martedì 26 ottobre 2010

Intervista a L.C. Menotti (III)


(La parte di Carrascosa)
Ci addentravamo nell’oceano, e dalla serie ininterrotta di giorni in cui fummo circondati dall’acqua qualcuno trasse l’impressione di non muoverci solo in orizzontale, ma di scendere inavvertitamente nelle profondità abissali. Qualche volta un dio oscuro sobillava una tempesta e la nave era avvolta da onde alte come colline. La cucina di Laigle sopraffina, i racconti di Menotti, le lunghe ore passate davanti a un orizzonte sempre uguale, mi facevano sentire immerso in un prolungato stato di torpore, senza comprendere a pieno il senso degli eventi in cui mi ritrovavo precipitato ma inconsapevole, così come in quel momento ero nella vastità sconfinata dell’oceano.
In una notte di tregenda, Menotti si presentò accompagnato dal ricordo di Jorge Carrascosa, che mi apparve così nitido da dubitare di non averlo accanto in quel salone che l’agitazione del mare e la luce delle lampade al neon rendevano oblungo, periodico e informe. “Dica la verità, lei è venuto fin qui per tessere le lodi di Jorge”.
Jorge “El lobo” Carrascosa, terzino destro, bandiera dell’Huracàn, capitano della nazionale argentina, declinò la convocazione in nazionale per i mondiali del 1978. Due sono i meriti inequivocabili che anche Menotti gli riconobbe: la capacità di dire no (no, secondo uno scrittore portoghese recentemente scomparso, è la più bella parola); la strada dell’oblio e del silenzio. Ma la scelta di non essere glorificato può non bastare di fronte all’ansia altrui di glorificazione. Così, di rimando all’identificazione del male, nell’aspetto statuario di Carrascosa, in quei baffi eroici che campeggiano nelle fotografie, nello sguardo triste da gaucho, si è voluto individuare il contenuto edificante della storia, la bandiera da sfilare nei cortei, l’ottimistico suono della grancassa.
“Sono attendibili le voci secondo cui Carrascosa decise di non rispondere alla convocazione per non partecipare, neppure alla lontana, al trionfo della giunta militare?”
“Questo dovrebbe significare, se non intendo male, che già prima dei mondiali il risultato finale fosse stabilito. Vero è che le dittature adorano la pianificazione, ma vero è pure che nel rettangolo d’erba, come lei ben sa, è contenuta ogni ipotesi, fino alla più inverosimile. Si ritorna al punto di partenza: retrospettivamente, l’unico lieto fine di questa narrazione poteva essere solo la sconfitta dell’Argentina, in finale o prima. Dal momento che c’era la dittatura, noi non dovevamo vincere, impartendole una sconfitta simbolica”.
“Ma allora come si spiega il gesto di Carrascosa?”
“Il gesto di Jorge non si spiega, perché lui non lo ha spiegato, né ha autorizzato qualcuno a spiegarlo. Se fosse vero che è stato ispirato da motivazioni nobili, tutta questa agiografia lo svilisce, il catechismo delle vostre verità incrollabili lo definisce senza restituirne la dimensione eroica, se ce l’ha. Peraltro lei prima ha detto che Carrascosa non volle partecipare al trionfo del governo degli assassini. Chi trionfò fu senz’altro la nazionale argentina, dunque tra i due trionfi ci dovrebbe essere una corrispondenza, secondo la vostra pessima letteratura. Se io invece le dicessi che non abbiamo vinto per quei figli di puttana, ma per il popolo?”
“Lo ha già detto, mi pare: è la frase celebre che le è servita da salvacondotto”.
“Vedo che non si convince, eppure qui in mezzo all’oceano dovrebbe essere abbastanza lontano dai condizionamenti. La invito allora a seguirmi sul ponte, le mostrerò qualcosa”. In verità, se una parola poteva descrivere il mio stato d’animo, quella non era convinto: nello sgarbo della mia replica si esaurì un ultimo barlume di autodifesa. Sigaretta su sigaretta, alcol su alcol, evocazione su evocazione, ebbi l’impressione che i sogni stessero reclamando la loro parte di notte. Le parole di Menotti mi stordivano, i suoi tratti ora erano incerti per il transito del volto virile di Carrascosa misto agli occhi da indio di Quiroga, alla gentilezza obliqua di Laigle, alle gesta dei fratelli Schiaffino. Lo seguii per inerzia, quasi alla cieca, lungo il tanfo metallico dei corridoi. Credevo che l’aria aperta potesse svegliarmi, ma quando fui fuori non avvertii soluzione di continuità tra l’alito ipnotico di Menotti e il respiro del mare, come se a entrambi fosse incrostata una materia umida e vischiosa, da cui non riuscivo a liberarmi.
“Lei pensa, a distanza di anni e di terre, di stabilire chi e come debba sentirsi responsabile. Lei non ha la più pallida idea di ciò che è stato. Non immagina neppure lontanamente (e come potrebbe, del resto) cosa abbia significato confrontarsi giorno per giorno con quella storia efferata. E vorrebbe, con questa intervista, fare un processo alle mie intenzioni e a quelle di uomini disorientati, soli di fronte all’abominio. Guardi cosa c’è al di là del parapetto, provi a sentire cosa abbiamo vissuto”.
Capii in quel momento perché Menotti tornava in Argentina solo per nave. In quel tumulto di onde che salivano al cielo, in quelle profondità chiuse alla speranza, c’erano le ombre delle donne e degli uomini gettati dall’alto degli aerei. Mi affacciai, guardai in basso e vidi in quel nulla troppo da poter sopportare. Mi piegai, caddi in ginocchio, ebbi paura di finire dentro il vortice. Menotti in piedi mi guardava dall’alto, il suo volto si stagliava nella penombra come quello di una divinità marina. Tutto mi sembrò immerso nel mare. Capovolti il sopra e il sotto, i suoi capelli si allungarono come alghe, squame le rughe, gli occhi un pozzo quieto e furente di responsabilità.
“Non si appropri delle memorie degli altri (la voce era distante, perché mi sentivo scivolare verso la dissoluzione, ma allo stesso tempo tuonava e ritornava nell’eco), lei non è stato investito di nessuna delega. Loro non sanno che farsene della sua costernazione”.
Scosso dalla nausea e dalla vertigine, ricordo solo che urlavo un pentimento che poteva apparire patetico. Menotti rientrò nella nave, non so quanto tempo dopo mi trascinai dentro la branda.
Non lo rividi: arrivammo a Buenos Aires qualche giorno più tardi.

(qui la seconda parte) (qui la prima)

6 commenti:

  1. Bellissimo.

    Grazie Arturo!

    Il Fornaretto

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  2. Magnifica opera in tre atti che potrebbe ricalcare la brechtiana Vita di Galileo..

    La scoperta.. è quella della riduzione di mezze maniche al nero, cedro candito e anelli di seppia dorati alle mandorle.. la ricetta è fantastica in quanto racchiude non solo le molteplici possibilità allegoriche del calcio ma anche gli innumerevoli modi di degustazione da parte del pubblico/commensale.. che brechtianamente non viene relegato a mero fruitore ma viene inserito come pars (de)construens dello spettacolo stesso..

    Il processo inquisitorio.. è quello agli splendori ed alle miserie del gioco del calcio.. Che Quiroga sia un corrotto o un incapace non importa.. così come sono labili le differenze tra la storia a priori che scrive e quella a posteriori che legge le vicende umane.. ottimamente rappresentate dal rollio della nave e dalla maschera trasfigurate del volto di Menotti.. E’ un processo alla morte (o alla malattia) degli dei, che ci lascia nella maschera e nel travestimento l’unica possibilità di sopravvivenza..

    L’abiura.. è quella che il cronista (in cui la dicotomia spettatore/attore è definitivamente annullata) chiede insistentemente alle oramai ciniche e molteplici maschere di Menotti, solo per cadere poi in ginocchio in preda alla vertigine ed essere lui stesso ad invocare il perdono e pronunciare parole di rinuncia.. Mi chiedo se questo certifichi la sua (la nostra) impossibilità di capire? di conoscere? di raccontare?

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  3. In fondo, la risposta potrebbe dartela lo stesso Menotti, quando diceva che "en fùtbol, todas las verdades son relativas".

    E forse l'unica "verità" che esiste è proprio quella per cui "per saper giocare a calcio, giocare a calcio quasi non serve" - il che è tutto dire...

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  4. CHI E' IL NOSTRO ULISSE?

    Il calcio è uno specchio (deformante?) di come nella vita sia possibile lottare insieme per un obiettivo comune, magari effimero, magari transitorio, ma di sicuro galvanizzante: l'epica vittoria/impresa!
    A livello collettivo magari un campionato, magari una singola partita; a livello individuale, magari un gol, magari il singolo gesto tecnico, magari... un tunnel (a Verona, sponda Hellas, ricordano ancora un tunnel a Maradona da parte di un giovane, tale Calamita, aggregato alla prima squadra).

    L'epica sportiva in quanto racconto ha però bisogno dei buoni e dei cattivi, degli aiutanti e degli oppositori, dei rifinitori e dei portatori d'acqua...

    Raccontare il calcio attraverso il viaggio (in nave) è operazione meno epica, ma più raffinata, più intellettuale. E' il mondo delle maschere/metafore da indossare/nelle quali identificarsi.

    Quale immagine rimanda il nostro specchio? Chi abbiamo eletto a nostro eroe? Chi è il nostro Ulisse?

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  5. Zio, non saprei. C'è senz'altro il problema di raccontare ciò che "non si può" raccontare. Ma non è detto che questo problema non possa essere brillantemente risolto. Io per esempio non ho visto ancora il film di cui parla Dionigi, ma ho visto Garage Olimpo, e mi è piaciuto molto.
    Poi c'è un altro aspetto, che forse è quello che ha stimolato la chiusura, e te ne puoi accorgere guardando sul web (e non solo) le narrazioni sui mondiali del 1978: Quiroga è inesorabilmente il cattivo e Carrascosa il buono. Non è tanto la certezza di queste affermazioni (fatte, credo, nella maggior parte dei casi solo per il sentito dire) che mi lascia perplesso, quanto il processo di sfruttamento/vivisezione di una storia, per farne le belle e le brutte bandiere, per dispensare, a seconda dei casi, condanne o lacrime. Mi chiedo se un silenzio "consapevole" (anche solo della sua ignoranza) non sia da preferire a compianti, costernazioni, rivendicazioni, chissà fino a che punto realmente "informati".

    Quindi in realtà non c'è (credo che non ci sia) nessun eroe, c'è la possibilità che tutti lo siano e che nessuno lo sia.

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  6. E' fantastico come introduci la storia ed il personaggio. E' fantastico il finale, come se fosse una fotografia della spossatezza per la fatica ed il dolore della traversata.

    Sono felice che tu abbia scelto Lacrime di Borghetti per scrivere queste righe, Arturo. Una storia affascinante perchè lunga nel tempo e ancora senza una ragione propria.

    Tra le immagini reperibili su internet di Menotti ne ho trovato una splendida. Bianco e nero dall'Uruguay. In secondo piano Maradona coi soliti calzettoni abbassati assieme a Pizarotti. Menotti passa loro davanti con calzoncini corti e torso nudo.

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