martedì 26 ottobre 2010

Intervista a L.C. Menotti (I)

(La parte di Laigle)
L’esonero di Luis Cesar Menotti dalla Sampdoria, nel novembre del 1997, mi costrinse a un rapido cambiamento di piani. Mi ero ripromesso di intervistarlo per il giornale presso cui militavo, uno di quei fogli la cui trasandatezza tipografica pretende di legittimare gli antagonismi del contenuto. Nei miei progetti, l’intervista a Menotti, le cui simpatie politiche sono notissime, avrebbe ampliato la collezione di giuste cause di cui munivamo l’arsenale dei nostri lettori. Il destino, nella forma di una sconfitta per 3 a 0 in casa della Lazio, mi obbligò ad accelerare i contatti con l’allenatore dell’Argentina dei colonnelli, trascinandomi, più che nell’elegia di una nobile causa, in una sequenza deteriore di effetti.
Il materiale che qui riporto, ovviamente, non fu mai dato alle stampe. Non era la rappresentazione della realtà che avrebbe interessato i lettori; nell’epoca che stavamo attraversando non potevamo permetterci accuse di tradimento.
In tempi difficili, non c’è strategia di mercato migliore della coerenza.
***
La condizione che Menotti ha posto per l’intervista è per lo meno bizzarra. “Devo tornare in Argentina e non prendo mai l’aereo. Se vuole, può accompagnarmi in nave. Altrimenti, dovrà aspettare che mi chiami qualche altra squadra italiana. Dubito che accadrà”. La sua risposta al telefono era stata squillante, chissà perché dai fumatori ci si aspetta sempre una voce consunta.
Così il giorno dopo ho prenotato una cabina di seconda classe sul traghetto Genova-Buenos Aires. Per chi non lo sapesse, non è affatto vero che non si usa più viaggiare per mare. Non esiste porto al mondo che non abbia i suoi collegamenti. Genova per esempio è collegata con Buenos Aires, Creta e Mumbai, Livorno con Porto Empedocle e Oslo. Mentre di giorno le banchine sono affollate solo da carichi mercantili, di notte partono le navi di linea. Partono di notte perché possono contare su un mercato di gente che ha tempo da perdere, gente che partirebbe di notte comunque, per il gusto di sentire il rumore delle manovre e di respirare il marcio delle corde.
Lo spazio nel traghetto era eccessivo per il ristretto numero di passeggeri. Menotti non ci ha messo molto a riconoscermi. “Lei ha l’aria estatica di chi cerca l’ispirazione o l’ha già trovata, scommetto che è il giornalista di ieri”, mi apostrofò venendomi incontro nel salone. “Veramente il mio è mal di mare” replicai, urtato perché invece era vero che in quel momento stavo vaneggiando sui significati reconditi di quel viaggio assurdo, roba da scriverci un libro, pensavo.
L’intervista non si è svolta in un unico giorno, ma nell’arco di tutta la traversata. Il colloquio veniva ripreso a ogni incontro, il più delle volte a tavola, ma ricordo anche un’interminabile conversazione sul ponte all’aperto e qualche frase nel giorno in cui il malore di una signora di bell’aspetto sollecitò le premure dei marinai.
Gli chiesi di partire dalla fine, dalla Sampdoria, di fronte a un sontuoso antipasto.
“La cosa che più mi preoccupa è che si è perso il gusto del rischio. Ho cercato di convincere le dirigenze di molte società a formare una squadra composta da giocatori dalle qualità uniche, rigorosamente non calcistiche. Oggi si costruisce la mitologia del campione, dello sfoggio di tecnica o atletica, per me pari sono. Invece, come tutte le manifestazioni dello spirito, il calcio non può alimentarsi di se stesso. Dietro occorre il segreto, che è anche il rischio e la possibilità di catastrofe”.
“Se non ho capito male, lei sostiene che le sorti del gioco possano dipendere anche da elementi del tutto estranei al funzionamento del gioco stesso”.
“Sì, ma non nel senso che lei immagina dell’attaccamento alla maglia o del giocare contro la squadra da cui si pensa di essere stati traditi. Ho impiegato l’ultima parte della mia vita a cercare giocatori che sublimino nel calcio i loro veri talenti. C’è un disegno, un ordine complessivo, a cui loro cercano di dare forma, che non è “solo il calcio”: “solo il calcio” è un guscio inutile, è ciò che del calcio pensano gli intellettuali”.
“Alla Sampdoria c’era qualcuno di questi giocatori?”
“Non direi. Con l’eccezione di Laigle, tutti gli altri (penso a Balleri, finissimo conoscitore di Musil, a Montella, virtuoso del violino) hanno accettato fino in fondo il ruolo di calciatori”.
“Laigle?”
“Pierre Laigle è uno dei più geniali cuochi del mondo e, per inciso, è lo chef di questo traghetto. Osservi la concezione del primo piatto: riduzione di mezze maniche al nero, cedro candito e anelli di seppia dorati alle mandorle”.
Meraviglioso era l’equilibrio tra quegli apparenti contrasti, lo devo riconoscere, e forse, mentre la prodigiosa armonia della cena si insinuava nei miei sentimenti confusi, mi resi conto di ciò che Menotti voleva dirmi a proposito del calcio. Me ne resi conto all’inverso, perché il senso di quel piatto inarrivabile stava, più che nella sua qualità eccelsa, nel fatto che chi lo aveva preparato era un discreto centrocampista.
Menotti proseguì. “Il calcio, come la filosofia, è solo un mezzo, indispensabile ma parziale. Nessun filosofo, o astronomo o poeta, può dirsi veramente tale se non possiede le cognizioni teoriche e pratiche minime sul gioco del calcio. Deve valere anche l’inverso: il calciatore più acclamato scompare davanti a quello in grado di decifrare le cabale o imbattibile a scacchi. Anzi, dirò di più: il gesto che rimarrà, l’impresa che lascerà sbalorditi o commossi, sarà di quest’ultimo. Maradona fu quello che fu perché spiegò il gol di mano con la mano di Dio. Solo un uomo capace di un simile trucco, prestigiatore, saltimbanco e figlio di puttana, può saper giocare a calcio come Maradona. Per saper giocare a calcio, giocare a calcio quasi non serve”.
Sigaretta dopo sigaretta (io ne fumai un paio, ma non riuscii a seguire il ritmo indiavolato del Flaco), mi lasciai persuadere che l’unica storia di calcio degna di essere raccontata non è la vittoria di Davide contro Golia, come fino ad allora avevo pensato, ma la costruzione dei moventi, delle trame occulte, vedere nel calcio come al di là dello specchio di Alice.

(qui la seconda parte)

2 commenti:

  1. Grazie.

    Attendo con ansia la seconda parte.

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  2. questo è esattamente il pensiero che fa sì che preferisca meghni a mauri..faty a perrotta..

    Janos Boka

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