lunedì 5 aprile 2010

L'eleganza del nove e mezzo: Enzo Francescoli (I parte)

“In Uruguay ero un dio, ma un essere umano non può sopportare tutto quel peso da solo. Io ci provai, e sono scoppiato. Mi ha salvato la psicoanalisi”.
Enzo “el Principe” Francescoli.

(Premessa)
Nel mio personale pantheon calcistico, accanto al Màgico Gonzàlez (vero e proprio nume tutelare), a David Ginola, a Eric Cantona e a pochi altri, Enzo Francescoli è una delle divinità più amate, perchè ha espresso nel fùtbol lo stesso realismo magico che Julio Cortàzar ha regalato alla letteratura, giocando sempre al limite dell’impossibile (e a volte anche oltre) con eleganza innata. Non a caso mi ricorda –e gli associo sempre la sua faccia- Oliveira, l’errabondo protagonista de Il gioco del mondo, il capolavoro dello scrittore cresciuto a Banfield. Non a caso, come ogni buon intellettuale sudamericano del novecento (Cortàzar in primis), nella sua carriera circolare Francescoli ha girato le grandi capitali della cultura (Montevideo, Buenos Aires, Parigi), ha trovato l’ispirazione di fronte al mare (Marsiglia e Cagliari), ed infine è tornato a respirare l’aria bonairense, la sua seconda casa (che ormai è la prima), dove ha regalato ai tifosi del River Plate le ultime meravigliose stagioni di un campione senza eguali, portandoli fino alla vetta del mondo (calcistico). Per me, el Prìncipe (soprannome ereditato da Diego Milito per l’incredibile somiglianza nel viso, nel fisico e nel caracollare in campo), conosciuto nel tempo anche come el Flaco, el Maestro (così lo chiamava Maradona), insomma, Enzo Francescoli, vero signore, grande talento, inguaribile ipocondriaco, fantasista e centravanti, attaccante metafisico, nove e mezzo felliniano, campione incompreso, sconsolato e borgesiano, espressione sublime di un paese melodrammatico, è il personaggio calcistico che meglio incarna lo spirito del suo continente, meglio di Maradona, meglio di Kempes, meglio di Pelè.
Sembrerà una blasfemia, ma ho scoperto di non essere l’unico a pensarla così. Anche secondo lo scrittore (che, per integrità culturale tengo a precisarlo, non ho mai letto né mai lo farò) Sandro Veronesi, “Enzo Francescoli è il giocatore più bello che il Sudamerica abbia avuto. Io ho visto Francescoli alzare la Coppa America con un braccio rotto alla Beckenbauer, perché giocò la finale, lo stroncarono ma giocò a casa sua a Montevideo. Era come vedere il mondo andare a posto, non so come dire. Lui segnò il rigore decisivo”. Era il 23 luglio del 1995, e al Centenario di Montevideo andò in scena la finalissima tra i padroni di casa e il Brasile. La celeste vinse proprio ai rigori, e chi se ne importa se in realtà a tirare l’ultimo, quello decisivo, quello che fece piangere Taffarel, non fu Francescoli, ma tale Sergio Martinez..Quello che importa è che quella sera el Prìncipe vinse la sua terza Coppa America, dodici anni dopo il primo trionfo con il suo paese, nel 1983, sempre contro il Brasile, guarda caso anche grazie a un suo magistrale gol su punizione nella finale d’andata. Ma forse è il caso di mettere un po’ d’ordine in questa storia, soffermandoci soprattutto sugli inizi del campione, perché dei suoi anni italiani la nostra memoria da figurine Panini ne serba ancora intatto il ricordo.

(L’Uruguay)
Enzo Francescoli nasce il 12 novembre del 1961 nel barrio di Capurro, a Montevideo, capitale della Repubblica Orientale dell’Uruguay, città di tram, caffè, rivalità pallonare e immigrati italiani, in una famiglia borghese. Dal padre Don Ernesto eredita, come i suoi fratelli Luis Ernesto e Pablo, il tifo per il Peñarol e la passione per il calcio, che inizia a praticare già a sei anni in un piccolo club del quartiere, il Club Cadys Real Junior. Racconta oggi il fratello Luis: “Giocavamo per strada, tutti i pomeriggi, dopo il collegio e dopo la siesta. Costruivamo delle porte e giocavamo, che so, venti contro venti, tutti quelli che eravamo in quel momento, anche ragazzi di diverse età. Mio fratello già si faceva notare, si vedeva che le pegaba bien a la pelota”. Oltre che nel Club Cadys, il piccolo Enzo diventa presto una stella anche della squadra del suo collegio salesiano, come ricorda suo padre: “Un mercoledì andammo al Collegio perchè c’era una consegna di premi. Enzo non era potuto venire perchè stava a letto, con parecchia febbre. Lo spiegammo al prete, tal Soviski, che ci tranquillizzò. Non c’è problema, disse, per poi aggiungere: guardi, che si curi bene. Se è necessario, che non venga a scuola neanche il giovedì e il venerdì, non c’è problema. L’unica cosa importante è che recuperi per il sabato, che dobbiamo giocare un incontro decisivo. Mia moglie non poteva crederci: Come può dirci una cosa del genere? Come può preoccuparsi tanto se manca alla partita e non gli importa se non va a scuola? Ma così era…”.
A 13 anni Enzo é già un talento puro, ma per crescere calcisticamente decide di fare un provino sia per l’amato Peñarol che per il River Plate di Montevideo. Entrambe le squadre non lo accettano nelle loro giovanili, con la stessa motivazione: “È troppo piccolo, troppo magro, che torni l’anno prossimo”. C’è però un'altra squadra che si accorge di lui: i Wanderers di Montevideo. Nei Wanderers gioca da qualche anno il miglior amico d’infanzia di Enzo, Gustavo Raùl Perdomo, ex promessa del calcio uruguagio che si è persa presto per strada. Una domenica la sua squadra va a giocare proprio in casa della squadra del collegio di Enzo, e Perdomo raccomanda all’allenatore di non perdere di vista il suo amico. La partita finisce 1-0 per la squadra più titolata, con gol proprio di Perdomo, ma Francescoli è di gran lunga il migliore in campo, tanto da convincere l’allenatore avversario, Josè Maria Martiarena, a portarselo ai Wanderers. È il 22 luglio del 1976, e per Enzo, che ha 15 anni, l’inizio della carriera professionistica.
Il Montevideo Wanderers Fùtbol Club, il cui nome -mai simbolo fu più appropriato- significa “erranti, vagabondi, bohemiens”, è un club uruguaiano storico, piccolo, d’aria familiare, in cui ognuno dà una mano. Enzo si adatta subito, e dovunque lo schierano in campo -da cinque, da otto, da nove, da dieci- lui gioca, e meravigliosamente. Racconta Doña Gloria, magazziniera e memoria storica del club: “Enzo andava pazzo per la Pesicola [la Pepsi...], mi dava i soldi per andargliela a comprare. Era un ragazzo molto serio e molto, molto magro. I compagni lo chiamavano carretilla, perchè aveva il volto lungo..”. Lo schema del Wanderers era molto semplice: rubare palla e darla a Enzo – al resto ci pensava lui. La squadra giovanile inizia così a stargli stretta.
Il passo alla prima squadra è allora brevissimo, ed Enzo vi fa il suo esordio il 9 marzo del 1980, nella vittoria per 5-0 contro il Defensor Sporting. In due anni, colleziona 74 presenze, condite da 20 gol, e i maggiori club del mondo iniziano a mettere gli occhi su di lui. Uno in particolare sembra interessato: sono i vicini del River Plate di Buenos Aires, possibilmente il club più chic del Sudamerica. Già in Italia, racconterà: "Stavo in una famiglia medio borghese di Montevideo. Papà era ragioniere in una ditta import export, mamma casalinga. E al Wanderers meravigliai subito gli esperti. Dissero che ricordavo Schiaffino. Tre stagioni di delizie e football offensivo. Poi, purtroppo, traslocai: le condizioni sociali dell'Uruguay non consentono benessere calcistico. Siamo tutti sparsi qua e là".   

(L’arrivo al River Plate)
Siamo alla fine del 1982 e il River Plate sta vivendo una fase di transizione, il più classico dei ricambi generazionali, perchè molti dei grandi -tra gli altri, Alonso, Passarella, Ramòn Dìaz, Kempes- sono partiti e non sono stati rimpiazzati. Si racconta allora che durante una cena a Punta del Este, ad Ernesto Homsani (membro del Consejo de Fùtbol del club biancorosso) si avvicina il padrone del ristorante, che gli dice: “C’è un ragazzo nel Wanderers che è molto bravo. Le consiglio di portarselo al River. Il suo nome è Enzo Francescoli”. Vista allora la deludente stagione appena vissuta, i dirigenti del River decidono di mettere mani al portafogli per provare a prendere “el flaquito que la rompìa en Wanderers”. Peccato che i 310 mila dollari (oltre una percentuale sul futuro prezzo di vendita all’estero) richiesti dal club uruguaiano sono troppi per le malandate casse River, che rilancia con 50 mila dollari cash più varie rate avallate dal Banco di Napoli (sic!), di fatto i soldi incassati dalla cessione di Ramòn Dìaz alla squadra partenopea. Il Wanderers capisce l’antifona e sembra tirarsi indietro, visto che i pretendenti per il suo gioiello non mancano (da ultimo, il Milan), ma è lo stesso Enzo in un’intervista a prendere posizione: “Io voglio giocare al River, è una grande opportunità per me. So che si tratta di un club elegante, i cui tifosi ammettono solo chi sa giocare, chi ha uno stile definito, chi si fa notare sempre per il suo bel calcio. Per questo sono fiducioso. Credo che il mio stile andrebbe bene nel River Plate”. Dopo alcune giornate febbrili, riempite di votazioni, telefonate, precontratti e garanzie, per la gioia di tutti la telenovela si conclude nell’aprile del 1983: Enzo Francescoli è il nuovo crack del River Plate.
Il giovane uruguaiano non è spaventato dalla nuova avventura, ma già durante la presentazione ufficiale fa capire subito all’ambiente di non esagerare con le aspettative: “Purtroppo per tutti, una trattativa così complicata forse ha esagerato le mie qualità, perciò spero di non tradire nessuno. Ho l’ambizione di soddisfare le aspettative che si sono create, ma voglio ricordare che nel River ci sono giocatori di primo livello e io sarò solo uno in più. Non mi considero il salvatore del River, e l’unica cosa che dovrò fare la domenica è non pensare che avrò tutti gli occhi addosso. Ma questo sì: sono arrivato a uno dei migliori club del mondo e non mi tirerò indietro".
Come detto, Francescoli arriva in uno dei momenti peggiori della squadra porteña, con i tifosi che reclamano a gran voce un pronto riscatto. Nel barrio de Núñez c'è allora grande aspettativa per il nuovo acquisto, e così il 24 aprile i tifosi si riversano al Monumental per vedere all’opera colui che hanno già ribattezzato il “salvatore”, nonostante sia solo un ragazzino di 21 anni. È la seconda di campionato, e il River ospita l'Huracàn. Finisce 1 a 0 per i padroni di casa, ma questo è il meno. Quello che importa sono i movimenti di quel numero 10, che dopo neanche due minuti si guadagna la prima ovazione, quando si fa dare la palla da un compagno, balla sulla linea laterale ed esce arioso dalla marcatura avversaria. A Francescoli bastano 20 minuti per entrare nella leggenda, perchè dopo un cross dalla destra di Chaparro e una bella voleè di Enzo, con la palla che finisce in corner, si alza dagli spalti un mormorio che ben presto si trasforma in un canto che fa venire la pelle d’oca, quel canto che accompagnerà Francescoli durante tutta la sua vita platense: “Venì, venì, cantà conmigo / que un amigo vas a encontrar / que de la mano / del Uruguayo / todos la vuelta vamos a dar”.
Il primo gol con la nuova maglia ci mette appena tre giorni ad arrivare: contro il Ferro, a Caballito, decide un rigore dell’Uruguayo. A tal proposito, racconta lo stesso Francescoli: “Quando stavo a Montevideo, l’immagine che avevo del River era quella di un club molto grande, con un’enorme competizione tra i giocatori. La vecchia storia dei clan, dei gruppi, dei senatori. Io mi sentivo intrigato da tutto questo e risulta invece che ho incontrato dei ragazzi fantastici, aperti all’amicizia. Per il mio carattere, per il mio modo d’essere, molte volte mi tenevo appartato, solitario, e c’era sempre qualcuno che si avvicinava per scherzare o chiacchierare con me. Addirittura, la prima occasione in cui ci diedero un rigore mi chiesero di calciarlo, nonostante gli specialisti fossero Jorge Garcìa e Nieto. Quando fischiarono il rigore contro il Ferro, mi si avvicinò Garcìa e mi disse di tirarlo. Tiralo tu, gli risposi io. No, vogliamo che lo calci tu, mi zittì. E quella è una prova di fiducia che mi impegna con tutti i miei compagni”.
Alcune settimane più tardi, tuttavia, comincia un conflitto tutto argentino tra i giocatori e i dirigenti, perchè il club, tanto per cambiare, ha grossi problemi finanziari. Gli stipendi non arrivano e allora lo spogliatoio si dichiara in “libertà d’azione”, che tradotto significa che in campo scende la primavera. Dopo sette partite viste da spettatori, però, i “grandi” sono costretti a tornare in campo, perchè la tifoseria non prende molto bene la situazione, e anzi, diciamo così, critica apertamente i giocatori. È in quel momento che Enzo inizia a notare tutte le differenze tra il mondo ovattato del Wanderers e quello increspato del River Plate. Forse comincia anche a provare nostalgia della sua famiglia, della sua ragazza Mariela che ancora vive a Montevideo, dei suoi amici, della sua patria calcistica. Sì, perchè anche il fùtbol argentino si è rivelato tutta un’altra cosa. In quel primo anno, Francescoli soffre alcune entrate a cui non è ancora preparato, e per due volte è costretto a stare fermo per infortunio. Se lui va male, il River va ancora peggio: penultimo in campionato.
Per fortuna l’estate del 1983 si gioca la Coppa America, e Francescoli trascina il suo paese alla vittoria con quella magistrale punizione in finale contro il Brasile..
(continua..)

9 commenti:

  1. Grandissimo Principe, solo in Sudamerica ancora possono nascere persone così profondamente europee. Il più elevato rappresentante del carattere apollineo del calcio sudamericano.

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  2. La vedo proprio come te. Il Sudamerica, certo Sudamerica, è la nuova Europa, o meglio, è come l'Europa dovrebbe essere.
    Francescoli poi somma dentro di sè ciò che ci attrae, e cioè un'incredibile eleganza (nei modi, nei movimenti, nel parlare), una discreta solitudine rispetto all'ambiente e una certa pigra tendenza a dilapidare, o meglio, a non sfruttare fino in fondo il suo infinito talento.

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  3. Io considero il Sudamerica l'Europa che non si è perduta.

    Un viaggio tra comunità europee. Tra gallesi, scozzesi, italiani, russi..

    Il Sudamerica è una Terra magnifica con gente magnifica.

    Non credo sopporterò l'attesa per la seconda parte. Cavolo!

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  4. Bellissima tua forma di scrivere dal grande Enzo, dal flaco, dal principe.

    Di uno che mai si sia montata la testa e tornava a suo barrio con tanta modestia e umiltà.

    Un giocatore ma anzi tutto una grandissima persona che nei momenti più neri della dittatura mai fece mancare suo aporto di uomo libero.

    "Sos un grande Flaco Enzo"

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  5. Grande Dionigi.
    Grande Enzo.
    Comunque del suo amico Perdomo non si sono perse le tracce. E' lui l'eroe che con una punizone ha regalato la vittoria al Gimnasia contro l'Estudiantes nel famoso "Clasico del Terremoto".

    Il Fornaretto

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  6. Grande Fornaretto memoria storica de La Plata!

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  7. il profeta del gol7 aprile 2010 13:13

    Che bel post. Stuzzica in me, e direi non solo in me, tuttui quegli aspetti (romanticismo? Decadentismo?) che sono tanto inutili quanto però danno luce alla vita.

    Grazie, davvero.

    Seconda parte, prego!

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  8. Struggente.. il suo modo di carezzare il pallone e la sua vita come l’ombra proiettata dal campanile con l’orologio di Koenigsberg.. a ricordarci che ancora oggi si possano compiere scelte basate sul bello piuttosto che sull’utile.. Ma forse solo in Sudamerica.. la alba nascente al termine del tramonto di Europa..

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  9. Francescoli è il calciatore dell'estremo occidente

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