giovedì 15 luglio 2010

Memorie della Spagna calcistica #1: la Chopera

Un paese si può scoprire anche dai suoi campi di calcio improvvisati e il primo ricordo è il Parco del Retiro, con i suoi corridoi di alberi fitti che sembrano non finire mai, un inverno di tanti anni fa, alla ricerca di un pallone per deflorare quei prati insieme ad un amico -all'epoca, probabilmente, il migliore che avevo. "Andate alla Chopera" ci rispondevano i vecchi guardoni seduti alle panchine (il Parco del Retiro è pieno di vecchi guardoni seduti alle panchine, hanno tutti i calzini al polpaccio e la coppoletta in testa), "lì troverete i palloni". E noi a cercare in lungo e in largo il nostro El Dorado, questa famigerata Chopera che ci immaginavamo come un enorme magazzino di palloni di ogni tipo. Va da sè che non la trovammo mai, la Chopera, e l'unico pallone che vedemmo fu quello scagliato con forza inaudita da Di Biagio nella rete dell'Atletico Madrid, quando ormai era già notte.
***
Mi ha fatto impressione ricevere, ormai una domenica mattina dell'anno scorso, una telefonata spezza-resaca di un amico basco di Pamplona che mi precettava per una partita di calcetto alla Chopera.
"Ma guarda che io non mi reggo in piedi, al limite faccio il catenaccio in difesa".
"Niente catenaccio, siamo spagnoli. O meglio, sono spagnoli".
"Allora vengo però faccio Ismael Urzaiz e non torno mai in difesa".
"Guarda che usiamo il pallone col rimbalzo controllato, si gioca solo rasoterra".
"Allora è inutile che vengo, io so giocare solo a tedesca".
"No guarda devi venire per forza, siamo solo in quattro, il ciccione di Siviglia, quello che non la passa mai, ieri notte si è rotto una caviglia camminando a Malasaña. Te lo ordino".
"E va bene, vengo. Ma dove?"
"Al Parco del Retiro. Chiedi della Chopera"
"Allora non arriverò mai".
"Perchè?".
"Lunga storia, lascia stare".
Nonostante pensassi che fosse come il Molise, una mera invenzione letteraria, quel giorno ci arrivai alla Chopera (i baschi di Pamplona è sempre meglio non contraddirli). Non c'erano distese di palloni come avevo immaginato anni prima, ma un centro sportivo pubblico in piena regola, nel bel mezzo del parco. Attraversai la porta d'ingresso con la scritta La Chopera con un brivido, come se stessi tornando indietro nel tempo. Il torneo di calcetto si disputava su un campetto laterale, col fondo in lineolum (in Spagna non esistono campi di calcetto in erba sintetica, figuriamoci di terza generazione). Questi spagnoli giocavano bene cazzo, tutti passaggetti, corse dietro l'uomo, finte e tiri improvvisi. Mi limitati al compitino, cercando in tutti i modi di non far esplodere la milza. Va da sè che perdemmo, ma io la mia partita l'avevo vinta prima di cominciare.
***
L'ultimo dei campi della Chopera è in realtà un campo da calcio regolare, con l'erba sintetica. Tuttavia, l'hanno diviso in due, in orizzontale, così da creare due campi da calciotto - più o meno. Mi piaceva molto passarci almeno un'ora il sabato pomeriggio, quando il cielo iniziava a imbrunire, e l'aria della sera rinfrescava la calura del giorno. Di solito il pomeriggio lo iniziavo comprando i panini da Mallorca, un delicatessen su Serrano, e me li mangiavo al sole del laghetto, dove dormono i leoni modello Trafalgar Square. Leggevo i giornali, mi facevo scaldare dal sole, riprendevo lucidità dopo i gin tonic della sera precedente, che mi rimbombavano in testa come monete nella tasca del blazer. A un certo punto, indefettibilmente, dei suonatori di colore istigavano l'emicrania con i loro enormi tamburi, e mi costringevano a emigrare verso angoli del parco più quieti. Con la giacca su una spalla e i giornali e i libri sotto l'altro braccio, passeggiavo fino alla Chopera. A quell'ora -le sette di solito, con la luce turchese che scolora nel crepuscolo, attraverso lo scolapasta delle chiome dei viali alberati- l'unico campo occupato era l'ultimo, occupato da due partite di calciotto. La gente avrà avuto la mia età, magari un po' più piccoli, e anche gli stereotipi erano quelli conosciuti delle partite di calciotto di Roma nord. Tutto in piena regola, molto rassicurante. Cambiavano solo certe zazzere castane stile ivy league, fieramente autarchiche, e un certo modo di giocare. O meglio, di intendere il gioco. Meno corsa, più tecnica. Meno lanci, più scambi stretti. Meno zuccate, più colpi di tacco. Meno verticalizzazioni, più ritorni indietro. Mai una palla scagliata in the box. Mai un mischione. Molte parole in campo, intercalari, imprecazioni, vete a la mierda, joder.
Mi piazzavo su una panchina dietro il campo, appoggiando i giornali e tutto il resto da un lato. Come uno in più tra i guardoni del parco, osservavo obliquamente le due partite, perdendomi nella sinfonia del pallone. Quando sei al margine di un campo di calcio, dovunque sei, ci sono solo due sentimenti possibili: un senso di pace (perchè non esiste spettacolo più bello, e perdonate se sono così apodittico, ma non credo di dover spiegarlo a voi) e un fremito di impazienza per voler entrare. Possibilmente, i due sentimenti si provano contemporaneamente, e la pace lascia spazio all'impazienza se per caso il pallone finisce nelle vicinanze e bisogna ritirarlo in campo. Quando la partita finiva lasciavo che i giocatori sciamassero verso l'uscita, mentre io restavo un altro po' a contemplare la perfezione del campo deserto, nella quiete della Chopera silenziosa. Presto era il tramonto, e qualche invito in una terraza, per una caña, verso Chamberì. Erano passati dieci anni, ma alla fine la mia Chopera l'avevo trovata, e con lei avevo riscoperto il calcio spagnolo vissuto per strada. Non era la prima volta, c'erano già stati dei precedenti. Prometto che ve ne parlerò. Domani, intanto, appena arrivo a Madrid, lascio le cose in albergo, mi faccio una doccia e poi già sapete dove correrò. Non sia mai che riesco a vedermi almeno l'ultimo gol della giornata.

10 commenti:

  1. Che spettacolo sto blog pura poesia calcistica.
    CONTRABBANDINO

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  2. Caro Dionigi,

    grazie per questo bel contributo!!!! io de El Retiro ho altri ricordi, ma come per l'episodio di Bargiggia, il racconto é passibile di querela. Meglio a voce quando ci incontreremo.
    Comunque, per favore, quando passegggerai per La Latina ed incontrerai il premio Oscar Santiago Segura, avvicinati e digli: "senor Torrente, saludos de parte de su amigo El Fornaretto".

    Grazie e a presto,

    Il Fornaretto

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  3. Al parco "de el Retiro" ho passato la domenica più fiera della mia vita, un intero pomeriggio allungato sul prato a riassaporare le emozioni(se vogliamo cosi' banalmente chiamarle) della nottata passata tra il Bernabeu e Plaza del Sol...sdraiato sul prato, con davanti agli occhi una rassegna stampa (qui ci cade a pennello) internazionale, tra Gazzetta, Marca e As...cercando di realizzare cosa fosse successo, vedendo e rivedendo le immagini della Coppa nelle nostre mani,era tutto troppo perfetto per essere vero, invece...

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  4. ...invece che? hanno abusato di te?
    succede anche questo al Retiro.

    Il FOrnaretto

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  5. invece...era tutto vero...

    P.S. più che essere abusati veniva voglia di abusare :)

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  6. Grazie Dionigi... una pennellata straordinaria... che ricordi, che emozioni... davvero bello!
    Credo di avere vissuto la mia prima partitella di calcetto in Spagna alla tua stessa maniera... tra una resaca per l'ultima bevuta ed una palletta che pesa un casino e non rimbalza mai...
    Buona Chopera!

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  7. "Questi spagnoli giocavano bene cazzo, tutti passaggetti, corse dietro l'uomo, finte e tiri improvvisi."

    mi hai fatto venire mente che ai lati dell'isola tiberina ci sono due scalini che formano una sorta di vortice dove rimangono improgionati tutti i palloni calciati in acqua......dai numerosi circoli sportivi del Tevere.....questo perchè anche a calcetto in Italia spazziamo al minimo pericolo......vuoi mettere con i passaggetti??

    comunque se cercate dei palloni a Roma....ora sapete dove trovarli....il problema magari è recuperarli...........

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  8. Fornaretto vogliamo l'episodio con Bargiggia! (conosciuto anche come "Shaggy" di Scooby Doo)

    markovic

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  9. Non me lo provocate il Fornaretto altrimenti qui ci chiudono il blog...a parte gli scherzi ora ovviamente devi raccontarci tutto, magari usa qualche perifrasi allegorica...
    Questa volta non l'ho incontrato Santiago Segura però sono stato a una mostra stupenda che ti sarebbe piaciuta dedicata al movimento dei "quinquis de los ochenta", ovvero quegli adolescenti delinquenti come el Vajilla, el Torete, el Lobato, cresciuti nei quartieri-spazzatura costruiti in fretta e furia dal regime negli anni sessanta per far sparire la vergogna delle chabolas (forse qualcuno ne ha sentito parlare delle Scampie spagnole, come La Mina a Barcellona, San Blas a Madrid e la terribile Ortxatxoaga a Bilbao), entrati nella leggenda soprattutto cinematografica (grandi film come La estanquera de Vallecas, Perros callejeros, Navajeros, El pico, Colegas, Violadores del amanecer), una sorta di equivalente dei poliziotteschi italiani, solo di qualche anno più in là. Insomma quinqui è l'aggettivo dell'estate.

    Per la cronaca, giovedì pomeriggio alla Chopera non giocava nessuno. Faceva troppo caldo. Era comunque molto, molto bello.

    ps Nesat, davvero letteraria l'immagine che hai tirato fuori..mi ha ricordato quella di un libro che avevo letto qualche tempo fa che girava intorno a questo albero, sul ciglio di una strada del deserto del Nevada, sui cui rami venivano lanciate paia di scarpe, non si sa perchè.

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  10. Ancora meglio: un campo vuoto.

    Che bel disegno, Dionigi. Prometto di replicare, a breve, se lo permetterai.

    @ Nesat, da noi, invece, i palloni finivano in rotonda. Per la grande gioia dell'automobilista di turno..

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