinge l’allenatore Canà ad uscirsene con la storica frase “Altro che Picchio De Sisti, io picchio De Sisti..”

Un ottimo girone di ritorno, condito da diversi gol uno più spettacolare dell’altro, permette invece ad Aristoteles di salvare la Longobarda e di segnalarsi come una delle più belle novità della Serie A 1984-85.. Ma strani affari e giri di soldi, per cui al presidente della Longobarda sarebbe convenuto retrocedere piuttosto che rimanere in Serie A, porteranno poi all’allontanamento forzato di Canà e del giocatore brasiliano dal campionato italiano.. Anche qui si può notare come il nome del giocatore non corrisponda necessariamente a quello del filosofo il cui pensiero ha influenzato la loro vita, il capitalismo è figlio del razionalismo e dell’illuminismo di tradizione socratica.. Inoltre, nel caso di Aristoteles il calcio è vissuto (e male) come bene privato, in mano a singoli che perseguono l’arricchimento personale a discapito degli altri, non rendendosi conto che i cosiddetti altri sono parte di loro.. e dell’immanenza del uno che diventa due in opposto al due che si fa uno.. “Io sono lui come tu sei lui come tu sei me e noi siamo tutti assieme” si presentava all’inizio dei suoi scritti un altro giocatore di chiara impostazione aristotelica come Luther Blissett quando, appesi gli scarpini al chiodo, si dedicò al mestiere di terrorista culturale negli anni ’90..

Come Socrate e Aristotele, così anche Socrates e Aristoteles.. i calciatori brasiliani che giocarono in Italia nella meravigliosa stagione 1984-85, non rispettarono le dottrine filosofiche dei loro omonimi ed anzi se le scambiarono .. restano fondamentali per comprendere il senso della vita e del calcio.. A loro il mio ringraziamento e il mio saluto.. Ovviamente col pugno chiuso levato al cielo..

venerdì 2 dicembre 2011

Fatti inquietanti

Dopo l'Europa, anche il calcio europeo è a un bivio. Leggo sul Foglio di oggi che in occasione di una recente riunione dell'European Club Association (lobby dei club continentali più forti, di cui ignoravo l'esistenza, presieduta da Rumenigge), tenutasi in Qatar (e dove sennò?), il presidente blaugrana Sandro Rosell, amico di Bostero e con una faccia perfetta per il ruolo del pedofilo-ex-bambino-timido in un film americano, si è sfogato con i colleghi per il poco appeal che il campionato spagnolo - a differenza della Champions League - ha sul mercato dei diritti televisivi, lanciando due proposte: riduzione della Liga da 20 a 16 squadre e, sfruttando i nuovi spazi liberi nel calendario, ampliamento della Champions fino ad arrivare alla fatidica Superlega Europea. La sua speranza, parole sue, è quella "di poter giocare Barcellona-Manchester United anche di sabato". Magari a Tokyo, a Dubai o a Bombay, aggiungo io.
In pratica, dopo aver smantellato uno dei campionati più affascinanti d'Europa, peraltro anche piuttosto equilibrato, almeno a cavallo di secolo (i successi di Atletico Madrid, Valencia e SuperDepor sono lì a testimoniarlo), imponendo un insopportabile duopolio che ha privato di suspense il 96% delle partite (il 4% sono i due classici e le trasferte al San Mamès), i dirigenti del Barcellona (e quelli del Real, va da sè), si sono accorti che hanno fatto un casino, che così com'è il gioco non conviene più, che si guadagna di più a giocare col Milan che non con il Getafe (anche se poi si vince coi primi e si perde coi secondi, ma il calcio giocato è un dettaglio), e vogliono quindi smantellare l'Europa. E' la bolla immobiliare applicata al calcio. Peraltro mi fa ridere questo oscillamento blaugrana tra local e global: un giorno fanno i catalani tutti d'un pezzo, sognando leghe regionali e sfide all'ultimo sangue con Matarò e Sabadell; il giorno dopo sono pronti ad imbarcarsi per le migliori mete europee.

Giustamente, la Premier League ha rispedito la proposta al mittente. Il campionato è una bomba, le partite si vendono bene, ci sono soldi per tutti (pure per Norwich-Stoke City, per dire). E poi c'è il rispetto per i tifosi, che il sabato vogliono farsi la passeggiata fino al pub down the road, non vogliono fare la fila al check-in. Ma c'è da chiedersi chi sono, oggi, i tifosi del Barcellona e del Real Madrid.

Io, personalmente, sarei d'accordo a ridurre il campionato italiano a 16 squadre (mi accontenterei di 18). Ma non per giocare la Superlega europea nelle quattro domeniche così riguadagnate, figuriamoci; ma per farla finita con questo obbrobbrio dei turni infrasettimanali. E se rimane una domenica libera, andiamo al mare.

mercoledì 30 novembre 2011

Tu vuò fa' o samoano

Che poi...detto tra di noi, io detesto quelle persone che dicono: "Vorrei mollare tutto per aprire un chiosco sulla spiaggia ai Caraibi"..no dico, mettendo da parte la banalità del progetto, ma che vita infernale sarebbe? sotto 50 gradi, dare da bere ad un orda di cinghiali di tutti i paesi del mondo, che idiozia è? Si, perchè poi, sono le stesse persone che girano il mondo a botte di villaggi turistici e gioco aperitivo, quelli che quando vanno all'estero "Magnano" nei ristoranti italiani, salvo poi lamentarsi di quanto hanno mangiato male fuori, della serie.. ma quanto puoi essere testa di minchia per mangiarti un piatto di spaghetti con le cozze a Dusseldorf?
Io a differenza loro invece, ho sempre sognato di trasferirmi a Tonga, o meglio, lo sognavo fino a qualche giorno fa. Perchè Tonga?non lo so, forse perchè hanno avuto fino al 2006 un re di 200 kg(che purtroppo ci ha lasciato con la Roma nel cuore) forse perchè ho sempre letto storie interessanti, o perchè ho sempre sognato di ingozzarmi di Taro. Poi arriva quel Martedì 22 Novembre 2011 che ti fa cambiare idea, ma facciamo un passo indietro. E' il giorno 11 Aprile 2001. Io, Dionigi e il Fornaretto siamo ancora sotto shock(come tutti i romanisti) per via della rovinosa prova della Roma a Firenze, che solo due giorni prima(partita giocata di Lunedì per motivi di ordine pubblico ma che tuttavia non fermò l'esodo giallorosso al grido di "Semo tutti Parrucchieri") era stata asfaltata da Enrico Chiesa e dal neo tecnico viola Roberto Mancini, mettendo in serio pericolo la conquista del terzo scudetto. Tutta l'italia però in quel periodo si sta chiedendo il perchè della vittoria dei Gazosa a Sanremo (categoria nuove proposte) e soprattutto si domanda che significato possa avere quel Turuturuturu cantato da tali Giada e Francesco(sempre a Sanremo) e che infesta (per fortuna per molto poco tempo)le stazioni radiofoniche dello stivale, con frasi del tipo: "Oggi ho un turuturuturu per la testa...che fa turuturuturu e non mi passa lo fa sempre quando esci un po' da solo...ed io resto pressappoco dove sono". Dall'altra parte del pianeta , esattamente nella ridente Coffs Harbur situata nel sud-est dell'Australia, un uomo è teso, sono le 18:50 locali e lui con maglietta con il numero 1 sulle spalle e guanti infilati alle mani si prepara ad affrontare l'Australia. Quel signore si chiama Nicky Salapu, di professione fa il portiere, gioca nel PanSa east(ma un giorno giocherà in Austria),squadra di club delle Samoa Americane e non è solo teso ma anche preoccupato e forse un po' incazzato. Già perchè la sua nazionale, quella delle Samoa americane, è stata decimata, molti dei giocatori titolari hanno problemi con il passaporto, perchè la FIFA ha preteso il passaporto Usa e non quello samoano vista che la presenza delle altre Samoa(quelle occidentali) e quindi chi non possiede tale documento non può prendere parte al match. La nazionale samoana decide allora di attingere dalla sua nazionale minore, ma molti atleti della selezione Under 20 sono invece impegnati con gli esami di maturità, la federazione samoana per mettere una toppa, convoca un gruppo di ragazzini(qualcuno addirittura di 15 anni), che non hanno neanche mai giocato 90 minuti interi. Nelle partite precedenti a questo incontro, le Samoa Americane sono state sconfitte per 13 a 0 dalle Isole Fiji e per 9 a 0 dalle Samoa occidentali, l'Australia invece era fresca di record(mai nessuna nazionale in gare ufficiali era riuscita a fare tanto) per aver battuto 22 a 0 le Isole Tonga. Scoccano le 19, Nicky Salapu, già lo sa che finirà male e cerca di pensare ad altro, forse cerca anche lui di dare un senso alla canzone di Giada e Francesco, magari tra se e se ne canta qualche strofa:"Da domani canterò sottovoce una canzone...quando io la sentirò sarò cotto di emozione t'innamorerai dovessi attendere altri due secoli e allontanerai......questo turuturuturuturuturuturutu". Purtroppo per lui non servirà. Le Samoa Americane, eroiche, resistono per 10 minuti, poi l'Australia ne butta dentro 31 e fa un turuturuturu così alle povere Samoa. Ad aprire le danze è Con Boutsianis(ne segnerà altri 2) centrocampista classe 1971 che ha una condanna come complice (era l'autista) in una rapina. Archie Thompson, attaccante che avrà un discreto futuro in Belgio con la casacca del Lierse, timbra il cartellino 13 volte. Il primo tiro targato Samoa, effettuato da Pati Feagiai avviene al 42esimo del secondo tempo e viene accolto da un boato. Salapu attraversa diversi stati, prima la rabbia, poi la frustrazione infine la disperazione. Dopo l'ultimo goal, il 31esimo, Salapu crolla a terra, suo malgrado è entrato nella storia del calcio come il portiere che ha subito più reti in un solo incontro, nel mentre l'addetto al tabellone perde il conto dei goal, per lui è finita 32 a 0. Salapu verrà rianimato 3 giorni dopo, perchè sempre nella ridente Coffs Harbur(tutto il torneo di qualificazione è stato disputato a Coffs) si gioca Tonga - Samoa Americane, Nicky Salapu sarà trafitto altre 5 volte. Le Samoa Americane tornano a casa con 4 sconfitte,57 goal subiti e 0 segnati. Le Samoa Americane hanno un lunga tradizione di sconfitte. Quando giocano perdono sempre, subendo anche parecchi goal. L'unica vittoria della loro storia è quella del 22 Agosto del 1983, 3 a 0 alle Wallis e Futuna, vittoria tuttavia non riconosciuta dalla FIFA, perchè le due nazionali al tempo, non erano affiliate alla FIFA e al OFC, anche se molto più probabilmente la vittoria non è stata riconosciuta perchè in realtà le Isole Wallis e Futuna(Un nome decisamente da duo comico,va ora in onda...... il Wallis e Futuna show!)non esistono, sono come Paperopoli, il Regno di Fantàsia o Roncobilaccio. Nel 1998 le Samoa Americane entrano a far parte della FIFA, da allora, considerando solo le partite di qualificazioni ai mondiali ed escludendo le partite di qualificazione alla coppa Oceania, le Samoa hanno incassato la bellezza di 129 goal e sono andate a segno in sole 2 occasioni. Tutto questo prima del 22 Novembre 2011. Thomas Rongen è un signore olandese di 55 anni. Thomas è di Amsterdam ed è cresciuto nel vivaio dei lancieri, nel 1979 sceglie di lasciare l'Olanda per andare a giocare a calcio negli Stati Uniti, fa una discreta carriera ed una volta appese le scarpe al chiodo decide di allenare. Nel 1996 si siede sulla panchina dei Tampa Bay Mutiny, diventando uno dei primi allenatori della storia della neonata Major Socce League e il primo ad aggiudicarsi il Coach of the year awards. La sua carriera prosegue e Thomas arriva addirittura a guidare,in due occasioni diverse(dal 2001 al 2005 e dal 2006 al 2011)la nazionale americana under 20. Nel Maggio del 2011 Rongen viene esonerato(sostituito dal mitico Tab Ramos). Non so cosa possa spingere un allenatore comunque affermato ad accettare di allenare la squadra più scarsa del mondo, certo le Samoa Americane non è che siano proprio un postaccio e Pago Pago non è con tutto il dovuto rispetto,non è Busto Arsizio, fatto sta che Thomas Rongen diventa il nuovo CT delle Samoa Americane. Il 22 Novembre 2011 le Samoa Americane con il loro nuovo allenatore partecipano al primo turno delle qualificazioni alla coppa del mondo 2014. Le quattro squadre con il ranking più basso d'Oceania si sfidano ad Apia nelle Samoa Occidentali in un girone unico a partita secca. Sono passati più di dieci anni da quello sciagurato 11 Aprile 2001, Nicky Salapu sa che questa volta sarà diverso, quando alle 15 locali allo stadio Joseph Blatter(triste ma vero) il signor Andrew Achari fischia l''inizio della partita tra Tonga e Samoa Americane, Nicky Salapu capisce che può essere la volta buona. Davanti a lui , con il numero 16 sulle spalle, come centrale di difesa, gioca Johnny Saelua, un Fa'afafine, biologicamente uomo, ma cresciuto come una donna. Una figura molto rispettata nella cultura Samoana, che viene considerata come un terzo sesso. Dopo pochi minuti Tonga sfiora il goal con Malakai Savieti ma Salapu salva. Sembra la solita partita destinata a finire tanto a poco e invece. Invece, accade che le Samoa prima colpiscono una traversa su punizione e al 43esimo minuto passano in vantaggio con un tiraccio da 40 mt di Ramin Otti(Classe 86 milita nel Bay olimpic in Nuova Zelanda) complice una clamorosa "Cappella" del portiere Tongano(o tonghese..boh)Kaneti Falela. L'esultanza è commovente, increduli per essere passati in vantaggio, i samoani si lanciano a terra , rotolano, urlano, piangono ed emettono versi animaleschi. Nel secondo tempo sfiorano 2 volte il goal del 2 a 0, poi al 74esimo minuto Shalom Luani riceve palla da Justin Manao e con un pallonetto scavalca il portiere tonghese(o tongano..boh) è il 2 a 0. Mentre Manao giace a terra inerme per lo scontro con l'estremo difensore di Tonga, le Samoa Americane esultano, manca davvero poco per entrare nella storia. Al minuto 88 Lafaele Moala di testa accorcia le distanze. Nel finale proprio Salapu salva il risultato e sulla ribattuta la palla viene salvata sulla linea, poco dopo l'arbitro fischia, i samoani non ci credono,alcuni si buttano a terra altri quasi piangono. Per la prima volta nella loro storia le Samoa Americane vincono una partita ufficiale, e per la prima volta nella loro storia lasceranno l'ultimo posto del ranking FIFA. 2 giorni dopo prendendoci gusto finiranno in pareggio contro le Isole Cook, dominando per gran parte del match e il 26 Novembre hanno addirittura la chance, battendo i cugini delle Samoa Occidentali, di qualificarsi al secondo turno. Finirà 1 a 0 per le Samoa Occidentali grazie ad un goal arrivato in extremis, ma è una sconfitta che non lascia l'amaro in bocca. Di sogni oggi ne ho 2, sogno di sapere che fine abbiano fatto Giada e Francesco e sogno di volare fino a Pago Pago(non più alle Tonga) e di bere qualcosa con Nicky Salapu, quello che ieri era entrato nella storia come il portiere più battuto in una singola partita, quello che oggi è entrato nella storia come il portiere titolare della prima storica vittoria delle Samoa Americane. Certe volte il calcio è proprio giusto.

mercoledì 23 novembre 2011

Italo Che Fece L’Italia – Uno sceneggiato televisivo (Parte 4)

EPISODIO IX

CIVITAVECCHIA: UNA SERPE IN SENO

Troppo preso dalle citazioni del suo autore preferito Bernard Shaw, che sostiene che una vita passata a commettere errori è molto più utile e divertente di una vita passata a non fare nulla per paura di sbagliare, Italo Allodi nel pieno della sua carriera commette l’errore che gli sarà fatale.. Forse troppo sicuro di sé - come chiunque detenga il potere assoluto - ma probabilmente non abbastanza sicuro di sé - tanto da potersi ritenere immortale - Allodi sente impellente il bisogno di trovare un erede che ne continui l’opera.. La clonazione umana è lontana da venire, il sesso troppo importante per ridurlo ad atto procreativo, la genetica troppo incerta a causa del fallimento dell’abominevole Mengele.. ed allora Italo al termine della sua ricerca del tempo perduto posa gli occhi su di un giovane assistente di stazione allo scalo di Civitavecchia.. un toscanaccio intraprendente, ex difensore di infimo livello come lui che, una volta finita la carriera, grazie alle agevolazioni sui biglietti ferroviari dei dipendenti delle FFSS, si è messo a girare l’Italia improvvisandosi osservatore di talenti del centro sud per le squadre del nord.. Il ragazzo ci sa fare: a lui sono attribuite le scoperte di Causio, Rossi, Gentile e Scirea.. Il ragazzo ha futuro: su di lui prende informazioni il bell’Alan Ladd che decide infine di assumerlo alla Juventus come osservatore..

Il ragazzo si chiama Luciano Moggi.. Ed è quel giorno che il tiranno commette l’errore di credersi maestro e adotta un discepolo, il maestro di essere uomo e desiderare un figlio, l’uomo di farsi madre ed allattare con il latte del suo seno la serpe che lo ucciderà.. Questo latte che travasa da Italo alla serpe è l’apertura degli archivi, lo svelamento dei segreti, la trasmissione delle conoscenze di quell’apparato di controllo del sistema calcio che, alla fine, solo alla fine, verrà chiamato Sistema Allodi e che giunti ad un’altra fine, ma proprio alla fine, verrà chiamato Sistema Moggi.. Un sistema che, finché è in atto, nessuno si permetterà mai di denunciare pubblicamente, ma che coraggiosi pennivendoli sono pronti ad esecrare appena un secondo dopo che l’uomo che regge i loro fili perde ogni potere.. Un sistema che rischia di essere fatale alla Juventus e di farla precipitare al centro di uno scandalo corruzione.. ma sono gli anni ’70, l’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro e della produzione mitopoietica della Fiat (che di macchine già si è in declino) c’è assolutamente bisogno.. Detroit è lontana, Piazza Fontana è vicina e ancora brucia.. E alle toghe gattopardesche dell’inquisizione italica non è ancora permesso sovvertire il potere e mettere in scena un finto rinnovamento sacrificando poche vite umane perché tutto resti come prima.. E così nulla accade.. nonostante accada questo..

E’ sempre una semifinale di Coppa Campioni, c’è sempre di mezzo il faccendiere ungherese Sotzi.. ma questa volta le conseguenze rischiano di essere pesantissime.. Tutto comincia l’11 aprile del 1973, quando la Juve ospita per la partita di andata la scheggia impazzita Derby County.. I Rams di Derby solo cinque anni prima navigavano nei bassifondi della quarta divisione inglese prima che si manifestasse loro l’eterna presenza del profeta Brian Clough che li porta, promozione dopo promozione, a vincere il primo scudetto della loro storia.. Formazione ostica ed anche agnostica, il Derby è la prima squadra britannica a giocare palla a terra: bestioni grandi, grossi e cattivi, energumeni colossali che sputano sangue dopo aver drenato quello degli avversari ma che in campo dipingono arabeschi di bellezza sublime cercando nell’estetica l’essenza del gioco e della felicità umanità.. Spaventato da cotanta magnificenza, Allodi è costretto a ricorrere alla difesa estrema.. A Torino Furino viene mandato a spezzare caviglie senza ritegno e, curiosamente, l’arbitro tedesco Schulenburg quella sera non trova di meglio da fare che ammonire giocatori del Derby, tra cui le colonne della squadra Archie Gemmill e Roy McFarland che già diffidati devono saltare la sfida di ritorno.. Finisce 3-1 per la Juve e nel dopopartita l’immenso Clough si rifiuta di parlare coi giornalisti italiani, apostrofandoli come “cheating bastards” e mettendo in discussione l’onestà, la lealtà ed il coraggio dell’italico stivale nelle guerre mondiali (e vai a dargli torto..) Ma quello che deve accadere accade al termine della partita di ritorno al Baseball Ground, dove al Derby non basta l’1-0 finale per passare il turno..

Nei giorni seguenti la partita infatti, l’arbitro Francisco Marques Lobo denuncia alla Uefa di essere stato contattato da Dezso Solti che, su esplicito mandato di Allodi, gli ha offerto dei soldi per non fare vincere il Derby.. La terra trema.. Il comitato disciplinare della Uefa convoca Lobo, Allodi e Solti per chiarire la faccenda: a Zurigo si presenta solo Lobo, di Allodi e della Juve nessuna traccia.. Risultato.. La Juve riceve una lettera autografata dal presidente della Uefa Artemio Franchi che la ringrazia per la disponibilità mostrata nel fare luce sulla spinosa vicenda (non presentandosi nemmeno al dibattimento) e la proscioglie da ogni accusa.. Una breve squalifica viene invece comminata nel 1974 al faccendiere ungherese Solti, ma il suo tempo è comunque finito.. La Juve infatti ha già deciso di sbarazzarsi di lui, e di Allodi, dirottando il primo ad una dignitosa pensione con l’indotto Fiat e l’ultimo ancora una volta verso la nazionale azzurra.. La terra trema ma alla faccia di Visconti il terremoto non arriva.. A Torino sono abituati a giocare sporco nelle segrete stanze e a delegare tutto a personaggi facilmente sacrificabili una volta che gli inghippi dovessero venire alla luce.. Con 30 anni di anticipo sulla vicenda Calciopoli la storia un’altra volta si ripete: le mani pulite della monarchica e fascistissima Famiglia Agnelli si sbarazzano senza troppa fatica dei corpi della manovalanza, la cui nuda vita, estromessa da ogni diritto politico, viene gettata in pasto ai benpensanti per proteggere il forziere..

EPISODIO X

COVERCIANO: L’ECLISSE

E’ il 1976.. E muore Mao Zedong.. Si rompe l’equilibrio su cui si reggeva l’universo e il mondo precipita nell’oscurità smettendo una volta per tutte di avere senso.. L’eclissi è alle porte.. E’ il 1976.. E in ordine sparso vedono la luce la Apple di Steve Jobs e Domenica In di Corrado, La Repubblica di Scalfari e De Benedetti e la dittatura di Videla in Argentina.. E’ il 1976.. E mentre la corte suprema degli Stati Uniti dichiara che la pena di morte non è incostituzionale, il governo italiano brucia tutte le copie di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci.. E’ il 1976.. E approfittando di questo caos universale Muammar Gheddafi, ex guida della rivoluzione libica, si accomoda nei salotti del potere italico entrando in pompa magna nel capitale della FIAT: ma né il satrapo berbero né la casa automobilistica torinese devono più preoccuparsi di pagare lo stipendio al nostro bel dandy postrisorgimentale, che nel frattempo è ritornato in FIGC per occuparsi della gestione delle nazionali.. Bello come sempre, quell’uomo oramai maturo che le ragazzine negli anni ’50 chiamavano Alan Ladd non si scompone quando Fulvio Bernardini, ct degli azzurri, si chiede che cazzo abbia fatto Allodi per potersi occupare di queste cose se non “regalare orologi d’oro agli arbitri..” Dopo una parentesi come accompagnatore della nazionale alla disastrosa spedizione dei Mondiali ’74 (la nazionale vicecampione del mondo a Messico ’70 è eliminata al primo turno, sconfitta 2-1 nella partita decisiva dalla Polonia..) Allodi assume l’incarico di costruire un centro per la formazione scientifica di giovani allenatori nel Centro Tecnico di Coverciano.. E’ il 1976.. E Italo Allodi dà alla luce la scuola allenatori di Coverciano, quella dove si diplomeranno tutti i tecnici che hanno occupato le panchine della Serie A dagli anni ’80 in poi.. lo zenit della sua carriera.. E come tutti gli zenit annunciano: l’eclissi è alle porte..

E’ una sera di agosto del 1976 e Italo Allodi, mentre asciuga in Arno i panni sporchi del calcio italiano, si specchia in quelle torbide e putride acque e vede la faccia di quell’altro eroe risorgimentale che, cento e venti anni prima di lui, conquistata l’isola siciliana e giunto a Messina, inizia a comprendere che gli sarebbe stato difficile sbarcare sul continente.. Italo ha fatto di tutto per unificare l’Italia: obbedito a poteri di cui non conosceva la natura in nome dell’ideale e di una certa ambizione personale, attraversato a mani basse il suo personalissimo Bronte della corruzione, e ora si rende conto che gli stessi che ha servito lo trovano ingombrante.. E così, passata la soglia dei cinquant’anni, oramai lontano dalle dinamiche di gestione delle società di calcio e dalle trame sempre più fitte del calciomercato, si ripropone come accompagnatore degli azzurri per il Mondiale del 1982.. Ma la sua contrapposizione frontale con quel vecchio friulano con la faccia lynchiana e la pipa sempre in bocca non paga: dopo i miseri pareggi contro Polonia, Perù e Camerun un giovane Eugenio Fascetti, pupillo di Allodi, dichiara di “vergognarsi di questa nazionale” e quando Bearzot, sapendo da dove venissero quelle parole dice che è impossibile lavorare con un Bruto che cerca di pugnalarti alle spalle, la replica di Allodi è “Se lui pensa che io sia Bruto, allora deve credersi Giulio Cesare..” Ma una volta che il vecio, contro tutto e tutti, vince il Mundial ’82 l’ultima parola è del vecchio con la pipa: “O io o lui..” E il paese, nel frattempo salito in massa sul calcio del vincitore, non ha dubbi: Allodi viene allontanato dalla nazionale e dalla federazione.. Arriva l’eclissi, Allodi penetra nel buio..

Attraversato indenne il primo grande scandalo del Totonero del 1980, all’epoca è infatti colorato di tonalità azzurro pastello superpartes, Allodi prova a riciclarsi nella Fiorentina come direttore sportivo.. Ma sono oramai troppi anni che è fuori dal giro, il calcio è cambiato: il nuovo movimento del pallone che rotola su un campo verde, già fattosi merce nel dopoguerra e oramai entrato nell’orbita dello spettacolo, trova impreparato un vecchio playboy di Suzzara abituato a sotterfugi postrisorgimentali.. La Fiorentina dei Pontello, che lo assume l’anno dopo il mondiale come direttore tecnico, se ne sbarazza dopo poco trovandogli un posto come commentatore televisivo, dove rappresenta la maschera pirandelliana del potere che in realtà non ha più.. Il calcio italiano lo sta ingozzando come l’oca della pietà, gli sta lisciando il pelo come il capro espiatorio del cristianesimo: dietro gli omaggi ci sono le pugnalate, sotto gli inchini fiumi di veleno, a lato degli elogi un mare di merda.. Imbalsamato come Stalin negli suoi primi anni di vita dopo la morte, Italo Allodi è oramai un fenomeno da baraccone.. eppure, con un ultimo rigurgito da araba fenice, risorge dalle sue ceneri e come quell’altro eroe risorgimentale che cento e venti anni prima di lui aveva fatto l’Italia, riesce a lasciarsi alle spalle Messina e, anche senza ponti sullo stretto, ad arrivare nei pressi di Napoli: a Fuorigrotta, centro tecnico della SSC Napoli, come consulente personale di Corrado Ferlaino, l’uomo che ha appena portato sotto il Vesuvio tale Diego Armando Maradona.. Ma nei pressi di Napoli gli eroi risorgimentali non hanno mai avuto fortuna..

EPISODIO XI

NEI PRESSI DI NAPOLI: DOVE TRAMONTA IL RISORGIMENTO

E’ il 1985.. E l’Italia, sprofondata sotto la neve della “nevicata del secolo” è annaffiata dall’inaccettabile Amaro Ramazzotti della Milano da bere e ammorbata dall’insostenibile Eros Ramazzotti dalla voce stridula, che al Festival di Sanremo (vinto dai Ricchi e Poveri) esce da trionfatore con la pessima Una Storia Importante.. E se nelle sale cinematografiche del paese tutti corrono a vedere Sotto Il Vestito Niente dei fratelli Vanzina, a Napoli spopola Popcorn e Patatine con Nino D’Angelo.. E’ il 1985.. Ma nonostante queste difficoltà culturali ed artistiche, l’Italia entra nella storia per essere stato l’unico paese occidentale nel dopoguerra ad avere affrontato armi in pugno l’esercito americano.. Accade un giorno a Sigonella, provincia di Siracusa.. E’ la primavera del 1985.. E nel giro di sole tre settimane nell’Italia del calcio si passa dall’estasi per la vittoria del Verona allo schifo per la tragedia dell’Heysel.. Da una parte la compagine gialloblù di Briegel, Tricella, Fanna, Di Gennaro, Galderisi ed Elkjaer, allenata dallo storico compagno della Bovisa milanese Osvaldo Bagnoli, è l’ultima provinciale (petrolio genovese permettendo) a vincere uno scudetto.. Emblema di quella storica cavalcata è il gol che il danese Elkjaer segna allo juventino Tacconi praticamente scalzo visto che nell’azione ha perso una scarpa: un gol impossibile da vedere nei vent’anni seguenti, non tanto perché da allora non valga più segnare con le calze, quanto perché per lungo tempo non vale in assoluto segnare alle squadre con la maglia a strisce bianconere.. Dall’altra c’è Boniek che, nella finale di Coppa Campioni tra Juve e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, ottiene un rigore cadendo tre metri fuori dalla linea bianca che delimita l’area in una surreale atmosfera di morte e terrore.. Una vomitevole farsa, un disgusto acuito ancor di più quando si vede il futuro compagno presidente Platini, che ha realizzato il rigore, correre per il campo a fine partita con la Coppa Campioni in mano e festeggiare tutto garrulo e felice mentre sorride in faccia ai cadaveri dei suoi tifosi già imbustati nei sacchetti di plastica..

E’ l’autunno del 1985 e a Napoli Italo Allodi non somiglia più a un dandy postrisorgimentale ma ad un uomo stanco.. Non è più lo splendido Dorian Gray ma la tela del quadro che lo rappresenta: Allodi è finito, è il simulacro di se stesso logorato da troppo potere, è la maschera del potere ridotta a maschera di carnevale.. Eppure riesce in un ultimo capolavoro, anche se non ne vedrà la luce.. a Napoli assume in società il giovane dirigente Pierpaolo Marino, alla guida tecnica l’allenatore Ottavo Bianchi e completa il mosaico della squadra con gli acquisti di Giordano, De Napoli, Carnevale, Garella, Pecci, Renica e la promozione in prima squadra di giovani del vivaio come Ciro Ferrara.. Il Napoli a maggio del 1986 arriva terzo in campionato, alle spalle di Juve e Roma.. il pibe de oro, alla sua prima stagione, segna 11 gol, di cui uno entrato nella storia su punizione nella partita di andata vinta contro la Juve.. Tutto è pronto per la trionfale cavalcata del 1986-87 in cui la squadra partenopea metterà a segno una storica doppietta.. portando a casa il primo scudetto della sua storia e la Coppa Italia.. Ma come a tutti gli eroi risorgimentali o postrisorgimentali che hanno fatto l’Italia, anche ad Italo Allodi il trionfo a Napoli sarà precluso, giusto un momento di prima di arrivarci e di poterlo assaporare..

Nell’estate del 1986 su Allodi si abbatte infatti come una mannaia il coinvolgimento nel secondo scandalo Totonero (dopo che quello del 1980 è stato amnistiato per la vittoria ai Mondiali del 1982..) A seguito di alcune intercettazioni telefoniche, il procuratore torinese Giuseppe Marabotto apre un fascicolo su un nuovo giro di calcio scommesse.. Il 2 maggio del 1986 viene arrestato a Napoli Armando Carbone, che si presenta come il braccio destro di Allodi e lo coinvolge insieme ad altri personaggi del mondo del calcio italiano all’interno di un sistema di corruzione attraverso cui venivano combinati i risultati delle partite per le scommesse clandestine, ma anche per favorire determinate squadre all’interno di un complicatissimo incastro di numeri, risultati, fango e di merda.. Convocato in tribunale, Italo Allodi scoppia in lacrime quando viene accusato di essere l’ideatore di questo diabolico sudoku, cui viene per la prima volta dato il nome di Sistema Allodi.. E la storia di Italo che fece l’Italia, come tutte le storie, giunge a termine ritornando al principio.. In un’aula di tribunale a Napoli.. A Napoli, lì dove l’eroe risorgimentale Garibaldi è costretto ad obbedire al futuro potere sabaudo e a rinunciare al suo sogno di fare dell’Italia una democrazia, il dandy postrisorgimentale Italo Allodi è costretto ad arrendersi al futuro potere sabaudo e a rinunciare al suo sogno di guidare il calcio moderno nell’era delle televisioni.. Il risorgimento del paese e del calcio si è fermato a Napoli, o più semplicemente non è mai avvenuto e mai avverrà: il risorgimento non esiste..

I riferimenti a persone, luoghi, eventi, aziende, istituzioni esistenti sono da considerarsi esclusivamente occasioni narrative e vengono qui utilizzate solo in quanto repertorio di un immaginario condiviso..

lunedì 21 novembre 2011

Zdenek Zeman: il gusto della questione

Come in una schermaglia amorosa, qualche volta mi capita di non vedere deliberatamente una partita sia pure importante, non so se per istinto polemico o perché necessito di una distrazione. In una di queste forche del mercoledì sera, mi è capitato, tempo fa, di imbattermi nell’intervista di un cuoco fiorentino dalle note simpatie politiche e dalla folta barba bianca. Disse questo cuoco che rivendicava per sè il carattere “alchemico” della cucina. Subito dopo pronunciò una frase che suonava più o meno così: “io non sono un cuoco che sovrappone, io sono un cuoco che cucina”.
Per farsi un’idea della distinzione tra cuochi che sovrappongono e cuochi che cucinano non è necessario un tour gastronomico; basta guardare i menu dei ristoranti più rinomati d’Italia, quasi tutti reperibili on-line. Accidentalmente, ci si può anche convincere dell’esistenza di un peculiarissimo genere letterario, ma qui credo che interessi più l’aspetto culinario, cioè l’aspetto calcistico, il gusto della questione.
Proprio ripensando a questa vecchia intervista, mentre guardavo i due documentari su Zdenek Zeman, corredati da libro (G. Sansonna, Il ritorno di Zeman, Minimum Fax, 2011), ho capito cos’è che mi lega profondamente, e veramente, all’allenatore boemo.
Di certo, non si tratta dell’aura da Don Chisciotte che certi media in pessima fede gli hanno voluto spandere attorno. Anche se talvolta cade nell’agiografia, il documentarista è acuto nel mostrare perfino il fastidio che Zeman prova quando gli chiedono un’opinione sull’ennesima sconcezza.
A parte le deformazioni che il personaggio è costretto a subire, per lungo tempo ho pensato che il fascino di Zeman fosse basato sulla luminosità dei luoghi in cui allena. Zeman lavora in genere in posti caldi, meglio se in riva al mare, dove la sua ermeticità contrasta con il clamore delle cadenze meridionali. E Roma, per quanto mi riguarda, è una città di mare, lo provano i gabbiani che volano sul Portico di Ottavia.
In realtà, come emerge dai documentari, Zeman è soprattutto una persona conviviale, che ama starsene in fondo al pullman della squadra a giocare a carte coi collaboratori. Per inciso, mi sono ormai convinto che requisito fondamentale per un allenatore sia, oltre alle sigarette, il fatto di destreggiarsi nello scopone scientifico o affini. Ma meridionalità d’adozione, simpatia, ironico confrontarsi con le superstizioni, il gusto per il gesto simbolico, non sono mai bastati a fornirmi una spiegazione adeguata.
Il punto è che Zeman è uno dei pochi allenatori che può rivendicare il carattere alchemico della sua professione. In lui questo aspetto emerge in massimo grado, anche perché gli elementi da cui parte sono quasi sempre misconosciuti e grezzi, mentre -per dire- Ancelotti partiva pur sempre da Pirlo. Il documentario mostra con intelligenza che il suo vero capolavoro non fu tanto il famoso primo anno di serie A con il Foggia di Signori, Rambaudi e Baiano (che comunque lui era riuscito a far diventare Signori, Rambaudi e Baiano), ma il secondo, in cui si presentò in attacco con Bresciani e Mandelli (Bresciani e Mandelli).
Nella sua magistrale esecuzione de “Il silenzio degli innocenti”, J. Demme utilizza come chiave per l’identificazione dell’assassino alcune riflessioni, affidate al diabolico A. Hopkins, sul legame profondo tra desiderio e trasformazione. Il fascino dell’allenatore alchemico, o dell’allenatore che cucina, sta proprio, almeno credo, nella proiezione che ciascuno di noi -fruitori- compie sul mutamento dei connotati tecnici dell’atleta. In questa attenuazione dell’individualità è possibile insinuarsi idealmente e abbandonarsi alla commovente illusione di poter non essere più quello che si è, rimuovere l’ingombro della propria monotonia e, per incanto, saper toccare bene la palla di esterno, capire l’attimo in cui lanciarsi nello spazio, calibrare il ritmo da impartire al fraseggio.
Non che non ci siano allenatori che sovrappongono di altissimo livello, Mourinho probabilmente su tutti, ma, spiace dirlo, rimane sempre la sensazione di un’accuratezza nel disporre ingredienti costosi, tipica delle squadre a tifo maggioritario, in cui quello che conta è la ristorazione dei tifosi, il compiacimento di essere seduti a quella tavola imbandita, la vittoria e non la cucina, appunto.
Invece, ciò che mi ha costretto a seguire con trepidazione le sorti del Lecce o dell’Avellino è la sempre latente possibilità che accada qualcosa, il principio di un mutamento in cui si nasconde anche un sottile pudore, perché in quel momento si è senza difesa, come in fondo ogni sua squadra.
Poi arriverà la mitica flessione di Gennaio, potrà pure perdere il Pescara partite scellerate o si fermerà a tre punti dalla promozione, sicuramente un giorno Sansovini e Insigne si dimenticheranno degli scaloni dell’Adriatico e delle ripetute di mille, ma una cosa per me è certa: se c’è un motivo calcistico per tornare a casa dopo essersene dette di tutti i colori, aspettando anche ore sull’uscio con una rosa, questo motivo esiste, ed è veder di nuovo giocare una squadra di Zeman.

giovedì 17 novembre 2011

Gente da stadio: i primi anni

breve elogio del ragazzo del Cucciolone
Il primo anno mi abbonai allo stadio con il mio compagno di classe Raimondo. Non l'ho mai più rivisto.

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Approfittare della riduzione under 16 non fu un grande vantaggio. Ci diedero dei posti osceni in Distinti sud, giusto a metà della gradinata, con la vista al campo tagliata in due dal vetro delle scale. Di fatto, durante la partita dovevo scegliere se ingobbirmi (e vedere la partita attraverso il vetro, che più o meno equivaleva ad andare allo stadio con una maschera da immersioni) o stare sulle punte (e vedere la partita sopra il vetro, al naturale, ma facendo incazzare quello dietro di me). Era il secondo anno di Zeman e la Roma andava a fasi alterne. Non so di cosa parlassimo con Raimondo, nè ricordo chi fosse con noi (forse Giorgio, che poi, nel corso degli anni, è comparso e scomparso al mio fianco con rassicurante continuità). Dubito avessimo alcun rapporto con i vicini. In quella stagione si consumò il dramma di Roma-Inter 4-5, una partita folle in cui l'idealismo zemaniano scolorò - come purtroppo accadeva spesso - nel masochismo, nel manierismo ottuso, nella stupidità insomma. Quella sera c'era anche mio padre a vedere la partita. Non sono mai più tornato allo stadio con lui.

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Era mio padre che mi aveva portato per la prima volta allo stadio. Coppa Uefa, al primo turno la Roma sfidava il Benfica di Eriksson e di un certo Aldair. Entrammo in ritardo perchè volevano farmi pagare nonostante io non superassi l'altezza minima richiesta per pagare (all'epoca funzionava così: ti facevano mettere spalle al muro per misurare quanto eri alto, lo stesso gesto - ma meno tenero - di mia madre, con i segni a matita sulla carta da parati ogni anno un po' più alti). Andrea Carnevale segnò al primo minuto. Io mi persi quel gol. Altri non ce ne furono. Poi tornammo spesso. Partite di secondo piano. Ricordo una goleada contro la Cremonese e una contro il Bologna. In quarto ginnasio iniziai ad andare anche da solo. Un rocambolesco Roma-Empoli 4-3 lo vidi in curva con Federico. Lo andai a prendere a casa della zia dietro la Farnesina portando in dote un buon numero di crocchette del bar Euclide e poi sciamammo a piedi fino allo stadio parlando dei Marlene Kuntz. Indossavamo entrambi lo stesso loden che, almeno io, indosso tutt'oggi, e che fa tanto governo tecnico. All'epoca il tecnico era Zeman ed infatti la partita fu al limite del ridicolo, tant'è che la dovette risolvere il russo Omari Tetradze con una improbabile discesa sulla fascia destra (dopo il gol, il mio amico urlò: "Omarì, ti amo e ti ho sempre amato sin da quando giocavi nel campionato russo"). Di quella squadra ricordo con piacere il centrocampo: Eusebio di Francesco, Ivan Helguera e Cristiano Scapolo. Soprattutto per il terzo stravedevo. Peccato che, neanche a dirlo, dopo un paio di apparizioni nel girone di andata, anche lui non l'ho mai più rivisto.

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Scottato dall'esperienza-vetro, il secondo anno decisi di cambiare posto. Cambiai anche compagno di abbonamento e mi ritrovai in fila a piazza Colonna insieme al caro Nesat, colui che, negli oscuri anni delle scuole elementari, lontano dagli occhi indiscreti di suor Maria Luisa, mi aveva introdotto al calcioscommesse ("Stasera c'è Cagliari-Mechelen: giochiamoci 500 lire su chi vince"). Per gustarci dall'alto i movimenti delle linee zemaniane, dolci come una coreografia del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, facemmo la scelta coraggiosa di abbonarci in ultima fila. Fila 80, per l'esattezza. Dietro di noi, il vuoto. Dopo 11 anni, siamo ancora lì.

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Peccato che il nostro piano venne frustrato dall'esonero del boemo. Arrivò Capello e stare così in alto non ci servì più a nulla (per anni non si è più visto un fuorigioco ben fatto all'Olimpico). Però rimanemmo e quei primi anni della mia vita allo stadio, una buona prima metà, sono stati segnati da una confortevole ripetitività di luoghi e persone. Mentre la Roma vinceva come mai nella sua storia, e allo stesso tempo sprecava occasioni per vincere di più come mai nella sua storia, io e Nesat riuscimmo tuttavia a non integrarci mai davvero con la gente intorno a noi, che pure era sempre la stessa. In particolare davanti a noi sedevano tre ragazzi di qualche anno più grandi di noi, di cui due erano fratelli e l'altro un amico del fratello minore. Questi tre - con cui, in tani anni, non familiarizzammo mai, probabilmente neanche scambiammo mai una parola - erano espressione di quell'inconfondibile ceto quasi-medio romano, di ex-borgata ormai urbanizzata, di emerita stirpe ministerial-catastale, che all'epoca si riconoscevano per il pizzetto e le Adidas scamosciate che portavano ai piedi, oltre che per una maniera di comportarsi che trasudava cd di Vasco Rossi in macchina, placide estati ad Anzio-Lavinio e certe minime aspirazioni di lasciare al loro destino gli amici del baretto per entrare, magari dopo aver impalmato la figlia del dirigente dell'Agenzia delle Entrate compagna di liceo, nella borghesia adagiata sulla direttrice Piazza Irnerio-Via Baldo degli Ubaldi-Via Candia. Il più grande dei tre - il fratello maggiore - era un tipo silenzioso, dall'aria introversa di quello che la sapeva lunga, che "aveva vissuto", che rasentava la sosiaggine con il cantante Daniele Silvestri. Non parlava molto ma quando lo faceva tutti lo ascoltavano con devozione, soprattutto quando tirava una bestemmia contro l'arbitro o un avversario falloso. Il fratello minore gli assomigliava solo fisicamente. Spesso colto da trance agonistica, poteva lanciare improperi anche per novanta minuti di fila. Erede della grande tradizione istrionica romana, si vedeva lontano un miglio che arrivava allo stadio con alcune battute di spirito già preparate a casa, e al momento giusto si alzava in piedi - sempre approfittando di un momento di silenziosa risacca del settore - e le declamava agli amici, facendo ben attenzione a farsi sentire anche dagli altri vicini (noi per primi). Peraltro, per rendere queste sue frasi ancora più ad effetto, calcava il più possibile la sua cadenza romanesca. Adesso non ne ricordo più molte, ma sì ricordo che una su tre aveva a che vedere con Marco "a' cammellò!" Delvecchio, il quale veniva di solito assimilato a Bocelli. Poi ci fu l'episodio di Mondragòn.

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Faryd Aly Camilo Mondragòn era il portiere colombiano del Galatasaray. Nel più bell'anno della Roma, quello in cui strapazzammo anche il Barcellona, la nostra corsa trionfale in Champions League venne frenata, prima del tracollo sotto la Kop, dal pareggio interno contro i turchi (una vittoria quel giorno avrebbe trasformato il viaggio inglese in una scampagnata sul Merseyside). Prima, durante e dopo la partita c'era quindi molta tensione, sia in campo (tutti si ricordano il parapiglia all'uscita di scena) che sugli spalti. Dopo il vantaggio ottomano ci fu, proprio all'inizio della ripresa, il pareggio di Cafu. Il secondo tempo si convertì così in un assedio giallorosso all'arma bianca, che non portò però al gol-qualificazione anche per colpa dei miracolosi interventi del folcloristico portiere ospite. Esasperato da tale performance, il nostro vicino di posto con l'improperio facile produsse quello che, a mio parere, rimane il suo capolavoro. Tiro dalla distanza; gran parata di Mondragòn; "uuuhhhh" dell'Olimpico seguito da silenzio tombale; il nostro amico si alza in piedi, si sistema il ciuffo, rotea l'occhio a destra e sinistra per palpare la tensione della gente, capisce che tutti aspettano la sua sentenza, e la spara:
A' Mondragò, tanto torni a casa e trovi tu fijo impiccato.
Così, totalmente gratuita. Io e Nesat ci guardiamo e pensiamo alla stessa scena: il pullman dei giocatori del Galatasaray che arriva al centro sportivo alle 3 di notte, Mondragòn che prende la macchina per tornare a casa, la parcheggia in garage, sale le scale, gira la chiave nella serratura, apre la porta, si toglie la giacca, appoggia la sacca all'ingresso, beve un bicchier d'acqua, apre la porta della sua camera da letto, la moglie dorme silenziosa, prosegue per il corridoio, sbircia dentro la stanza di suo figlio, non lo vede a letto, per un attimo si spaventa, accende la luce, e lo trova dondolante, appeso con una corda ad una trave del soffitto. Sulla scrivania, accanto al quaderno dei compiti di matematica, un foglio a quadretti, con una scritta: "Lo siento, papà".

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A riportatre l'allegria ci pensava il terzo amico, che peraltro non veniva sempre. Era un ragazzo tarchiato e pelato che diventò presto il nostro mito per via del suo rapporto bizzarro con l'umorismo. Si capiva che soffriva la presenza dei due fratelli: il minore, che poi capimmo essere il suo amico, era troppo più brillante di lui; il maggiore, che poi capimmo non lo sopportava proprio, era troppo più saggio. Questo povero ragazzo era il classico romano che vuole sempre fare il brillante, quello che, per citare un noto film di Verdone, a a me 'a battuta me piace. Peccato che le sue battute facevano pena, non facevano ridere per niente. Quando poi provava a condirle con qualche improperio, per scimmiottare il suo amico, gli riuscivano ancora peggio (non era credibile il suo atteggiamento da duro). Per questo motivo noi l'avevamo ribattezzato "il ragazzo del Cucciolone". Ci eravamo cioè convinti che fosse lui il misterioso autore delle mirabolanti freddure che si trovano impresse sulla cialda del celebre gelato (del tipo "ho un gommone da otto metri" "e che ci devi cancellare?"). Il livello era quello. Ma la cosa più divertente fu un'altra. Il ragazzo del Cucciolone, per innalzare il livello della sua performance cabarettistica, e farsi così benvolere/accettare dai due fratelli, aveva trovato uno stratagemma. Fondamentalmente, quando ci sentiva ridere (e ridevamo, e ridiamo, molto spesso), si metteva ad ascoltarci, carpiva le battute che io e Nesat ci scambiavamo, le memorizzava, faceva passare dai trenta ai quaranta secondi (i quaranta secondi più lunghi della sua vita, perchè fremeva al pensiero della risata scrosciante che avrebbe provocato con quella battuta che stava per pronunciare, di solito anticipata da un concitato "a regà a regà sentite questa") e poi le sparava ai due fratelli, che alle volte gli facevano caso, altre meno. Ora, a parte il fatto che ci faceva ridere che ci copiasse le battute, sapendo peraltro che noi lo avremmo sentito, la cosa più spassosa era che, da sempre, l'umorismo che condivido con Nesat è molto personale, auto-referenziale, nonsense; cioè, il più delle volte ridiamo per cose che, tendenzialmente, possiamo capire solo noi e chi ci conosce. Il ragazzo del Cucciolone, accecato dal bisogno di ilarità, non aveva invece alcuno spirito critico, non filtrava le nostre freddure, e le ripeteva anche quando non le capiva, con la conseguenza che, appunto, i due fratelli non scoppiavano sempre - per sua grande delusione - in grosse risate. Con grande cinismo decidemmo allora con Nesat di escogitare un piano: praticamente, previo un cenno di intesa, uno dei due diceva ad alta voce, premettendo che sarebbe stata una battuta memorabile, una stronzata di dimensioni colossali, che non solo non faceva ridere, ma spesso non aveva neanche senso in italiano (esempio: "ahò, Paulo Sergio sembra che s'è magnato un frigorifero" "sì, cor cenone de capodanno dentro" "ahahahahah sei troppo forte" "questa è proprio buona"). Tempo trenta secondi, e la battuta veniva ripetuta dal ragazzo del Cucciolone ("a regà a regà sentite questa: ma che s'è magnato Paulo Sergio, er frigorifero cor cenone de capodanno dentro?!"). Ovviamente non rideva nessuno (alle volte succedeva che capiva male le battute e le ripeteva modalità telefono-senza-fili: "a regà a regà sentite questa: ma che er cenone de capodanno lo famo da Paulo Sergio?!"; oppure: "a regà a regà sentite questa: me so' comprato er frigorifero de Paulo Sergio"). A fine stagione Capello lasciò la Roma di nascosto, e io non ho mai più rivisto né i due fratelli né il ragazzo del Cucciolone.

(continua)