martedì 20 aprile 2010

Tema dei traditori e degli eroi

Nelle scansioni dell’iconografia tradizionale, la gioventù di Obdulio Varela si svolge nei rioni occulti di Montevideo, dove la luce dei cortili gli si impresse sul volto, creando quella maschera meticcia che a quindici anni pareva già adulta.

Essere adulti a quindici anni combacia con la vita di un uruguaiano, gli ripeteva una voce che poteva essere di un nonno oppure di un dio, nelle sue notti gremite di sogni. Così nella tasca gli compare l’immancabile coltello, e nella memoria una ragazza olivastra che sparì per sempre dietro la tenda di una corriera che portava a Rio Grande do Sul.

Seguono poi considerazioni, che lasciano il tempo che trovano, sul destino che lo volle far nascere in quella costola di Sudamerica schiacciata tra l’Orco brasiliano e la pianura Argentina, dove l’immaginazione dei poeti si deve essere impigliata nelle piume dei pappagalli, perché non ha prodotto re sanguinari, prodigi, labirinti di specchi.

Così una certa retorica non senza ambizione, in mancanza di meglio, si è impadronita della storia di Davide e Golia e l’ha ambientata nei mondiali di calcio del 1950, costruendo un perfetto meccanismo di suspense.

Nella sua prima parte, cresce una spasmodica attesa. Come ogni avvento, è preceduto da segnali e visioni: l’Orco brasiliano si appresta a vivere il suo primo trionfo calcistico. Un’intera nazione si prepara a celebrarlo. Vengono chiamati architetti a progettare uno stadio che, almeno idealmente, possa contenere l’umanità molteplice delle cascate, della sabbia zuccherina, delle baracche misere.

Si posticipa il carnevale, si inverte l’ordine delle stagioni, il tempo sembra assecondare la gioia trattenuta per anni. Dall’Europa arrivano squadre esangui per la guerra o per altre disgrazie: gli italiani, intimoriti dal volo dopo la tragedia di Superga, preferiscono il traghetto Napoli-San Paolo. Si allenano sul ponte, finché tutti i palloni non cadono nell’oceano. Qualche poeta brasiliano d’occasione viene lodato per la metafora, non particolarmente felice, del mare come rete infinita.

Il talento, si mormora in quei giorni, non può perdere: l’arte rinasce nel football. Le autorità stilano i discorsi per le cerimonie, farcendoli di epiteti e giubilo. Tutto questo non piace a Obdulio Varela, non alla sua schiena dritta di uruguaiano, abituato a vedere le cose dai loro risvolti.

Parallelamente all’attesa dell’evento trionfale, nella storia si introduce il tarlo dell’inverosimile: la narrazione conduce in un sottotesto in cui alla marcia eccessiva dei brasiliani verso la finale di Rio (sette a uno alla Svezia, sei a uno alla Spagna), si affianca quella dimessa degli uruguaiani verso il ruolo di vittime sacrificali (perché nessuno si accorse, o forse non volle, dell’otto a uno inflitto alla Bolivia).

Il giorno della finale, in un Maracanà in cui i corpi si accatastano, e già si intonano cori commossi, al Brasile basta un pareggio. Obdulio Varela scruta quella calca informe, quell’unico viso che era dell’orco che gli spaventava il sonno fin da bambino, in cui si confondono milioni di facce sconosciute, per lui né nemiche né amiche.

I suoi compagni, nel primo tempo, sembrano in balia dei forsennati avversari. Varela li arringa a uno a uno nell’intervallo. Non basta, dopo due minuti dall’inizio della ripresa il Brasile passa in vantaggio. Il Maracanà esplode in un boato. Varela recupera la palla in fondo alla rete e lentamente, senza paura di quell’esultanza selvaggia, cammina verso il centro del campo.

L’Uruguay non si scompone, non cede alla tentazione di farsi annientare, mentre i brasiliani si perdono in inutili leziosismi. In una manciata di minuti, gli uruguaiani capovolgono il risultato, prima con Schiaffino e dopo con Ghiggia, che beffò con una specie di tiro-cross il portiere del Vasco de Gama, Moacir Barbosa.

In un silenzio irreale, l’Uruguay vince la coppa del mondo e si consuma la disperazione di un popolo. Non si contano i morti di crepacuore, il corso dei fiumi si ferma, si inaridiscono le piantagioni: il gigante Golia giace colpito dalla fionda uruguaiana.

Terra ferita dall’umiliazione, il Brasile sperimenta l’angoscia di chi ha perduto tutto prima ancora di averlo, si accanisce nella caccia dei capri espiatori, gli undici protagonisti della disfatta. I poeti che prima salmodiavano ora lanciano maledizioni.

L’epilogo vede gli uruguaiani accolti a Montevideo da una folla festante e composta. Obdulio Varela incarna l’eroe senza macchia, Ghiggia zoppicherà per un anno a causa di un intervento vendicativo alla gamba, Juan Alberto Schiaffino partirà per cercare fortuna in Europa.

Negli anni che seguono, Varela non alimentò la sua gloria: concluse la sua carriera dopo i mondiali di Ungheria, poi scelse di vivere appartato, lasciando che l’orgoglio nazionale si nutrisse del suo simulacro.

Da una stanza tiepida di Montevideo, dietro persiane celesti, non perde di vista gli sviluppi del calcio. Alla prima vittoria del Brasile, nel 1958, forse gli scappa un sorriso, alla seconda, nel 1962 pensa a una coincidenza. Nel 1970, in Messico, vede Pelé svettare altissimo nel colpo di testa su Burgnich. Il Brasile, arrivato per primo a tre vittorie tra tutte le nazionali del mondo, conserverà per sempre la Coppa Rimet, quella che lui in un giorno incredulo sollevò nell’angoscia di Rio.

Un’idea si sedimenta nel corso degli anni. Si chiede cosa sia più importante, se tutta la gioia di un popolo racchiusa in un solo istante, o l’assicurazione di una gioia ciclica, che si perpetui nel tempo, superando le generazioni. Per ironia della sorte, gli ultimi Mondiali che ricorderà, quelli del 1994, saranno di nuovo vinti dal Brasile.

Nei suoi ultimi mesi, confortato dall’oblio, si rende conto che nel lontano 1950 solo in apparenza Golia era stato sconfitto. Rivede particolari che gli erano sembrati incredibili, gesti di intesa tra i giocatori brasiliani, tutta quella monumentale disperazione gli si rivela come una messa in scena di undici martiri, che scelgono il sacrificio di un’intera Nazione per garantirle verso la Sorte un credito inestinguibile.

Non lo indispose essere stato una pedina di quel piano concepito da chi, per ottenere una gloria imperitura, attirò su di sé ogni ludibrio. In fondo lui non si era preparato per vincere, ma per perdere con la testa alta, da uruguaiano che si rispetti.

E come un uruguaiano che si rispetti, con la testa alta, si addormentò.

9 commenti:

  1. Io sceglierei tutta la gioia di un popolo racchiusa in un solo istante. Il trionfo ciclico porta con sè un'idea di rabbia e potenza che non mi appartiene. Ne sono certo: io di Mondiali vorrei non vincerne più.

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  2. Un racconto magistrale, Arturo. Grazie. Al di là del grande capitano uruguaiano, visivamente mi è rimasta impressa l'immagine -questa sì, poetica- degli italiani che giocano a calcio sul ponte della nave, con i palloni che finiscono in acqua (un'immagine che solo, che so, un Baricco potrebbe svilire).
    Varela e il suo popolo danno l'idea di essere una virgola nella Storia, che si ricorderà invece degli svariati trionfi brasiliani, ma in realtà quel giorno al Maracanà vale più di cent'anni di sfide. Perchè se non hai niente da perdere è come se avessi vinto sempre.
    Penso allora a Mario Benedetti e al suo capolavoro in prosa, "La tregua", come simbolo di una nazione che, appunto, alla storia non chiede altro che una piccola tregua di felicità, e non la gloria eterna.

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  3. Che meraviglia.. Obdulio Varela come Benjamin Otalora.. che corre incontro alla sconfitta.. mentre, ironia delle Storie, è l’uruguagio Azevedo Bandeira a fargli credere che stia vincendo.. L’elegia della sconfitta che trascende la vita e si sublima nel calcio.. (o era viceversa?) E speriamo davvero di non vincerne più di mondiali.. perché come ha detto a Lippi il suo analista.. se vinci poi ti cerchi.. e quando ti trovi, guardandoti allo specchio.. l’altro non ti riconosce..

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  4. Grazie a voi, spero che i debiti e la matrice siano più che evidenti!

    Anche io sceglierei la gioia di un istante e di sicuro una sola vittoria può valere (anzi, vale) più di mille vittorie, però mi piaceva raccontare la storia in maniera un po' diversa da come la si legge nelle cronache ufficiali, per evitare di cadere nella retorica dell'impresa dei piccoli contro i grandi (che danneggia ciò che vorrebbe esaltare) e per sottolineare cosa si può essere disposti a fare per un'illusione di eternità.

    Quanto ai prossimi mondiali, un'altra vittoria dell'Italia (si potrebbe proporre a Lippi il viaggio in nave sulla tratta Viareggio-Città del Capo) sarebbe solo causa di noia e vanagloria, ma se è per questo anche del Brasile non se ne può più.
    Tra le grandi, sto con l'Argentina, cioè con Diego.

    In una personale classifica dei racconti di Borges (si potrebbe fare un sondaggio al riguardo), quello di Otalora, di cui al momento non ricordo però il titolo (il morto?), ha serie possibilità di classificarsi tra i top five. Grazie di averlo ricordato.

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  5. Splendido..davvero splendido questo post.....i miei più sinceri complimenti ad Arturo....

    quel mondiale fu assurdo.'l'Uruguay campione,i suicidi di massa in Brasile,l'italia in Nave,non so quale squadra assurda squalificata perchè pretendeva di giocare a piedi nudi...

    qualche mese fa Ghiggia uno dei pochi ancora in vita(forse l'unico) è entrato nella "Walk of fame del Maracanà"

    http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/calcio/ghiggia-walk/1.html

    tra quattro anni magari anche solo al girone...sarebbe interessante vedere un Brasile-uruguay al Maracanà

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  6. "sbarca il lunario con una tardiva e scarna pensione che lo Stato si è deciso infine ad attribuirgli"

    http://www.corrieredellosport.it/remember/2009/03/05-60588/Ve+lo+ricordate+Ghiggia%3F+Noi+vi+diciamo+come+vive

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