martedì 7 dicembre 2010

Literaria: "Addio al calcio". L'epopea dei palloni perduti

"Non mi era mai capitato di pensarci, ma qualche anno fa, dopo un'ennesima operazione, ho smesso per sempre di giocare a pallone. [...] Nacque da lì il mio definitivo addio al calcio".
Come se fosse una piccola morte, davanti alla quale tornano in mente in maniera disordinata i ricordi più significativi della nostra esistenza, il momento in cui si è costretti a dire addio al calcio giocato è per Valerio Magrelli il dolente epilogo di una fase della vita, delimitata da quattro righe immaginarie e alla continua rincorsa di un pallone (di spugna, di cuoio, di plastica...). Se non si può più vivere il calcio da attore, non vale più la pena neanche di seguirlo da spettatore (anche se le domeniche così dilatate non cessano di essere irrequiete, come una pensione anticipata che è stata imposta e non richiesta), e all'eterno ragazzo che il pomeriggio scendeva da solo in cortile a calciare il pallone contro il muro "per imparare il controllo di palla", non rimane che la fuga nella memoria, la consolazione di una grammatica di episodi familiare come quella delle sue poesie.  
Finisce così, ma in realtà inizia così, almeno come idea narrativa, il nuovo libro in prosa del poeta romano Valerio Magrelli, "Addio al calcio. Novanta racconti da un minuto", appena dato alle stampe da Einaudi. Perchè l'inizio del libro, la sua ispirazione, è in realtà la fine della sua vita calcistica, una porzione di autobiografia che si stacca dal monolite di una vita intera con la stessa suggestione dei massi infuocati del vulcano di Stromboli che si spengono nel mare. E allora tanto vale raccoglierla quest'ombra che si deposita sul muro di uno spogliatoio, come se fosse una specie di "autobiografia sbilenca", un punto e a capo che permette di cominciare un nuovo paragrafo, o forse no, perchè anche se si decide di non voler tornare indietro, il calcio rimane "un morbo lontano che continua a possedermi, senza che abbia trovato alcun antidoto". Di fronte a quest'ansia malcelata di conoscere comunque i risultati, a questa voglia frustrata di tirare l'ultima punizione, a questa incomunicabilità con il figlio, che vive il pallone come un prodotto virtuale da osservare sullo schermo della Playstation ("sono lemuri neurologici, proiezioni, che giocano partite immaginarie, su campi immaginari, con voci di cronisti immaginari che commentano risultati immaginari") e non come un rito sacro officiato in un campetto frondoso e polveroso, Magrelli si rifugia, e si perde, in "un rincorrersi di aneddoti, ricordi, storie di vite più o meno illustri", dove il compagno di classe che non passava mai a pallone si ritrova (nella pagina) a fianco del grande campione.
La memoria come prolungamento involontario delle partite di pallone dell'infanzia, dell'infanzia stessa, come approdo maturo nel lessico accogliente dei ricordi, mi ricorda un passo di Rayuela, in cui Julio Cortàzar scrive (la traduzione è mia, chiedo perdono in anticipo):
D'ora in poi sentirò sempre di meno e ricorderò sempre di più, però che cos'è il ricordo se non la lingua dei sentimenti, un dizionario di volti e giorni e profumi che ritornano come i verbi e gli aggettivi nel discorso.
E la lingua di Magrelli, cristallizzata nel dizionario dei suoi ricordi, è anche la nostra, perchè anche noi abbiamo accatastato i maglioni per fare i pali, contando e ricontando i passi perchè gli avversari non si fidavano; anche noi abbiamo giocato in campetti improvvisati in mezzo al parco, con gli scalini naturali delle radici a distorcere le traiettorie dei tiri; anche noi siamo tornati a casa sudati dopo aver fatto rimbalzare il pallone nelle infinite eco delle saracinesche dei garage; anche noi abbiamo segnato innumerevoli gol con la palla di spugna nelle nostre stanze; anche noi abbiamo recuperato, o abbiamo abbandonato per sempre, i palloni che il compagno di squadra con i piedi a banana lanciava, con inquietante periodicità, dall'altra parte del muretto. L'abbiamo fatto nei nostri luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza, che magari non corrispondono a quelli di Magrelli, ma che in fondo si somigliano, così come si somigliano tutti i volti delle ragazze che abbiamo perso per strada.
E' difficile giudicare un libro così personale. Conviene leggerlo, e riconoscersi, e piacersi in questo riflesso oppure no. Un merito, sicuramente involontario, è però indubitabile: probabilmente è la volta buona che ci sbarazziamo di Pasolini. Intendiamoci, non Pasolini in quanto tale (uno dei pochi intellettuali che ha avuto la grazia, in Italia, di rinunciare ad indossare la mantella dell'ipocrisia, che ha saputo vivere, per dirla con Gil de Biedma, sia l'amore pandemico che quello celeste), ma la vetusta retorica di Pasolini e il calcio. Non se ne può più di ascoltare discorsi sul calcio che cercano di nobilitarsi citando Pasolini, come se questi è stato, ed è, l'unica persona di cultura appassionata di pallone. Per fortuna adesso c'è anche Magrelli.
E' difficile giudicare un libro così personale, ma qualcosa si può comunque provare a dire, e cioè che è composto da novanta racconti lunghi un minuto, come se fosse una partita di calcio. E' prosa, ma sembra poesia. Poesia dell'esperienza, in particolare. Ho l'impressione che Magrelli non pretenda tanto comunicare al lettore una serie di verità risapute, quanto condividere delle fugaci esperienze il cui senso ultimo il lettore è invitato ad esplorare.
In questo senso, è un'opera riuscita a metà, perchè non tutti i racconti, non tutti i minuti, sono all'altezza. Ma d'altronde, in un eccesso di pura mimesi metaforica, non è altrettanto vero (come mi fa notare Arturo) che anche i minuti di una partita di calcio sono diversi l'uno dall'altro? In ogni partita ci sono interi minuti in cui si staziona stancamente a centrocampo, o le difese spazzano a casaccio, o il gioco si ferma per fare entrare la barelle. Ma poi succede che all'ultimo minuto, un secondo prima che l'arbitro si accinge a fischiare la fine, quando ormai lo zero a zero sembra il migliore dei risultati possibili, il fantasista si fa dare palla sulla trequarti, alza la testa, salta due uomini, sente il passo incerto del portiere che avanza e lo supera con un leggiadro colpo sotto. Troppo sotto, e il pallone si perde oltre il muretto. Con questa immagine si chiude il libro di Magrelli, con il giusto omaggio ad un'epopea silenziosa, quella dei palloni perduti - perduti, forse, come gli anni che abbiamo vissuto correndo su un campo di calcio.
Questo allontanamento dal calcio mi fa venire in mente una particolare fase del gioco (almeno di quello che praticavo da ragazzo), relativa al recupero dei palloni finiti fuori dal campo. Anche in quel caso, si trattava di fermarsi, e di uscire dal vivo della partita. Chi aveva spedito la palla lontano dal terreno, aveva ovviamente l'obbligo di andarla a riprendere. Ricordo in particolare un periodo in cui mi incontravo, sempre con lo stesso gruppo, nella casa di un amico situata in aperta campagna. Dietro una delle porte stava il muro di recinzione, e ogni tanto avveniva che un tiro lo superasse. Il designato, allora, si dirigeva all'uscita, per cominiciare la ricerca del pallone.
Che strana sensazione! Mentre ci si avviava, le urla e il chiasso cessavano pian piano. Poi, di colpo, non appena superato il cancello, ci si ritrovava in mezzo ai prati, in una distesa che correva a perdita d'occhio. Il verso di un uccello, il freddo improvviso, il vento, in una natura estranea e vicinissima. A volte, dopo aver visto la palla, fingevo di non averla ancora trovata, per rimanere un altro po' nel nulla, estasiato, sospeso nel silenzio. Poi, dopo qualche istante, tornavo alla partita, dimenticando quello spazio muto che ci avvolgeva, al di là del muretto.

8 commenti:

  1. per favore fermate le mie lacrime nel ricordo dei palloni perduti e cercati..

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  2. i peggiori sono quelli che finiscono in mare, oltre gli scogli, e -beffarda- la corrente lentamente li porta via, finchè scompaiono.

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  3. Ciao Dionigi,

    ci sono tre cose a cui questo libro mi ha fatto pensare. Sono d’accordo con te sul giudizio complessivo, ma da un po’ di tempo mi convinco sempre di più che, qualche volta, di un libro, non conti tanto il libro in sé, quanto la sua capacità di servire da sponda, come in un flipper, e, dovendo azzardare, scommetterei qualche euro sul fatto che questo non vuole essere un libro/libro ma un libro/sponda.

    La prima cosa è la sua forma in sé. Avevo pensato anche io al “Gioco del Mondo”, che può essere letto, come da istruzioni iniziali, in diverse sequenze. Ho l’impressione che anche questo libro possa essere letto scompaginando i minuti, indovinando di volta in volta il percorso, dopo una prima fugace lettura. Questa sponda mi rimbalza a una metafora che forse è facile. Che forma vuole il racconto sul calcio o, meglio ancora, che tipo di racconto vuole il calcio? Il suo significato è racchiuso forse nel minuto, nell’istante, nella singola prodezza e nel singolo ricordo, come forse ci suggerisce Magrelli, oppure è possibile un racconto più strutturato, un’intera partita, un’intera vita, un romanzo insomma? (Va da sé che è possibile pure tirar fuori un romanzo da un istante).

    La seconda è il suo (non?) oggetto. Al tredicesimo del primo tempo M. scrive: “Perché il calcio è come il midrash della cultura ebraica, ossia il commento rabbinico alla Bibbia: un’attività che vive della sua indefinita ruminazione”. Sembrerebbe che il calcio sia indicibile. E il nostro un discorso su discorsi. Trentunesimo del primo tempo: “Andava alle cene sociali, dicevo. Per me, questo è il mistero più profondo. Che si saranno detti, tifosi e calciatori? Perché questa promiscuità?...Come è possibile mescolare il sacerdote di un rito al suo fedele?”. Penso alle telecamere di Sky negli spogliatoi, penso ai deus ex machina coatti delle conferenze stampa.

    La terza è la delimitazione del campo. A partire dall’elicottero che sorvola i parchi pubblici di Roma (25° s.t.) e vede “campi...ravvicinati, contigui l’uno all’altro, benché perfettamente autonomi tra loro. Fuori sincrono, per meglio dire, dato che qui comincia la partita che lì accanto finisce, qui si ride, lì si urla, qui si pareggia, lì si esulta...”. E poi i campi delimitati dalle strisce di coca in Messico (36° p.t.), dove “bastava un pomeriggio di vento, una giornata di pioggia, e tutto quanto svaniva”; la partita multipla in Irlanda (26° p.t.: “Al limite, basterebbe disegnare due pali a nord e due a sud, per ottenere un unico campo da calcio sconfinato”); il pallone che rimbalza tra i muri della casa vuota (17° p.t.), o sulle mura di Castel S. Angelo (41° p.t.); il campo a ostacoli, tra le gabbie nei cani e la vegetazione (22° s.t.); quello obliquo della montagna (40° p.t.); le porte tracciate dai maglioni, come tu hai ricordato (3° s.t.). Ho la sensazione, che non mi so ben spiegare, che questa terza sponda catturi e assorba le altre due.
    Magari mi gioco gli euro che mi sono rimasti nell’altra tasca;)

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  4. Anche io avevo fatto caso (e sottolineato) a quella frase sul calcio come "attività che vive della sua indefinita ruminazione", e su questo non ci piove, altrimenti noi oggi non saremmo qui su Lacrime di Borghetti, ieri non mi sarei visto The Damned United e Sky Sport 24 (il midrash per eccellenza?) non avrebbe senso di esistere, e dico di più, sono soprattutto le gesta amatoriali, i gol che si segnano nelle partitelle tra amici (a sette o ventisette anni, non fa differenza) a diventare nello stesso momento in cui si realizzano aneddoti, materiali di racconti infiniti in viaggi in macchina e serate al pub - ma se tutto questo è vero, non è anche vero che, in realtà, il calcio esiste comunque, a prescindere? Che il calcio, quel gol, "è"? Lo chiedo a Gegen soprattutto, il calcio è come la donna di Karl Kraus, o come credo io, no?

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  5. Bellissimo il post, purtroppo per apprezzarlo pienamente bisognerebbe aver letto il libro, cosa che non ho fatto.. mi limito quindi ad un paio di considerazioni inutili e prolisse sull'ontologia calcistica..

    Innanzitutto mi chiedo se anche le mie/vostre/nostre domeniche ad ascoltare tutto il calcio minuto per minuto non fossero altro che “proiezioni, che giocano partite immaginarie, su campi immaginari, con voci di cronisti immaginari che commentano risultati immaginari..” Al di là del fatto che la RAI, come la Pravda, offriva la radiocronaca vera e non immaginaria, e che risultati e classifica finale fossero ufficiali, come le conquiste del socialismo.. tutti noi abbiamo conosciuto il calcio attraverso l’immaginazione.. Ciotti mormorava qualcosa.. ma il colpo di testa vincente di Hatley nel derby lo costruiva la mia fantasia..

    Allo stesso modo, quando martedì sera a calcetto la mia mezza girata al volo si è stampata sull’incrocio della porticina ed è rimbalzata indietro.. in quell’istante io non ero in una lurida palestra di Hackney, ero contemporaneamente a San Siro, al Campo Nou ed al Bernabeu.. quel momento non erano le 6,40 pomeridiane di martedì 7 dicembre, era eterno come la mia vita..

    Questo mi porta ad essere d’accordo nel considerare il calcio come evento (bergsoniano?) che trascende spazio e tempo.. i cui minuti possono essere dilatati all’infinito o ridotti ad un istante.. quella cosa che è tutto e non è allo stesso tempo.. Se posso rubare a spazio a Gegen, il calcio “è” la donna di Karl Kraus.. non nel senso fenomenologico dell’oggetto che al di là della sua esistenza (che tu Dionigi vuoi certificare come data in sè) ci permette di specularne sopra, come fosse lo specchio lacaniano che ci mostra la nostra (non) esistenza.. “E’” la donna che “non è”, e viceversa, come lo è il nulla ontologico prima e dopo lo specchio.. è il tutto.. che noi, tramite il racconto, conosciamo come dato e costruiamo in divenire..

    Non riesco quindi a capire come si possa dare addio al calcio.. se esso come il tutto ed il nulla, non è speculazione della ragione, ma è desiderio dell’immaginazione e mito della creazione.. Cosa senso ha affermare che si può solo ricordare? Forse solo che non si è più capaci di desiderare..

    PS. Negli anni 90’ a Londra la London Psychogeographical Association organizzava partite di calcio a tre porte, in un campo esagonale, per superare il concetto di dialettica ed omaggiare la figura celtica del cerchio.. il tutto cosmico.. perché così è il calcio.. non gli si può dare addio, nemmeno quando cessa la nostra sembianza di vita terrena..

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  6. Effettivamente è una cosa davvero triste abbandonare il calcio, è vero quel che dici, si smette di desiderare e ci si appaga con il ricordare. Questo vale però per un po' tutti gli addii. Ma ci dev'essere una qualche sfumatura.

    Per provare a rispondere al tuo dubbio, che condivido, perchè anche io non capisco come si possa dare addio al calcio (come lo si può dare, per esempio, a una città, a una persona, a una camicia, tutte cose che, indubbiamente, "sono"), penso allora che in realtà non sei mai tu che dai addio al calcio, ma è il calcio che dice addio a te. Ed è una cosa, come tutte le cose irreversibili, a cui non si può veramente pensare finchè non succedono.

    Se mi dovesse accadere, per favore, sparatemi.

    PS Oltre alle palestre di Hackney, giochi mai in quei bellissimi campi all'aperto a Battersea Park? Un posto che mi è rimasto impresso perchè praticamente gli spogliatoi sono collegati col pub...

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  7. Mai stato a giocare a calcio a Battersea..

    Meravigliosa l’idea che possano esistere degli spogliatoi contigui al pub.. quest’estate proporrò una trasferta al di là del fiume..

    Se mai la faremo, le prime lacrime della lager postpartita, saranno un omaggio a quelle versate da voi..

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