domenica 28 novembre 2010

Ho visto cose che voi umani

Palermo - Roma 3-1
Stasera, in diretta dalla Favorita di Palermo, ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare.

Ho visto una difesa schierata di cinque uomini prendere gol dall'unico giocatore avversario presente nell'area di rigore. Ho visto un terzino sinistro rimanere a due metri di distanza dall'attaccante che si preparava al tiro, ho visto il suo sguardo inerme mentre quello si portava la palla sul sinistro e prendeva la mira, ho visto il suo movimento da torero mentre gli lasciava spalancato il corridoio vincente sul primo palo. Ho visto una squadra che domina (o pretende di dominare) la partita ma non tira mai veramente in porta. Ho visto un allenatore avversario che sapeva come vincere questa partita da almeno tre anni, da quando si tuffò in una fontana sul Gianicolo, e ha giocato nella stessa identica maniera. Ho visto l'altro allenatore cascarci con tutte le scarpe in quella fontana. Ho visto un difensore brasiliano che, come le domeniche a piedi, gioca (dimostrando grande professionalità) ad anni alterni, farsi saltare come un birillo ogni volta che provava un anticipo. Ho visto una difesa modello acordeòn di gitano che suona Cielito Lindo sul metro (quindi un acordeòn di pessima qualità, che non funziona, che gracchia, che in fondo fa schifo) che o difende nell'area piccola o difende sulla linea di centrocampo senza saper fare il fuorigioco, e in entrambi i casi difende male. Ho visto due giocatori di qualità sbagliare lo stesso stop elementare consecutivamente. Ho visto i loro compagni prendere gol sull'azione successiva. Ho visto uno stopper biondo come il grano dimenticarsi dell'attaccante e cadere a terra in modo goffo. Ho visto un centrocampista brasiliano lezioso come Laura Morante che prende un tè da Babington's con Margherita Buy provare senza successo un sombrero contro vento e da ultimo uomo dopo un calcio d'angolo.  Ho visto un centrocampista brasiliano lezioso che assomiglia a quelle prugne secche della pubblicità che suonano il blues non provare neanche a rincorrere l'uomo che gli ha rubato la palla dopo quel sombrero. Ho visto la porta della mia squadra gonfiarsi per la terza volta per colpa di quel sombrero. Ho visto attaccanti che si lamentano perchè non arriva un pallone giocabile e che non tornano mai a prenderselo a centrocampo. Ho visto centrocampisti che non accompagnano mai l'azione e poi però sono comunque troppo stanchi per ritornare a difendere. Ho visto un solo tackle in tutta la partita. Ho visto un allenatore convinto che il calcio è un'alchimia così semplice che, se sei sotto di due gol, per recuperarli basta far giocare quattro attaccanti contemporaneamente. Ho visto un trequartista brasiliano (ormai non ci crede neanche la madre) provare cinque dribbling tutti uguali e sbagliarli tutti e cinque. Ho visto una squadra giocare con un centravanti forte di testa che non ha mai fatto un cross dal fondo per il suddetto centravanti. Ho visto il talento della squadra venire sostituito dopo un'ora per la decima volta in questo campionato. Ho visto un centrocampista una spanna sopra gli altri, che ci ha tenuto a galla negli ultimi quattro anni, tornare dopo più di un mese di infortunio e venire criticato dal suo allenatore perchè troppo lento. Ho visto un regista avversario di quasi cinquant'anni entrare in campo e dettare il gioco, con commovente ed autoritaria lentezza, per tutti e due i minuti di recupero. Ho visto il solito gol inutile se non per le statistiche di qualcuno. Ho visto l'ennesima occasione per dare un senso al campionato gettata nel limbo eterno della nostra mediocrità, con la stessa assurdità con cui un branco di bufali può lanciarsi nel vuoto di un dirupo.

Stasera, in diretta dalla Favorita di Palermo, se qualcuno se lo stesse chiedendo, ho visto la Roma perdere tre a uno, e mi sono sentito desolato come in quel noto e terribile chiste che si racconta in Spagna, in cui c'è una persona che cammina per il bosco che a un certo punto incontra cinquecentomila galiziani, anche loro che camminano per il bosco, però piangendo. Allora la persona (quella persona sono io) si ferma e chiede a uno dei galiziani perchè piangono, e lui gli risponde: perchè siamo soli e ci siamo persi.

venerdì 26 novembre 2010

Tremare il Mondo non fa

Ai sensi dell'articolo 1936 del Codice Civile, è fideiussore colui che, obbligandosi verso il creditore, garantisce l'adempimento di una obbligazione altrui. Semplice come concetto, anche a detta della Corte di Cassazione, che così spiega l'istituto: "il negozio fideiussorio è causalmente diretto a rafforzare la tutela dell'interesse del creditore all'attuazione del suo diritto, attraverso l'estensione della garanzia patrimoniale ai beni del fideiussore, il quale aggiunge la propria obbligazione accessoria a quella del debitore principale".

Semplice o, forse, no.

Dal concetto di fideiussione, infatti, nasce l'inghippo. Da stipendi non pagati e da due fideiussioni che, a detta dell’attuale presidente del Bologna Football Club Sergio Porcedda, si sarebbero rivelate fasulle.

Si dice avrebbero dovuto coprire insolvenze pregresse e liberare, contestualmente, i soldi dei diritti TV (rectius: una rata dovuta da Sky dei diritti TV. Le precedenti già sono state investite per pagare ulteriori stipendi arretrati).

Il problema è che le fideiussioni e l'emittente delle stesse - una finanziaria inglese - si sono rivelate realtà fantomatiche.

In ogni caso, non sono chiari per gli inquirenti il fine ed il meccanismo attraverso il quale le operazioni sono state concluse. Si legge, infatti, in un articolo pubblicato sul sito de "Il Resto de Carlino" lo scorso 20 novembre 2010: "Non e’ chiaro se con quelle garanzie si mirasse a riottenere del denaro (si parla di circa 6 milioni di euro) che sarebbe stato dato in garanzia per l’acquisto di alcuni giocatori (attraverso il meccanismo della “stanza di compensazione”). Per la transazione il broker aveva pattuito come compenso (il 3% sulla fidejuissione) garantita anche con due assegni. Uno e’ stato bloccato, l’altro sarebbe ancora nelle mani del broker".

Ma di fatto da una fideiussione nasce un inghippo le cui proporzioni sono ancora da valutare.

In questi giorni, la merchant bank Intermedia Finance di Giovanni Consorte sta svolgendo attività di due diligence che porteranno ad un'esatta quantificazione delle passività a patrimonio del Bologna e, quindi, a determinare la quota d’ingresso per l’acquisto della società.

Trapelano voci.

La base di passivo dovrebbe ammontare a circa 30 milioni di Euro. Stipendi non pagati e relativi oneri fiscali. A questa dovrebbero aggiungersi altri 8 milioni di Euro circa di passività varie ed eventuali, nonché qualche milione di Euro relativo ad una rata non pagata al Club Atletico Penarol per l’acquisto di Ramirez. Infine, gli arretrati dovuti al Comune di Bologna per l’affitto del Renato Dall’Ara e un’operazione di scambio di giovani della Primavera conclusa con il Parma.

Totale: 40/45 milioni di Euro. Assolutamente uno sproposito per una società che solo qualche mese fa (al tempo del passaggio della maggioranza delle azioni dalla famiglia Menarini a Porcedda) è stata venduta per una ventina di milioni di Euro.

Le possibili conseguenze del disastro.

In primis, il Bologna rischia una penalizzazione in classifica. Una manciata di punti (1, 3 o 5) che potrebbe avere un forte impatto sul discorso salvezza, anche alla luce dell’equilibrio registrato nella parte sinistra della classifica fino ad oggi.

Inoltre, c’è il rischio fallimento. Per evitare il fallimento occorre ripianare le passività. Per ripianare le passività servono nuovi acquirenti e denaro vero (non solo il pareggio del disavanzo, ma anche una base di capitale che permetta al Bologna di galleggiare).

Voci di corridoio parlano di un interesse di Banca Barclays, che a mezzo del proprio portavoce avrebbe manifestato l’intenzione di rilevare il 70% dell’azionariato del Bologna Footbal Club.

Fatto sta che la squadra è in una situazione poco invadibile.

Peccato. Perché a mio avviso questo è il più bel Bologna degli ultimi anni (meglio: il miglior Bologna, assieme a quello della stagione ‘01/’02, dell’era dopo-Baggio).

Perché la rosa è infarcita di giovani e perchè c'è un progetto.

Perché il Bologna finalmente corre e gioca con tre centravanti sempre, perché schiera un grande Marco Di Vaio (bellissimo il gol al Brescia) e sa difendere e muoversi senza palla.

Perché il Bologna – nessuno lo sa – ha una Storia importante e perché meriterebbe più rispetto.

lunedì 22 novembre 2010

Il tempo delle mele nerazzurro

Alla luce della zampata letale di Davide Moscardelli (un uomo un mito) di ieri, volevo solo fare una brevissima riflessione sull'Inter, gli interisti, Benitez e, in generale, il senso di cambiare un allenatore dopo pochi mesi.
Sull'Inter. Volendo, la mia è una domanda retorica: ma cosa si aspettavano all'Inter quest'anno? Di vincere per il quinto anno di fila mentre i bambini delle altre squadre scartano i regali di Natale? Non gli è mai passato per la testa che, forse, dopo la stagione irripetibile dell'anno scorso, dopo l'addio cruento di uno che era più di un semplice allenatore, dopo non aver ricambiato neanche un giocatore che desse lustro al nuovo album delle figurine, dopo che gli stimoli sono necessariamente cambiati, le cose potessero essere un po' più complicate? Che forse avrebbero trovato anche qualche avversario un po' più determinato? Capisco che vincere, come lo shaboo (maledetti filippini), dà assuefazione, ma da qui a immaginarsi nel paese di Heidi ci passa un bel tratto di immaginazione. Che si rimboccassero le maniche ad Appiano Gentile, che si allenassero bene, che mettessero la testa a posto (ogni riferimento ad Eto'o è assolutamente involontario), che seguissero con fedeltà anche il nuovo allenatore, che non giocassero contro...i risultati arriverebbero subito, la rosa dell'Inter rimane la più importante, senza dubbio, e la vetta è ancora lì dietro, a portata di mano.
Sugli interisti. A me sembrano degli auto-lesionisti. Hanno vinto tutto, potrebbero passare i prossimi dieci anni a vivere di ricordi, potrebbero consolarsi del dolce piacere di sperare di vincere di nuovo senza avere davvero l'urgenza di farlo (a differenza di tutti gli altri tifosi), potrebbero godersi finalmente un allenatore perbene che non li risucchia in un'incomprensibile jihad calcistica contro il resto del mondo, potrebbero dedicarsi a far crescere i giovani in tranquillità, e invece sono lì, nella migliore delle ipotesi, che si auto-gufano le sconfitte per poter poi prendersela con il nuovo allenatore, malamente soprannominato (tipo il Pacioso, il Bove, o cose del genere) o preso in giro per essere troppo buono, o per le cravatte. Si meritano Lucescu, si meritano.
Su Benitez. Al netto di ogni ovvietà (certamente è meglio allenare l'Inter che l'Albinoleffe, certamente è meglio guadagnare dieci milioni di euro che non diecimila euro, etc. etc.), il povero Rafa si è trovato davvero in una situazione del cavolo. Per usare una metafora da tempo delle mele, lui è quella ragazza carina e un po' timida, acqua e sapone, in fondo pronta ad innamorarsi veramente di te, che uno può incontrare dopo essere stato truculentemente lasciato via messaggio dalla ragazza della propria vita, quella che nonostante fosse una stronza uno aveva amato senza precedenti, sapendo che non sarà capace di amare mai nessuna nello stesso modo, con lo stesso trasporto, con la stessa passione. Con gli occhi ancora innamorati, hanno voluto trasformarlo in un nuovo Mourinho, ripercorrere con lui le stesse tappe dell'amore precedente, agganciare lo stesso lucchetto alla grate di Ponte Milvio o Ponte Vecchio (anche la raccapricciante mania dei lucchetti mocciani, come d'altronde quasi ogni cosa esistente in questo mondo, dicono i fiorentini che è stata inventata a Firenze), aspettandosi gli stessi comportamenti, portandolo sugli stessi luoghi, sussurrandogli le stesse parole. In altri termini, Benitez non mi sembra sia stato davvero capito dal mondo nerazzurro, e mi fa tenerezza perchè lui mi sembra davvero in buona fede. Non discuto qui l'allenatore, che può piacere o non può piacere (pur essendo un perdente e un difensivista, a me piace abbastanza), ma la persona, che mi sembra immigliorabile, è forse l'unico allenatore della serie A da cui comprerei un'auto usata. Ecco, secondo me Benitez non si merita tutto questo stillicidio di diffidenza, questa graticola costante, questi molesti sondaggi di SkySport24, e l'Inter non si merita un signore come lui, ma solo gaglioffi alla portoghese.
Sul senso di cambiare allenatori. Cambiare l'allenatore in corsa è una delle cose che odio di più del calcio. Non ne discuto l'utilità (alle volte frutta dei risultati. Volendo, sostituite "alle volte" con "chiamare Ballardini"), ma il senso. Come si fa a giudicare un allenatore dai risultati di tre mesi? Forse neanche tre-quattro anni, il famoso ciclo, sono sufficienti. Ci sono senz'altro delle eccezioni di persone loro malgrado obiettivamente inadeguate (penso a Mimmo Caso, Ciro Ferrara), ma altre volte bisogna avere pazienza. Che senso ha far venire dall'Argentina Carlos Bianchi o Cesar Luis Menotti (quest'ultimo in piroscafo, poi!), con tutta la differenza che può fare un oceano di distanza, e non attendere neanche il tempo dei ciliegi in fiore? Alle volte mi chiedo se i presidenti confondono il calcio con Harry Potter, la preparazione di una stagione con la bacchetta magica, il lavoro e la filosofia con un rigore non dato o un tiro fuori di poco. La cieca frenesia del cambio allenatori è per me una delle peggiori rappresentazioni della malattia che affetta il calcio moderno. Gli allenatori sono chiamati per vincere, non per insegnare, dimenticandosi che, tanto, alla fine sarà sempre e solo uno quello che vincerà. E gli altri, come li valutiamo? Non nego che anche alcuni allenatori ci hanno messo del loro. I tipi alla Capello e alla Mourinho, nel mio modo di vedere, sono un danno per la categoria, sviliscono il ruolo che un allenatore dovrebbe avere in una società. Dall'altra parte, neanche a dirlo, ci metto Zeman, ma non è che bisogna essere per forza dei reietti per fare bene il proprio lavoro, bene intendo eticamente. Guardiola è sullo stesso piano, così come Spalletti, Delio Rossi o uno come Del Neri, e pure Ranieri. Bravi o meno bravi, vincenti o meno vincenti, perlomeno si presentano al campo per insegnare al terzino a fare la diagonale, per aiutare al ragazzo in difficoltà a credere in sè stesso, per provare a migliorare ogni giocatore, insegnando loro quello che sanno. Formandoli insomma. Benitez per me è tra questi. Potrà essere valutato, ma non ora, non per i risultati di tre mesi di campo, non quando ha avuto a disposizione mezza squadra dall'inizio della stagione, che ogni tre giorni si gioca, che non ci si allena mai. Benitez farà bene, ne sono sicuro. Riparliamone tra tre anni, sempre se glielo lasceranno fare.

venerdì 19 novembre 2010

Esquina Blaugrana

Accidenti! Il Barca mi coglie impreparato. Dal PSV arriva - a gennaio, ovviamente - Ibrahim Afellay. Il nome mi dice qualcosa, ma, sinceramente, non so neanche in che ruolo giochi questo piccolo olandesino di belle speranze. E' costato 3 milioni di Euro (è in scadenza di contratto 2011) e se ne parla un gran bene. Sicuramente potrà offrire qualche soluzione offensiva in più a Pep. Anche se, alla luce dell'infortunio di Milito e dell'inutilizzabilità tattica di Abidal, avrei preferito un centrale di difesa.
Vabbè. Arrivo al punto. Il 28 c'è il Clasico. Il Real Madrid è una macchina da risultati. Non sta sbagliando un colpo. Poteva cadere a Milano, e niente... Poteva incepparsi almeno in due / tre occasioni nella provincia spagnola (a San Sebastian e sul Golfo di Biscaglia, soprattutto), e niente.. ha portato a casa pure quelle. La verità è che la mano di Mou già si vede, mannaggia. Cavolo, 7 gol subiti tra Liga e Champions dall'inizio della stagione sono pochi, troppo pochi. E' quel Carvalho là dietro che fa tornare tutti i conti. Davanti, poi, Cristiano Ronaldo fa quello che vuole, supportato da un ottimo Di Maria e da Ozil, anche se a corrente alternata.
Insomma, al Clasico non ci arrivo tranquillo. Più tranquillo rispetto a qualche settimana fa (se non altro Villa ha aggiustato la mira), ma vedo comunque il Real favorito. O al massimo un bell'X con gol.
Nel frattempo, Fernando Llorente decide di farne a grappoli (esiste centravanti più completo in Spagna? -Trezeguet escluso, s'intende-), seguito a ruota dall'attacco del Villareal (se Nilmar giocasse sempre contro il Barca sarebbe al terzo Pallone d'Oro di fila..). Se avessi un Euro da giocare, non lo metterei però sul Sottomarino. Il tracollo per me arriva, presto o tardi, quanto successo al Camp Nou lo intendo come presagio.
Regge il Valencia di Emery, stenta l'Atletico Madrid senza mezze misure: in assoluto la squadra più discontinua degli ultimi vent'anni (creature del Boemo escluse). Poi, tra Real Sociedad e Sporting Gijon una specie di girone infernale. Una decina di compagini racchiuse in 4/5 punti. Osasuna e Depotivo quelle che mi convincono di più. Racing ed Hercules i flop annunciati.
Una cosa mi chiedo: perchè con la maglia dell'Espanyol Osvaldo è un fenomeno? A Bologna stagione da dimenticare, a Montjuic sempre decisivo..

Intanto, gustiamoci l'antipasto di questo weekend.
Real Madrid - Athletic Bilbao (crediamoci nel 2 firmato Llorente!); Almeria - Barcellona (turnover, grazie); Villareal - Valencia (alzi la mano chi è in grado di fare pronostici).

martedì 16 novembre 2010

No Regrets



Me lo ricordo come se fosse ieri.. invece, era ben 10 anni fa. Quel 23 Novembre del 2000 faceva parecchio freddo, quel primo fastidioso freddo vero che ti costringe a mettere il cappotto e magari anche i guanti e il cappellino di lana. La partita di sera a Novembre è una sorta di supplizio, gelo e oscurità.. sarebbe il più classico dei match da saltare, in fondo è solo l'andata del terzo turno della Uefa, anche se non la fa mamma RAI puoi sempre ascoltarla in una delle 481 stazioni radio romane, al caldo e non su di un freddo seggiolino di un deprimente spalto semivuoto. Filerebbe come discorso, se non fosse per un particolare. Quella sera in campo c'è uno dei tuoi idoli e purtroppo non indossa la casacca della tua squadra, quindi questa è forse l'unica occasione per vederlo giocare dal vivo. Oggi guardavo quel biglietto, Roma-Hamburger SV - Curva Nord £20.000, 10 euro e 33 cent dei tempi nostri, soldi spesi bene se a centrocampo nella squadra avversaria gioca Stig Tofting.
Si ok, anche Yeboah e Mahdavikia erano in campo mentre in panchina emetteva gli ultimi rantoli della sua bella carriera un attempato Thomas Doll. Gente che merita rispetto e stima, ma Stig Tofting è riuscito ad emozionarmi come mai nella mia vita calcistica, un'emozione che all'Olimpico non ho provato neanche (sia ben chiaro parlo di avversari) guardando le veroniche di Zidane, le serpentine di Ryan Giggs, le punizioni di Henry, le giocate di Raul e le discese assassine di Cristiano Ronaldo. Perchè Stig Tofting in campo non giocava.. lavorava proprio come quando da giovane per vivere, azionava carrelli elevatori.
 
Horning è un paesino della contea di Arhus, 8mila anime incorniciate nel più classico dei paesaggi scandinavi. E' qui che nasce Stig. Immaginatevi questa scena: un tredicenne torna a casa dagli allenamenti, apre la porta e trova padre e madre morti. Agghiacciante, una di quelle cose che ti può rovinare l'esistenza per sempre,specie quando scopri che è stato tuo padre ad uccidere tua madre per poi togliersi la vita. Questo sinceramente è un qualcosa che non avrei voluto scrivere, ma che in seguito vi farà capire quanto è amato "Toffe" in Danimarca. L'adolescenza turbolenta porta il giovane Stig a frequentare giri poco raccomandabili in quel di Aarhus. Pare fosse nel giro della banda di motociclisti degli Hells Angels, sembra che sia rimasto invischiato addirittura in qualche sparatoria, voci lo vorranno in seguito implicato in un furto d'oro (oro poi fatto fondere in Germania). Ttante sono le storie ma una sola verità inoppugnabile: Stig Tofting era prima di tutto uno straordinario calciatore unico nel suo genere.
 
Comincia la sua carriera nel 1988 militando nell'AGF Aarhus dove fino al '93 raccoglie quasi un centinaio di presenze. Qualcuno comincia ad accorgersi di lui, di quel mastino che corre e lotta a tutto campo difendendo con irruenza e sradicando palloni dalle gambe dell'avversario. L'Amburgo ci butta un occhio e lo ingaggia. In quella stagione arriva pure l'esordio in nazionale, contro gli Usa a Tampa. Nel '94 l'Amburgo lo cede in prestito all'Odense e nel '95 dopo un altro prestito l'AGF si riappropria del cartellino. Collezionerà altre 70 presenza mettendo a segno anche qualche rete, poi passerà ai rivali dell'Odense per la seconda volta e quindi al Duisburg. E' il 1997. Grazie al Duisburg Stig viene convocato per il mondiale Transalpino, dove giocherà uno spezzone nel girone contro i padroni di casa e un intero tempo (il secondo, al posto di Nielsen) ai quarti contro il Brasile. La Danimarca perderà 3 a 2 ma Toffe non perde occasione per far vedere di che pasta è fatto non girandosi di spalle come erano soliti fare tutti durate l'esecuzione di un calcio di punizione di Roberto Carlos, un gesto spavaldo di chi in campo non teme niente e nessuno semmai sono gli altri a dover temere lui.
 
Nel 1999 il primo piccolo guaio con la giustizia. In un locale di Aarhus Stig ha un diverbio con un ragazzo di 24 anni, gli animi si surriscaldano e il ragazzo soccombe, il Bulldog di Hornig viene condannato a 20 giorni di carcere con la condizionale. Nel 2000, dopo l'ennesimo prestito all'AGF passa nuovamente all'Amburgo (che per mia immensa gioia incontrerà la Roma in Uefa). Sempre nel 2000 Stig tenta di aprire un locale nella sua città, il sindaco, visto il giro di amicizie equivoche di Tofting (leggi Hells Angels), nega ogni permesso. Tofting, però, non si perde d'animo e si candida a sindaco con una lista civica. Il numero largo di consensi che ottiene il nostro Toffe porta alle dimissioni del primo cittadino con conseguente abbandono della corsa al municipio da parte dello stesso Tofting, che spiana così la strada al nuovo sindaco che concede subito tutte le licenze. Arrivano i mondiali nippocoreani, questa volta Stig vive l'evento da protagonista essendo uno dei giocatori più affermati della sua selezione. A pochi giorni dall'inizio della rassegna lo spogliatoio viene scosso da una furibonde lite. Tofting per scherzo lancia dei cubetti di ghiaccio (o forse un freezer intero) a Gronkjaer, un cubetto lo colpisce violentemente all'occhio costringendo l'allora centrocampista del Chelsea alle cure, si accenderà una clamorosa rissa tra i due sedata a stento dai compagni. La vigilia dell'esordio il ritiro danese è nuovamente scosso, sempre a causa di Tofting, questa volta vittima. La rivista di gossip Se eg hoer pubblica un articolo che rivela dell'omicidio suicidio dei genitori, Stig aveva sempre tenuto per se quella storia e soprattutto non ne aveva fatto parola con i suoi tre figli. L'intera Danimarca rimane in un primo momento scioccata da quella notizia orrida, in un secondo momento rimane indignata per il colpo basso e vile messo a segno dalla rivista - tanto è vero che in seguito a questa storia il direttore del giornale in questione, Peter Salskov, viene rimosso dall'incarico, questo per far capire come i danesi amino il loro Tagliaerba -. Tagliaerba come lo chiamava Richard Moller Nielsen, ct della sua prima convocazione in nazionale (nonchè campione d'Europa nel 1992).. diceva che spazzava tutto il campo e dove passava lui non cresceva più l'erba.
 
 
Al Mondiale Tofting ha come partner di centrocampo Gravesen, una coppia che se per puro caso ti ritrovi ad incontrare per strada non solo cambi marciapiede ma cambi anche residenza. Due molossi che randellano e ripartono, Toffe è uno degli artefici del primo posto del girone (girone che vedrà eliminata la Francia Campione del Mondo in carica, proprio grazie al due a zero rimediato nell'ultima partita contro gli scandinavi). Tofting durante la manifestazione verrà paragonato da qualche "esperto"di calcio italiano a Gennaro Gattuso. Un'empietà. Semmai si può paragonare Gattuso a Tofting e comunque Gattuso in confronto a Stig è Shirley Temple.
 
Nonostante il primo posto nel girone la Danimarca pesca male trovando l'Inghilterra arrivata seconda dietro la Svezia. Prima degli ottavi Tofting annuncia il ritiro dalla Nazionale al termine del Mondiale. Arriva quindi il 3 a 0 a favore della Perfida Albione. Tofting uscirà al minuto 58 con il risultato già fissato sul 3 a 0 e con un ammonizione. La sua carriera con la nazionale si chiuderà così. I giocatori tornati a Copenaghen decidono comunque di festeggiare, per farlo prendono un tavolo al Ketchup cafè. La birra scorre e i giocatori cominciano a cantare ad urlare e a scherzare tra di loro. Fanno baccano, il che probabilmente disturba altri clienti. Ora io no so davvero come sia saltato in mente al direttore del locale Patrick De Neef di andare a chiedere di fare più piano proprio a Stig, so solo che Toffe si dimostro subito poco propenso al dialogo tirando una testata che apre il cranio del povero Patrick, in soccorso arriva allora lo chef del locale ma ce ne sono anche per lui. Tofting viene arrestato,  passa la notte in cella, il giorno dopo porge le sue più sentite scuse alle sue vittime che lo perdonano. Purtroppo però la denuncia era gia partita dall'ospedale dove De Neef si era fatto suturare la fronte. Prenderà 4 mesi e sconterà la pena, rescindendo il contratto con il Bolton squadra dove si trasferì dopo il Mondiale per via dei continui litigi con il nuovo tecnico dell'Amburgo Kurt Jara.
 
Il 2003 è l'anno di una nuova tragedia, perde un figlio di appena 22 giorni per via di una meningite. A luglio decide di cambiare aria e firma un contratto di sei mesi per il Tianjin Teda squadra di prima divisione cinese (dove nel 2009 militerà Damiano Tommasi). Nel 2004 torna al suo grande amore l'AGF. A Luglio 2004 è nuovamente protagonista di una rissa spintonando violentemente un uomo durante una lite per il traffico: a quanto pare questo Folle si era permesso di mostrare il dito medio a Toffe. A Dicembre l'Aarhus lo licenzia ufficialmente per aver saltato un allenamento, in realtà molti sostengono che Stig alla festa di Natale organizzata dalla squadra abbia malmenato svariati compagni. Si trasferisce dunque in Svezia al BK Hachen, per passare poi a fine stagione al Randers, squadra della Superliga danese. Con il Randers darà l'addio al calcio a 37 anni nel 2007. Dal 2007 al 2009 sarà vice allenatore sempre al Randers, per poi ricoprire nel 2010 questo stesso ruolo all'AGF per l'ennesimo ritorno nel club che lo lanciò nel lontano 1988.
 
Oggi Stig ha lasciato l'AGF ed è ora il commentatore di punta di Canal 9 dove, elegante e sorridente, prende parte ad una trasmissione sportiva.
 
"NO REGRETS", nessun rimpianto recita l'enorme tatuaggio stampato sul suo addome, nessun rimpianto per le sue scelte, per la sua carriera, per la sua storia personale. Il motto di uomo che nella vita ha dato tanti pugni e che dalla vita tanti ne ha presi. NO REGRETS, nessun rimpianto il motto adatto ad un tagliaerba, un bulldog, un vichingo o più semplicemente a Stig Tofting.

lunedì 15 novembre 2010

Onore a Luciano Spalletti, zar di Russia

La profondità
Premessa: sono davvero contento per Luciano Spalletti, che reputo il più bravo tra gli allenatori della sua generazione, non solo per come mette le squadre in campo, ma anche il migliore come persona (come appare, perlomeno). Oggi il suo Zenit di San Pietroburgo si è laureato campione di Russia con due turni di anticipo, dopo una cavalcata trionfale durata un'intera stagione. Il merito è tutto suo, e io lo rimpiango. Ogni volta che Ranieri, intorno al sessantesimo, toglie Menez per mettere un centrocampista, e la Roma arretra di venti metri buoni lasciando l'iniziativa agli avversari e, soprattutto, alla Provvidenza, penso sempre a lui, al pelato di Certaldo, che nel bene o nel male, come nei buoni matrimoni, è stato vicino alla Roma negli ultimi anni, e vicino a tutti noi tifosi.

Право поведения. E' così che si dice "i giusti comportamenti" in russo. Chissà se il bizzoso Lazovic, lo sgusciante Semak, l'implacabile Kerzhakov, il bomber di scorta Bukhraov e il fantasioso Danny li hanno imparati davvero, ripetendo in campo le situazioni provate da Spalletti in allenamento, come sempre senza lavagna. Probabilmente sì, visto che lo Zenit gioca a memoria, spettacolare nelle sue folate in velocità, sempre con la palla a terra e con gli inserimenti improvvisi dei centrocampisti. Una squadra divertente e concreta, allegra come un blinis ripieno di caviale mangiato su una terrazza sul Baltico.

Non è facile vincere in Russia. Il campionato è di buona qualità, alcune squadre sono ben attrezzate anche a livello europeo (per informazioni sul CSKA chiedere al Palermo), abbondano i mercenari sudamericani e le trasferte possono essere snervanti (andare a giocare in Siberia contro il Sibir non è come prendere il pullman per Firenze). Inoltre, dettaglio da non sottovalutare, la lingua è un mistero, così come è un mistero ogni avversario, ogni stadio, ogni allenatore, ogni giocatore. Si riparte da zero, come quella volta che Spalletti arrivò in serie A dopo la miracolosa doppia promozione con l'Empoli, Luciano era terrorizzato dall'idea di confrontarsi con un palcoscenico così competitivo, lui che lì ci si era trovato per caso, tanto da arrivare a dire in un'intervista che "No, non mi sento in grado di allenare in A. Ho paura. Non conosco nemmeno i giocatori avversari". Voleva lasciare tutto, lo convinse il presidente Corsi a rimanere: "Ti si compra l'album delle figurine, così impari tutti i nomi". Chissà se anche il presidente dello Zenit il primo giorno gli ha fatto trovare l'album sulla scrivania.

Spalletti ha vinto facendo giocare la sua squadra nell'unico modo che conosce: bene. Diceva Roberto Bolañonon il centrocampista del Parma ma lo scrittore cileno, che per scrivere un romanzo non serve l'immaginazione, ma solo la memoria, perchè i romanzi si scrivono combinando i ricordi. Anche per allenare è la stessa cosa, e sicuramente nel freddo di San Pietroburgo Spalletti si sarà affidato alla propria memoria per indovinare la tattica vincente (oltre a lasciare sempre Rosina in panchina, condicio sine qua non di qualsiasi successo). Sedici anni fa, come racconta Beppe Di Corrado nel suo bel libro Doppio passo, dopo aver eccezionalmente salvato l'Empoli nei play-out di serie C1 in qualità di allenatore-giocatore, Spalletti era tornato a casa, in campagna, per iniziare la sua seconda vita dopo una modesta carriera da mediano di provincia: "Il furgone del mobilificio Trio passava di mattina: Luciano Spalletti montava su e andava tra Sovigliana e Vinci, in compagnia del fratello. Proprietari al 50 per cento. Scaricavano e assemblavano divani: struttura, sostegni, schienale, cuscini. All'epoca lui aveva  i baffi sottili e qualche capello. Era la sua vita normale, da ex giocatore di provincia e allenatore di straforo. Il pomeriggio gli Allievi: una mandria di ragazzini innamorati del pallone, immersi nel sogno del successo e pronti ad ascoltarlo". Poi c'è stato il miracolo-Empoli (chi non si ricorda il suo condottiero Martusciello?), le delusioni a Genova sponda Samp e Venezia, la rinascita a Udine e, ma è già passato prossimo, la storia d'amore giallorossa. Un ricordo dopo l'altro si arriva in Russia, nella città che ospita il museo dell'Ermitage, una delle più belle collezioni d'arte del mondo. Tra i quadri del Rinascimento italiano spicca il San Sebastiano del Perugino, il santo che secondo la leggendo subì il martirio di essere trafitto dalle frecce ma che, nonostante fu creduto morto, morto in realtà non lo era.

Anche Spalletti è stato dato per morto almeno tre volte, addirittura un suo vecchio presidente, Zamparini, aveva detto in televisione che portava sfiga. Oggi Spalletti è di nuovo risorto, lontano dal marciume del nostro calcio, e scruta il suo futuro. Non so se deciderà di continuare ancora in Russia o se si farà vincere dalla nostalgia, magari facendosi risucchiare a Firenze, a due passi dalle sue vigne (all'Inter, come si vocifera stasera, non credo proprio). Se proprio devo sbilanciarmi, lo vedo come successore di Sir Alex Ferguson al Manchester United, l'unico capace di insegnare "the right behaviors" a quella banda di scalmanati. Mi resterà il rimpianto di non averlo visto diventare il Ferguson della Roma, ma stanotte non è tempo di rimpianti, è tempo di brindare, e con ciò che resta della vodka che mi ha portato Olga, insieme alla spilla del piccolo Lenin che ho sulla giacca e alle salviette profumate dell'Aeroflot che conservo in un cassetto, brinderò in onore del migliore allenatore italiano in circolazione, Luciano Spalletti, lo zar di Certaldo, campione di Russia e del mio cuore.

martedì 9 novembre 2010

Riabilitare Del Piero?

Oggi compie 36 anni Alessandro Del Piero. L'uomo sembra dotato di vigore fisico e di notevole tenacia mentale, dunque non è ancora giunto il momento di commentare la sua carriera come se fosse finita; tuttavia, a quella età e dopo tanti avvenimenti, è più che legittimo trarre qualche bilancio.

Del Piero è all'apparenza tre carriere, o forse due, ma più probabilmente una sola con una lunga interruzione. Ma soprattutto, a Del Piero (un po' come hanno fatto con questo Paese secondo Stanis) l'hanno rovinato i toscani, o per meglio dire l'egemonia toscana sulla lingua italiana e conseguentemente sulla lettura delle cose - Wittgenstein insegna - per come viene fatta in questa nazione.

Verosimilmente per un lascito toscano, dunque, siamo naturalmente portati a identificare l'artista del pallone - categoria cui indubbiamente Del Piero appartiene - con il poeta. Ma come poeta e in generale come letterato lo juventino è gravemente inadeguato: ben al di là e spesso contro ciò che dicono i numeri e le statistiche, Del Piero sembra carente di continuità, incapace di costruire qualcosa, privo, per utilizzare un termine attualmente molto di moda, di una narrazione. Giunto a fine carriera, si fa quasi fatica ad affermare che ne abbia mai avuta una, per quanto appaiono sfilacciati e incoerenti i suoi trionfi e le sue decine e decine di gol. La questione, tuttavia, sta nel fatto che Del Piero non è un poeta e non è toscano; giudicarlo in base a quei criteri porta inevitabilmente a sottostimarlo. Gianni Agnelli volle paragonarlo a un pittore, Pinturicchio, ma sbagliò anche lui: Del Piero, veneto della provincia di Treviso come Giorgione, del quale condivide l'estro coloristico, somiglia più a un mosaicista, a uno stuccatore, a un qualche decoratore. Conserva in sé l'estrema raffinatezza bizantina che santifica il gesto e contemporaneamente lo strappa via dalla realtà. Del Piero è falso, lo si critica spesso con quest'argomento: ma è falso perché non può essere vero, giacché non è naturale.

Del Piero è un grande conservatore; anche in questo, è fondamentalmente veneto, e l'emigrazione al Nordovest l'ha cambiato pochissimo. La sua conservazione la si intenda in senso etimologico; placido e insieme emotivo, narciso perché onestamente innamorato di sé, finto in quanto teatrale, Del Piero incarna il veneto classico per come lo descriveva Piovene nel suo "Viaggio in Italia": "Questa regione porta dentro un amore di sé, un narcisismo per usare il gergo corrente, una voluttà perpetua di guardarsi allo specchio, una felicità nel suo pittoresco, una delizia nel fare teatro di sé e della propria condizione, che lo distraggono dalla spinta per il mutamento e lo affezionano al suo stato. I veneti si compiacciono di darsi e di dare spettacolo, accentuando a bella posta le loro inclinazioni, manie, e persino gli aspetti ridicoli e difettosi".

Del Piero è talmente veneto che quando esordisce in serie A è già Del Piero: contro ogni dettame occidentale, il ragazzo non ha alcuna intenzione di avviare una crescita e di migliorarsi. E migliorarsi dove? C'è già la minima tessera del mosaico, c'è già la pennellata che completa un idillio, c'è già l'intera facciata che si rispecchia molle nei canali. Che Del Piero non possa crescere e non voglia cambiare è evidente fin da subito: e infatti, quando inizia il vero e proprio progetto della Juve di Moggi-Lippi-Agricola, questo si costruisce più contro Del Piero che con lui. La riprova è in effetti la finale di Coppa Campioni con il Borussia Dortmund, in cui Del Piero (e la decenza) sono sacrificati da Lippi alla scelta di una formazione post-taylorista. En passant, la metamorfosi della Juventus divertente e "rocchiana" del primo Lippi in quella che giungerà a Calciopoli (attraverso una crescita costante della boria e una decrescita altrettanto netta delle vittorie fuori d'Italia) ricorda un po' la trasformazione delle imprese artigianali del Nordest nelle tigri di inizio Duemila; e la crisi del primo mostro, cui Del Piero sembra essere sopravvissuto tornando alle origini, può essere d'insegnamento oggi che anche il secondo modello, insidiato dalla propria stessa natura e dalle storture di uno sviluppo disordinato, appare ugualmente in crisi.

In ogni caso, l'apparente non integrabilità di Del Piero (e la prima parte della sua carriera) ha termine con il grave infortunio di fine 1998; quando torna, l'artigiano veneto è diventato un mero esecutore, irriconoscibile perfino fisicamente, e forse antropologicamente: l'agilità ha lasciato spazio alla potenza, la fantasia all'applicazione, l'efficacia sporadica alla mediocrità continuata. Per otto anni Del Piero è prigioniero di quell'organizzazione e di quella filosofia, che gli costano oltretutto una serie infinita di figuracce e la sempre crescente ironia degli appassionati di calcio. Lo juventino è ormai il flop per eccellenza: all'Europeo 2000, la sua tecnica improvvisamente approssimativa ci impedisce in due occasioni di chiudere la finale. A me, peraltro, nessuno toglierà mai dalla testa l'idea che Del Piero o il suo inconscio abbiano voluto sbagliare: quella vittoria, se ci pensate, avrebbe glorificato un calcio italiano che era già allo sbando morale e soprattutto avrebbe fissato nella memoria di tutti un Del Piero, ora sì, davvero falso. Sarebbe rimasto negli annali, infatti, il del Piero operaio del Nordovest, fuoriclasse normalizzato in tuta blu, il che avrebbe costituito una violenza alla storia personale e all'identità dell'uomo di San Vendemiano. In quegli anni, comunque, la noiosa e patetica normalità di quel Del Piero è rotta solo ogni tanto da lampi emotivi, a riconfermare l'insopprimibile veneticità dell'uomo: come in quell'omaggio all'Avvocato Agnelli accarezzato nella porta del Piacenza.

Quando però il castello moggiano crolla, Del Piero si libera: contro le ironie e le convinzioni di tanti - ero anche io tra quei molti - si spoglia semplicemente di otto anni di integrata realtà e torna alla sua antica falsificazione ("una fantasia dell'Oriente, di una delicatezza che non ha l'Oriente vero": ancora Piovene). Del Piero è il suo gol alla Germania all'ultimo minuto dei supplementari: assolutamente inutile ai fini della vittoria, ma bello, consapevole di essere bello, e dunque necessario per legittimare la vittoria del Mondiale, se è vero che l'Italia esiste o dovrebbe esistere per insegnare al mondo la bellezza.

Del Piero, in conclusione, non è una poesia da declamare, non è un romanzo da leggere, non possiede un racconto e non fonda un'epica; privo di dialettica e non interessato a sfidare l'esistente, non ha niente da asserire. La sua sola universalità, come in certa arte bizantina, si compie nel fortunato momento in cui la purezza del gesto si fonde con la ricchezza dei materiali, quando cioè la sua costante in-naturalità diviene sovra-naturale; ma un gol di Del Piero non può certamente innalzare a Dio, e dunque la sua unica verità è in se stesso e nella sua molle e straordinaria bellezza.

lunedì 8 novembre 2010

Quel che resta del derby

Il cuore oltre l'ostacolo

Il sospetto che stavolta le cose potessero andarci bene a me e a Nesat è venuto, anche se ci siamo guardati bene dal dircelo espressamente, mentre cercavamo posto nei dintorni del Palazzetto dello Sport. Collegati radiofonicamente alle frequenze di una nota emittente biancoceleste, ascoltavamo esterrefatti la sequenza di telefonate di ignoti cugini biancocelesti, tutti accomunati da un'unica granitica certezza - e cioè, che la Lazio avrebbe asfaltato la Roma. Il più posato tra gli ascoltatori, in ansia da picchetto, si domandava, e intanto domandava pubblicamente, se la partita sarebbe finita quattro a zero o quattro a uno. Dubbio risolto da un gruppo di tifosi che, ottenuta la linea, si è messa ad intonare a squarciagola il coro "quattro a zero perchè no". In tutto questo, gli speaker tutto facevano tranne che professare umiltà, quanto meno per scaramanzia. No, a giudicare dalla radio, per i tifosi laziali questo derby era già scritto, e i quattro gol con cui riempire la porta di Julio Sergio una mera formalità.
Trovammo posto accanto al playground dei filippini e pensai che questo, purtroppo, era un classico atteggiamento da romanisti, che indefettibilmente non portava mai a nulla di buono. Ma, per una sorta di doppia scaramanzia, non dissi niente, e ci incamminammo silenziosamente verso lo stadio, accompagnati dalle consolanti esplosioni dei bomboni davanti ai bar del ponte Duca d'Aosta.

La partita è stata episodica e su questo c'è poco da opinare. Due rigori dati (di cui uno realizzato fortunosamente), un rigore non dato viziato da un fuorigioco non fischiato, due pali, un gol annullato quasi buono, un miracolo del portiere, alcune azioni rocambolesche. Sicuramente, attribuendo diversamente questi episodi, il risultato sarebbe potuto cambiare, e nessuno avrebbe potuto fare una piega. La partita è stata bella e vibrante, e discretamente equilibrata. Si intuiva, com'era prevedibile per le rispettive posizioni di classifica e i rispettivi stati d'animo, un po' di timore tra i giocatori della Lazio e una maggiore sfrontatezza in quelli della Roma. Ma, insomma, è stato un derby ben giocato, che sarebbe anche potuto finire in parità.

E' mio giudizio, questo sì perfettamente opinabile, che la Roma abbia meritato un po' di più la vittoria, per due motivi. Il primo, è che ha giocato con più umile continuità per tutto l'incontro, mentre la Lazio, consapevole di essere più forte, si è concessa a sprazzi, svegliandosi quando ormai la partita era già quasi compromessa. Non è casuale, infatti, che, a parte Simplicio (che pure si è reso protagonista delle azioni più decisive della Roma), tutti i giocatori giallorossi hanno fatto un'ottima partita, al di là delle aspettative; mentre, dall'altra parte, a fronte di buone prestazioni, alcuni giocatori mi hanno sommamente deluso. Il secondo motivo è che la Roma è stata più forte delle avversità, e di questo le va dato atto. Giocare senza Juan, Pizarro, Menez e Totti, con Burdisso su una gamba sola, non è un dettaglio ininfluente. Tanto che, alla lettura delle formazioni, nessuno poteva avere dubbi su quale fosse la squadra più forte in campo (condizione fisica e psicologica inclusa). Aver vinto un derby con Simplicio, Greco e Perrotta in mediana significa, insomma, averlo vinto con merito.

Probabilmente la Lazio vincerà il campionato. Ripeto da quest'estate che, se l'Inter dovesse cadere dal trono (e, per me, cadrà, non per demeriti eccessivi quanto per il fisiologico corso degli eventi. E questo nonostante i vergognosi rigori che continua a ricevere a favore, come contro il Brescia), il campionato può vincerlo chiunque, e soprattutto un outsider. Mi piacevano di più, sulla carta, Palermo. Genoa e Napoli, ma il campo ha detto che la regina di questo gruppo è la Lazio, e il campo non mente. La Lazio ha un  notevole organico (a parte Zarate, calciatore che considero non sopravvalutato, di più. Non perchè non sia forte, quanto perchè inutile) e poi ha una bella adrenalina nel rapporto tra squadra, presidente e tifosi.  Senza considerare l'esperienza di un tecnico le cui virtù mettono tutti d'accordo, e senza dimenticare la presenza  ben augurale dell'aquila Olimpia, che ieri, da romanista ma prima ancora da tifoso-fanciullo- mi ha fatto emozionare. Certo, innanzitutto deve essere d'accordo il duopolio Sky-Rcs, la cui fortuna economica vive delle fortune delle tre squadre a strisce. Poi, deve essere più forte degli iettatori che hanno già iniziato la loro opera distruttrice con i mefitici paragoni con il Verona di Bagnoli. Ma, soprattutto, e il mio è un consiglio non da "cugino", quanto da amico, la sua tifoseria deve evitare di commettere gli errori che, a noi dell'altra sponda, ci sono costate parecchie vittorie, come l'anno scorso. 
Le partite non si vincono prima, e non si vincono alla radio. Quattro gol è meglio farli, piuttosto che annunciarli. 
E dopo la partita, se si vuole essere una grande squadra, non si rosica per l'arbitraggio, quando l'arbitro non ha inciso in nessun modo sul risultato, o perlomeno in un modo del tutto analogo al caso, all'azzardo, agli episodi. Non si insulta l'allenatore avversario. Non si piange per aver perso contro una squadra che ha "giocato in dodici". 
Perchè, se sei più forte e ciò nonostante perdi contro Perrotta, Greco e Simplicio, contro Cassetti che ha le amnesie e Riise che non sa difendere, contro Burdisso su una gamba sola e un allenatore minestraro, la sconfitta è solo colpa tua, e quel che resta del derby è la mia gioia di aver vinto quando già ci davano per spacciati, quando incerto era solo il risultato ("quattro a zero o quattro a uno"?), come in quell'ultimo derby giocato alle tre del pomeriggio di domenica, sedici anni fa e in diretta su Rai Tre, con Balbo, Fonseca e Cappioli e la corsa di Mazzone e il tre mostrato a tutto il mondo da capitan Giannini.
Ieri sono stati due, ma va bene comunque così.

PS A metterci tutti d'accordo, in questo fine settimana, è stata comunque la copertina di Io Donna:
Bryce Dallas Howard, grande tifosa della Roma, come il padre

giovedì 4 novembre 2010

Georgi Asparuhov, grande poeta bulgaro



Leggendo il capitolo che Jonathan Wilson, nel suo più volte citato bel libro Behind the curtain, dedica alla Bulgaria, capita che il lettore distratto s'imbatta in una clamorosa scoperta e in una dolente conferma. La scoperta è che il calciatore più forte della storia del calcio bulgaro, almeno secondo un referendum popolare avvenuto nel 2000 (dopo quindi l'esaltante exploit americano simbolizzato dall'indimenticabile incocciata di Yordan Letchkov), non è, come si potrebbe pensare, il già Pallone d'oro e talento pazzo Hristo Stoičkov, bensì un oscuro protagonista in bianco e nero degli anni sessanta bulgari, Georgi Asparuhov detto "Gundi", capace con la sua morte prematura (a ventott'anni appena compiuti) di trascendere subito dalla categoria terrena di campione a quella divina di mito. La conferma, invece, è che, nella vita come nel calcio, il caso lascia sempre la sua impronta indelebile sullo scorrere degli eventi, e molto spesso la lascia sul ciglio dello strada.

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Vratsa è uno strano luogo in cui morire. A poco più di cinquanta chilometri a nord-est di Sofia, incastonata tra le montagne e il lago, è probabilmente uno dei pochi centri turistici del paese danubiano. Addirittura, la sua fama ha varcato i limiti della realtà, tant'è che leggendo la saga di Harry Potter si scopre che la squadra locale di quidditch, i temibili Vratsa Vultures ("gli avvoltoi"), sono stati campioni europei per ben sette volte. Georgi Asparuhov, però, quel 30 giugno del 1971, a Vratsa ci era andato non per assistere allo sport dei maghetti (a lui il quidditch aveva sempre fatto schifo), ma per giocare una partita amichevole in onore dei cinquant'anni della squadra locale, il Botev. L'ennesima festa finita nel sangue.
Ma andiamo con ordine.

Georgi Asparuhov nasce nel 1943 a Reduta, un sobborgo residenziale di Sofia che prende il nome dal fortino militare che lo sovrasta dalla collina. Sin da ragazzino dimostra di essere innatamente portato per ogni tipo di sport, ma compiuti i sette anni, il padre, Asparuh Rangelov, grande tifoso del Levski Sofia,  non ha indugi nell'iscriverlo nelle giovanili calcistiche della sua squadra del cuore. Dopo neanche due ore di allenamento, gli si avvicina l'allenatore dei ragazzini, Kotse Georgiev: "Non capisco noi cosa potremmo insegnare a tuo figlio. Lui è un calciatore nato". Asparuhov mantiene le promesse e con il Levski vince due titoli giovanili nel 1960 e nel 1961. Quest'ultimo, però, è l'anno della maggiore età, che lo costringe a svolgere il servizio militare, in particolare presso la scuola militare del CSKA Sofia, i rivali cittadini, dove però almeno si può continuare a giocare a pallone. Con la prima squadra del CSKA Gundi arriva a giocare anche un'amichevole, al termine della quale, tuttavia, il lungimirante staff tecnico decide che il ragazzo non è all'altezza del CSKA, e lo spedisce con raccomandata senza ricevuta di ritorno nell'oscura mediocrità del Botev Plovdiv. Quella che si dice non una grande idea.

Il Botev, nonostante sia la compagine della greca Filippopoli, già -grazie all'imperatore romano Marco Aurelio, che la ribattezzò Trimontium- capitale storica della Tracia, è una squadra sfigata, avendo in bacheca solo una finale di coppa bulgara persa nel 1956. Rabbrividiamo. Sei anni dopo quella sconfitta, il riscatto arriva con Gundi, che, con i suoi venticinque gol (in quarantasette partite), spinge il decano del calcio bulgaro (tra due anni si compierà il centenario del club) al successo nella coppa nazionale e ad un prestigioso secondo posto in campionato. Come se non bastasse, cinque gol del bomber Asparuhov regalano al Botev i quarti di finale dell'edizione 1962-63 della Coppa delle Coppe. In pratica, Gundi elimina da solo prima i rivali dello Steaua Bucharest e poi gli irlandesi dello Shamrock Rovers. Ci pensa l'Atletico Madrid a mandare a casa i gialloneri con un sonoro 4 a 0 casalingo, ma era comunque dai tempi di Marco Aurelio che la città non arrivava così in alto.

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A Plovdiv ci hanno anche provato a trattenerlo, ma il richiamo del Levski è troppo forte per non essere seguito. Così, nell'ottobre del 1963, Asparuhov torna nella sua squadra e già al primo tentativo si scatena, siglando ventisette reti e regalando al Levski il primo campionato nazionale dopo dodici anni di attesa. Asparuhov però non si limita ad incantare le platee patrie, approfittando delle partite di Coppa dei Campioni per deliziare anche il pubblico continentale. Nonostante una sua tripletta il Levski viene eliminato dal Benfica, ma a fine partita il grande Eusebio lo descrive come "uno dei giocatori più forti che abbia mai incontrato". Qualche vecchio milanista sessantottardo magari si ricorderà di una sua doppietta ai rossoneri in Coppa delle Coppe nella stagione 1968-69, che fece esclamare a Nereo Rocco che quello era "il centravanti dei suoi sogni". In patria, poi, non ce n'è per nessuno, e grazie a Gundi il Levski s'impone altre due volte in campionato e in coppa di Bulgaria.

Per essere eletto dal pubblico, a distanza di trent'anni, come miglior giocatore nella storia del tuo paese, è evidente però che non basta la gloria di un club. E' in nazionale, allora, che l'epopea di Asparuhov raggiunge le sue vette più alte. Gundi gioca tre fasi finali dei Mondiali, e contro l'Ungheria segna, nell'edizione del 1962, il primo gol di sempre della sua nazionale nella storia della competizione. E' il gol della bandiera (l'Ungheria vince 6 a 1), ma è pur sempre un gol che rimane ngli annali. L'istantanea di un vita lo coglie però nel tempio di Wembley, durante un match amichevole contro gli inglesi freschi campioni del mondo (grazie, ricordiamolo, a una svista clamorosa del guardialinee azero Tofik Bakhramov, cui è dedicato lo stadio di Baku. Evidentemente, oltre al petrolio, in Azeirbagian non manca neanche l'autoironia). Asparuhov raccoglie il pallone poco oltre la linea di centrocampo, scatta verso l'area di rigore, si libera agevolmente del suo marcatore e, con la serena freddezza del campione, lo deposita in rete con un preciso sinistro angolato per quello che è il gol dello storico pareggio.

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Prima di tornare al dramma finale, Wilson ne riassume così le gesta: "Forte in aria e naturalmente dotato di grande abilità tecnica, ha collezionato cinquanta presenze (e 19 gol) con la sua nazionale, ed è stato capace di mettere a segno la bellezza di 150 reti in 244 partite con il Botev e il Levski. Tuttavia, non sono stati solo questi numeri a renderlo una figura così popolare, quanto soprattutto il suo carattere allegro, generoso e carismatico e la sua lealtà ai colori del Levski". Il suo "carattere generoso". Come direbbe Carlo Lucarelli, è un dettaglio importante, mettiamolo da parte.

Proprio il Levski affronta i nemici del CSKA nella partita finale della stagione 1970-71, seguendo in classifica i cugini di soli due punti, ma con una differenza reti così inferiore che il titolo è, purtoppo per Asparuhov e compagni, comunque già compromesso. Tsvetan Vesselinov segna nel primo tempo l'inutile gol decisivo per il Levski, ma il vero momento cruciale dell'incontro, lì dove il caso inizia la sua opera di morte, arriva verso la fine della partita, quando Plamen Yankov entra duramente sulle gambe di Asparuhov. Molti, oggi, concordano che il fallo è stato duro ma non cattivo; tuttavia Asparuhov, in modo del tutto inaspettato, non la prende bene e reagisce nei confronti dell'avversario, costringendo l'arbitro Aleksandar Shterev a cacciarli entrambi. Ancora oggi, Yankov continua ad insistere che se Asparuhov non avesse reagito, l'arbitro non avrebbe neanche fischiato fallo.

E, soprattutto, probabilmente Asparuhov sarebbe ancora vivo.

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In quegli anni, gli anni del trionfo della burocrazia statocentrica sovietica, la commissione disciplinare della federcalcio bulgara ci metteva almeno quattro giorni a prendere le sue decisioni. Al contrario, per decidere del caso Asparuhov, ci vuole solo una giornata, al termine della quale i giudici bulgari optano per squalificare per tre giornate entrambi i giocatori. Dispensato così dagli ultimi allenamenti stagionali prima del rompete delle righe, in vista della finale della Coppa dell'Esercito Sovietico, Asparuhov, insieme al suo compagno di squadra e di nazionale Nikola Kotkov, accetta l'invito di andare a Vratsa per giocare l'amichevole celebrativa del cinquantenario della squadra locale. I due lasciano Sofia verso le dieci del mattino, e mentre la città scompare nello specchietto retrovisore dell'Alfa Romeo marrone chiaro di Asparuhov, non sanno che la stanno lasciando per l'ultima volta.

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Verso le undici, dopo un'ora di tragitto su strade sempre più tortuose, Asparuhov si ferma a fare rifornimento in una stazione di servizio nei pressi di Vitinya. Riempie il serbatoio con 9,20 lev di benzina ma, con la sua tipica generosità, decide di non aspettare che il benzinaio gli porti il resto della sua banconota da 10 lev, e glielo lascia come mancia. La generosità, però, in questo caso, non è altro che l'ultima maschera del Fato. L'ultimo attore è invece un uomo che, mentre Asparuhov sta per risalire in macchina, gli si avvicina per chiedergli un passaggio. Asparuhov, di "carattere generoso", accetta e gli fa spazio sui sedili posteriori, ritardando così la partenza di qualche secondo. Qualche secondo che, ormai si è capito, gli sarà fatale.

Qualche minuto dopo, infatti, l'Alfa Romeo di Asparuhov imbocca una stretta curva a gomito, e si schianta contro un camion ZIL proveniente dalla corsia opposta. L'impatto è violentissimo, e la macchina prende immediatamente fuoco. Dopo l'incendio, dei tre uomini a bordo non rimangono che i denti.

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Quello stesso giorno, un incidente spaziale costa la vita a tre cosmonauti sovietici. Tre, come i bulgari distrutti dalle fiamme nell'Alfa Romeo. E' così che la notizia della morte di Asparuhov, il campione che ha reso grande il suo paese nella notte di Wembley, non raggiunge neanche le prime pagine dei giornali sportivi. Il popolo, però, non dimentica Gundi, e al suo funerale sfilano in lacrime oltre cinquecentomila persone. Le stesse che, trent'anni dopo, lo incoroneranno giocatore bulgaro più forte di tutti i tempi.

Oggi, a testimoniare la tragica fine di Georgi Asparuhov, nascosto nelle montagne che conducono a Vratsa, c'è un grosso masso, appoggiato su una base di cemento. In cima, una lapide commemora il talento di Reduta, e, tutt'intorno, mazzi di fiori ne tengono vivo il ricordo. A testimoniare la sua grandezza sportiva, invece, ci ha pensato la sua squadra, il Levski Sofia, che gli ha intitolato lo stadio.

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Disse un giorno il premio Nobel Eugenio Montale, ed è affermazione nota, che "non si può essere un grande poeta bulgaro". Montale si sbagliava, quel poeta è Georgi Asparuhov.