martedì 26 ottobre 2010

Intervista a L.C. Menotti (II)


(La parte di Quiroga)
In cambio, ottenni di ricordare i fatti del settantotto, anche se il suo esordio non fu dei più promettenti. “Che cosa vuole sapere? Lei in realtà ha chiesto di incontrarmi perché sa già tutto. Se non sapesse già tutto, Cesar Luis Menotti, l’allenatore comunista che vinse i mondiali pilotati dal regime dittatoriale, dove tutti erano pagati, arbitri, spalti e squadre avversarie, non rivestirebbe per lei alcun interesse”.
“So che ci sono due capi di imputazione, uno più specifico, da cui vorrei cominciare, e uno più generale. Il primo vuole che siano state esercitate pressioni sui giocatori peruviani per consentire all’Argentina una vittoria sufficiente per la qualificazione in finale (con una vittoria inferiore a 4 a 0 finalista sarebbe stato il Brasile, in un girone d’accesso disputato anche dalla Polonia). Il risultato è noto, tennistico, ed è passato alla storia come “marmellata peruviana”. Narcotrafficanti e segretari di Stato americani transitarono dagli spogliatoi di Rosario, in funzione minatoria o persuasiva a seconda delle ricostruzioni”.
“Io penso che sia stato creato troppo frastuono attorno a Ramòn”.
Menotti si riferisce a Ramòn Quiroga, il portiere del Perù, argentino di nascita, di Rosario, proprio il luogo in cui si disputò la partita. “A rivedere le immagini, la responsabilità va equamente ripartita tra tutta la difesa peruviana; solo nell’azione del quinto gol lui non si distende sul cross che viene da sinistra. Voi belle anime conoscete l’individualismo solo quando si tratta di attribuire una colpa. Undici giocatori che vendettero l’anima lucrano un prezzo troppo basso per scuotere la vostra morale. La spiegazione di una squadra senza motivazione, che, in svantaggio di uno o due gol contro un’altra che si gioca il futuro, si disunisce, fu ovviamente scartata in anticipo”.
“Lei dunque esclude che Quiroga e i peruviani vi lasciarono vincere?”
“Non lo escludo. Lo ritengo anzi probabile, però irrilevante. Se avessero giocato alla morte, i Brasiliani ne sarebbero stati ben lieti. Su questo nessuno avrebbe sollevato obiezioni: noi invece eravamo il male, non potevamo vincere se non per la propaganda, per dare l’immagine di un Paese radioso e vincente. Nessuno peraltro si è mai chiesto cosa avrebbe fatto al posto di Quiroga. E nelle sue tasche la letteratura postuma ha infilato banconote, polvere bianca, il rimorso per le vittime dei genocidi”. Menotti qui tace due dati che potrebbero alimentare qualche congettura: nella sua breve parentesi da allenatore del Barcellona, nella Liga del 1983/1984, Ramòn Quiroga compare tra i pali dei catalani; Rosario non è solo la città natale di Quiroga, ma dello stesso Menotti, che però allenerà il Rosario Central solo molto più tardi, nel 2002. Fu in quel momento che, trovandomi di fronte a Menotti, ebbi la sensazione di intravedere una sequenza vertiginosa di maschere, il condottiero di un popolo agonizzante, un nobile idealista, il traditore più bieco. Forse per il rollio della nave, i tratti del suo volto mi sembrarono confondersi e un’inspiegabile attrazione mi spingeva quasi plasticamente dentro le sue rughe, i suoi capelli lunghi e grigi, il suo odore dolce di tabacco.
“Dov’è adesso Ramòn Quiroga?”
“Non lo so. Non mi stupirei di trovarlo nella stiva di questa nave, in sala motori. Mi sembra un posto adatto a espiare la colpa che gli avete confezionato. Se quello che voi dite è vero, Ramòn sarebbe in primo luogo un patriota: uno disposto a naturalizzarsi peruviano e a tollerare gli strali delle vostre infamie pur di veder vincere la nazionale del suo Paese. Non credo di dire nulla di nuovo rammentando l’intensa amicizia che lo legò ai fratelli Schiaffino”.
Italo e Argentino Schiaffino furono i più illustri letterati-ultras che l’Argentina ricordi. Il maggiore, Italo, morto in conseguenza dei disturbi ormonali che gli causarono un’esagerata pinguedine, balzò agli onori della cronaca nel 1968 con la poesia “Impallidiscano i levrieri” che, come riporta Roberto Bolaño ne “La letteratura nazista in America”, Schiaffino stesso definì “una specie di Iliade in onore della squadra del Boca”. Nel 1975, in un intervallo delle sue frequenti esperienze carcerarie, fondò la rivista trimestrale “Con Boca”, in cui confluì l’universo poetico e nazionalista del tifo bonaerense. Accanto agli eloquenti manifesti di Italo Schiaffino, nei primi anni la rivista pubblica anche qualche contributo di Ramòn Quiroga.
A proposito del fratello minore, Bolaño scrive che “le peripezie della sua vita e della sua opera in un certo senso conferiscono credibilità a tutti i suoi simili”. Poeta visionario, fanatico del Boca, di Argentino Schiaffino la letteratura ricorda soprattutto il manifesto “Soluzioni soddisfacenti” (in cui, prosegue Bolaño, “propone come risposta latinoamericana al calcio totale l’eliminazione fisica dei suoi migliori esponenti, ossia l’assassinio di Cruyff, Beckenbauer, ecc.”), mentre ineguagliata per nitore formale resta la raccolta di poesie “Lo spettacolo nel cielo”, su alcuni dei grandi giocatori della storia del Boca Juniors. Le agenzie di intelligence registrano invece il suo arresto in un albergo di Barcellona dopo la sconfitta dell’Argentina con l’Italia nei mondiali del 1982, come presunto autore di un reato di aggressione con tentato omicidio, scippo e disordine pubblico. Da allora la sua vita si dilegua ciclicamente, per riaffiorare con sporadiche incursioni letterarie (talune extra-sportive) e in occasione dei mondiali di calcio, dove i tifosi argentini si recano con la speranza di essere fomentati dal suo indiscusso ascendente e dove le polizie di tutto il mondo si organizzano per catturarlo.
“Come fu accettata la sua nomina a commissario tecnico dagli ambienti più esagitati del tifo?”.
“Ricevetti qualche minaccia all’inizio, ma presto mi convinsi che nell’immaginario ultras l’aspetto su cui non si può davvero transigere è quello teorico: ciò spiega il numero esorbitante di manifesti, pamphlet, sillogi poetiche. D’altra parte, si rivelò strategica la scelta di un comunista. La nazionale aveva bisogno del sostegno di tutto il Paese e del sostegno di tutto il Paese, non solo di una parte minoritaria, si nutrivano le ispirazioni di quei giovani per inebriarsi nella poesia e nella lotta. Erano anni in cui le idee tagliavano come la luce nel cielo. Tutto era spigoloso e aggressivo, l’aria, le pettinature, la foggia delle cravatte. A distanza di tempo per voi è comodo dividere il bene dal male, le vittime dai carnefici. Nessun argentino sa ancora spiegarsi perché crebbe quella spirale di delazione e violenza, perché qualcuno sognò uno Stato trasformato in caserma: non esistono due radici nella pianta di un popolo”.

(qui la terza parte) (qui la prima)

3 commenti:

  1. Non conoscevo il libro di Bolaño, l'ho subito ordinato.
    Molto suggestiva l'idea del viaggio in nave, e memorabile l'incipit del racconto.
    La terza parte mi ha ricordato il bellissimo film argentino che ha vinto l'Oscar l'anno scorso, Il segreto dei suoi occhi, in cui la dittatura non viene mai mostrata ma è immanente in ogni immagine.

    Grazie per queste splendide riflessioni che fanno da contraltare a tanta "pessima letteratura"...

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  2. @el señor dionigi Ho visto ieri il film da te citato e lo consiglio caldamente. Oltretutto, la parte (piccola) dedicata al calcio, sia per trama che per regia, ha il suo innegabile sapore sudamericano.

    Il viaggio come luogo del racconto è una bella idea. Speriamo la barca non affondi...

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  3. Dionigi, poi mi farai sapere che ne pensi. Qualche tempo fa ho letto un'intervista al signore che leggeva per Borges. Era molto critico nei confronti di R.B. o per lo meno tendeva a distinguere.
    La letteratura nazista è gustosissimo, ma uno dei libri che più mi hanno appassionato ultimamente è il suo "I detective selvaggi".

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