venerdì 30 aprile 2010

Quando Gli Angeli Piangono - Primera Parte

L’Indio si accende un'Hamilton senza filtro e sembra felice. Lui viene da El Callao, la principale area portuale peruviana, dalle parti di Lima. Lì è cresciuto e si è indurito, tra realtà precarie e cocaina trattata come si deve. Il corpo è ricoperto di tatuaggi, ricordo del fratello aspirante artista che su di lui si decise a far pratica. Sul collo un cerchio di serpenti che nella simbologia e cultura eschimese significherebbero la nascita, l’esistenza e la morte, in un infinito rincorrersi. Sulla spalla il volto a colori di Ernesto “Che” Guevara. Sembra felice e fuma, noncurante della polmonite che qualche anno fa lo stava uccidendo. In un giardino alla periferia di Cuzco, in cambio di un po’ di frutta, ci racconta una strana storia, ambientata negli anni Settanta. Ci racconta di un Alianza Lima che giocava meglio del Brasile. Di giocatori che si muovevano rapidi ed eleganti come ballerini. Di avversari impotenti di fronte a tanta classe. Noi, con le vene del collo tirate, prendiamo parte alla fiaba. Ci immaginiamo un calcio pazzesco in bianco e nero. Chilene e cambi di campo, ignoranti di quella squadra che è stata la più forte di tutti i tempi.
A far sognare i tifosi dell’Alianza erano due ragazzi che giocavano in attacco: Teofilo Juan Cubillas Arizaga e Hugo Sotil. Per tutti, la “Dupla de Oro”. Teofilo è di Lima, zona Puente Piedra, ha la pelle color nocciola e in battaglia lo chiamano “El Nene”, il bambino. Assoluto purista del calcio piazzato, vinse il Pallone d’Oro del Sudamerica nel 1972. Hugo, invece, nasce qualche chilometro più a sud. Ad Ica, quel che si dice un piccolo paese dove si produce un buon vino. I tifosi lo chiamano “El Cholo” e lui, in cambio, li delizia con i suoi dribbling.

[Teofilo Cubillas, 1981]
Insieme, Teofilo e Hugo, dominavano in Perù. Insieme sconfissero il Benfica di Eusebio ed il Bayern di Beckenbauer. Insieme vinsero una Copa America nel 1975, gol decisivo proprio di Sotil nello spareggio in Finale contro la Colombia (Tefilo, invece, aveva, da par suo, annientato il Brasile in Semifinale). Contribuirono a rendere l’Alianza la squadra da battere. Quella che nell’immaginario collettivo è il potere mai domo. L’affermazione fatta a palmares.
Quell’uomo coi serpenti sul collo di colpo si fece triste e severo. Ci raccontò che il sogno svanì in fretta. Già gli anni Ottanta furono duri per l’Alianza Lima. Nonostante avesse molti giocatori talentuosi, la squadra biancoblu non fu più in grado di vincere titoli, molti dei quali vennero conquistati dallo Sporting Cristal, la squadra celeste di Lima. Per giunta, proprio quando, nel 1987, l'Alianza Lima era prima in classifica a poche giornate alla fine del campionato, e sembrava nuovamente pronta per conquistare il titolo nazionale, il destino presentò l’amaro conto. Il 7 dicembre di quell'anno l'Alianza giunse a Pucallpa, al limitare della foresta amazzonica, per giocare contro il Deportivo Pucallpa e batterlo (1 a 0 firmato Carlos Bustamante). Il volo di ritorno partì il giorno successivo alla partita. L’aereo, un Fokker della Marina peruviana, che trasportava i giocatori e lo staff dell’Alianza si schiantò in mare, a pochi chilometri dall'aeroporto di Callao. Unico sopravvissuto, il pilota. L’Indio si accende l’ennesima e scuote la testa. Ora il calcio non è affascinante come un tempo. Dice che i giocatori sono diventati mercenari. A loro piace solamente vivere nel lusso, tra feste, alcool e belle donne. Che le partite sono un imbroglio. Che il Perù non vincerà mai più. Inutile provare a consolare quell’uomo dai capelli lunghi fino alle spalle. Meglio farsi riportare al Barrio e cenare in una squallida bettola.
***
Da qualche parte, tra le colline che avvolgono Cuzco, sorge una specie di fortezza. Pachacutec, l’antico sovrano, nel XV secolo le aveva dato nome Sacsayhuaman (in lingua Inca, “Luogo dove si sazia il falco”) e l’aveva progettata in posizione tale che corrispondesse alla testa dell'animale sacro per gli Inca, il Puma, il cui corpo doveva essere, invece, rappresentato dalla città sottostante. Prendiamo il taxi al Barrio de San Blas e iniziamo a salire verso la fortezza, verso la testa. Dalla collina la vista è incredibile. Si ammira l’intera vallata e l’architettura del bel centro storico di Cuzco. Non sono tuttavia le facciate rinascimentali della Cattedrale ad accogliere la nostra attenzione, bensì uno strano catino alla prima periferia. Gli spalti sono colorati a raggiera di rosso e bianco. Il colpo d’occhio è impressionante. Torniamo dal tassista mentore e chiediamo lumi. A Cuzco c’è una squadra di calcio che si chiama Cienciano, ci racconta. La allena Freddy Ternero ed è considerata una delle migliori formazioni del Sudamerica. Ha appena alzato la Copa Sudamericana, battendo in finale nientemeno che gli argentini del River Plate grazie ad un gol realizzato dal paraguayano Carlos Lugo. Vogliamo vederla giocare la squadra rossa di Cuzco. Vogliamo anche noi sostenere El Papà in quell’arena chiamata Garcilaso. Niente da fare, risponde cortese il tassista mentore. “No hay partido, amigo. Esta semana El Papà juega en Tacna”. Maledizione.. Tacna! L’ultima roccaforte prima del Cile.. Là, di fronte al deserto di Atacama, in mezzo al salnitro, dove si aspetta un nemico che non arriva mai. Troppo a sud.

[Estadio Garcilaso, Cuzco]
Trascorriamo qualche ora in Plaza San Francisco, tra una partita a biliardo, un match al PES sudamericano e squallide discoteche locali. Poi, rassegnati ed ancora allucinati, decidiamo di soffrire per alcuni giorni lungo il Camino Inca che guida a Machu Pichu. Lasciamo, quindi, Cuzco. Nel frattempo il Cienciano si era scoperto corsaro, battendo il Coronel Bolognesi, la squadra di Tacna, per 4 a 2. Per noi, vale la pena fare un salto sino a La Paz, non fosse altro che per avere il timbro della Bolivia sul passaporto. La nostra idea è che la Bolivia sia un’immensa distesa di sale ad alta quota. Un Paese da far male agli occhi tanto luccica al sole. Una landa desolata, abbandonata da Dio nella sua calma. Invece, la Bolivia è quanto di più vicino al caos assoluto. Bellissima adagiata nel suo nulla. Di fatto, la Nuestra Senora de La Paz è un buco. E’ come intasata in una valle stretta stretta. L’impressione è che non ci sia spazio. I ricchi vivono in maniera irriverente a valle, mentre i barrios più degradati tentano di dominarli dall’alto, dando vita ad un ridicolo e necessario contorno. Sia chiaro, la principale attività in Bolivia è inscenar rivolte. Sia per finalità politiche (gli ultimi scontri in questo senso sono avvenuti nel 2003, prima dell’elezione di Evo Morales), sia per far valere i propri diritti civili. Era successo nel 1999: una coalizione politica, guidata dal dittatore Bazar, decide di privatizzare l'acqua. La concessione viene affidata ad una multinazionale statunitense. Il popolo boliviano, vedendosi negato l’accesso a qualsivoglia risorsa idrica, subito si organizza attraverso un comitato composto da cittadini, chiamato Coordinadora de defensa del agua y la vida. Le proteste contro la privatizzazione dell'acqua furono violente, una specie di guerriglia urbana durante la quale persero la vita diverse persone. Alla fine, un anno dopo, il popolo boliviano la spuntò. Così l’anno in cui capitammo in Bolivia noi, il Governo aveva deciso di privatizzare il gas. E il popolo era insorto nuovamente. Solo un paio di anni dopo, il cocalero Morales avrebbe nuovamente posto sotto il controllo statale gli idrocarburi boliviani, con buona pace dei più. Nei nostri pensieri, una grande rivalità ci attende: quella tra Bolivar e The Strongest. Il primo è il principale club boliviano di calcio, il più titolato, il dominio che prima o poi cadrà. Il secondo è il rivale di sempre. Sulla maglia gialla e nera, la testa di una tigre. Nella storia del campionato boliviano, alle spalle di Bolivar e The Strongest tengono il passo solo il Wilstermann, che gioca, in maglia rossoblu, il derby con l’Aurora (“El Equipo del Pueblo”) in quel di Cochabamba, l’Oriente Petrolero, la squadra degli operai degli Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos a Santa Cruz de la Sierra, e l’acerrima nemica di quest’ultimo, il Blooming. Ci attende un grande stadio, l’Hernando Siles, nella zona est. In alto, dove stanno los obreros. Usciamo a caccia di informazioni. Niente, non si gioca a metà settimana. Maledizione! C’era da aspettarselo.. Non puoi assaporare il meglio come se niente fosse. Quell’anno l’Apertura lo vinse il Bolivar (sedicesima, all’epoca, affermazione a livello nazionale), mentre il Clausura gli aurinegros. Il titolo venne, tuttavia, assegnato allo The Strongest solamente cinque anni dopo. Si legge su El Razon (quotidiano boliviano): “El presidente de la Liga, Mauricio Méndez Roca, ratificó a The Strongest como el campeón del torneo Clausura de la temporada 2004. El título se encontraba en discusión por las impugnaciones que realizaron en su momento los clubes Unión Central, Wilstermann y Oriente Petrolero por la actuación del arquero Marcelo Robledo, quien luego se demostró que siempre fue jugador boliviano”.
Voltiamo,saggi, le spalle alla loro signora. Non ci interessa perder tempo. E saliamo su un pullman che porta a Copacabana. Da lì, ci imbarchiamo per la Isla del Sol, una piccola isoletta nel mezzo delle acque boliviane del lago Titicaca. Qua non ci sono squadre da seguire o immaginare. A dire il vero, non c’è neanche la corrente elettrica. Solo la soma di qualche asinello e maiali selvatici. E mentre un ottimo Viejo Roble della Vina Undurraga consola la nostra noia, la radio a pile della casa vicina trasmette il pareggio di Adriano all’Argentina al Novantesimo in Copa America. A noi quella competizione non piaceva. Per cultura, formazione sociale e spirito di sofferenza avevamo sposato la sepolta causa peruviana. I nostri sogni erano, in maniera prevedibile, incappati nella realtà qualche giorno prima. Un gol di Carlitos Tevez ai Quarti di Finale, in una malinconica sera trascorsa in albergo ad Ica. In compagnia, ovviamente, di alcune cervezas comprate alla tenda all’angolo.
(Continua)

7 commenti:

  1. Fantastico.

    Ne deduco che la Bolivia è un bel pezzo avanti a noi.

    A Roma pure si parla di privatizzazione dell'acqua, eppure ancora non si sente parlare di alcuna rivolta.

    Nel dubbio, io sono pronto: mi manca solo qualche foglia di coca da masticare.

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  2. Grazie Bostero, ora mi sento come se il timbro della Bolivia l'avessero messo pure sul mio passaporto!
    Certo che peccato che vi siete persi le partite..però almeno vi è rimasto il gusto di immaginarvele. Anche perchè non c'è niente di più bello di uno stadio vuoto. Neanche uno stadio pieno.

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  3. poi uno che dovrebbe rispondere a chi sostiene che entrare nelle pieghe calcistiche di un luogo non rientra tra le priorità assolute di un viaggio?
    attendo il seguito, con la curiosità di chi non c'è mai stato.

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  4. Magnifico il vostro vostro viaggio alle porte di stadi chiusi.. ma forse è meglio così, come ha detto Dionigi.. E l’indio tatuato.. Me lo immagino reagire allo stesso modo, con un’alzata di spalle, ai trionfi ed alla decadenza dell’Allianza Lima.. E poi.. con uno stanco ciondolare, attraversare il confine.. e partecipare alle rivolte boliviane.. Ed anche lì, comunque vada, qualunque sia la situazione.. se in cima ad una barricata festante o sdraiato sotto un fuoco di proiettili.. ad un certo punto scrollare le spalle.. alzarsi ed andarsene..

    Immagine di un calcio.. quello sudamericano.. dove il gol, il passaggio, lo scatto, il fallo, il dribbling avvengono in maniera quasi casaule.. nei momenti in cui meno te lo aspetti.. quando non servono né hanno senso alcuno.. dove sembra che anche la palla, ogni tanto, anche lei alzi le spalle e.. ciondolando.. stancamente se ne vada.. indifferente ai ventidue che le corrono incontro..

    PS. Tato, se vuoi sono pronto, sia per la barricata che per la masticata..

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  5. Zio, è davvero emozionate entrare in uno stadio vuoto, ancor di più se lo fai dopo aver percorso centinaia di chilometri. Ho dei bellissimi ricordi, testimoniati da due fotografie in questo momento proprio sopra la mia testa, di un viaggio molto più modesto rispetto a quello di Bostero, verso nord con Gegen, in cui non riuscimmo mai a trovare una cazzo di partita che si giocasse quando c'eravamo noi.
    Questo non ci impedì di farci un giro sugli spalti nudi della Dinamo Dresda e di socializzare coi loro ultras, così come di camminare sul manto erboso del Malmo, dopo essere passati per spogliatoi, sala stampa e panchine.

    E' che nella solitudine di un campo da calcio vuoto è più facile riconoscersi per quello che siamo, amanti di quelle casualità sudamericane che descrivi bene tu..

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  6. Bellissimo racconto intriso di sapori sudamericani.
    A me in Messico è capitato un tassista uguale, mi ha tessuto le lodi della squadra e dello stadio del Queretaro, el mejor estadio del mundo!! Ah, se non ci fossero i tassisti pieni di orgoglio nazionale!!

    Sono in attesa della seconda parte!

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  7. Lui c'è riuscito!!!

    http://pitchinvasion.net/blog/2008/04/18/the-passion-of-cienciano/

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