mercoledì 7 aprile 2010

Il ritorno di Javier Clemente, el rubio de Barakaldo

(el rubio de Barakaldo)

"Adesso invece di leggere il giornale e fare una passeggiata faccio quello che mi piace. La mattina perfetta è allenare. Ringrazio il presidente che mi ha dato questa opportunità di divertirmi. Altri quattro anni e poi mi piacerebbe allenare i ragazzini".

A parlare è un uomo di 60 anni che nella sua vita ha conosciuto il fango e le stelle, la paura e la gloria, il campo e la panchina, il Mondiale e la serie B. A parlare è il talento più limpido che Euskal Herria abbia prodotto nella seconda metà del novecento, ma anche il più sfortunato ed il più tenace, capace di intravedere nel tremendo infortunio che gli stroncò sul nascere una luminosa carriera in mezzo al campo non una fine, ma l'inizio di una nuova e vittoriosa stagione da allenatore, culminata con i trionfi in campionato con il suo Athletic Bilbao negli anni ottantatré e ottantaquattro. A parlare è Javier Clemente, el rubio de Barakaldo, periferia industriale di Bilbao, nuovo allenatore del malandato Valladolid per queste ultime otto giornate di liga, che ha accettato l'ennesima sfida perchè è il suo "lavoro" e si era "annoiato di essere un disoccupato in più" in questa depressa Spagna zapateriana.

Mentre duecento chilometri più a sud, sul Paseo de la Castellana, si respirerà aria di clàsico, di lustrini e di paillette, ci sarà qualcun'altro che nel cono d'ombra del calcio moderno tenterà l'impresa di salvare una squadra gloriosa ma giù di morale, a partire dal primo scontro al cardiopalma contro il Tenerife. "Bisogna lavorare, andarsela a prendere. Non è la stessa cosa la situazione attuale rispetto all'inizio della stagione. Per raggiungere la salvezza bisogna provarci, che è la mia obbligazione. Nella vita non c'è niente di difficile. Quello che dobbiamo sapere è dove dobbiamo andare. A ver si tengo las luces posibles para lograrlo". Clemente ha girato il mondo e Valladolid, a due passi dalla fortezza di Tordesillas, è solo l'ultimo giro della giostra su cui è salito cinquant'anni fa. Ha trionfato al San Mamès e ha visto la sua Spagna eliminata dalla gomitata di Tassotti a Luis Enrique con la stessa passione con cui ha lottato con la nazionale serba o con il Murcia in segunda divisiòn. Gli altri allenatori lo hanno sempre accusato di essere un rozzo, un catenacciaro, di giocare all'italiana, non gli hanno mai perdonato la sua schiettezza, il suo essere fuori dal "giro giusto", la difesa del suo Goikotxea quando commise l'orribile entrata su Maradona che tutti ricordano. Clemente ha visto l'inferno prima di conoscere il paradiso, e allora lascia che gli altri parlino, perchè lui preferisce ascoltare i ruggiti del mar cantabrico, che non smette mai di accarezzare le coste di Euskal Herria.

A sessant'anni c'è poco da girarci intorno, Clemente non sarà mai un allenatore spagnolo come gli altri, perchè la sua Spagna non è quella allegra del sud o quella almodovariana, ma il sacrificio silenzioso della gente del nord. Come Clint Eastwood, gli basta uno sguardo per farsi capire dai suoi giocatori. Clemente scolpisce le sue squadre nel metallo come Chillida forgiava le sue sculture, lasciando che sia il vento a fare il resto. Non c'è bisogno d'indorare la pillola, perchè le cose belle richiedono solo il lavoro. Lo ha fatto capire anche ieri, alla sua presentazione: "Io sono un duro, sono durissimo, ma solo con chi non fa il suo dovere. E' lo stesso giocatore che deve sapere in cosa è bravo e in cosa no. Io sono un allenatore molto di spogliatoio, mi piace parlare con i giocatori, sono molto esigente, però tutto alla luce del sole, patti chiari e amicizia lunga. E' un impegno congiunto per rappresentare una squadra e una città in una situazione delicata".

Alla fine, probabilmente non ce la farà. Ma non importa. Ha voluto firmare un contratto solo per le otto partite che rimangono. Quando finirà il campionato, il 16 di maggio, si siederà a un tavolo con la dirigenza e parleranno. "Il nostro futuro è il nostro presente", ha sentenziato ieri. Nessuno lo sa meglio di lui. Al riguardo, vale la pena riportare per intero le belle parole che, nel suo bel libro dedicato alla gloriosa storia dell'Athletic Bilbao ("L'ultimo baluardo. Il calcio schietto dell'Athletic Bilbao", Limina Edizioni, 2006), Simone Bertelegni gli ha dedicato:
"Che l'Athletic avesse sempre puntato in maniera massiccia sui virgulti delle terre basche è stato ampiamente dimostrato nelle pagine precedenti. Sostanzialmente, però, si è sempre parlato di giovani che, una volta vestita la maglia biancorossa, ebbero numerose stagioni a disposizione per confermare la fiducia degli osservatori e degli allenatori che li avevano promossi in prima squadra. Il fato volle che a Javier Clemente non toccasse una simile fortuna.Nato nell'operaia Baracaldo, alle porte di Bilbao, Clemente fin da piccolo scelse come giocattolo preferito il pallone. Dotato di un talento limpidissimo, di quel quid di genio in più tipico dei numeri 10 che fanno innamorare la gente, il piccolo Javier bruciò tutte le tappe: a 15 anni era già nelle Giovanili del Baracaldo; a 16, l'occhio lungo di "Piru" Gaìnza lo portò nella Primavera dell'Athletic. Poco dopo potè sedere come riserva sulla panchina della prima squadra, continuando però a giocare anche con la formazione giovanile, in questo caso da titolare fisso. Finalmente, nel 1968, in un Athletic-Liverpool di Coppa Fiere, Clemente debuttò con la maglia di una delle sue due squadre del cuore (l'altra era ed è il Baracaldo), in seguito a un'uscita per infortunio di "Txetxu" Rojo: aveva solo 18 anni. Clemente giocò male, e finì di nuovo in panchina. Passarono tre mesi prima di rivederlo in campo; l'occasione fu nientemeno che un derby contro la Real Sociedad. I biancorossi vinsero 3-0, Clemente giocò d'incanto e divenne titolare inamovibile. Eccellente distributore di palloni, da molti paragonato a Bobby Charlton, fece letteralmente impazzire d'amore i tifosi con i suoi passaggi millimetrici e decisivi. Sui bagagliai di numerose auto, a Bilbao e non solo, iniziarono a comparire eloquenti adesivi: "Clemente, il numero 10 dell'Athletic": la divinizzazione era in atto. Forse stiamo parlando di un calciatore che avrebbe conquistato il cuore di tantissimi appassionati, anche in Italia. Forse, perchè non fu possibile determinarlo. La stella di Clemente fu una cometa che passò rapidissima nel firmamento del calcio.23 novembre 1969, stadio "Nova Creu Alta", Sabadell. La squadra locale affrontava l'Athletic. A pochi istanti dal triplice fischio, sul risultato di 2-1 per i baschi, una rude entrata di Marañòn sul regista biancorosso costrinse quest'ultimo a uscire in barella semisvenuto per il dolore. La diagnosi fu terribile: rottura di tibia, perone e caviglia. [..] Clemente finì sotto i ferri cinque volte, in un vano e ostinato tentativo di poter tornare a fare quello che più gli piaceva: giocare a calcio. Anche se lo si vide ancora in campo per qualche incontro, il dolore non lo abbandonava, e alla fine anche la sua testardaggine fu vinta. Con alle spalle appena una sessantina di partite, il ragazzo di Baracaldo lasciò il calcio giocato. Non potè nemmeno scendere in campo per la partita di omaggio che gli fu riservata, un Athletic-Borussia Moechengladbach vista dagli spalti con una gamba ingessata in seguito all'ennesima operazione chirurgica.Oltre che grande promessa, tuttavia, Clemente seppe dimostrarsi grande persona. Dopo un infortunio che avrebbe spezzato il morale a chiunque, ebbe la forza di dimostrare le proprie capacità, se non giocando, imparando e insegnando calcio. [..] Doveva passare qualche annetto, ma l'Athletic avrebbe rivisto quel ragazzo tanto sfortunato. Lo avrebbe rivisto al timone della squadra, non tanto in qualità di regista, e quindi in campo, quanto in qualità di allenatore. E sarebbero stati tempi di gloria".
Sono convinto che "i tempi di gloria" non si misurano con le vittorie, ma con le persone che li vivono. Le coppe si riempiono di polvere, mentre le immagini, le gesta e le parole delle persone rimangono scolpite nella memoria collettiva. Nell'animo di un popolo. Lo spirito del ragazzo biondo di Barakaldo, come il vento di Vizcaya, non ha mai smesso di abitare l'erba bagnata del San Mamès. E sono certo che questo vento soffierà anche al Municipal José Zorrilla, lo stadio di Valladolid, in queste otto giornate di passione che rimangono.

2 commenti:

  1. Ci sto! Tifiamo per Clemente salvo!
    La maglia viola e bianca è pure particoalre e fica.

    Qualche dato:

    Il Valladolid è penultimo in Liga a 24 punti. Uno in più dello Xerez ultimo e uno in meno del Tenerife terzultimo. Il Santander è distante 7 lunghezze, assieme al Malaga.

    Il Valladolid ha la peggior difesa del campionato e il terzo peggiore attacco.

    L'impresa è ardua.

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  2. Bostero il nostro tifo per ora non ha portato frutti eccelsi. Clemente ha iniziato con un pareggio a reti inviolate a Tenerife, come hai notato tu acerrima avversaria per la salvezza. Il classico punto che non serve a nessuno.

    Invece segnalerei -senza neanche andare fuori tema- la possibilità di un sogno (almeno per me), con l'Athletic Bilbao che oggi, dopo aver travolto l'Almeria, è a soli tre punti dal Siviglia quarto in classifica. I baschi in Champions sarebbe semplicemente una meraviglia, lo sfregio al calcio moderno che tanto anelo.

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