domenica 8 agosto 2010

Indubbia utilità del gioco del calcio

A me, personalmente, tutte le giustificazioni e le motivazioni di coloro che non amano il calcio mi vanno bene e le accetto senza problemi. A certi, ad esempio, può dar fastidio il verde che predomina sui prati; costoro seguirebbero piuttosto un calcio giocato su fiori di lavanda, e io prendo atto delle loro posizioni. Altri mi diranno magari che intorno al pallone c'è troppa tensione e troppa violenza; poi se ne vanno, fanno una rissa in strada per un tamponamento, salgono in casa infuriati e picchiano la moglie con la marmitta: ma a me questo sta bene, perché lo dice anche il Vecchio Testamento. In generale, mi va bene qualsiasi cosa mi venga detta, perché sono un tipo comprensivo e tollerante: solo, non mi va giù che affermino che il calcio sono solo ventidue scemi che corrono dietro ad un pallone e che si tratta di uno spettacolo sterile, che non serve a nulla. Questa argomentazione è totalmente campata in aria e io non l'accetto.
A me, ad esempio, il pallone - supposto inutile - ha contribuito ad insegnare la geografia. Se mi avessero detto, intorno ai dieci anni, di piazzare Malines-Mechelen su una carta geografica io, al contrario di qualsiasi bimbo sano di quell'età e anche della gran maggioranza degli adulti, avrei saputo farlo; e l'avrei fatto tra le lacrime, ricordando l'eliminazione per mano belga (Coppa delle Coppe 1987/88) dell'Atalanta forse più forte di sempre. Un Napoli-Ujpest Dozsa, invece, m'aveva ammaestrato sulla geografia ungherese; e uno scontro tra Roma e Carl Zeiss Jena, se non sbaglio vinto dai tedeschi, mi fece scoprire la Turingia ben prima del laido agostiniano Martin Lutero, della Repubblica di Weimar o di una donna alta un metro e ottantasette con cui ebbi una relazione a Norimberga. Le squadre di calcio, per noi della vecchia scuola, hanno svolto una funzione pedagogica paragonabile a quella delle vecchie targhe in autostrada; e d'altra parte i passaggi tra le due cose erano frequenti, perché osservando una vettura targata AP non potevo fare a meno di pensare a Cvetković o a Walter Junior Casagrande. Perciò, non venitemi a dire che il calcio non mi ha insegnato ottimi rudimenti di geografia: già da piccolo, per dire, sapevo perfino dove fosse Sochaux, salvo immaginarmela pittata di gialloblù.
E qui veniamo ad un secondo dei grandi insegnamenti del pallone: il colore. Non mi atteggerò ad un novello Henri Rousseau; voglio però rivendicare il fatto evidente che se oggi molti di noi, senza essere stilisti o vantare frequentazioni ambigue, possono avere più di un'infarinatura di scienza dei colori è soltanto grazie alla nostra passione per le maglie da gioco. Io, per esempio, so da sempre che la divisa della Ternana è efficacissima e molto bella; ma solo in tarda età la teoria mi ha svelato che le cose stanno così perché rosso e verde sono due colori complementari, ed è dunque evidente che stiano bene assieme. Lo stesso discorso si potrebbe fare per l'arancioblù di certe maglie del Montpellier. Ma dirò di più: qualsiasi appassionato di calcio può stupire la propria compagna stabile o occasionale mostrando una perfetta padronanza di tutta una serie di nuances di colore. Basta solo avere l'accortezza di associarle ad una certa compagine. Ad esempio, fra il rosso del Liverpool e il blu dell'Everton troviamo: il Torino (granata), il Livorno (amaranto), il West Ham (vinaccia), il Tolentino (cremisi), l'Anderlecht (malva), il Legnano (lilla) e la Fiorentina (viola). A ben vedere, è facile diventare artisti visivi con un minimo di passione per il pallone.
Ma un'altra cosa ben più seria che il calcio mi ha insegnato è la grandezza del mondo e la diversità dei popoli. Ad esempio, giocava nel Colonia uno con un nome strano, Littbarski; ma era talmente forte che eri obbligato a pensare che anche quelli strani e diversi dovevano essere rispettati e onorati. Ma ancora di più: secondo voi quanti negri potevo aver visto, a dieci anni, in una cittadina dell'entroterra marchigiana (esclusi quelli dei telefilm americani, che non sono persone ma solo barzellette)? Uno? Due? Ma forse meno. E invece in televisione, sulla mai troppo ringraziata Telecapodistria, c'erano Tony Yeboah e Ian Wright, e uno diceva: "Però! Questi sì che giocano, questi sì che devono terrorizzare qualsiasi portiere semplicemente girellando dalle parti dell'area di rigore". Poteva allora capitarti, nei tuoi pomeriggi marchigiani a tirare calci con gli amici, di figurarti di essere lo stesso Yeboah, o il baffuto Kohler o il piccolo Häßler o il grosso Salinas o l'elegante Mychajlyčenko. Poi, una volta che ti sei preso uno del genere come idolo, è difficile tornare indietro al mondo piccolo e chiuso: il calcio, checché se ne dica, fa bene, proprio perché è uno sport per tutti e tutti ci giocano. Ma la cosa più importante di tutti te la insegnavano quei pomeriggi lunghi persi dietro ad un pallone su un campetto liscio di cemento: anni e anni e anni fatti di pomeriggi e di cemento, alla lunga, ti portavano a capire che nel gioco e nella vita servono molte cose, e molte altre ne esistono: esistono quelli scarsi, che non vorresti ma ti tocca prendere, e cui comunque devi passare la palla, perché a calcio non si gioca da soli; esiste la sfortuna dei palloni perduti o bucati, dei gol presi all'ultimo momento, mentre il sole tramonta e bisogna tornare a casa. E anche in quei casi, soprattutto in quei casi, bisogna accettare la sconfitta e tornarsene a casa amareggiati ma consci che ci sarà un altro pomeriggio e un'altra partita. Infine esiste ed è necessaria la pazienza, quando si è perduti e furiosi nella lentezza del gioco che non si sblocca, degli avvenimenti che non accadono e dei palloni che non entrano. Allora bisogna passarla indietro, sospirare senza rabbia, e ricominciare; e aspettare, mentre le ombre si allungano sul campo rosso, che un passaggio fortunato ti metta di nuovo davanti al portiere, unico artefice del tuo stesso destino.

9 commenti:

  1. Mi sento di poter sottoscrivere in pieno, alla stregua di un manifesto, questo lucido scritto di Tamas, che ringrazio (anche per il dettaglio -con tutto il rispetto- dell'altezza della ragazza teutonica).

    Mi ritrovo in pieno nella scoperta della geografia (a proposito di Malines-Mechelen: la prima scommessa calcistica della mia vita è legata a una partita di Coppa tra i belgi e il Cagliari, era la quarta o la quinta elementare, e il caro Nesat mi si avvicinò a ricreazione per propormi di giocarci 500 lire su quale delle due squadre avrebbe passato il turno. Non ricordo assolutamente chi vinse), dell'associazione targhe-squadre (al rigurardo vorrei dire che le vecchie targhe mi mancano molto, sia maledetta la Comunità Europea), del gusto dei colori (il verde-nero del Borussia Monchengladbach e il bianco-blu del Blackburn restano imbattibili. Menzione a parte per il marrone del St. Pauli) e, in fondo, della scoperta della vita in generale (gli archetipi caratteriali delle persone -l'egoista, il distratto, il generoso, etc.- li abbiamo scoperti prima su un campo di calcio e poi nella vita vera).

    Alla fine, c'è poco da girarci intorno: noi siamo persone serie, noi parliamo di calcio, il calcio è una cosa seria. Aristotele, mica Paperino.

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  2. L'altezza della turingia la ricordo con precisione semplicemente perché c'era questa sfida per capire chi fosse più alto, e poi alla fine è venuto fuori che eravamo alti uguale.
    E una maglia del Gladbach ce l'ho, ha lo sponsor scritto in caratteri gotici ed è una vera figata: me la vendette un turco di Oberhausen.

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  3. Geografie delle città europee per le coppe. Geografie e mappamondo in tempo di Mondiali.

    Nel '90, Costa Rica ed Emirati Arabi Uniti la facevano da padroni nella mia immaginazione. Con gli ultimi ancora stagnanti nel dubbio: stato? o città-stato(i)? o città o cosa..? E cosa c'entrano con l'Arabia Saudita del '94?

    E le Uefa in cui le italiane vagavano tra Minsk, Riga, Trebisonda, Modling.. O il Bologna che gioca in trasferta a Lubin nell'edizione vinta da Berti e Matthaus.

    Mi piacevano il Rosenborg ed il Goteborg, che in finale di Uefa battè un'altra squadra con una maglia coloratissima (il Dundee. Di Dundee, credo).

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  4. Splendido davvero splendido.....

    la maglia della Pistoiese.....quella orrenda del mai amato Atletico Catania.....la splendida maglia del Boavista e la poco virile del Heerenveen(sembrano cuori ma sono petali...)....le maglie francesi deturpate dai troppi sponsor...ma comunque bellissime...(Tolosa,Psg e Saint Etienne su tutte)

    la geografia africana imparata a forza durante le coppe d'africa....

    ovunque vado compro una sciarpa.....segno di rispetto...ovunque vado se riesco... vado a guardare lo stadio....e per adesso quello del djurgardens non si batte.

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  5. ma quello del Djurg. ha la pista d'atletica intorno!

    markovic

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  6. Approfitto dello spunto molto bello proposto nel post, per intervenire per la prima volta su questo splendido blog…

    Ho sempre pensato anch’io che va bene tutto, ma l’accanimento contro il prato verde e i ventidue giocatori… Forse perché per giocare a calcio i bambini (più o meno “grandi”) si accontentano di terreni sconnessi, asfalti indigesti anche alle automobili o di stretti budelli, quali i corridoi di una scuola, per non parlare del calcio domestico (magari sulle reti satellitari vedremo trasmesso anche quello…).

    Riguardo al magico e didattico fascino delle coordinate del calcio non posso che sottoscrivere riga per riga: un mio amico e collega insegnante proprio così intrattiene talvolta i propri alunni… quanto è “precoce” per alcuni la geografia del calcio!
    A Verona, dove abito, i cori di respiro europeo inneggianti all’Hellas (uno su tutti quello quasi immortale dedicato a Graz, capitale della Stiria) sono quelli che strappano ancora più brividi insieme a quelli del mitico, ma forse troppo osannato, scudetto. Che ne potevo sapere io, ignaro adolescente, dell’infuocata Salonicco (Paok), della Polonia di Stettino (Pogon), delle squadre minori di Bucarest (Sportul), delle strane capacità di autogol emerse dai Paesi Bassi (Utrecht) o che esisteva il Marakanà (ma senza “allenatori nel pallone” in missione esplorativa) anche a Belgrado? Conoscevo solo la storia dei musicanti di Brema (Werder) e lì ce le hanno suonate (nonostante l’imbattibilità tuttora nostalgicamente celebrata in campo europeo limitatamente alle trasferte).

    Infine, sulle maglie ho letto tutto con grande interesse visto che non sono molto ferrato in materia: ripenso solo con un po' di commozione non tanto ai colori quanto alle strisce diagonali di alcune squadre (di club e nazionali) sudamericane.

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  7. Ho stato commossuto.

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  8. Che ricordi i missili di Yeboah, non riusciva a calciare piano, era più forte di lui...

    http://www.youtube.com/watch?v=JfLz-WgbqY8

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  9. Tutto indiscutibilmente vero.

    In pochi attimi mi vengono in mente le trasferte sognate sulla cartina geografica per vivere nel loro stadio le partite di squadre come il Galatasaray di Jardel o i Rangers Glasgow dei De Boer e di Giovanni Van Bronckhorst. La Dinamo Kiev di Shevchenko e del colonnello Lobanovsky come il Southampton di Le Tissier.
    Sopra tutti sicuramente l'Athletic Bilbao guidato da Guerrero e Alkorta.

    Vorrei anche aggiungere uno spunto all'analisi di Tamas. Il calcio, per quanto mi riguarda, mi ha portato a scoprire oltre che alla geografia, degli sprazzi della cultura dei vari Paesi delle squadre che vedevo sullo schermo.
    Il cirillico, il basco, le rivalità derivanti dalla storia come quelle dovute alla religione e molti altri aspetti che non fanno parte del bagaglio di un 'normale' dodicenne.

    Mitico Yeboah!

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