martedì 27 luglio 2010

Memorie della Spagna calcistica #2: playa de San Salvador

La Spagna non lo sa ma, per dirla alla Soriano, il Mondiale sudafricano ha iniziato a vincerlo un tardo pomeriggio d'agosto del 2002, su una striscia di sabbia polverosa a metà strada tra Tarragona e Barcellona, la playa de San Salvador. Xavi e Iniesta erano ancora due sbarbati alle prime armi mentre su un pezzo di spiaggia, a ridosso del muretto del lungomare, venivano meticolosamente contati i passi delle porte, e costruiti i pali con quattro lunghi remi di legno. Otto anni dopo la gomitata di Mauro Tassotti a Luis Enrique, la bomba di Dino Baggio e il pareggio di Caminero, la serpentina vincente dell'altro Baggio e l'errore clamoroso di Julio Salinas sotto porta, otto anni dopo il torrido sole californiano, i Ray-ban a goccia di Arrigo Sacchi e la disperazione di un popolo calcistico che si considera vittima di una sfortuna eterna, e otto anni prima delle basette fini di Villa, delle parate miracolose di Casillas e dei saggi baffi di Del Bosque, otto anni prima di un trionfo di bel gioco e meritocrazia che sa di risarcimento per una storia beffarda, in perfetto equilibrio storico dunque, si giocò la più epica partita tra Spagna e Italia che si ricordi, e che lasciò conseguenze metafisiche che, all'epoca, non tutti fummo in grado di cogliere nella loro magnitudine.

***

Il pomeriggio era iniziato ai tavolini all'aperto di un bar sulla spiaggia. A San Salvador, l'anonimato fatto luogo di villeggiatura, eravamo arrivati per incontrare, dopo oltre due anni, Rita, sirena di Barcellona dalle mille lentiggini e dalla risata rauca. Eravamo partiti, come dei barbari, la mattina stessa, dall'improbabile campeggio della playa larga di Tarragona, mentre Rita scendeva leggiadra da Sitges con il suo carico di amiche dai nomi esotici, di cui sognavamo fattezze regali. L'incontro avvenne ai tavolini del suddetto bar, sotto un sole cocente, malnutriti con dozzinali bocadillos de calamares comprati ai baracchini del lungomare. Niente di meglio, per lubrificare l'incontro e il pomeriggio, oltre che per farci venire in mente qualche parola di spagnolo (che altrimenti i dialoghi individuali tra i due gruppi si sarebbero presto arenati in una desolante sterilità), che ordinare qualcosa da bere. Eravamo piccoli e un po' timorosi, e lasciammo fare alle dolci virago.
- Catorce Bacardi lemon, gracias - ordinò Rita, fumando e coprendosi il viso con la mano, come suo solito, ad ogni sorriso.
Che cosa da ragazze, pensammo noi, ordinare quelle orride bottigliette di Bacardi Breezer! Anche se, convenemmo, tuttavia non era male un approccio soft all'alcool, vista la serata che ci aspettava (ogni serata, in quel viaggio post-Maturità, ci sembrava come un possibile florilegio di avventure indimenticabili. Inutile dire che non successe mai nulla di epico, e anzi molto spesso ci addormentavamo su un muretto sporchi di Nutella, accanto al camioncino delle crepe con l'insegna al neon, come in un film di Kaurismaki). 
Ovviamente, non avevamo capito niente. Il cameriere ci portò, su due vassoi, dei bicchieri di Bacardi liscio, con accanto delle bottigliette di Kas Limòn - bottigliette che le ragazze, sia detto per inciso, praticamente si bevvero alla goccia, gustandosi poi il Bacardi al natural.
Ecco, quello fu il nostro riscaldamento pre-partita. Roba da professionisti.

***

Era ormai tardo pomeriggio, con la luce che iniziava a intorbidirsi e l'acqua del mare a raffreddarsi, quando ci mettemmo a fare due palleggi sulla spiaggia. Le ragazze se n'erano già andate, svanite come sogni umidi e lontani nei nostri ricordi adolescenziali, con la stessa velocità con cui avevano finito quei Bacardi che a noi, invece, machi italiani tutti d'un pezzo, mandar giù era costata non poca (dissimulata, ovviamente) fatica. Ancora non si aveva voglia di tornare a Tarragona (perchè poi avremmo dovuto aver fretta, e voglia, di tornare?), e la spiaggia nell'ora che precede il tramonto scuote con la sua bellezza anche i tronchi più insensibili. Eccoli là, i sette italiani protagonisti del liceo classico, a regalarsi perle di balistica in un'accesa partita a tedesca in terra straniera, mentre i villeggianti locali passeggiano per il lungomare con le loro carrozzine, e prestano una curiosa attenzione alle nostre imprecazioni in lingua forestiera.
Fu dopo un notevole gesto tecnico del sottoscritto che si avvicinò un ragazzo del posto. Capello riccioluto sporco di salsedine, costume da surfer, abbronzatura radicata nel tempo. Diciott'anni, come noi. Furono sufficienti poche parole per spiegarsi:
- Partido. Siete contra siete. Vosotros y nosotros. España e Italia. -
- Benissimo. Che si vince? Què se gana? -
- El honor, hombre! -.

***

Gli spagnoli erano fortissimi. Non mi sorprenderei se oggi mi dicessero che, tra quei sette indemoniati, c'erano anche i fratelli grandi di Pedrito, Busquets e Piquè. Osannati dal folto pubblico di vecchietti e passanti locali seduti al bordo del campo, improvvisato, come detto, sulla spiaggia, dopo che avevano trascinato le loro sedie pieghevoli fin dagli usci delle loro case, i ragazzi di San Salvador mi lasciarono a bocca aperta. Nonostante le bizze dei rimbalzi del pallone sulla sabbia, giocavano a memoria e a meraviglia, come se si trovassero sul campo centrale di Wimbledon. Aperture di venti metri sul piede, stop a seguire, finte e controfinte, azioni ricostruite passando dal centrale di difesa, la palla sempre incollata al piede - ma non solo incollata, anche "felice" di essere lì, accarezzata come una sirena da quei piedi educati. Poche parole in campo, agli spagnoli bastava alzare lo sguardo -giocavano sempre con la testa alta- per trovarsi da un parte all'altra dell'arena. Mai in difficoltà, mai veramente in affanno, mai una palla spazzata in tribuna, mai un fallo o un intervento in ritardo. Non ce n'era mai bisogno. Un calcio fluido, morbido, esteticamente non migliorabile. Uno spettacolo per gli occhi degli spettatori, i nostri compresi. Se "gli amici del mare" spagnoli giocano così bene, chissà i giocatori veri, pensavo io. Pensavo bene.
Ciò nonostante, i coriacei figli di Enea rispondevano colpo su colpo. Eravamo una buona squadra anche noi. Non a caso, la spina dorsale di quell'Atletico Humilté che aveva detto la sua nei tornei di calciotto di Roma Nord. E mentre Michele parava tutto, Uà chiedeva a voce alta se poteva prendere la palla con le mani, Futri spazzava la palla (e a volte anche qualche tibia) in tribuna, Federico ci spronava con le sue entrate romantiche a forbice (ribattezzate "il carrillo", chissà perchè), Ruoppolo provava il tiro da distanza siderale, Andrea (l'unico che avrebbe trovato posto nella squadra avversaria) regalava spezzoni d'alta classe col suo sinistro fatato e il sottoscritto si esibiva in inverosimili acrobazie da punta di categoria, il risultato, sorprendentemente, rimaneva in bilico. A vederci giocare sembrava non ci fosse storia, ed invece.

***

All'inizio fu un giramento di testa. Poi un crampo allo stomaco. Poi il sudore freddo. I brividi. Lo svenimento incipiente. In preda a una congestione (maledetto Bacardi! Maledetta Rita!), mi allontanai con discrezione dal campo, con le mani sulla pancia. 
- Torna qua, rammollito. Voglio vedere gli occhi della tigre. Siamo uno sotto, cazzo! - mi urlava Futri, dalla difesa, ma io già non potevo capire più niente.
Sicuro di morire, mi diressi verso il bagnasciuga, pronto a fare la stessa scenografica fine di Caravaggio. Lui negli occhi aveva la bellezza delle sue opere, io quella del futbol spagnolo. Quanto erano forti, quei ragazzi di San Salvador! Era stato un onore giocare con loro, e tenergli testa. A quel punto potevo anche lasciare questo mondo. E così feci, chiudendo gli occhi, madido di sudore, mentre i gabbiani ronzavano sulla mia testa, allontanandosi dall'acqua, sempre più in là, finchè non potevo più vederli, nè sentirli.
Nessuno dei miei amici, a parte il povero Uà ("eh forse dovremmo andare a vedere cosa è successo a Fede" "Gioca cazzo Uà!"), fece molto caso alla mia dipartita, se non per il fatto che eravamo uno in meno in campo. Per ristabilire la parità, mi dissero poi, passò con loro un ciccione spagnolo, che mise una toppa in difesa.
La partita la vinsero gli spagnoli, ma per un solo gol. L'onore, quel bene così prezioso che avevamo messo in palio, era salvo. A loro la gloria, e a me delle merendine chimiche della Kinder che mi portò Uà, alla fine della partita, per risvegliarmi dal coma. Gli unici zuccheri che era riuscito a trovare nelle vicinanze.
- Ma questi sono buonissimi! Anche io li voglio! - disse Michele, e se ne mangiò uno.
Dopo un po' mi ripresi, e tornammo alle macchine. Era buio ormai, la spiaggia deserta, i remi delle barche piantati nella sabbia a ricordarci della partita appena conclusa. Dell'inizio della cavalcata spagnola, da San Salvador a Joahnnesburg, anche se all'epoca nessuno poteva saperlo. 

11 commenti:

  1. chissa' perché i ricordi più belli, no belli non è il termine giusto forse sta meglio "teneri", dei maschi appartenenti alla razza umana sono legati al calcio. Quello giocato in prima persona da ragazzi come quello carpito a quelli bravi in tv o allo stadio. Forse c'aveva ragione quello che diceva che "il football non è questione di vita o di morte ma molto di più" o quell'altro che affermava che "sicuramente ci sono cose più importanti del football ma io non le conosco". Le virgolette oltre a significare discorso diretto preso a prestito ci stanno bene in ogni caso.

    CRUYFF

    piesse: ti annuncio che la chinarromania sta contagiando diversi miei colleghi. Aspetto il momento opportuno per buttar lì, alle mie colleghe, il nome e le opere di Nacho Vegas (a proposito, fisicamente mi pare un mix tra Diego Forlan & Sete Gibernau) e bullarmi di grande intenditore di indieispanic...

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  2. Il calcio è sicuramente l'alfabeto dei nostri ricordi, perchè, in un modo o nell'altro (giocato, parlato, osservato) c'è sempre, in ogni esperienza del passato. Ma c'è di più che il calcio è, per me, per noi, un mito aggregatore, un modo per difendersi dalla vita se vuoi.
    Soprattutto, è un linguaggio universale, capace di scatenare situazioni appunto "tenere" in ogni momento. Dieci giorni fa ero a un matrimonio a Madrid e, subito dopo la cena, mi si avvicina il cugino della sposa, che poi scoprirò essere madrilegno e colchonero fino al midollo, ma che in quel momento non conoscevo.
    "Senti" mi fa, "tu sei italiano vero?"
    "Sì" rispondo io.
    "Allora ti dico una cosa: quand'ero piccolo, non so perchè, tifavo per la Cremonese, e avevo il mito di Gustavo Abel Dezotti".
    A quel punto che fai? Piangi, ti abbracci e ti metti a parlare di pallone per ore, tra un gin tonic e l'altro.
    Ecco, senza calcio tutti questi rapporti umani, questa socialità, questo cameratismo in fondo non sarebbero possibili, e la vita mi apparirebbe terribilmente arida.

    ps Mi fai felice con le tue parole, ma mi raccomando propagalo a piccole dosi, il Sr. Chinarro è un piacere che va riservato a pochi intimi, solo a quelli capaci di entrare nel suo mondo, che non si limitano ad ascoltare le sue canzoni, anche perchè di lui non colpiscono le singole canzoni o addirittura i singoli dischi, quanto l'atmosfera in cui ti avvolge (Mushroom pillows ha rieditato tutti i suoi vecchi dischi e costano poco, ti consiglio di ordinarli).
    Più agevoli, almeno al primo ascolto, sono le storie tormentare d'amore, bevute ed eroina del rocker di Gijòn, perchè Nacho Vegas è prima di tutto autore eccezionale e alcune delle sue canzoni sono dei veri e propri capolavori (i dischi tendono ad essere meno coerenti e più irregolari). Ho letto che hanno ripubblicato il suo primo disco, "Actos inexplicables", in formato doppio LP: quello è il regalo da portare quest'estate all'amica che ti ospita in campagna, per farlo girare sul giradischi dopo cena, mentre uno lleva ya una copa de màs...

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  3. Ma insomma quanti gol hai segnato prima che facesse effetto il rhum?

    Almeno tre (3) o non ti rispetto più! E' il minimo sindacale per un centravanti italiano in terra straniera.

    Certo.. uno che crolla sotto i colpi dell'alcool proprio quando sta giocandosi l'onore..

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  4. Quello dei gol segnati è un particolare che ho volutamente lasciato ambiguo, non fosse altro perchè proprio non me lo ricordo.
    Ma sicuramente devono essere stati parecchi, perchè stavamo giocando bene ed io stazionavo fisso nell'area di rigore avversaria, qualcosa devo pure aver combinato.

    In realtà l'alcool lo definirei una concausa, insieme al caldo, alle donne, alla vita da campeggio, alla malnutrizione e alla tensione di dover difendere l'onore della tua nazione. Tuttavia, è innegabile che si è trattato della concausa scatenante, e questo, hai ragione tu, non mi fa certo onore.

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  5. Addenda 1: gli eroi di quella commovente partita mi aiutano a ricostruire i dettagli del puzzle, da me dimenticati causa congestione. Mi segnala infatti il grande Michi che quella partita lui non la giocò tutta in porta,
    ma anche fuori, dove si segnalò per mandare in gol, con uno dei suoi celebri passaggi filtranti, il buon Futri, che esultò
    alla Tardelli(ma, volendo, anche alla Giovanni in Tre uomini
    e una gamba).
    Momenti da pelle d'oca!

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  6. sì, bonanotte all'amica che ti ospita quest'estate in campagna. Sono felicemente (per quello che questo termine abusatissimo lascia ancora intendere) sposato da eoni; comunque ho ripreso in mano alcuni racconti che avevo scritto quando ero più piccolo e ne ho trovati un paio dove il calcio come alfabeto dei ricordi (come dici tu) irrompe come nimmanco Milito in area di rigore...
    Sr. Chinarro, io non parlo spagnolo ma mi pare di capire molto di quello che canta e da neofita mi sento di dire che, è vero, quello che ti "narcotizza" è l'atmosfera che riesce a creare con le sue canzoni; non so come dire, mi pare quasi svogliato, per niente ruffiano con l'ascoltatore (non so se hai sentito la versione di Militar nel bootleg "Contempoprea") e questo ti porta a prestare particolare attenzione a queste controperformance per scoprire il "mondo" chinarriano che ti racconta. A parte i gruppi inglesi degli anni 80/90 a me pare di sentirci un po' pure di Mark Eitzel. Boh, non so, sono ancora un po' stordito da questa scoperta.

    Cruyff

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  7. Vabbè Cruyff non fare così, guarda che non sei l'unico su LB ad avere la fede al dito, e, peraltro, ad averla felicemente. Nacho Vegas richiede una certa complicità ma si può ben ascoltare anche con gli amici, parlando dei figli che crescono.

    Parlando dei tuoi racconti di memoria calcistica, se hai piacere mandaceli pure, perchè non dar loro una seconda chance?

    Antonio Luque (il Sr. Chinarro) mi è sempre piaciuto proprio per ciò che tu dici, per non essere ruffiano, perchè una volta disse che per essere un cantante non ti devi vestire e non ti devi comportare come un cantante. I dischi della prima fase, quelli fino al 2004, sono per me i più puri proprio perchè lui ancora lavorava in una fabbrica di dolciumi in quel periodo, ancora era davvero solo un idolo di nicchia, ancora incideva dischi personalissimi solo per il gusto di farlo - dopo peraltro la qualità delle sue canzoni è migliorata, ma qualcosa di quel candore, di quel distacco, si è forse perso.
    Anche i tuoi riferimenti mi trovano d'accordo, lui -una volta ho scritto- è ciò che sarebbe stato Morissey se fosse nato a Siviglia. Soprattutto nei primi dischi c'è, come dici tu, molta musica inglese 80/90, l'atmosfera è quella degli Smiths, dei Cure, dei Joy Division (non a caso nel primo disco c'è una cover di "Leave me alone"). E però poi lui ci mette l'acordeòn, i cori femminili, i testi surrealisti che parlano delle sue cose...insomma è impossibile fare paragoni, perchè, almeno nella scena indie spagnola, Sr. Chinarro ha segnato uno spartiacque, come dall'altra parte della Manica hanno fatto, appunto, Morrissey, Jarvis Cocker e Darren Hayman.

    ps L'ultima scoperta, comunque, si chiama Bigott...proprio una sorta di Mark Eitzel, però aragonese...sei avvertito, Cruyff!

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  8. Meravigliosi ricordi.. che fondano il mito e spiegano il presente.. A questo proposito non vorrei che le pessime prestazioni di noi vecchi panzoni italiani d’Albione e dei nostri ospiti inglesi nei campetti di Londra.. dove noi ci buttiamo a terra prima ancora che l’avversario tenti il tackle.. pronti invece a reclamare inesistenti rigori appena vogliamo una pausa per farci una sigaretta o una birra.. e loro che penosamente s'impegnano.. ci provano e ci riprovano.. ma non ci riescono mai.. siano stati il prodromo del pessimo mondiale degli azzurri e dei bianchi..

    Ma a differenza dello spaventato e triste manipolo lippiano-capelliano.. e in piena concordanza taoista con la trasferta spagnola dell’Atletico Humiltè.. Anche qui.. in riva al cemento piuttosto che al mare.. con le merde dei piccioni invece che col ronzio dei gabbiani.. avvolti da una grigia luce di un perenne sole morente di trequarti piuttosto che da un tramonto catalano.. Quando giochiamo a pallone.. Ci divertiamo tantissimo..

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  9. Addenda 2: Federico richiede l'intervento del presidente del "Comitato di verità storica", Andrea Ferrucci, con la seguente mozione:

    "Affinché possa testimoniare che il risultato vide uscire vincenti gli azzurri e, tra le altre memorabili marcature, ce ne fu una del sottoscritto di testa in tuffo, su assist da rimessa laterale lunga, battuta da chissacchì, forse dallo stesso Ferrucci, che ai tempi amava imitare le gesta di Pierino Wome".

    Certo sarebbe un ribaltamente storico clamoroso. Aspettiamo il ritorno di Andrea dalle fatiche del cammino di Santiago per andare finalmente in fondo alla questione.

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  10. Addenda 3: interviene Michele in quello che è ormai il vero giallo dell'estate (ne ha parlato oggi anche Studio Aperto), per affermare recisamente quanto segue:

    "Mi sembra che qui stiamo capovolgendo il corso
    della storia...Sostenere che l'Italia ha vinto quella partita equivale a
    dire che l'Olocausto non è mai esistito o che Calciopoli
    e Tangentopoli sono state invenzioni giornalistiche o che
    Berlusconi è vittima di un complotto organizzato dalla
    magistratura, i media e i comunisti.
    La triste verità, che ci riporta un pò tutti con i piedi per
    terra, è che quella partita la perdemmo 8/9 a 2/3...
    Di vero c'è che Fede Olivo segnò in tuffo alla Giacomo Tedesco
    da rimessa laterale, che Futri esultò alla Tardelli, che Mastro
    svenne e che io mi mangiai uno dei suoi Kinder sorpresa.
    Inoltre in campo ci mettemmo tanto cuore e, per questo,
    a fine partita gli avversari ci omaggiarono con il "terzo tempo"
    molti anni prima di Prandelli e della sua Fiorentina".

    Questa ricostruzione storica di Michele mi sembra troppo dura nei nostri confronti, a livello di risultato (il cuore invece è un fuor di dubbio), ma comunque plausibile (è facile scambiare la storia con il mito). Richiedo però l'intervento di chi ancora non si è espresso, per raggiungere finalmente la Verità.

    Al riguardo, non possiamo contare sul caro Uà, che in questa criptica maniera si è espresso:
    "Vorrei poter contribuire alla ricostruzione della verità, ma purtroppo non ricordo l'esito della partita (sempre ammesso che ne sia stato informato...)".

    Attendiamo dunque il ritorno di Andrea e di Nicola dal cammino.

    ps Voglio comunque tributare un applauso alla confessione di Michele, che, a tanti anni di distanza, ribadisce di avermi privato di un Kinder Sorpresa in quel momento per me così vitale...altri avrebbero negato, invece questo gesto nobile gli fa onore.

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  11. Mah..

    Premesso che io quella Vostra età 3/4 rhum (lisci o con lemon o con cola) me li facevo come fossero bicchieri d'acqua o sorsi dalla fontanella di paese, ci tengo a precisare che in 6 non riuscite a ricordare manco se avete vinto o perso..

    Inpresentabili!

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