giovedì 13 maggio 2010

Pak Doo Ik, o dell'immaginazione

Quando seppe che Ayresome Park era stato abbattuto, nel 1997, Loretta Wintersgill, figlia unica di una famiglia benestante di Middlesbrough, provò un rammarico che non riuscì a scacciare nemmeno raddoppiando la dose di panna da sciogliere nel caffè, in quel mattino battuto da venti di terra e scrosci di pioggia gelida.

Il rosso delle tettoie e i cori dei tifosi invadevano la sua stanza arredata con gusto, nel quartiere operaio che per lei, molti anni addietro, aveva significato il distacco dai rituali di un educazione ossessiva.

Fu all’incrocio con Brompton Street che, per la prima volta (doveva essere il 1964), si rese conto che non le dispiaceva il rossetto in disordine, mentre da un juke-box, esposto fuori un negozio di attrezzature da pesca, qualcuno invitava una donna a chiudere gli occhi, promettendo che domani le sarebbe mancata.

Nei primi di luglio del 1966, passeggiando in Devonshire Road, all’ombra dell’albero secolare, vide undici uomini disposti in un semicerchio nitido, come se il tronco altissimo della quercia fosse la punta di un compasso calato dal cielo.

Colpì Loretta l’automatismo dei gesti, la sincronia fluida dei movimenti. Sebbene fosse chiaro che si stessero allenando, non c’era preparatore atletico a guidarli nelle estensioni e nelle acrobazie con cui suscitavano l’ilarità dei passanti, stupiti quanto lo sarebbero stati a osservare uno stormo di fenicotteri o una tribù di tagliatori di teste.

Dietro gli occhi sottili, la mente era fissa su un comune ordine interiore, da cui scaturiva la gestualità seriale e quasi danzante degli esercizi. Loretta oggi non sa se fu la malinconica predisposizione di un’estate pigra di amori, ma ricorda benissimo che quando incrociò lo sguardo di uno degli uomini vestiti di rosso, su quell’ordine nascosto le si aprì una trasparenza sconfinata.

Vide il comando che transitava verso il braccio, precipitato sulle caviglie per portarle su dietro la schiena. Vide la schiena attenta in ogni sua vertebra. Vide una stanza con pochi mobili, una sveglia, un tavolo, un mazzo di fiori appassiti. Vide dieci milioni di stanze, custodi di un intimità ovunque uniforme: dai buchi della serratura, dalle fessure sotto le porte, spiò per milioni di volte gli stessi suoi gesti, la sveglia discreta, la radio sulla frequenza delle acclamazioni, l’abito tiepido del giorno prima, la busta del riso, i torsoli di mela arrugginiti nello smaltimento condominiale.

Per le strade, nelle campagne, studiò i dettagli di un’immaginazione maniacale e composta, sfrenata e algida, vide la realtà supina a ogni suo iperbolico capriccio. Pensò Loretta all’efferatezza dei sogni, in cui tutto è piegato ai nostri desideri. Sentì con le sue orecchie i discorsi patriottici delle autorità sportive, lesse i nove volumi del manuale di comportamento, imparò a memoria gli allegati, perfezionò l’accordo di sesta da intonare nella penultima frase dell’inno.

Si inebriò di orgoglio e onore, di responsabilità e devozione.

Prese l’aereo da uno scalo militare. A Londra, furono oscurati i finestrini del pullman, perché l’opulenza della città non offuscasse la mente degli atleti. Si alzò quella mattina nel cuore di Middlesbrough alla sveglia impartita dagli organizzatori, non assaporò una colazione frugale, contò i passi dei giri di campo, proseguì per la ginnastica sotto la quercia e vide ciò che mai avrebbe dovuto vedere: vide i suoi occhi guardare i suoi occhi e sentì crollare quell’ordine interiore, in un solo istante ne fu certa, un crollo assoluto, invisibile, senza rumore.

Nel silenzio del dormitorio, sulla cima del letto a castello, decise di creare una seconda crepa nell’immaginazione. Ormai sapeva che per provocarne il fallimento doveva coprire ogni dettaglio, estenderla all’inverosimile. All’inizio non fu semplice, forse perché il terzino parlava nel sonno. I novanta minuti della partita gli sembrarono racchiudere una frazione di eternità, incolmabile per il suo ingegno. Così, all’esordio, l’Unione Sovietica chiuse subito i giochi: due a zero alla fine del primo tempo, tre a zero alla fine, congratulazioni dalla Capitale per una sconfitta che era servita alla causa del Popolo.

Tre giorni dopo, col Cile, agitandosi nella branda, giocò e rigiocò innumerevoli volte la stessa partita. Per ogni passaggio si mise a prefigurare il seguente, disegnò le traiettorie dei cross per i balzi famelici dei sudamericani. Gli sfuggì solo l’incursione per vie centrali che provocò il calcio di rigore al ventiseiesimo del primo tempo.

Conosceva la schiettezza del calcio cileno. Quando si trattò di difendere il risultato, alle (magre) soluzioni offensive dei compagni di squadra contrappose argini fin troppo robusti. Già disperava, ma a due minuti dal termine la partita prese la piega dell’inaspettato. Dopo una serie di rimpalli, la Corea raggiunse il pareggio che non mancò di incuriosire la calma estate di Middlesbrough.

La partita con l’Italia valeva il superamento della fase a gironi. Se dal fraseggio del Cile non era difficile sviluppare le premesse implicite nel suo essere uguale a se stesso, il genio individuale dei calciatori italiani apriva un numero illimitato di ipotesi. Quella notte si costrinse a sognare la partita perfetta: confinò al di là dell’immaginato sbavature e incertezze, unì all’estro di Rivera le doti realizzative di Mazzola, le geometrie agili di Bulgarelli. Accentuò, per quanto possibile, il tratto italiano della difesa.

Così accadde che la sera del diciannove di luglio del 1966, nelle brume di Middlesbrough, l’Italia giocò senza nerbo, né coraggio, né fantasia. La realtà sembrò assecondare il suo piano, perché al quarantaduesimo del primo tempo si ritrovò sul piede una palla anonima e la trasformò in un diagonale vincente alla destra di Albertosi. Con un’esultanza incredula, con un senso di libertà inesprimibile, si voltò verso la tribuna laterale per cercare ancora i suoi occhi. Ma lei non c’era già più. Non poteva (non voleva) immaginare, sulle gradinate di Ayresome, che cosa le avrebbe fatto paura.

4 commenti:

  1. Questo racconto a me è piaciuto tantissimo.

    Chissà che caos aveva nel cuore quando ha visto che la rete si gonfiava..

    10 secondi di gioia dopo tanto silenzio e regole.

    Si, meglio un attimo che sempre.

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  2. Letto, apprezzato e condiviso.

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  3. Bellissimo e dolcissimo racconto, che ho dovuto -è stato un piacere- rileggere più volte, per apprezzarne le sfumature, le allusioni e la mimesi degli io narranti (sono dovuto ricorrere anche a Bostero, per questioni di ermeneutica). Nelle tinte pastello e nei sentimenti appena accennati mi ha ricordato il Nick Hornby della sceneggiatura di An Education.
    Anche questa storia è una fugace educazione sentimentale, di una donna, di un calciatore, di un paese. Solo per noi, fino a ieri, era invece un marchio d'infamia.

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  4. Questo tuffo nel 1966 mi ha indotto, tra l'altro, a un'immersione nei beatles tendenza mccartney

    http://www.youtube.com/watch?v=y6yCqoOC2vg&feature=related

    dove gli fanno vedere una sciarpa del liverpool, mentre credo che sia tifoso dell'everton.

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