venerdì 28 maggio 2010

Punto B

Il Lecce sciupa il terzo match ball per la serie A. Se nella prima occasione non dipendeva direttamente dai salentini,ma dai risultati delle dirette concorrenti,la clamorosa sconfitta interna con il Cesena di una settimana fa(con il quale bastava un pareggio) e lo stop di questa a Vicenza(0 a 0), in un match in cui ha dominato la paura di perdere delle 2 squadre,non danno ancora la matematica certezza ai giallorossi di tornare dopo una sola stagione nella massima serie. Nell'ultima di campionato gli uomini di De Canio,affronteranno il Sassuolo,ai salentini basta un solo punto per avere la certezza della promozione(l'ottava dal 1985) e del primo posto(mai arrivati primi in serie B).
Il Sassuolo ovviamente lotterà per mantenere la quarta posizione ed avere così un importante vantaggio nei confronti della quinta e della sesta classificata durante gli spareggi promozione. Il Sassuolo non ha mai lasciato le posizioni che contano in questo campionato,sognando l'approdo diretto in A,ma accontentandosi nel finale dei play off,sfuggiti per una manciata di punti la scorsa stagione. I neroverdì arriveranno al Via del Mare forti della splendida vittoria conquistata al Braglia contro un ottimo Empoli. Piccola chiosa proprio sui Toscani. La rosa è onestissima e Campilongo è un ottimo allenatore,se non svendono i pezzi migliori e soprattutto confermano il mister,il prossimo anno l'Empoli è una delle candidate alla serie A,mettendo in conto la scontata cessione di Eder(capocannoniere della B)ormai maturo per una medio/piccola in serie A(personalmente comunque impazzisco per bomber Coralli). La prossima giornata metterà di fronte anche Padova e Brescia. I lombardi secondi in classifica,sono costretti a vincere per respingere l'assalto da parte del Cesena e conquistare la promozione diretta, assicurandosi dopo 5 anni il ritorno nella serie maggiore. Ottimo il lavoro svolto da Beppe Iachini,vero valore aggiunto delle rondinelle,splendido l'apporto del figliol prodigo Caracciolo che con 23 reti è tornato lo spietato disarmonico attaccante di qualche anno fa. Allo stadio Euganeo non sarà assolutamente una passeggiata,visto che ora come ora il Padova è una delle due squadre destinate al Play out. Padova in timida ripresa che però rischia seriamente la C diretta dopo un solo anno,visto il misero punto che lo divide dal Mantova attualmente virtualmente retrocesso in lega pro. Parlando dei virgiliani non si può nascondere il rammarico di vederli così in basso e così a rischio retrocessione. Il piccolo brasile dopo avere ripetutamente sfiorato la A e averla persa nel "Dubbio" spareggio contro il Torino è la principale candidata a raggiungere Salernitana e Gallipoli nel terzetto delle bocciate,sembra infatti improbabile un exploit in quel di Ancona. I dorici registrano invece un crollo verticale clamoroso,dalla speranza di una promozione diretta ad un finale da palpitazione,con rischio play-out(gia disputati l'anno scorso contro il Rimini). Pesa come un Macigno il rigore al quinto minuto di recupero(realizzato dal pupillo di Dionigi Della Rocca) che ha permesso alla Triestina di vincere lo scontro diretto proprio contro il team di Salvioni. La Triestina è attualmente destinata allo spareggio salvezza. Stagione travagliata per gli alabardati,che per tradizione,tifoseria e stadio(Bellissimo il Nereo Rocco) meriterebbero quanto meno una tranquilla metà classifica. L'ultimo impegno stagionale per i friulani sarà con il Frosinone non ancora matematicamente salvo. Strana la stagione dei ciociari,bellissimo il gioco messo in mostra nella prima parte della stagione,deprimente quanto fatto vedere nella seconda fino all'esonero di Moriero. Già in C la Salernitana,stagione massacrante per i campani,sei punti di penalizzazione sul groppone e ultima posizione mai lasciata,insieme ai granata,dopo una sola stagione,torna in lega pro il Gallipoli. Abbiamo già parlato delle condizioni da terzo mondo,non abbiamo parlato però dell'esonero del principe Giannini,dopo il suo allontanamento a favore di Ezio Rossi,i salentini sono crollati miseramente,ceduti i giocatori più importanti e cacciato l'allenatore che teneva insieme quel che rimaneva di un gruppo,viene il pensiero che questa sia una retrocessione pilotata dai vertici della società. Se per quanto riguarda le retrocessioni(dirette) manca solo un nome,anche per le promozioni(sempre dirette),ammesso sempre che il Lecce non si suicidi,manca una squadra. Oltre al già citato Brescia,attualmente piazzato in seconda posizione,in cora c'è ancora il Cesena di Bisoli. Poco da dire sui romagnoli,in assoluto la sorpresa della B. Giovani interessantissimi,come: Volta,Malonga e quello che per me è il nuovo Hamsik,ovvero Schelotto(non per caratteristiche ma per rapporto qualità prezzo). Bisoli è il miglior allenatore della serie cadetta,esprime un bel gioco ed è ben voluto dai giocatori. L'ultimo ostacolo non è rappresentato solo dal Piacenza(ormai tranquillo),ma anche dal risultato di Padova,senza dubbio il Cesena per quanto fatto vedere con la rosa a disposizione,merita il ritorno in A dopo ben 20 anni. Partita più interessante della domenica sarà quella tra Torino e Cittadella. Con la vittoria il Torino si porterebbe in quinta posizione,migliorando l'attuale situazione ed evitando al primo turno la terza classificata(Brescia o Cesena). Il toro più esperto in determinate situazioni,potrebbe sfangarla,dopo un annata deprimente. La qualità della rosa è superiore alle altre,ma i granata non riescono a trovare pace,la tifoseria è esasperata e il regno di Cairo in caso di mancata promozione potrebbe giungere al termine. Al Cittadella invece basta un pareggio. Incredibile la stagione dei veneti. Destinati ad essere invischiati nella lotta per non retrocedere,a suon di vittorie e di goal si sono sorprendentemente ritrovati in lizza per la A. Infine chiudo con le due deluse. Il Grosseto,tranquillamente in corsa fino allo scellerato esonero di Gustinetti da parte del presidente Camilli. Per come è andato il campionato,con la conferma di Gustinetti,ora come ora probabilmente i toscani lotterebbero con cesena e Brescia per la seconda piazza. a parziale scusante,l'infortunio di Pinilla(miglior giocatore della B)decisivo in quasi tutte le partite disputate dai maremmani. Chiudo infine con la gradita sorpresa tra i cadetti,dato per spacciato ad inizio stagione,costruito dai prestiti e affidato ad un tecnico che non aveva mai disputato la B,il Crotone ha scalato la classifica sfiorando il sogno play off. Artefice di tutto questo Franco Lerda,allenatore da tenere d'occhio e che gia aveva sfiorato il miracolo con la Pro Patria un anno fa in lega pro. Previsioni personali. Lecce e Sassuolo probabilmente chiudono in pareggio,il che darà al Lecce la Promozione e al Sassuolo la certezza del quarto posto. Il Brescia non riuscirà a vincere con il Padova mentre il Cesena supererà agevolmente il Piacenza(anche se questa è più una speranza),quindi promozione diretta per i romagnoli. Torino-Cittadella è da tripla,probabilmente una volta tanto uscirà fuori il vecchio cuore granata. Ai Play off,vedo favorito il Sassuolo e lo stesso Torino. A parer mio la terza classificata non salirà. In coda dovrebbe rimanere tutto così,con il Mantova in lega pro e lo spareggio salvezza tra Padova e Triestina.

giovedì 27 maggio 2010

La fede dei nostri padri

Ho sempre pensato che un giorno, vicino o lontano, mi sarebbe piaciuto portare i miei figli maschi allo stadio con me. Condividere il rituale della domenica con i propri eredi, uscendo di casa con i panini nello zaino, parcheggiare dietro Piazza Mancini per poi incamminarsi mano nella mano lungo Ponte Duca d’Aosta, comprare due Borghetti e discutere della possibile formazione e delle tante occasioni perse nel corso della stagione, e finalmente arrivare di fronte all’ingresso della Tribuna Tevere. Ebbene, ho sempre ritenuto questa possibilità di un romanticismo estremo. Il calcio dentro casa mia non ha mai avuto tanto spazio nelle conversazioni quotidiane. Mio padre è l’anticalcio per eccellenza, e per sua disgrazia si è ritrovato un figlio malato di Roma, a causa di una babysitter speciale che gli parlava sempre del nipote abbonato in curva Sud. Un altro personaggio che ha avuto un ruolo fondamentale è stato il fornaio dietro casa mia, oggi ottantaduenne, un tempo abbonato vitalizio della Roma. Uno di quei personaggi a cui i tifosi giallorossi devono tanto, avendo contribuito personalmente alla salvezza della società quel giorno al Teatro Sistina. È con lui che ho cominciato ad andare con una certa frequenza allo stadio. Erano i primi anni novanta, tribuna Tevere centrale, per tutti io, più o meno 10 anni, ero il Fornaretto. Arrivavamo presto, mangiavamo i nostri panini, e durante l’attesa io ero l’unico studente di un gruppo di professori romanisti che mi deliziavano con lezioni gratuite sulla storia della Roma. Campo Testaccio visto dai loro occhi di bambini appollaiati sul Monte dei Cocci, Amadeo Amadei il vero Fornaretto di Frascati, Ciccio Cordova dalla Roma alla Lazio, la Roma di Anzalone e Dino Viola, Agostino e Falcao, per poi concludere sulla finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool. Per molti di loro, la storia finiva lì. Ero già un po’ più grande, ma neanche troppo, quando in occasione di un Roma-Inter, dissi che speravo in una vittoria della Roma contemporaneamente ad una sconfitta della Lazio. Non scorderò mai la risposta del mio professore preferito: “A Fornare’, e tu vvoi scopà con un dito ar culo!”. Dunque, dicevo che quegli anni e questi personaggi mi hanno forgiato calcisticamente, e se vogliamo anche un po’ caratterialmente. Sono loro che mi hanno fatto capire cosa volesse dire essere tifosi di questa squadra, parlandomi delle sue tradizioni e dei suoi incredibili personaggi. L’altro giorno ripensavo proprio a queste cose quando sono arrivato alla triste conclusione che i miei figli li farò giocare a pallanuoto e non li porterò mai allo stadio con me. Innanzitutto perché si deve cercare di regalargli una vita migliore rispetto alla nostra, con meno sofferenze e rimpianti. Probabilmente vedere mio figlio tredicenne, che dopo un Roma-Slavia Praga qualunque, si chiude in camera a piangere per colpa di una malattia che gli ho trasmesso io non mi farebbe stare bene. Quando mi capita di vedere quegli stupidi film adolescenziali dove ragazzini disperati smettono di mangiare, camminano per ore sotto la pioggia e si rovinano l’esistenza per colpa di un fidanzamento non riuscito, mi viene da sorridere. Io non sono mai stato così. Le sofferenze patite per colpa delle donne sono incomparabili con le lacrime versate – le ultime, ahimè pochi giorni fa – per la mia squadra del cuore. Poi è una questione di cattivi esempi. Come potrei far avvicinare queste creature ad uno sport che in Italia dopo essere stato gestito per anni da un mafioso è oggi dominato da un presidente minus habens che grazie alla sua faccia poco intelligente fa credere di essere una persona pulita. E che dire della mia presidentessa, grandi stipendi per tutta la sua famiglia, mogli, cognati, nipoti e badanti. E noi continuiamo a comprare l’abbonamento per permettere a questi signori di continuare a fare una vita agiata. Mio padre mi avrebbe dovuto prendere a bastonate invece di portarmi – controvoglia – al Roma-Bari del settembre ’90, per intenderci quello del Lipopil a Peruzzi e Carnevale. Avrei dovuto capirlo da subito che non era aria. Invece a distanza di ormai vent’anni continuo ad aggirarmi con i miei amici Olivo e Ale nei pressi dell’Olimpico, fermandoci sempre dallo stesso signore che ci vende i Borghetti – il grande Augusto, una vita passata a soddisfare le necessità alcoliche dei tifosi romanisti – ed entrando nel nostro settore ogni volta in condizioni psicofisiche precarie. Ancora mi emoziono come fosse la prima volta quando sento l’inno all’ingresso delle squadre in campo, mi piacciono le bandiere che sventolano, i fumoni e le torce, le imprecazioni del mio vicino di posto ed i cori di scherno nei confronti degli avversari ormai battuti. Non sto nella pelle ogni volta che vinco un derby, ed esco dallo stadio, felice ma distrutto, in trepida attesa del messaggio che mi manderà il mio amico Adone di Ostia che immancabilmente mi farà ridere a crepapelle. La domenica continua ad essere l’unico giorno della settimana in cui non ho bisogno di usare la sveglia. Come quando avevo otto anni, mi sveglio da solo, in tempo per andare a sostenerla. Per inciso, dal lunedì al venerdì, ogni mattina uso tre sveglie diverse. Mi incammino, incontro i miei compagni di viaggio, un paio di Borghetti lungo il ponte e alla Palla, sorridiamo, godiamo del sole che c’è ogni volta che la Roma gioca in casa, ed entriamo. Poi si può vincere oppure perdere, ma non è tanto questo ciò che ci interessa. L’importante è che ci permettano ancora di proseguire con i nostri rituali e le nostre abitudini, perché il tifo è amore e per comprare un biglietto è assurdo che si debba presentare il proprio certificato di nascita, accompagnato da codice fiscale e dichiarazione dei redditi. Ma, è vero scusate, questa è un’altra storia e comunque, io, i miei figli li faccio giocare a pallanuoto!

lunedì 24 maggio 2010

Tangerine Dream

While The Special One, Jose Mourinho, was conducting the European media in Madrid before the Champions League final, the English season’s best story was unfolding in Wembley, London. The Tangerines, aka Blackpool FC, a team which is based in a town of the same name on the Lancashire coast in England’s north west, was involved in the Championship play-off final. It is a club best known for Sir Stanley Matthews - arguably the most complete player the country has ever produced - who ran out in the club’s orange and white in 1947; it is a town made infamous for its heroin problems, its social depravity and its former position as the holiday destination for working class northern Englishmen and women to ride donkeys on the beach and scoff fish and chips on the pier. The play-off match is said to be worth £90million to the winners. The cash comes with promotion to the Premier League and a season hosting Sky TV cameras plus all the tawdry glitz of the glamour clubs. But a ‘season’ is what most can expect. Of the last 19 clubs promoted to the Premier League from the Championship, 12 have been relegated back to where they came on the first attempt. The Tangerines (so called because their home shirts have a striking resemblance to the citrus fruit) play in a small ground called Bloomfield Road, which holds only 12,555 people. Sadly, as with so many grounds in England, its character has been ripped out. Once a fiery, unwelcoming cauldron, tucked away among traditional Lancashire two-up-two-down terraced houses and where trouble outside the ground was a familiar welcome, the ground is now all-seated on three sides, and epitomises all the sanitised homogeneous aesthetic of modern football. Luckily, the club’s manager is a vision to the past. He is one of two reasons the club’s promotion is fascinating. A man from the West Country city of Bristol, where the locals have a reputation for drinking too much cider and rolling about in the hills, Ian Holloway is from the Brian Clough mould: his press conferences are often riotous affairs, full of original ideas, brilliant lines and humour; he is a journalist’s wet dream. His Blackpool team try to play the beautiful game, too. Its ethos takes the best British ideals - hard-work, team spirit, a positive and attacking approach, with the midfield players always looking to get into the other team’s 18-yard box - and combines it with continental Europe’s desire for passing, quick movement and ground-floor football. That approach, risky but often beautiful, plus a little luck, sealed the team’s promotion. Saturday’s game was the epitome of everything Holloway preaches. The opposition, Welsh club Cardiff City, a team looking to be the first non-English team in the Premier League, has a reputation for its ultras. A BBC report in 2004 stated the club had more fans banned than any other club, and, in 2002, against another club famed for its hooligans, Leeds United, a riot took place on the pitch after Cardiff’s then chairman, Sam Hamman, called the English media racist (at Welsh expense). Blackpool beat Cardiff by three goals to two after going behind twice - testament to The Tangerines' team spirit. It was a victory for Holloway’s vision for attractive football over Cardiff’s traditional - if you can’t beat ‘em, kick ‘em - style. But what next for Blackpool, the team which in 2007 was in League One, in 1983 was bottom of the entire four divisions and was last in the top division in 1966? Take a risk, invest money in new players in the hope of staying up, but with the risk of being relegated with a debt that could bankrupt the entire club and send it spiralling - as happened with Leeds United, Sheffield Wednesday, Bradford City, Nottingham Forest, Leicester City and looks likely to happen with Hull City - back down to the depths of League One? Or play safe, take the money, enjoy a year in the spotlight, then resign itself to an inevitable relegation in the hope of coming back stronger in two or three years, as Burnley has done the season just passed? Whichever, Blackpool is the Premier League club to watch next season - if not for its ambition and footballing approach, then for Ian Holloway’s press conferences and quirky interview pranks. --

venerdì 21 maggio 2010

Funny time of year

Questo è un periodo strano dell'anno, punteggiato di nostalgia e inquietudine con la stessa dolcezza con cui le lentiggini impreziosiscono il viso di Julianne Moore in A single man. La tessera dell'abbonamento è stata appena messa via, riposta in un cassetto insieme alle altre dieci che l'hanno preceduta. Per qualche mese le domeniche, come gli stadi, saranno mute, private della consolante certezza di poter ripetere quasi meccanicamente quei gesti di felicità semplice e antica, accanto a dei volti in fondo sconosciuti ma che, in realtà, mi capiscono meglio di molti altri. Dal tramonto di un campionato all'alba del successivo c'è una lunga notte da affrontare, buia come un inverno berlinese. D'altronde, come cantava qualcuno, agosto è il mese più freddo dell'anno, almeno calcisticamente parlando. Questa volta poi le candele accese fanno una luce fiochissima.
A breve ci aspetta l'ultimo atto del tanto agognato trionfo interista, una Santissima Trinità annunciata ai quattro eventi ed ormai ineluttabile, con tanto di altrettanto scontatissima deificazione giornalistica (riabilitazione post-mortem?) di Josè Mourinho e fuga dello stesso verso lidi più piacevoli, nei quali i giornali sportivi servono solo per accompagnare distrattamente gli occhi mentre la bocca è intenta a gustare il pincho de tortilla delle dodici. Difficile ricordarsi un'altra occasione in cui una squadra italiana (?) giunta in finale sarà così poco tifata dai propri connazionali, se non proprio osservata con indifferenza; ma d'altronde ognuno è libero di seminare quello che vuole, tanto l'erba cresce lo stesso, almeno finchè non ha di meglio da fare.
In tutto questo sono già iniziati i movimenti da balera del calciomercato. Ci aspettano tre mesi di titoli sensazionalistici che annunciano colpi ad effetto che, se fossero tutti veri, l'anno prossimo tutte le squadre avrebbero rose di centotrenta giocatori. E' un teatrino che conosciamo bene, da una parte divertente (già si può iniziare a speculare sull'accoglienza che i numerosi locali brasiliani di Roma sud stanno preparando per l'Imperatore, ormai dato per certo sulle rive del Tevere), dall'altra avvilente (chissà quanti altri nomi verranno accostati alla mia squadra, e alle nostre squadre, per poi vederli svanire come puntarelle a centro-tavola). Un teatrino che tutto sommato non mi appassiona più tanto perchè, e non pensavo che l'avrei mai detto, mi sto facendo vecchio, e con questo mi sto rendendo conto che i giocatori non sono poi così importanti, non esiste partenza che sia un dramma, non esiste mancato arrivo che sia una tragedia, te dirè mil cosas por las que llorar. L'importante è che non spostino lo stadio, non chiudano l'agenzia ippica, non cambino le birre, non abdichino alla stanchezza del tifo i nostri vicini di posto. E quindi sì, seguiremo con puntiglio e curiosità i trasferimenti, le voci e le formazioni scritte sulla carta con i nomi dei nuovi giocatori in neretto, ma non ci appassioneremo più di tanto, non come quando eravamo piccoli almeno, con i ghiaccioli gocciolanti che, in spiaggia, macchiavano le pagine del Corriere.
Ma la luna piena di questa notte è senz'altro rappresentata dal Mondiale che si avvicina. Anche lì, è irrequieta la consapevolezza di osservare la dinamicità del passto, di rendersi conto che nessun'altra vittoria ci renderà più giovani. Mi appiglio ai ricordi dei Mondiali trascorsi e mi scopro diverso, non più sul trampolino dell'estate, con la mente rivolta al relativo esotismo (mentale più che altro, con tutte quelle ore passate a non far nulla) delle vacanze, ma impelagato in una grande capitale senza un vero lavoro e, in fondo, senza età. Il gol di Schillaci contro l'Irlanda fu vissuto in un grande salotto di una villetta affittata a Fregene, un salotto polveroso, con grossi mobili fuori luogo e un'atmosfera fané da seconda casa trascurata, e ricordo una corsa verso la cucina, per un corridoio lungo come il grido di gioia di Totò. Quando cacciarono Zola contro la Nigeria scoppiai in un pianto a dirotto nel retro della farmacia di un mio parente, una farmacia sperduta a Castorano, e quelle lacrime hanno bagnato le Marche come neanche le alluvioni di quell'estate. Per fortuna il padre di Edoardo e Giorgio riuscì poi ad aggiustare una rudimentale antenna e a consentirci di godere della gomitata di Tassotti a Luis Enrique comodamente seduti nel salotto di casa. La doppietta di Baggio in semifinale fu un'allucinazione nella stanza da letto caprese, l'emozione fugace che l'ultimo fuoriclasse di questo paese ci ha saputo regalare. Il mondiale francese fu l'agonia di una squadra orrenda, paurosa, retrograda, guidata dal peggior allenatore che io ricordi, con il più talentuoso numero dieci italiano (il Pupone degli anni zemaniani, e chi se no) costretto a guardarsela da casa, come me, mentre Alex Del Piero, tanto per cambiare, faceva scempio del gioco del calcio; ma soprattutto fu l'agonia di un Mondiale vissuto con la varicella, recluso in una casa di Ansedonia, il mio personalissimo sanatorio veneziano in cui, come Gustav von Aschenbach, mi lasciai morire in poltrona di fronte al rigore di Di Biagio che si stampò sulla traversa, mentre sulle mie braccia scheletriche le punture delle zanzare che infestano la palude di Orbetello si confondevano senza soluzione di continuità con i segni della malattia. I pazzi orari di Giappone e Corea, a braccetto con i pazzi pensieri di Byron Moreno (quanto l'ho odiato, per Dio!) e i pazzi rimpianti per non aver vinto con la squadra più forte del decennio (così come Euro '96 lo era stato per il decennio precedente) li vivemmo nel salotto e nel terrazzo di Giovanni, tra una chiacchierata e l'altra sul calcio e sull'incipiente vita universitaria e infinite partite di Scudetto con un Solskjaer a Cagliari grande così. Al gol di Grosso contro la Germania tutto il Barrio Gotico di Barcellona si abbracciò in un'enorme stretta affettuosa e metropolitana, lasciandoci senza più fiato e senza più lacrime, mentre una lunga e decadente estate della maturità (esistenziale e sentimentale, non scolastica!) ci attendeva inerme come una puttana distesa sul letto di un hotel, con la sigaretta in bocca, le calze abbassate e i capelli incastrati nella spalliera.
Questa volta invece l'estate è solo un sfogliar di mesi sul calendario, non ci sono guide da comprare nè lingue da rispolverare; e il Mondiale, visto lo squallore da portineria dei giocatori che stanno per partire per il Sudafrica, si prospetta come il meno accattivante possibile. E' proprio un periodo strano dell'anno questo qui, a funny time of year, come sussurra Beth Gibbons, un'altra che di lentiggini ne capisce. I can see/there'll be no blossom on the trees. Almeno fino al prossimo autunno.

martedì 18 maggio 2010

Passeggiata in salita

In questi giorni in cui alla roma non sono rimaste che le briciole e qualche ferita da leccarsi, voglio ricordare una vecchia storia dai più dimenticata, o forse a stento conosciuta. Come spesso ribadito nel nostro amato LB, la storia giallorossa può tranquillamente rappresentare lo stereotipo del calcio lacrimoso e liquoroso che cerchiamo di raccontare, intriso di cocenti delusioni e rare ed episodiche vittorie, che di conseguenza assurgono a leggende e come tali si perdono tra la sottile linea che demarca la distanza tra verità e finzione. In pochi sanno che la prima squadra italiana a conquistare una coppa europea è stata proprio la Roma. Paradossi della storia. Proprio la Roma, che di successi europei da allora non seppe più neanche ricordarne gli odori, fece da apripista per la gloriosa storia europea del calcio italiano.
Fu il tanto amato Capitan "Core de Roma" Losi l’11 ottobre del 1961 al alzare davanti il pubblico dell’Olimpico la Coppa delle Fiere.
Il cammino europeo era iniziato il 4 ottobre del 1960 a Bruxelles contro l’Union St. Gilloise con uno scialbo 0 a 0. Su questa squadra ed il suo fantastico declino mi riservo di scrivere qualcosa quanto prima.
Al ritorno, il 1° novembre del 1960, la compagine giallorossa rifilava ai belgi 4 reti (Lojacono, Giuliano, Manfredini e Menichelli) per il 4 a 1 finale che regalava alla squadra della capitale l’accesso ai quarti di finale della competizione europea.
Nei quarti di finale dopo il successo in Germania ai danni del Colonia per 2 a 0 con reti di Manfredini e autorete di Stollenwerk la Roma si faceva rimontare nel ritorno dell’Olimpico le due reti di differenza ed era dunque stata costretta ad affrontare i tedeschi nuovamente: a Roma, il 1° marzo del 1961, si ripeteva lo stesso risultato degli ottavi, 4 a 1 con doppietta di Manfredini, poi Lojacono e Pestrin.
La semifinale di andata andava in scena ad Edimburgo, contro l’Hibernians, gli acerrimi rivali degli Hearts, dove il risultato si fermava sul 2 a 2 con doppietta di Lojacono. Al ritorno sempre risultato di parità: 3 a 3 con doppietta di Manfredini e ancora Lojacono.
Il calcio era roba da uomini veri allora, e dunque si procedeva con l'ennesimo spareggio, all’Olimpico, il 27 maggio 1961. Per la cronaca, la partita finiva in goleada, 6 a 0 per la Roma con quattro gol di Manfredini (capocannoniere del torneo con 13 goal), poi Menichelli e Selmosson.
E così si arrivava in finale.
L'andata, il 27 settembre 1961, si disputava allo Stadio St. Andrews di Birmingham, Birmingham City – Roma 2 a 2 con doppietta del solito Manfredini.
In panchina per gli inglesi sedeva Gilbert Harold "Gil" Merrick: storico portiere con più di 600 partite alle spalle, una sorta di totem per i Blues.
L'11 ottobre 1961, allo Stadio Olimpico di Roma, Roma – Birmingham City terminava 2 a 0, con autorete di Farmer e Pestrin al 90°.
La Roma trionafava davanti a 50.000 tifosi romanisti. Per onor di cronaca, la formazione era la seguente.
Cudicini, Fontana, Corsini, Pestrin, Losi, Carpanesi, Orlando, Lojacono, Manfredini, Angelillo, Menichelli
Chi era presente allo stadio - tra i quali il Sig. Franco, pizzicagnolo a cento metri da casa mia ed a cui dedico questa breve passaggiata - racconta di un tripudio generale davanti a capitan Losi che fa il giro d’onore con la coppa in mano. Racconta di un testaccio incredulo e di un Manfredini che, a quanto raccontano, non riuscì per mesi a pagare una cena in un ristorante.
Roma è (anche) questo Signori. Per tutto il resto ci sono le grandi squadre.

lunedì 17 maggio 2010

Esquina Blaugrana

E' fatta. La Liga strana e, nelle zone alte, equilibratissima se l'è portata a casa il Barcellona.
Ieri servivano i tre punti (col senno di poi andava bene anche il pareggio) e sono arrivati. Quattro reti al malcapitato Valladolid di Clemente, che arrivava al Nou Camp con timidi propositi di salvezza. Apre un autogol. Segue Pedro. Chiude Messi, "pichici" indiscusso della stagione. E allora tiriamo le somme. Liga strana e, se vogliamo, farlocca. Troppo il distacco tecnico e di punti tra Barca e Real Madrid e tutte le altre. Troppe le goleade e gli scontri poco sofferti. Il bilancio è 99 punti per i blaugrana e 96 per le merengues.. Il Valencia è terzo con 71 e, assieme al Siviglia, che chiude quarto, disputerà la prossima Champions League. Ci aveva creduto, fino a 10 giorni fa, nel sogno Champions, il piccolo Maiorca, che per un solo punto si deve accontentare dell'Europa League. Messi il migliore (47 i centri stagionali). C. Ronaldo appena sotto (è lui che ha sempre tenuto a galla il Real assieme ad Higuain). Kaka la delusione (stagione da 5 con l'attenuante della pubalgia). Ibrahimovic il pianto (non parliamone, per favore). Sottotono le coppie Forlan/Aguero e Fabiano/Kanoute (ma devo dire che non essendo un grande appassionato di Fabiano, tenderei a parlare di stagione normale più che sottotono). Tra rivelazioni e conferme, oltre al già citato Maiorca di Aduritz, ecco il Getafe di Soldado e l'Athletic Bilbao. Grande stagione quella dei baschi (bello anche il cammino in Europa League, fino a che l'organico ha retto). Lo confermano le convocazioni di Del Bosque per il prossimo Mondiale (Llorente e Javi Martinez). Male l'Atletico, che però ha trovato come consolarsi.. Malino il Villareal (io, visto l'organico, mi aspettavo un posto in Europa). Retrocedono Xerez, Tenerife e Valladolid. Per il Valladolid ci dispiace. O meglio, per Clemente ci dispiace. Ma forse chiedere la salvezza al Rubio all'ultima al Nou Camp era un po' troppo.

sabato 15 maggio 2010

Storie dell'altra Baviera

Difficile negare che quella che ci attende sia una seconda metà di maggio piena di verdetti, e che tutti noi guardiamo con grande attenzione (tra le numerose partite che ancora restano da giocare in vari campionati) soprattutto due incontri, già a partire da questo finesettimana.
Mi riferisco ovviamente ad Augsburg-FC Nürnberg e Blackpool-Cardiff City. Si tratta di due match che danno accesso ai due campionati con la media spettatori più alta, e con gli stadi maggiormente pieni ed entusiasti; non sono dunque partite da nulla. Sulla prima, soprattutto, credo sia opportuno spendere qualche parola (altri avranno modo di presentare la seconda, che si gioca solo il 22).
In Germania si è già giocata invece la partita di andata, che ha visto il Norimberga battere in casa per uno a zero l'Augsburg, mentre il ritorno si disputerà domani. Per chi non avesse familiarità con i meccanismi di retrocessione e promozione che governano Bundes- e Zweite Bundesliga, basterà dire che la terzultima del massimo campionato (appunto il Norimberga) affronta la terza della seconda serie in un doppio confronto detto Relegation. Questa regola è in vigore soltanto dallo scorso campionato, ed ha già premiato una volta l'FCN permettendogli di incontrare e asfaltare l'Energie Cottbus. Quest'anno, la Relegation vede quindi un interessante confronto tra due città dello stesso Land, se è vero che sia Norimberga che Augsburg (Augusta) sono in Baviera. Le due città, tuttavia, sono piuttosto diverse: intanto Norimberga non si considera bavarese, ma francone; è inoltre una città profondamente diversa dal resto della Baviera, dato che è storicamente protestante (benché le percentuali negli ultimi decenni siano molto cambiate a favore dei cattolici) e progressista. In più, l'orgoglio cittadino è grande e motivato anche nel calcio, perché se è vero che i cugini del Bayern sono i dominatori della Bundesliga da quando essa esiste, è anche innegabile che l'FCN sia la storia del calcio tedesco, con i suoi nove scudetti, i due terzi dei quali risalgono al periodo tra le due guerre. Poi è soltanto declino e altalena, con una risalita nel 2004 che sembrava quella definitiva: nel 2007 la squadra vince la Coppa di Germania e rifila in campionato un sonoro 3-0 ai contadini di Monaco. Il presidente arriva a promettere il Meisterschale per il 2010: l'anno dopo, ovviamente, la squadra retrocede, per risalire subito.
Da parte sua, Augusta, la terza città della Baviera, non può rivaleggiare con Norimberga nel calcio; l'FC Augsburg vanta nient'altro che un vivaio fertile, che ha prodotto campioni come Helmut Haller, Bernd Schuster e Karlheinz Riedle. Quanto ai risultati, però, un dato balza all'occhio: mai Augusta ha visto la massima serie.
Tuttavia, la storia di Augusta non ha nulla da invidiare a quella della capitale francone, soprattutto in quel Rinascimento che è stato l'età d'oro di entrambe: se Norimberga era infatti la città delle fiere e del commercio, Augusta - la patria dei Fugger - era la città del denaro, ed era perciò ricca ed importante quasi quanto l'altra. Ad Augusta Melantone presenta gli articoli di fede della Chiesa riformata, che da allora sono infatti raccolti nella "Confessio augustana"; Augusta è anche la città in cui protestanti e cattolici firmano nel 1555 la loro prima storica pace. Venticinque anni dopo, Montaigne arriva in città di notte e vi entra attraverso numerose porte e cancelli e ponti e buie stanzette che si scavano un passaggio nelle poderose mura: tanta è la paura e la ricchezza nascoste e asserragliate in città. Questa attenta precauzione non basterà purtroppo a difendere la città dalla Guerra dei Trent'anni; gli avvenimenti successivi, ironico destino, faranno della città simbolo della Riforma tedesca (storicamente sveva) un dominio della cattolica Baviera, che la normalizzerà pian piano. Oggi la città della Baviera occidentale ha perciò la sua brava giunta a guida CSU e la sua maggioranza bulgara in fatto di cattolicesimo della popolazione. Tutto in regola, tutto bavarese.
Ma Norimberga no. Norimberga non vuol farsi normalizzare e non vuol farsi integrare, e lotterà sul campo verde perché la Bundesliga registri anche il prossimo anno la presenza e l'esistenza di una Baviera diversa. La scalata dell'Augsburg sarebbe soltanto l'ennesima prova dello strapotere economico del sud della Germania, ma calcisticamente e simbolicamente non avrebbe nulla di nuovo da dire, nulla da opporre alla supremazia mentale, prima ancora che di gioco e di potenza economica, che il Bayern detiene ormai da decenni in Germania. Quando giocano col Bayern, al di là del caso patologico dei masochisti dello Schalke e degli sfigati di Leverkusen, pare in effetti tutti avvertano un evidente complesso d'inferiorità, e si preparino più alla resa che alla lotta.
Quelli del Club, ovviamente, conoscono la propria storia e sentono il tifo dei franconi, per cui, benché siano di norma delle pippe, almeno questo vantaggio ai nemici bavaresi non glielo concedono. L'1. FC Nürnberg costituisce un piccolo centro di resistenza ad un potere troppo spesso riconfermato anche dai sottoposti, più simili a feudatari che a rivali. Per questo, e per altre ragioni più personali, domani tiferò FCN; e mi spiace un po' per la Puppenstadt, ma di avversari soffici come marionette, in Bundesliga, il Bayern ne ha già troppi.

giovedì 13 maggio 2010

Pak Doo Ik, o dell'immaginazione

Quando seppe che Ayresome Park era stato abbattuto, nel 1997, Loretta Wintersgill, figlia unica di una famiglia benestante di Middlesbrough, provò un rammarico che non riuscì a scacciare nemmeno raddoppiando la dose di panna da sciogliere nel caffè, in quel mattino battuto da venti di terra e scrosci di pioggia gelida.

Il rosso delle tettoie e i cori dei tifosi invadevano la sua stanza arredata con gusto, nel quartiere operaio che per lei, molti anni addietro, aveva significato il distacco dai rituali di un educazione ossessiva.

Fu all’incrocio con Brompton Street che, per la prima volta (doveva essere il 1964), si rese conto che non le dispiaceva il rossetto in disordine, mentre da un juke-box, esposto fuori un negozio di attrezzature da pesca, qualcuno invitava una donna a chiudere gli occhi, promettendo che domani le sarebbe mancata.

Nei primi di luglio del 1966, passeggiando in Devonshire Road, all’ombra dell’albero secolare, vide undici uomini disposti in un semicerchio nitido, come se il tronco altissimo della quercia fosse la punta di un compasso calato dal cielo.

Colpì Loretta l’automatismo dei gesti, la sincronia fluida dei movimenti. Sebbene fosse chiaro che si stessero allenando, non c’era preparatore atletico a guidarli nelle estensioni e nelle acrobazie con cui suscitavano l’ilarità dei passanti, stupiti quanto lo sarebbero stati a osservare uno stormo di fenicotteri o una tribù di tagliatori di teste.

Dietro gli occhi sottili, la mente era fissa su un comune ordine interiore, da cui scaturiva la gestualità seriale e quasi danzante degli esercizi. Loretta oggi non sa se fu la malinconica predisposizione di un’estate pigra di amori, ma ricorda benissimo che quando incrociò lo sguardo di uno degli uomini vestiti di rosso, su quell’ordine nascosto le si aprì una trasparenza sconfinata.

Vide il comando che transitava verso il braccio, precipitato sulle caviglie per portarle su dietro la schiena. Vide la schiena attenta in ogni sua vertebra. Vide una stanza con pochi mobili, una sveglia, un tavolo, un mazzo di fiori appassiti. Vide dieci milioni di stanze, custodi di un intimità ovunque uniforme: dai buchi della serratura, dalle fessure sotto le porte, spiò per milioni di volte gli stessi suoi gesti, la sveglia discreta, la radio sulla frequenza delle acclamazioni, l’abito tiepido del giorno prima, la busta del riso, i torsoli di mela arrugginiti nello smaltimento condominiale.

Per le strade, nelle campagne, studiò i dettagli di un’immaginazione maniacale e composta, sfrenata e algida, vide la realtà supina a ogni suo iperbolico capriccio. Pensò Loretta all’efferatezza dei sogni, in cui tutto è piegato ai nostri desideri. Sentì con le sue orecchie i discorsi patriottici delle autorità sportive, lesse i nove volumi del manuale di comportamento, imparò a memoria gli allegati, perfezionò l’accordo di sesta da intonare nella penultima frase dell’inno.

Si inebriò di orgoglio e onore, di responsabilità e devozione.

Prese l’aereo da uno scalo militare. A Londra, furono oscurati i finestrini del pullman, perché l’opulenza della città non offuscasse la mente degli atleti. Si alzò quella mattina nel cuore di Middlesbrough alla sveglia impartita dagli organizzatori, non assaporò una colazione frugale, contò i passi dei giri di campo, proseguì per la ginnastica sotto la quercia e vide ciò che mai avrebbe dovuto vedere: vide i suoi occhi guardare i suoi occhi e sentì crollare quell’ordine interiore, in un solo istante ne fu certa, un crollo assoluto, invisibile, senza rumore.

Nel silenzio del dormitorio, sulla cima del letto a castello, decise di creare una seconda crepa nell’immaginazione. Ormai sapeva che per provocarne il fallimento doveva coprire ogni dettaglio, estenderla all’inverosimile. All’inizio non fu semplice, forse perché il terzino parlava nel sonno. I novanta minuti della partita gli sembrarono racchiudere una frazione di eternità, incolmabile per il suo ingegno. Così, all’esordio, l’Unione Sovietica chiuse subito i giochi: due a zero alla fine del primo tempo, tre a zero alla fine, congratulazioni dalla Capitale per una sconfitta che era servita alla causa del Popolo.

Tre giorni dopo, col Cile, agitandosi nella branda, giocò e rigiocò innumerevoli volte la stessa partita. Per ogni passaggio si mise a prefigurare il seguente, disegnò le traiettorie dei cross per i balzi famelici dei sudamericani. Gli sfuggì solo l’incursione per vie centrali che provocò il calcio di rigore al ventiseiesimo del primo tempo.

Conosceva la schiettezza del calcio cileno. Quando si trattò di difendere il risultato, alle (magre) soluzioni offensive dei compagni di squadra contrappose argini fin troppo robusti. Già disperava, ma a due minuti dal termine la partita prese la piega dell’inaspettato. Dopo una serie di rimpalli, la Corea raggiunse il pareggio che non mancò di incuriosire la calma estate di Middlesbrough.

La partita con l’Italia valeva il superamento della fase a gironi. Se dal fraseggio del Cile non era difficile sviluppare le premesse implicite nel suo essere uguale a se stesso, il genio individuale dei calciatori italiani apriva un numero illimitato di ipotesi. Quella notte si costrinse a sognare la partita perfetta: confinò al di là dell’immaginato sbavature e incertezze, unì all’estro di Rivera le doti realizzative di Mazzola, le geometrie agili di Bulgarelli. Accentuò, per quanto possibile, il tratto italiano della difesa.

Così accadde che la sera del diciannove di luglio del 1966, nelle brume di Middlesbrough, l’Italia giocò senza nerbo, né coraggio, né fantasia. La realtà sembrò assecondare il suo piano, perché al quarantaduesimo del primo tempo si ritrovò sul piede una palla anonima e la trasformò in un diagonale vincente alla destra di Albertosi. Con un’esultanza incredula, con un senso di libertà inesprimibile, si voltò verso la tribuna laterale per cercare ancora i suoi occhi. Ma lei non c’era già più. Non poteva (non voleva) immaginare, sulle gradinate di Ayresome, che cosa le avrebbe fatto paura.

mercoledì 12 maggio 2010

La finale che aspettavo

(Il fascino indiscreto della Coppa Uefa)

Di fronte alla noia della battaglia tattica, nervosa e muscolare, interrotta ripetutamente dagli spot della birra più insipida del continente, che ci attende tra dieci giorni in occasione della finalissima di Madrid tra Inter e Bayern Monaco, è una vera e propria ventata d'aria fresca quella che ci investirà direttamente dalla affascinantissima Amburgo (guardare uno qualsiasi dei film di Fatih Akin per credere) quando questa sera accenderemo la televisione per gustarci, insieme ad una birra rigorosamente di produzione artigianale, l'ultimo atto della Coppa Uefa (o Europa League, secondo la nuova vulgata degli esperti di marketing di Nyon), dove si sfidano la favorita Atletico Madrid e l'outsider Fulham. In realtà l'esito dell'incontro è più incerto di quanto potrebbe dire la sola lettura delle formazioni; quello che è assicurato è lo spettacolo, il gusto del gioco, una bella partita insomma, senza troppi calcoli o pretese, genuinamente football europeo in cui si sfidano due diverse scuole pallonare, come dovrebbe essere sempre.
L'Atletico Madrid è forse la squadra europea che più, nelle sue disgrazie, assomiglia alla Roma. Sempre sfortunata, sempre lacrimosa, la città della capitale spagnola è quella che più seguito raccoglie in città (i tifosi del Real sono più diffusi per il territorio e, soprattutto, in Giappone), soprattutto nel popolino. Quartieri storici e popolari come La Latina, Lavapies, Menendez Pelayo, Piramide e via giù fino al Matadero sono rojiblancos, come Testaccio, San Lorenzo o il Pigneto possono essere giallorossi. Non c'è tassista, barista, piccolo commerciante o impiegato di Madrid che non sia colchonero, come d'altronde è Torrente, il personaggio dei film di Santiago Segura di cui già si è molto parlato in questo blog. C'è da dire che, come a Roma, si è dell'Atleti soprattutto quando la squadra vince; quando le cose vanno male, invece, al Santiago Calderòn abbondano fischi e posti vuoti. Ricordo una sconfitta interna contro l'Osasuna, che passeggiò sulle macerie della squadra di un catatonico Abel Rèsino, in cui, come sulle montagne russe, il pubblico alternava lacrime di gioia e di rabbia ogni dieci minuti. Costantemente vittime di un saliscendi di picchi di esaltazione napoleonica e abissi di pessimismo leopardiano, i tifosi dell'Atletico sono i più teneri che ci siano, e allo stesso tempo anche i meno nobili. La squadra testimonia la stessa caotica inconcludenza: un attacco che poche altre compagini possono vantare, con l'immaginifico Aguero e il formidabile Forlàn supportati da due validissime ali, il gitano Reyes (quello che, secondo la madre, a Londra non si è mai ambientato perchè rispetto a Cadice faceva troppo freddo) e il portoghese Simao, e il resto della squadra da prendere e buttare, salvando giusto gli "italiani" Tiago e Ujfalusi. Una squadra mitologica come la sua tifoseria, fragile e passionale, isterica ma in realtà indifferente. Se stasera si può festeggiare alla fuente di Neptuno bene, altrimenti qualche bella tapa in zona calle Segovia può lenire il dolore. Tanto è un mondo, come quello giallorosso, abituato alla sofferenza, alla disillusione, alla delusione, che pertanto può divertirsi a giocare a fare gli spacconi. Per questo oggi l'editoriale di AS titola "diario di un doblete colchonero", come se avessero già vinto sia stasera sia la prossima finale di Copa del Rey. Al bando la scaramanzia, l'Atletico ha già vinto la sua stagione, partita disastrosamente in campionato ed invece in procinto di diventare la più ricca di successi da quando Gil, l'ex presidente, quello che pagava Vieri & co. con i soldi di Marbella, città di cui era sindaco, non c'è più. Soprattutto, ha già vinto il duello impari contro il FlorenTeam, quei vicini ingombranti del Real che quest'estate hanno speso l'iradiddio per trovarsi a questo punto della stagione senza un solo titolo non dico in bacheca, ma solo in ballo (perchè nonostante l'aritmetica anche la Liga è già andata, mi dispiace doppiamente per il povero Clemente ma l'impresa del Valladolid di espugnare il Camp Nou domenica prossima è ben rubricata a miracolo dai bookmaker che quotano il 2 a 23..). Sarebbe una goduria doppia, tripla per i nostri colchoneros festeggiare in barba alle merengues, e io, almeno come tifoso in generale, non posso che augurarglielo. Anche perchè Quique Sanchez Flores è un signore oltre che un ottimo allenatore, capace di rispondere così durante la conferenza stampa di ieri:
¿Es el partido más importante de su carrera?
Sí, porque es el siguiente que tenemos que jugar.
Tutto bene, se non fosse che in tempi non sospetti ho puntato pesantemente sulla vittoria finale del Fulham, e che quindi cercherò in ogni modo possibile di sospingere Bobby Zamora e compagni verso l'impresa (che, anche per loro, sarebbe titanica). Il trionfo del Fulham sarebbe il trionfo di quella Londra chic, arbasiniana, alla moda che popola la King's Road. Il trionfo delle Sloane Rangers e dei bistrot cool di Fulham Road. Sarebbe anche il trionfo di un grande personaggio come Roy Hodgson, di un pubblico eccezionale, di uno stadio bellissimo che quest'anno ha subito anche lo smacco di concedere un fortunoso pareggio all'ultimo minuto all'insipido Andreolli. Sarebbe il piccolo contentino per il calcio inglese che, attraverso la sua faccia più vera, fatta di centravanti allampanati che non sanno stoppare un pallone, ali irlandesi indiavolate e terzini che non disdegnano la palla in tribuna, potrebbe trovare proprio in zona Cesarini la soddisfazione di un'annata sfortunata, magari buon presagio del Mondiale alle porte.
Ma, lo ripeto, ciò che più conta è che sarà, ne sono certo, una partita entusiasmante, da godersi con gli amici, sulla scia di quelle belle finali delle Coppe minori tipo Liverpool-Alaves o Parma-Anversa, di cui non ce ne importa nulla del risultato, dell'episodio, della polemica, ma solo di vedere ventidue uomini che, in caso, non avranno neanche paura di tirare un calcio di rigore. Magia della Coppa Uefa, ultimo baluardo di un calcio d'essai.

lunedì 10 maggio 2010

Quando Gli Angeli Piangono - Segunda Parte

[Trujillo]
Abbandoniamo le candele e ce ne torniamo a casa, in Perù, a Puno, il classico paesello con le case basse dove gli abitanti vedono la gente passare e mai restare, e da lì prendiamo il pullman verso Trujillo. Sono più di venti ore di tragitto, con l’intrattenimento di film dubbi con protagonista The Rock (“The Mummy Returns”, "El Tesoro del Amazonas”, nonchè “El Rey Escorpion”, un assoluto capolavoro del genere.. se di “genere” è ammesso parlare), ma almeno non passiamo di nuovo per Lima, la più brutta città mai vista. Lasciammo per strada un Alianza Lima-Universitario (1 a 0, Waldir Saenz al 13’). Poco male, in fondo. Trujillo, da par suo, non è quel che si può definire una meta turistica per eccellenza. A Trujillo non c’è nulla e la gente ci passa solo per arrivare alle rovine di Chan Chan, un’antica città Inca costruita col fango, o per fare surf, ma non immaginatevi spot californiani. Il Club Deportivo Universidad César Vallejo non è da meno. Nella sua inconcludenza, rispecchia la città. E’ stato fondato nel 1996 e ha vinto poco e niente. Ha la maglia a strisce azzurre e blu e un campo che non farebbe invidia a nessuno, nemmeno in Terza Categoria. Grazie al cielo il Vallejo ci toglie dall’imbarazzo, inventandosi un posticipo solo tre giorni dopo, contro l’Atletico Universidad di Arequipa, ancor più tristemente ultimo in classifica. Siamo convinti che avremo maggior fortuna a Chiclayo. Lì si che ci sono squadre serie, pensiamo. La nostra si rivela una pallida illusione: il Juan Aurich era retrocesso due anni prima e viveva in quel momento il suo periodo più buio, tra dirigenze incompetenti e crisi finanziarie. Manco a dirlo, poi, il Juan Aurich era quella settimana impegnato in trasferta. Il colpo di grazia non tarda ad arrivare: Chiclayo si rivela l’unica città peruviana senza una cerveza locale.. Ci buttiamo, quindi, su un grande classico, la Pilsen Callao, prima di abbandonare il Perù per lanciarci in Ecuador. Di nuovo in pullman, di nuovo Radio Panamericana e la trasmissione La Mas Mas. Sempre i Manà o Corazon Espiando. Niente di trascendentale.. ma sempre meglio di Julieta Venegas o Marco Antonio Solis.
In Ecuador, il calcio è affare per poche squadre. A contendersi la storia, il Barcelona Sporting Club di Guayaquil ed El Nacional di Quito. Ad inseguirle, l’Emelec, anch’essa di Guayaquil. Le realtà recenti si chiamano Deportivo Cuenca e Liga Deportiva Universitaria di Quito, quest’ultima regina degli anni Novanta e unica squadra ecuadoregna ad aver alzato un trofeo internazionale (Libertadores 2008). Mentre l’LDU si scontrava con la Sociedad Deportiva Aucas nel Superclasico de Quito prima che questa sprofondasse nel purgatorio della Segunda Division, BSC ed Emelec, ogni anno, si contendono il Clasico del Astillero. Forse una delle stracittadine peggiori nella storia del pallone. Gli ultimi scontri tra hinchas sono, peraltro, storia recente. Si legge su Wikipedia e quotidiani locali: “El 30 de abril de 2006 se jugaba el segundo Clásico del Astillero del año. Emelec ganaba 3-0 comodamente a Barcelona, cuando a los 6 minutos del segundo tiempo la Barra de Barcelona comenzó a ocasionar desmanes en la localidad donde se ubicaban, la tribuna San Martín del estadio Capwell. Primero lanzaban objetos a la cancha y uno de ellos le impactó a juez de línea, que resultó herido. Luego empezaron a sacar una valla publicitaria y a romper las mallas. Los antisociales rompieron las cabinas de transmisión de radio con todo lo que encontraban y saquearon las pertenencias privadas de los medios de comunicación, causando un escándalo que nunca se había visto antes. Algunas personas que se econtraban junto a la Barra salieron corriendo asustadas a la cancha para salir del ajetreo de la multitud. Hubo alrededor de 40 heridos y nueve detenidos. El partido tuvo que suspenderse y se lo ordenó jugarse al otro día a puertas cerradas.” Nel 2007, invece, un giovane tifoso dell’Emelec, Carlos Cedeño Véliz, moriva centrato da un bengala lanciato dalla curva del Barcelona.
Passato il confine, facciamo rotta verso Cuenca, la terza città dell’Ecuador per numero di abitanti, evitando così la portuale e violenta Guayaquil, tra le città più pericolose del Sudamerica, dove la gente comune gira armata. Santa Ana de los Ríos de Cuenca è addormentata nella cosiddetta Sierra, una sorta di paesaggio preandino, e sorge a circa 2.500 metri sul livello del mare. Conosciuta in epoca Inca col nome di Tumibamba, le guide tutte narrano che la città ha, oggi, un tipico aspetto coloniale. Poggiamo gli zaini in albergo e facciamo un giro al mercato. Nella stanza accanto alla camera c’è una cucina comune e abbiamo voglia di una pasta al sugo. Compriamo cipolle, pomodori e pasta all’uovo di una marca scadente. La dissenteria, tassa poco indulgente, non tarda ad arrivare, bloccandoci in albergo per i successivi otto giorni.
[Dep. Cuenca]
Niente partita, niente Deportivo Cuenca, che quella settimana ospitava il Barcelona. Per mera cronaca, la partita finì in pareggio. Al gol di Antuna del Deportivo rispose Walter Ayovi. Il nuovo allungo del “Expreso Austral”, firmato Carlos Gruezo, venne soffocato allo scadere dal gol di Gavica. Capiamo che il destino sta accanendosi contro di noi e vogliamo un poco di calma. Una serie di improbabili pullman ricchi di venditori ambulanti, che pur di propinare qualcosa erano disposti ad inserirsi interi cucchiai nel naso, ci porta prima a Tena e poi fino a Puerto Francisco de Orellana, altrimenti detta “Coca”, l’ultimo sfrontato baluardo della civiltà prima della Selva amazzonica. A bordo di una specie di piroga tutt’altro che affidabile entriamo per una settimana nella giungla, per inseguire ricercatissime anaconde. Nessuna squadra, nessun giocatore. Nessuna impresa. Lì l’uomo non è ancora arrivato. Alle volte, è pure meglio così. Il ritorno alle case, alla corrente elettrica ed al frastuono tipico delle città sudamericane fu un trauma. Un chiodo alla testa. Per fortuna, c’era anche tanto futbol da immaginare. Sulla strada per Quito facciamo tappa in una ridente anonima località che sulle mappe ha nome Riobamba. Il nome suggestivo e quattro strade che si incrociano. Un siriano che cuoce in un forno a legna una pizza deliziosa funge da stazione di posta per un treno chiamato “Nariz del Diablo”. Fine. A Riobamba ci sono due squadre di calcio degne di interesse. Una che porta il nome Fundacion Corozao Riobamba Futbol Club e che partecipa al campionato provinciale che si chiama Asociación de Fútbol No Aficionado de Chimborazo, per brevità “AFNACH”. Suggestione, ma niente di più. L’altra che si chiama Centro Deportivo Olmedo. Squadra titolata (2000), nonché il più antico club professionistico del Paese, gioca con una maglia blu rifinita d’arancione. Tuttavia, quel fine settimana “El Ciclon Andino” faceva visita all’Espoli in quel di Latacunga. Neanche troppo distante, sulla strada per Quito. Non ce la sentiamo, però, di imbarcarci in strane trasferte tra pulmann di tifosi e taniche di lambrusco locale. Meglio la comoda pizza del siriano, una partitella al PES sudamericano o l’ennesima sfida llenas y desnudas. Dopo qualche giorno di ozio ripartiamo per l’ultima tappa del nostro viaggio: Quito. Ciità interessante, Quito. Secondo centro politico dell’impero Inca, dopo Cuzco, venne distrutta prima dell’arrivo degli spagnoli al fine di occultarne i tesori sotto le ceneri. I Conquistadores, poi, la ricostruirono, abbellendola oltremodo nel corso della dominazione. Sorge lungo una vallata a quasi tremila metri di altitudine e ha tanti stadi. Il più bello si chiama Estadio Rodrigo Paz Delgado. La Casa Blanca.
[La Casa Blanca]
Alla casa bianca gioca l’LDU, che contende il dominio sulla capitale a El Nacional ed al Deportivo Quito, che, invece, giocano all’Estadio Olimpico Atahualpa. Da sfregarsi le mani. La scelta è tra due match di raro stile e ambizione. Deportivo Quito contro Macarà (da Ambato con furore) oppure LDU contro Espoli. I bianchi o i rossoblu? I roboanti anni Novanta delle merengues sudamericane o il gusto retrò delle vittorie anni Sessanta? La Muerte Blanca o la Mafia Azul Grana? Quella scelta non fu presa. Guardammo il portafoglio e lo scoprimmo vuoto. Rogne di vario tipo con gli infedeli sportelli automatici della città ci tennero a digiuno e inattivi per i giorni successivi, fino all’aereo che ci avrebbe riportato di qua dall’Oceano. Alla fine del Clausura, la Liguilla Final fu vinta dal Deportivo Cuenca grazie a sei preziose vittorie su qualsivoglia campo. Secondo si classificò l’Olmedo e terza l’LDU. Capocannoniere del torneo Evelio Ordonez, centravanti del Nacional, con 28 reti.
***
Più di 8600 chilometri percorsi. Oltre 1300 ore trascorse. Centinaia di squadre sfiorate, ma non abbiamo sapori in bocca. Senza la possibilità di raccontare una probabile avalancha al gol del pareggio, viviamo col grido strozzato in gola. Sarebbe stato un dono prendere parte a tanta gioia ed emozione. Comprare una porzione di ceviche con i ceci fuori da qualche tempio artificiale e portarsela sugli spalti per offrirla alla gente seduta attorno. Oppure aprire cervezas riposte in buste di carta assieme a tifosi ai quali batte forte il cuore. Realtà remote e ad alta quota. Province depresse e capitali spietate. Predisporre rituales o stendere sciarpe. L’immaginazione, però, è un sentimento più raffinato. Una gioia effimera. La cura dell’attesa la sera prima o durante un film d’avventura non è sostituibile, se non con grande dolore. L’aspettativa e la rassegnazione. La scoperta e i racconti sbiaditi, ritoccati, in bottega o nei giardini con in bocca una sigaretta. Per noi è stato meglio così. La sfortuna e la beatitudine.

sabato 8 maggio 2010

Lacrime di Campari

Ti chiami Nicola Ventola, sei nato baciato dal sole pugliese,dovevi essere un predestinato,un campione,probabilmente immaginavi i tuoi 32 anni come l'occasione per firmare l'ultimo contratto,magari per una squadra che ti garantisse una fine gloriosa,degna della carriera che avresti dovuto fare ma che per i tanti,troppi infortuni, non hai mai fatto. Hai calpestato manti erbosi importanti,vinto trofei prestigiosi con le nazionali giovanili,hai vissuto in città come Milano e Londra,sei fidanzato con una modella famosa. Ti chiami Francesco Evola,hai 26 anni e sei nato a Niscemi,nell' arido entroterra siculo. 10 anni fa sei partito ancora ragazzino per Novara,con il sogno di diventare un calciatore. Novara dista da Niscemi quasi 1500 km,per permetterti di crescere i dirigenti ti fanno girare. Borgosesia,Vespolate,Borgomanero,luoghi non inebriati dal profumo delle zagare e dove di certo non splende il sole . Per continuare a coltivare questo sogno tocca lavorare,come muratore prima, un lavoro part-time a Borgosesia poi ,allenamenti e lavoro, lavoro e allenamenti. L'apice lo raggiungi quando aiuti a fare gli scavi e un muretto nell'antistadio. Magari ti manca Niscemi, probabilmente pensi che un giorno tutto questo sforzo sarà ripagato. Ventola e Evola, due vite e due carriere diverse,una sola cosa in comune il Novara. Novara è un città mista,un po' piemontese,un po' lombarda,Milano è dietro l'angolo,Torino un po' più in la. Clima freddo con cielo plumbeo d'inverno,umida e rovente in estate. Le risaie,la nebbia,le zanzare, sono il contorno di una cittadina carina e placida. E la città che ha inventato il Campari(per cui avrei personalmente assegnato una medaglia d'oro al valor civile),bevanda che chiunque associa ad un momento di relax,ecco Novara vive senza frenesie,come se fosse sempre l'ora dell'aperitivo. Almeno fino allo scorso 25 Aprile. Ventola ed Evola si ritrovano in squadra insieme ,grazie ad una mirata e sorprendente campagna acquisti effettuata sotto la sapiente regia del ds Pasquale Sensibile(ora nel mirino del Napoli),ex capo osservatore a Palermo e grazie ai liquidi della famiglia De Salvo(proprietari di diverse cliniche) dal 2006. Gemiti,Fontana,Rigoni,Ujkani,Tombesi,nomi importanti,gente con un passato in A,a cui si aggiunge la guest star Nicola Ventola e persone esperte della categoria come il difensore Lisuzzo e il centravanti Simone Motta(eletti insieme a Rigoni come i migliori 3 giocatori di questa stagione). Non esistono più scuse, si deve migliorare l'ottavo posto della passata stagione ,per questo la squadra viene affidata ad un allenatore esperto come Attilio Tesser,l'obiettivo minimo è il play-off,ma da subito si capisce che il Novara è destinato ad un campionato da protagonista. Pronti via e si comincia , 3 vittorie di fila,prende la testa della classifica e non la lascia più. In coppa Italia arriva a disputare gli ottavi contro il Milan,dopo aver eliminato nell'ordine: Pescina,Modena e ben due formazioni della massima serie,ovvero Parma e Siena. Il 13 Gennaio del 2010 la tranquilla Novara comincia a stiracchiarsi, rinsavendo da un torpore della durata di 33 anni,la città si svuota,partono in 10000,direzione Milano più precisamente San Siro(il totale degli spettatori sarà di 15000),la Scala del calcio. Vantaggio Milan con Inzaghi,si pensa ad una goleada rossonera,errore. Al 46 il Novara pareggia con un meraviglioso sinistro di Gonzalez e si arrenderà solo ad un siluro di Flamini a 9 dal termine. Da quel giorno in poi il Novara,sarà come un Rottweiler a cui è stata fatta solo annusare la bistecca,con la bava alla bocca affronta le successive 12 partite mettendo a segno 6 vittorie e portando a casa 6 pareggi,intanto la città continua a svegliarsi sempre di più e dopo essersi stiracchiata, ha già un piede giù dal letto. Il Novara rimane l'unica compagine in tutta Europa ad essere imbattuta in campionato e con un altro risultato positivo eguaglierebbe la Ternana di Gigi Del Neri della stagione 1997/1998. 31esima giornata, al Santa Colomba di Benevento il Novara seguito da 250 tifosi, può conquistare la serie cadetta con 5 giornate d'anticipo. In piazza Martiri arrivano i maxischermi( messaggeri di sventura),la città è quasi del tutto sveglia. Basta fare un punto,ma il Benevento guidato dal pittoresco Leo Acori,non sembra disposto a fare da cornice alla festa dei piemontesi. Dopo 19 minuti Felice Evacuo su rigore porta in vantaggio i sanniti,il risultato non cambia e il Novara è costretto a giocarsi la promozione tra le mura amiche proprio contro la diretta inseguitrice,ovvero,la Cremonese. Questa volta La città si sveglia del tutto,come quando ti butti in faccia a piene mani dell'acqua gelata,il 25 Aprile del 2010 lo stadio Silvio Piola è esaurito in ogni ordine di posto. Per tornare in cadetteria al Novara basta perdere con un solo goal di scarto. Dopo 33 minuti Nicola ventola gira in rete un assist di testa,è una botta imprendibile che termina sotto l'incrocio. La Cremonese non demorde,trova il pareggio al nono del secondo tempo,ma 5 minuti dopo ancora Ventola riporta in vantaggio gli azzurri con un eurogoal,un tiro al volo che si va ad insaccare all'angolino sinistro. E' fatta,almeno così pare,ma i lombardi prima pareggiano e poi passano in vantaggio al 30esimo. A Novara torna la paura di sciupare un altro match point,una paura che dura soltanto 3 minuti,grazie al rigore trasformato da Simone Motta. Dopo 4 minuti di recupero,l'arbitro Andrea Corletto di Castel Franco Veneto sancisce la fine della gara e il ritorno del Novara in serie B dopo 33 anni. All'ombra di San Gaudenzio esplode la festa. Come dicevo è una città strana,senza una vera e propria identità a metà tra Lombardia e Piemonte,un po' Milano,un po' Torino,un po' Ventola e un po' Evola, semplicemente Novara la calma e pacata Novara, la città dove le zanzare ti danno del tu,che vive senza frenesie,ma che il 25 Aprile dopo 33 anni è tornata a piangere lacrime di gioia e di borghetti....anzi mi sia consentito di dire, visto che si parla di Novara,lacrime di gioia e di Campari.

venerdì 7 maggio 2010

Semiotica del sondaggio

Mi immagino che ieri il primo a chiamare Francesco Totti per fargli una ramanzina dopo l'espulsione rimediata per frustrazione in finale di Coppa Italia contro l'Inter (tra parentesi, ma questo si può fare?) non sia stato nè Ranieri, nè la Sensi, nè Ilary, nè la madre, ma l'addetto al marketing di Vodafone, che gli avrà ricordato come un testimonial simpatico come lui non può permettersi dei gesti odiosi come quello, perchè allontanano certe fasce di mercato dal prodotto. Magari gli avrà anche ricordato come, per contratto, lui non  possa più fare in campo determinate cose, come sputare a terra quando la telecamera lo inquadra, mandare a quel paese l'arbitro, simulare un fallo o, per l'appunto, rincorrere un avversario per cinquanta metri e rifilargli un calcione da dietro. Ma non è di questo che voglio parlare, di questa deriva senza fondo del calcio moderno che mi piace immaginare, dominata dagli sponsor e dagli interessi che nulla hanno a che vedere col pallone e con le birre che ci beviamo tutti insieme prima di entrare allo stadio. Voglio parlare di una cosa ancora più di cattivo gusto, emblema del suicidio culturale di un'intera nazione: il sondaggio di Sky Sport.
La partita neanche era finita che i due ameni mezzibusti del canale 200, ingessati come play-mobil, già lanciavano ai tifosi da salotto un sondaggio in cui, cavalcando l'onda emotiva del finale di gara, chiedevano se Totti, dopo il fallaccio a Balotelli, meritasse di andare ai Mondiali. Ora, il punto non è che Totti non è mai maturato, che non sarà mai ricordato come un grande capitano ma solo (si fa per dire) come un inarrivabile fuoriclasse, che quel gesto se lo poteva risparmiare, quanto meno per provare a pareggiare la partita nel finale. Il punto è un altro, ed è il livore, ed è la stupidità, ed è la barbarie che traspare da un sondaggio del genere, e da ogni sondaggio. Non aspettavano altro, nella redazione di Cologno Monzese o Cinisello Balsamo o Dio solo sa in quale altro pueblo dell'hinterland milanese hanno la sede, per dare libero sfogo all'accanimento giustizialista, moralista, travagliesco contro il Pupone; per sentire per una volta il "magic moment" del tintinnio delle manette verso il campione -romano e romanista, quanto di peggio- beccato a peccare; per provare l'ebbrezza di aprire una porta e trovare un Governatore intento a sollazzarsi con un trans. Il ludibrio del pubblico brianzolo, vero zoccolo duro dell'abbonamento allo sport che dà da mangiare a intellettuali come il direttore Guadagnini, è assicurato: dagli al romano, al Testaccio, al Trastevere. Ma vai a lavurà, Africa! Eccolo il partita Iva di Saronno che con i polpastrelli grassi del sudore dei suoi lavoratori senegalesi che -rigorosamente in nero- gli portano avanti la fabbrichetta schiaccia godurioso il tasto del NO; eccolo il ragioniere di Monselice che lercio del profumo del discount della prostituta venezuelana appena purgata nella Ritmo Abarth ascoltando Vasco schiaccia soddisfatto il tasto del NO; eccolo l'impiegato comunale di Lecco che con le dita con cui spinge i tasti di Prima Fila Hot, mentre la moglia è di là in camera da letto che legge l'ultimo Carofiglio, indugia libidinoso sul tasto del NO. Il plebiscito alla polenta è totale, il marchese del Grillo se ne restasse a casa quest'estate, che in Nazionale ci mandiamo Pepe e Borriello, Palombo e Marchisio, gente seria, che la domenica va a Messa e poi scende in campo. L'ennesima vittoria della democrazia, di chi paga le tasse, di chi lavora. Non come quei romani...anche se poi giri la sera per le strade di Roma e ci trovi il sottosegretario della provincia di Padova o il viceministro di Cuneo o il deputato di Lodi che col cacchio che ci ritornano a casa, posti addolorati in cui alle sei è già buio e tutto è chiuso, tutto dorme e le donne sono così pudiche che al ristorante si vergognano di chiedere dov'è il bagno e allora si informano "su dove si trovano i servizi", li ritrovi che si abboffano di "gricia o matriciana, dottò?" con le pappagorgie unte di pecorino, che si divorano tartine di caviale azero alla buvette del Senato coi camerieri in livrea a servirli in ginocchio, che cantano le canzoni napoletane appoggiati al piano-bar del Jackie'o accanto a faccendiere kazake che il giorno dopo hanno "un appuntamento col ministro"..
Ma ho divagato. Quello che volevo dire è che il dramma è che un tempo c'erano i giornali, le riviste, le tertulie al caffè, le chiacchiere al bar, gli amici. Oggi ci sono solo i tasti del telecomando per esprimere la propria opinione. Una società che ha scelto la tecnologia per liofilizzarsi, lobotomizzarsi, mummificarsi. Non lasceremo nulla a chi verrà dopo di noi, solo delle percentuali che scorrono sotto la tv. Quando ero piccolo, il massimo dell'interattività con la televisione erano due cose: le brevissime alla pagina 229 del Televideo (ma come si formano i ragazzini di oggi, che non proveranno mai la febbrile attesa della pagina 2/3 che, lentamente, diventa 3/3?) e il Lion Trophy Show condotto da Adriana Volpe ("e ora premi zero!"), il gioco più complicato dalla storia nel quale c'era anche qualche genio che si cimentava chiamando col telefono grigio della nonna con i numeri che fanno tutto il giro. Basta, tutto qui. Oggi invece ci sono i sondaggi di Sky Sport, referendum da divano Ikea che eccitano le coscienze addormentate, le fanno sentire importanti, protagoniste della vita sportiva del paese. L'approfondimento di una questione -merita Totti la Nazionale? (peraltro, la vera domanda è "ma merita la Nazionale uno come Totti"? La mia risposta è no, a Francè, ma giugno passalo con noi a Sabaudia, ci facciamo una tedesca in spiaggia, ci mangiamo una pasta alla checca da Saporetti, le partite ce le sentiamo alla radio, ma che ci vai a fare in Africa, è pieno di mosche..)- viene scarnificato, appiattito, ridotto a busta del Comitato, a carta-pugno-forbici, a sì o no, a verde o rosso. E' finito il tempo per pensare perchè oggi basta schiacciare un tasto per esprimere un pensiero già predeterminato da altri, non c'è fatica da compiere, così poi ci si può dedicare alla propria serie americana preferita. Diceva un giorno Gegenschlag che la nostra è la generazione i-touch, talmente decerebrata che gli hanno tolto ormai pure l'impiccio di premere i pulsanti, basta muovere lievemente il dito sullo schermo per far accadere le cose ed evitare così qualsiasi incomprensione. Suppongo che anche quelli di Sky Sport si staranno attrezzando, preparando dei telecomandi senza tasti, non sia mai che un mona ieri si è sbagliato e per la fretta ha premuto il tasto per mandare Totti in Nazionale...

giovedì 6 maggio 2010

LIBERTADORES 2010 - Ottavi / Quarti

[Vagner Love]
Il sogno si è infranto. Il Timao è eliminato dalla Copa Libertadores 2010, principale obiettivo stagionale per la corrazzata di Ronaldo, Roberto Carlos &Co.
A scrivere la parola fine sul cammino del Corinthians è una vecchia conoscenza del calcio russo: Vagner Love. Un autogol aveva spianato la strada per la rimonta (all'andata era finita 1 a 0 per il Flamengo, con gol di Adriano su rigore), Ronaldo aveva poi raddoppiato, ma ad inizio ripresa ecco il gol dell'attaccante-amatore di Rio de Janeiro.
Il Flamengo ai Quarti attende ora la vincente tra Universidad de Chile e Alianza Lima. Possibile una rimonta dei peruviani in casa visto il magro vantaggio accumulato dai cileni all'andata (1 a 0, Rivarola).
L'altro Quarto della parte alta del tabellone è completo per metà. Il Guadalajara ha, infatti, eliminato il Velez Sarsfiled in virtù del 3 a 0 dell'andata. Gli argentini sfiorano un'impresa storica, ma la vittoria con due reti di scarto (prima Santiago Silva e poi Rolando Zarate) non è sufficiente.
Sfiderà la squadra messicana la vincente tra Libertad (PAR) e Once Caldas (COL). All'andata, ad Asuncion, reti inviolate.
Per quanto riguarda, invece, la parte bassa del tabellone, si affronteranno Cruzeiro ed Sao Paulo che hanno eliminato, rispettivamente, Nacional di Montevideo (aggregate di 6 a 1 imbarazzante per gli uruguayani e Thiago Ribeiro che scalza Kleber in vetta alla classifica marcatori) ed Universitario (PER).
Chiude l'Estudiantes -facile passaggio del turno contro i messicani del San Luis- che aspetta una tra Internacional di Porto Alegre e Banfield. Favoriti gli argentini in virtù del 3 a 1 di una settimana fa.
ps: pronostico mio personale per la vittoria finale: Flamengo / Cruzeiro / vincente Once Caldas-Libertad. Una finale Flamengo - Cruzeiro è, comunque, più che probabile.

martedì 4 maggio 2010

L'avvocato dei lupi


Il legame tra Saddam Hussein, le conturbanti e un po' volgari bellezze del turbo-folk balcanico e il Campobasso Calcio, ambiti in effetti abbastanza lontani tra loro, esiste e si incarna in un avvocato anglomolisano di 55 anni, Giovanni Di Stefano. Se il suo illustre cognome sia il segno di una parentela calcisticamente importante, non lo sappiamo; sappiamo solo che a sei anni Di Stefano lascia la natia Petrella Tifernina, nel fondo del Molise verde e povero, e si ritrova a crescere nel Northamptonshire, dove il padre ha trovato impiego in una fabbrica di scarpe. Per questo motivo, e com'è ovvio che sia, gli risulta più familiare e fluente l'inglese rispetto all'italiano natio; d'altra parte, questo non gli impedisce di considerarsi italiano, rivendicando anzi il suo essere sannita.
Il giovane Di Stefano non è privo di iniziativa e di capacità, se è vero che negli anni Ottanta accumula una piccola fortuna importando videocassette da Hong Kong (le fonti non dicono di più su queste videocassette). Quando e dove abbia studiato legge, poi, non è chiaro; si sa che gestisce uno studio a Roma, lo Studio Legale Internazionale, che definire prestigioso è poco: si contano infatti tra i suoi clienti Saddam Hussein, appunto, Charles Bronson, Tariq Aziz, Gary Glitter (un simpatico cantante pop inglese, più volte condannato per pedofilia), Alì il Chimico e altri personaggi di primo piano del jet set internazionale.
Nel 1992, in ogni caso, Di Stefano si reca nella Jugoslavia che si sta sfasciando, e qui la sua carriera si impenna e comincia ad intrecciarsi con il calcio e la politica che, nei Balcani e non solo là, non sono campi troppo lontani. È noto che la guerra civile fu sinistramente anticipata, pochi giorni prima del mondiale 1990 (che con un po' di fortuna in più la Jugoslavia avrebbe anche potuto vincere. E chissà se la Storia sarebbe cambiata), da furibondi scontri al Maksimir di Zagabria tra gli ultras della Dinamo e i rivali della Stella Rossa. Questi ultimi erano guidati da un estremista serbo di nome Željko Ražnatović, più noto come Arkan: come molti estremisti serbi, anch'egli peraltro era montenegrino. Due anni dopo quel 1990 la situazione era già compromessa, la guerra divampava in Croazia, e numerosi ex ultras si combattevano in divisa per il possesso della città di Vukovar, in quell'angolo di Slavonia in cui è nato anche (da madre croata e padre serbo di Bosnia) Siniša Mihajlović. In questa situazione tremenda Di Stefano si trova stranamente a proprio agio, diviene amico del presidente serbo - di origine ovviamente montenegrina - Milošević, da cui ottiene la cittadinanza in tempi rapidissimi; soprattutto, stringe ottimi rapporti con Arkan. Quest'ultimo trova nell'avvocato anglomolisano un perfetto Dioscuro, e ne fa il proprio portavoce, poi un socio d'affari, infine il proprio avvocato di fiducia.
D'altra parte, Di Stefano ripaga l'amicizia e la fiducia di Arkan: e nel 1995 arriva al punto di pagare di tasca propria lo sfarzosissimo sposalizio dell'amico con la giovane cantante Ceca, stella di quel volgarissimo e onnipresente genere musicale che è il turbofolk nei Balcani.
Il 1995 è però anche l'anno degli accordi di Dayton; finita la guerra, bisogna trovare nuovi interessi, ed Arkan, oltre a possedere ed amministrare tutta una serie di attività (dai casinò alle panetterie), nel 1996 compera una modesta squadra di calcio, l'Obilić, sempre in comproprietà con Di Stefano: in due anni, l'Obilić passa dalla serie B alla vittoria del campionato serbo, battendo Stella Rossa e Partizan (chissà cos'avranno pensato i tifosi biancorossi del voltafaccia del loro ex capo). Non altrettanto bene era andata invece l'avventura calcistica tentata nel 1995 dal solo Di Stefano: infatti, questi aveva acquistato il natio Campobasso, precipitato dalla gloriosa B degli anni '80 alla bassa classifica in Serie D. Nonostante grandi proclami in un italiano stentatissimo, Di Stefano non cambia l'inerzia delle cose; e l'anno dopo lascia i lupi ancora in D e in procinto di fallire.
Nel 2000, però, il sodalizio tra Arkan e Di Stefano si scioglie per l'omicidio del primo; il secondo lascia la Serbia e si dedica alla sua professione forense in Iraq e in Inghilterra, sempre privilegiando casi controversi e di grande impatto mediatico. Non rinuncia però al calcio: nel 1999 tasta il terreno al Dundee FC, nel 2001 prova a comperare il Norwich City dalla cuoca televisiva Delia Smith (da allora i due, si dice, si odiano; e fa specie che un buon amico di Arkan e Saddam Hussein abbia problemi personali con l'equivalente inglese della Clerici), nel 2002 prova ad entrare nel Northampton Town, nel 2003 acquista finalmente il Dundee e riesce a farvi giocare anche Fabrizio Ravanelli (per cinque partite); poi succede qualcosa di strano a livello finanziario, quindici giocatori devono venir svincolati e Di Stefano se ne va.
Anche oggi, tra un partito politico da fondare e un processo da seguire, Di Stefano gironzola intorno al mondo del calcio, con i suoi modi diretti e il suo eloquio evocativo; e non sarebbe giusto credere che lo faccia solo per calcolo o per interesse e non per genuina passione. Costui, in effetti, è pur sempre l'uomo che nel 1999 torna a Belgrado, che sta per essere bombardata dalla Nato, solo per stare vicino ai suoi amici Milošević e Arkan. Così lui stesso commenta la vicenda: "Uno non può mangiare al tavolo di un amico, di un cliente e poi scappare nel momento in cui l’amico è in difficoltà. Questo sono io, Giovanni Di Stefano, di Petrella Tifernina, figlio di gente leale. Neanche i romani ci hanno conquistato a noi".
Questo è Giovanni Di Stefano, di Petrella Tifernina, l'avvocato dei lupi.