lunedì 12 aprile 2010

L'eleganza del nove e mezzo: Enzo Francescoli (II parte)

-¿Te emocionás por dentro? Por afuera das una imagen de tipo frío.-
- Me emociono y me conmuevo, pero mis sentimientos no los saco afuera. He llorado algunas veces. En mi despedida lloré casi toda la vuelta olímpica. Verles la cara a mis hijos, darme cuenta de que se terminaba. Es fuerte no tener más el “uruguayo, uruguayo”. Es fuerte no escuchar el “uhhhh” cuando la bajás de pecho, perder la adrenalina antes del partido, el grito en el vestuario de “Vamos, River, la puta madre”, los viajes con Uruguay en las eliminatorias... Es fuerte.-

[qui la prima parte della storia]
(La consacrazione nel River Plate)
Rinfrancato dai successi con la sua nazionale e dal matrimonio con Mariela in arrivo, Enzo ha grandi prospettive per il 1984, anno in cui vuole finalmente trovare la sua consacrazione anche con il River. Peccato che proprio all’inizio della stagione viene presentato il nuovo tecnico dei bonairensi, il suo connazionale Luis Alberto Cubilla, uno che Francescoli non lo vede proprio, tanto da affermare in un’intervista del 10 gennaio alla rivista El Grafico che non avrebbe posto obiezioni ad un’eventuale cessione di Enzo pur di arrivare a Roque Alfaro, fantasista argentino dell’America de Calì. Al contrario Francescoli non vuole andarsene da Buenos Aires, perché deve ancora dimostrare a tutti gli scettici le sue enormi qualità, fino a quel momento in parte inespresse. Alla fine Enzo rimane, ma arriva anche Alfaro, e diventa subito evidente che tra quest’ultimo e Beto Alonso, di ritorno dall’esilio forzoso al Vélez, il posto da numero dieci è già bello che occupato. Pur di non rinunciare a Francescoli, Cubilla lo schiera allora in mezzo al campo, da numero otto. Enzo non è troppo d’accordo ma si dà comunque da fare in quel ruolo che non sente suo, dove impara a lottare, sempre con la testa alta e i capelli al vento. In questo modo il suo apporto alla squadra migliora partita dopo partita e addirittura segna più gol, oltre a farsi applaudire per le sue illuminanti giocate.
Lui sembra un altro rispetto alla stagione precedente e anche il River va alla grande. Dopo aver sconfitto il San Lorenzo in semifinale, arriva all’ultimo atto del Campeonato Nacional, dove l’attende il Ferro Carril Oeste. La squadra fondata dai ferrovieri di Buenos Aires, guidata in panchina dal mitico Carlos Timoteo “el viejo” Griguol (famoso per caricare i suoi giocatori prima delle partite con uno ceffone in faccia) e in campo da un giovane Hèctor Cùper, non sembra un ostacolo troppo complicato per il River, ed invece i verdi espugnano 3 a 0 il Monumental. Il ritorno a Caballito –zona ovest di Buenos Aires- si apre subito con il vantaggio dei padroni di casa, al che i tifosi del River non la prendono molto bene ed iniziano a dar fuoco ai tabelloni dello stadio, finché la barbarie si spinge fino al campo da gioco. È un colpo duro per il River, che perde altre tre partite consecutive, finché, dopo la sconfitta per 5 a 1 con l’Uniòn, il tecnico uruguaiano Cubilla viene esonerato. Per Enzo si tratta di una vera e propria liberazione, la conclusione di una delle tappe più dure in biancorosso.
A fare da traghettatore viene chiamato il tecnico delle giovanili, Don Adolfo Pedernera, che ha in mente un River completamente diverso. Don Adolfo scambia le posizioni dei giocatori come in una partita a scacchi, retrocedendo Alfaro a centrocampo e spostando Francescoli da otto a “nove e mezzo”, quello che diventa il suo ruolo, perché più vicino al suo modo di intendere la vita e il pallone, nel limbo del talento. Al riguardo, commenta lo stesso Enzo che “con Don Alfonso ci incontravamo spesso alla caffetteria del club e chiacchieravamo. Rispetto alla mia posizione un giorno mi disse: Tu hai tutti i mezzi per giocare fisso negli ultimi 30 o 40 metri del campo, devi essere molto più squilibrante di quello che sei solamente inserendoti. E aveva ragione. Gli sono sempre stato grato per avermi cambiato di ruolo”.
Alle porte del campionato viene presentato il nuovo allenatore, l’ex calciatore e giovanissimo Hèctor Rodolfo Veira, da tutti conosciuto come il “Bambino” (oltre che per il controverso “caso Candelmo”, quando nel 1991 venne condannato per abuso sessuale nei confronti di un tredicenne). L’esordio stagionale lo vive in tribuna, e quando gli chiedono di Enzo afferma senza mezze misure: “Che giocatore! Gli tirano qualsiasi cosa, lui la stoppa e continua. È un fenomeno”. Quel campionato Metropolitano dell’84 il River arriva quarto, a otto punti dai campioni dell’Argentinos Jrs., mentre Enzo – che si converte per la prima volta in goleador, chiudendo la stagione con 24 centri- è ormai diventato il Principe. Secondo il telecronista Vìctor Hugo Morales, “il soprannome nasce perché io canticchiavo sempre il tango Principe. Una volta segnò un gol e io ripetei una parte: Prìncipe soy, tengo un amor y es el gol. Peraltro il soprannome gli calzava alla perfezione, perché Enzo aveva un’aria malinconica, triste, e un portamento davvero principesco”. Come dargli torto: più che da uno stadio, Francescoli sembra appena uscito da una balera in cui suona un vecchio e gracchiante disco di Carlos Gardel.
Nel 1985 il River inizia con il piede giusto il campionato Nacional, anche se deve spesso rinunciare a Francescoli, impegnato con l’Uruguay nelle qualificazioni per Messico ’86. Enzo è diventato ormai insostituibile per Veira, come dimostrano le sue dichiarazioni dell’epoca: “Enzo ti risolve un sacco di problemi. È un vero fuoriclasse, all’altezza di Platini, Rumenigge e Maradona. Fa tutto bene, lo mando a giocare più dietro, sulla fascia, di punta, e se c’è da prenderla di testa salta come pochi. Non dice mai niente: va, gioca e crea”. Alla squadra si aggiunge Claudio Alberto Morresi, che dalla cabina di regia conduce il River verso il titolo. Francescoli non sta nella pelle. “Ora siamo un bellissimo gruppo, con dei compagni fantastici. E il titolo è vicino. Questo è il River che sognavo di incontrare quando decisi di venire” commenta alla fine dell’anno, dopo aver ricevuto l’Olimpia de Plata come miglior calciatore dell’anno, il primo –ma non l’ultimo- della sua carriera.
L’inizio dell’86 vede il River volare e Francescoli, che sta per realizzare i suoi due sogni –diventare campione con il suo club e giocare il Mondiale con la sua nazionale-, giocare forse il suo calcio più brillante. Sono quelli i suoi giorni di –calcisticamente parlando- vino e rose che rimarranno per sempre impressi nei tifosi del River. Si avvicina così l’estate e i classici tornei al Mar del Plata. L’8 febbraio sarà in particolare una data storica per Enzo, una delle sue giornate più felici.
Il River affronta la nazionale polacca, che si sta preparando al mondiale messicano, in un triangolare che vede coinvolti anche i cugini del Boca Jrs. È un incontro amichevole, senza troppe pressioni, e la Polonia conduce per 4 a 2. A sette minuti dalla fine, il Prìncipe accorcia le distanze con il suo secondo gol, e quasi al novantesimo Centuriòn trova addirittura il pareggio. La partita sembra finita, ma non è così. Al terzo minuto di recupero, Beto Alonso calcia una punizione dalla destra; il cross finisce dalle parti di Ruggeri, che di testa fa da torre per Francescoli. Enzo, spalle alla porta e quasi al limite dell’area, addomestica il pallone con il petto, sente l’ispirazione e si coordina per una meravigliosa rovesciata. Accompagnato dal silenzio religioso dello stadio, il pallone finisce in porta accarezzando il palo sinistro. Francescoli comincia a correre senza sapere dove, non sa chi abbracciare ma vorrebbe abbracciare tutti. Il Tolo Gallego lo cerca con le braccia aperte non credendo ai propri occhi, mentre il Bambino si fionda in campo come un posseduto. Lo stadio esplode in un autentico orgasmo. Nessuno riesce a reagire di fronte a tanta incredibile bellezza. Enzo Francescoli ha toccato il suo punto più alto.
A quel punto manca solo il titolo, che il River vince con cinque giornate di anticipo, il 9 marzo dell’86, battendo 3 a 0 il Velez al Monumental. Francescoli trasforma un rigore all’ultimo minuto e festeggia con le braccia in alto davanti alla tribuna di casa, simbolo inequivoco di un trionfo per cui ha lottato come nessun altro. Enzo chiude la stagione con 25 gol e la stima imperitura non solo dei suoi tifosi, ma anche dei compagni. Ricorda Roque Alfaro: “Il primo giorno che mi presentai al campo d’allenamento, mi sedetti in panchina ad osservare i miei nuovi compagni che giocavano e, guardando Enzo, mi chiedevo: come possono criticarlo tanto se è un fenomeno? Dopo il calciatore, conobbi la persona, una persona stupenda: nonostante io fossi stato comprato per prendere il suo posto in campo, il suo comportamento verso di me fu spettacolare dal primo all’ultimo giorno”.

(L’Europa)
Nonostante a Buenos Aires sia ormai un Dio, dopo il trionfo Enzo decide sorprendentemente di lasciare il River per provare l’avventura nella Vecchia Europa. Ad attenderlo dall’altra parte dell’Atlantico c’è il modesto Racing Club de France, seconda squadra di Parigi che dopo assumerà il nome di Matra Racing Paris. Il Racing Parigi l’ha comprato dal River Plate per quattro milioni di dollari, offrendogli un sontuoso contratto di cinque anni a 700 milioni di lire l’anno, più una Peugeot 205 e una bella casa in quartiere residenziale di Parigi.
Prima però c’è il Mondiale messicano da disputare con il suo Uruguay, c’è un’intera nazione che si affida ai suoi piedi, c’è il contestatissimo mister Omar Borras da seguire. Gianni Mura lo presenta così ai lettori italiani: “Lo chiamano il principe e anche condorito (naso adunco, occhi pesanti). È alto, magro e somiglia a Flavio Bucci [chi non lo ricorda nel Marchese del Grillo?]. È stato capo cannoniere in Argentina, scudetto vinto dalla sua squadra. Ha la specialità dei calci di punizione, della mezza rovesciata, ha la caratteristica di estraniarsi dal gioco se il gioco non gli va. Si chiama Enzo ed è di origini italiane. Dice Batista: Quello che Maradona è per l’Argentina e Platini per la Francia, per noi è Francescoli. Freddo, elegante, studente di legge come sua moglie Mariela, Francescoli ha scelto i palcoscenici europei”. Il Mondiale si trasforma in un patatrac per l’Uruguay, che viene eliminato già nella fase a gironi dopo i pareggi con Germania Ovest e Scozia e il capitombolo 6-1 contro la Danimarca (con gol della speranza su rigore proprio di Francescoli).
Nei tre anni di dorata pensione parigina Francescoli colleziona 89 presenze e 32 reti, convertendosi nella stella assoluta del club. Racconta la Repubblica che Francescoli ricorderà quegli anni sempre come se, invece che a Montmartre, li avesse passati alla Caienna: “Enzo Francescoli ha vissuto il suo periodo al Matra Racing come in prigione, in un litigio continuo con il presidente Jean Luc Lagardère che voleva fare una grande squadra e alla fine l’ha portata in serie C. A Parigi la passione per il calcio è minima. Per fare numero devi invitare i bambini gratis. Non senti neanche la paura di perdere. E poi durante la settimana non c’è tensione per la gara”. Enzo vive allora quel periodo con il desiderio di andarsene, magari in un paese dove il calcio è più simile a quella malattia della vita che è in Uruguay, a quella divisione, forte quasi come un partito politico, per cui a Montevideo o si è del Nacional o del Penarol. Rimane comunque un mistero il motivo per cui un campione del suo calibro abbia deciso di vivere alcuni dei suoi anni migliori al margine del calcio che conta, quando tutte le squadre più importanti del continente –la Juve in primis- avrebbero fatto carte false per accaparrarselo. Non a caso, nell’estate dell’89 il suo passaggio alla Vecchia Signora sembra cosa fatta. Scrive la Repubblica: “Già nel corso della stagione, è stato corteggiatissimo dall’Avvocato, che apprezza molto i piedi buoni e Francescoli li ha deliziosi. Il suo rendimento in Francia è stato altalenante, quello nella recente Coppa America non esaltante [mentre quella precedente, dell’87, l’Uruguay l’aveva vinta proprio grazie alle prodezze di Francescoli], ma Agnelli lo vuole ad ogni costo. Boniperti non stravede per lui. L’Avvocato, in ottimi rapporti con il presidente della Matra, Lagardère, che, sebbene abbia abbandonato il Racing, ha potere decisionale nella trattativa, finirà per imporlo”. Non fu così, ed Enzo, che ha comunque deciso di lasciare Parigi, sceglie di accasarsi all’ambizioso Olympique Marsiglia. Ogni giorno a guardare gli allenamenti c’è un ragazzino d’origine algerina, si chiama Zinedine ma tutti lo chiamano Zizou. Innamorato del Principe, qualche anno dopo non esiterà a chiamare suo figlio proprio Enzo.
A Marsiglia Francescoli sfodera le sue magnifiche giocate con ritrovata continuità. L’Olympique vince lo Scudetto e viene immeritatamente eliminato dal Benfica (qualcuno si ricorderà della mano di Vata) nella semifinale di Coppa Campioni. Tuttavia, Enzo non sente la fiducia dell’ambiente, soprattutto quella del presidente Bernard Tapie, che non lo stima. Tanto grande è la delusione che Enzo decide di fare i bagagli un’altra volta. Più che altro, sente che è giunto il momento di confrontarsi con l’Italia, la patria dei suoi avi partiti cent’anni prima da Novara. Qualsiasi squadra gli va bene, e quella squadra è apparentemente l’ennesimo affronto al suo genio calcistico: è il Cagliari, impelagato in una costante lotta per non retrocedere.
Racconta Franco Melli sul Corriere della Sera: “Destino capovolto. Quando gli prospettano il trasferimento nell’isola pensa a spiagge sotto casa, alla comodità estiva di bagni puliti nei dintorni con la moglie Mariela e i figli Bruno e Marco. Lo sconsigliano. Voci di amici uruguaiani si permettono di insistere: nato nel Montevideo con l’insigne Morena quale modello, cresciuto calcisticamente in club aristocratici, sfiorirà tra le ristrettezze e gli incubi di chi ogni volta deve soltanto salvarsi. Impazzito? Dove va a sprecare le ultime scorte di un talento un po’ sciupato causa irrinunciabili pigrizie? Francescoli resiste agli affettuosi assalti critici ed ammette: “Persa la Juve, svanita l’occasione interista, conservavo la voglia di verificarmi nel ‘campionato dei sogni’, anche inserito in una formazione qualsiasi. E così ho lasciato Marsiglia senza perplessità. Cambiavo vita. Andavo a lottare, stanco dei giudizi di troppa gente. Sì, perchè tanto nel River Plate quanto in quattro stagioni d’Europa sono stato etichettato sempre nello stesso modo. Ripetevano che ero discontinuo, poco potente, poco al servizio dei compagni, poco socievole, molto egoista”. Un talento pigro – uno snob, insomma.
È il 1990, per noi storia recente persa in qualche angolo della memoria, tra un filmato della Domenica Sportiva e una figurina Panini. In Sardegna Francescoli arriva insieme ai connazionali Herrera e Fonseca e ci rimane tre anni, indietreggiando un po’ la sua posizione in campo, tanto che segnerà solo 17 gol in 98 apparizioni. Anche se all’inizio le cose non vanno benissimo, Francescoli si innamora immediatamente di Cagliari, ed è un amore reciproco. “Nessuno finora mi ha fatto sentire fenomeno, ma nessuno mi ha insultato quando stentavo ad ingranare. Capitò nei primi momenti, sotto Claudio Ranieri. Giravo a vuoto. Però quell’allenatore attese paziente, lasciando che tirassi avanti tra i titolari. Altrove sarebbe scoppiata la guerra civile e invece, qui, certi malumori se li porta via il vento di mare. Certo, avesse inserito un altro mi avrebbe distrutto. Allora ero timido e fragile, mettevo insieme poche parole d’italiano, annaspavo davanti alle contrarietà, giravo alla larga dai difensori randellatori della domenica".
Giunto alla soglia dei trent’anni, rinfrancato dall’incontro con Carletto Mazzone (nuovo allenatore dei sardi), Enzo si rende conto che per essere felici non c’è bisogno di primeggiare tra i migliori, perché ognuno ha il suo cammino da percorrere e solo quel cammino può portarlo alla felicità. Altri potrebbero parlare di rimpianti, di occasioni perse, di carriera sprecata; io preferisco parlare di lucidità, consapevolezza, intelligenza. Quelle qualità che alle porte del Natale del ‘92 gli fanno affermare con mirabile sincerità che “un uomo finisce con l’appartenere alle proprie abitudini e io, quando infilo la maglia rossoblu, provo la stessa emozione di quando indossavo la divisa celeste. Oggi è il Cagliari la mia nazionale”. Questo anche perché ad allenare l’Uruguay è finito quel Luis Cubillas già conosciuto al River, con il quale per Francescoli non esiste dialogo: “Lui, dopo i mondiali di Italia ‘90, ci trattò da mercenari; assicurò che badavamo più ai soldi che a sacrificarci per la nostra rappresentativa. Offesa inaccettabile dopo 63 partite e 21 gol per l’Uruguay". Il Cagliari gli entra allora nel suo cuore vagabondo, perché come la sua nazionale è una piccola squadra che gioca ovunque senza complessi d’inferiorità. “Se tra Torino e Milan a San Siro rimedieremo due punti, mi convincerò di poter restare ancora in serie A. Comunque seguirei i compagni anche in C. Meglio giocare sempre, sentirsi utili sempre. Io non sopporterei di andare in tribuna con le tasche piene di soldi, come capita a certi colleghi nelle società miliardarie”.
L’ultimo anno italiano lo gioca al Torino. È la stagione 1993-1994, e i tifosi granata lo accolgono con grande affetto, facendolo sentire come a casa. È l’ironia del suo destino che un giorno lo fa finalmente arrivare all’ombra della Mole, ma dalla parte meno prestigiosa. Il suo esordio arriva alla fine di settembre, e La Stampa lo presenta così ai suoi lettori: “Aria seria, quasi severa, viso affilato, asciutto, occhi un pò pesti per via delle partite giocate con l’Uruguay, della sconfitta con il Brasile che pesa come un macigno, si presenta dopo l’allenamento definito disintossicante. E attacca, innanzitutto per allontanare la ‘pazza idea’ di voler diventare il leader del Toro: Questa ipotesi è di Pato [Aguilera] e riguarda l’Uruguay. Ma se il Toro è lassù in classifica è perchè non ha bisogno di leader. Goveani, quando c’incontrammo a Washington, sapeva bene di poter contare su 2 elementi esperti (32 anni Enzo e 29 Pato, ndr), questo sì. E come anziani aiuteremo i giovani a crescere, a fare gruppo. Che c’è già, visti i risultati ottenuti. E ora sono felice di essere a Torino. Ho rivisto la famiglia, è qui da tempo, i miei figli vanno a scuola”. Enzo non parla mai di sé, preferisce dedicare le sue attenzioni agli altri: la sua famiglia, i suoi compagni, il suo paese. Al Torino lascia la sua impronta con 3 gol in 24 presenze. Dopodichè, sente che è arrivato il momento di tornare a casa.

(Il ritorno)
Nell’aprile del 1994 gli domandano se dopo tanti anni uno può pensare che la sua passione per il River non è più la stessa, e Francescoli risponde: “No, per favore. Il mio affetto non è mai mutato. È l’amore che s’interruppe nel primo gran momento della mia carriera. Al River ho vissuto la mia migliore tappa come giocatore, e mi ricordo della promessa che ho fatto, che sarei tornato. Credo che adesso è il momento ideale. Ho 32 anni e non posso più aspettare molto”. In tre stagioni, dal 1994 al 1997, Francescoli vince con il River più titoli di quanti ne abbia vinti in tutta la sua carriera. Tre volte il campionato di Apertura, due volte quello di Clausura (essendone nel ’96 anche il capocannoniere) e la Coppa Libertadores del 1996. Un mucchio di gol stupendi. Già che c’è, nel 1995 riporta per la terza volta il suo Uruguay sul gradino più alto del podio della Coppa America. Non mancano anche le delusioni, come l’Intercontinentale persa contro la Juve e la mancata qualificazione a Francia ’98.
La sua comunque è una seconda giovinezza calcistica che va al di là di qualsiasi ragione anagrafica, perché si radica nell’amore incondizionato che la tifoseria del River Plate nutre per lui. Commuove l’esultanza del telecronista al momento del suo ultimo gol, e fa venire la pelle d’oca la partita d’addio celebrata in suo onore davanti a 60 mila persone in un Monumental esaurito la sera del primo agosto del 1999. Vedendolo abbracciato da tanto affetto, corrono alla mente le parole che Enzo aveva rilasciato ad un giornale argentino nel 1986, subito dopo aver annunciato la sua partenza dal River: “Non sarà il calcio a lasciarmi, non mi troverà seduto. Sai che cosa? Quando arriverà quel giorno, l’unica cosa che vorrei è che dicessero: Che gran giocatore, sì, ma che bella persona! Che Beto Alonso possa dire ai suoi figli: Io ho giocato con Francescoli e non sapete che gran tipo che era. Che quando tra trent’anni m’incontrerò per la strada con Gallego o Pumpido possa salutare entrambi con un abbraccio. Perché, in definitiva, più che l’immagine e l’insegnamento calcistico che uno può lasciare a qualche bambino –poca cosa-, la cosa fondamentale è il comportamento come persona. Perché non esiste solo il calcio. Bisogna preparare la mente per saper dare un consiglio e l’animo per essere una buona persona”.
Tanto è riuscito Enzo nel suo intento che il popolo del “suo” River Plate, per bocca del suo cantore Ignacio Copani, gli ha dedicato un’intera poesia-canzone che fa venire le lacrime agli occhi. Ed è con queste parole e con queste lacrime (è inutile che vi dica di che cosa) che si chiude la storia di Enzo Francescoli, il più elegante “nove e mezzo” che la storia del calcio ricordi:

Enzo lleva su fantástica figura,
recorriendo con honor el mundo entero.
Sangre azul tendrá este noble caballero,
pero es blanca y colorada su armadura.

Enzo lleva su talento como lanza
sin usar la fuerza bruta ni el temor,
sin embargo retrocede el invasor
derrotado cuando, el príncipe, avanza.

Es tan grande que si debo hablar del Enzo
los laureles, los elogios, quedan chicos.
La palabra de alabanzas se hace añicos.
Es Francescoli tan grande que ahora pienso...
Que su nombre debería ser INMENZO
pues de gloria me hizo inmensamente rico.

Es inmenso cuando frena, cuando engancha,
es inmenso por su eterna habilidad
y es gigante por el don de su humildad,
tanto dentro como fuera de una cancha.

Es inmenso el amor que tanta gente
le profesa al oriental màs argentino,
al botija que con casi nada vino
y hoy se va siendo el campeón del siglo 20.

Quiero verte una vez mas querido Enzo
por la risa que hasta en sueños multiplico,
por el canto y la alegría de los chicos
con su príncipe surcando el universo.
Quiero verte una vez mas querido INMENZO.
Quiero verte una vez mas, te lo suplico.

12 commenti:

  1. Che giocatore, mamma mia....

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  2. Caro SD,

    unisco qui i miei apprezzamenti su Francescoli e Sypniewski (per le storie e la capacità di raccontarle).
    Del primo, mi colpisce il tratto fatalista della gloria non cercata e vissuta, se trovata, con la consapevolezza che tanto più riluce quanto in ogni momento si è disposti a perderla. Così forse si può interpretare il suo romantico vagabondaggio per platee di secondo ordine, dopo i fasti del River Plate, prima dell'emozionante ritorno a casa.
    Del secondo, l'ipotesi che l'unica gloria possibile stia nel disinteresse per la Gloria: nella capacità di vivere un talento straordinario come una qualità qualsiasi, qualcosa che si porta come il colore degli occhi o un lato insopportabile del nostro animo, qualcosa che intravedere è meglio che vedere.
    Forse, in questi due ritratti c'è un registro simile; chissà perché affiora così poco, in questa nostra epoca adoratrice delle Maiuscole.

    Un caro saluto, a presto.

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  3. bellissimo Dionigi!

    Il Fornaretto

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  4. Oltre alla incredibile somiglianza fisica, Francescoli mi ricorda tanto Milito.
    Giocatori forti, fortissimi ma mai completamente al centro dell'attenzione, con atteggiamenti mai supponenti o da star, ma consci della fortuna che hanno, di essere pagati per giocare a pallone (solo alcuni calciatori sembrano ricordarsene!).
    Il Principe, poi, in questo finale di campionato convulso e ad altissima tensione, è l'unico giocatore dell'Inter che non riesco ad odiare...
    Mi sembra non dico un corpo estraneo - rispetto ai movimenti scomposti di Muntari, agli isterismi dell'olandese tascabile, all'INSOPPORTABILE supponenza di zanetti, ai movimenti da bulletto di ballottino, all'incredulità di Lucio quando al terzo/quarto fallaccio da rosso diretto, l'arbitro OSA ammonirlo - ma quantomeno qualcosa di DIVERSO, lui è lì per segnare, con la stessa eleganza di quando giocava in serie b al Genoa, e non è diventato uno di quelli che appena mette la maglietta a strisce, non importa l'abbinamento cromatico, si dimentica delle frustazioni e dei torti subiti gli anni prima.
    (perdonate il fuori tema, in realtà ho usato Francescoli solo come - per parafrasare il sito - "un assist ben calibrato" per parlare di Milito, che quest'anno mi ha davvero impressionato in tutto, gol ed atteggiamenti)
    Viva Francescoli e Milito dunque, che ci mostrano che un calcio diverso è possibile.

    Albis

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  5. Nulla è più bello di uno stop di petto e rovesciata.

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  6. Mi trovo d'accordo con ognuno di voi.
    Con Arturo, perchè è vero, ciò che affascina di gente come Francescoli è "la normalità del talento", il modo umile e sereno con cui viene vissuto. Il talento come fine, per goderne in se stesso, e non necessariamente per vincere una coppa o fare uno spot allo shampo anti-forfora. Mi ha sempre dato l'idea che, se non avesse sfondato nel calcio, sarebbe finito a fare una qualunque professione borghese a Montevideo, passando i pomeriggi a leggere e conversare al caffè, guardando i tram passare, senza lasciarsi mai sfiorare dai rimpianti.
    Con Albis, perchè anche io ho una debolezza per Milito, ed è l'unico interista con cui andrei una sera a cena. Milito è la faccia perbene e piacevole di una squadra che ha fatto dell'antipatia e della nevrastenia un modo di essere, e quindi è vero, anche lui si merita di essere Principe, perchè è una spanna sopra gli altri eppure non lo fa mai pesare. Quando il Genoa sprofondò in serie C e per Milito si accesero le sirene spagnole, consigliai subito il suo acquisto alla dirigenza dell'Osasuna, peccato però che sei milioni di euro -cifra che ora fa ridere, e morire- erano troppo per la squadra di Pamplona. Non sarebbero stati troppi per la Roma, ma lì c'è Pradè, e quella è tutta un'altra storia.
    Infine, con Bostero, perchè non c'è atto calcistico più puro di una bella e coordinata chilena, soprattutto se regalata agli amici durante una tedesca sul bagnasciuga.

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  7. Avevo finito il post su Dia.....ma non avevo voglia di pubblicarlo per non togliere spazio..non solo alla fatica di Dionigi...ma anche al ricordo di questo meraviglioso signore del calcio.....grazie davvero Dionigi.....

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  8. Magnifico pezzo Dionigi. "Gardel era uruguayo" ora è il mio nuovo sfondo del desktop.

    Saluti e sempre complimenti a tutti.

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