martedì 27 aprile 2010

Dove son finiti i friulani

Timp furlan! Na scussa umida
di sanbùc, na stela
nassuda nenfra il fun
dai fogolàrs, na sera
pluvisina - un pulvìn di fen
tai ciavièj o in tal sen
di un frut ch'al ven
sudàt da la ciampagna
ta la sera rovana.

Pier Paolo Pasolini

(Tempo friulano! Una scorza umida di sambuco, una stella nata in mezzo al fumo dei focolari, in una sera piovigginosa - un pulviscolo di fieno nei capelli o nel petto di un ragazzo, che viene sudato dalla campagna nella sera infuocata).


La sparizione dei friulani dai campi della nostra serie A non è avvenuta in una data precisa. È accaduta e basta, nell'indifferenza dei più. Fatto sta che oggi, per quanto mi consta (domando scusa se qualcuno mi sfugge), tra tutte le rose di tutte le squadre di serie A, restano solo Donati e Padoin a tenere alta la bandiera con l'aquila d'oro; ed è corretto solo in senso amministrativo aggiungere a questi due il triestino Tonetto.
Probabilmente la cosa non è così strana; si consideri in effetti che il Friuli è una piccola regione non molto popolata, e che nel nostro campionato nel suo complesso giocano di certo molti meno italiani di una volta. In questo senso, la sottorappresentazione dei friulani è statisticamente meno singolare di quel che sembra. Resta tuttavia un certo senso di amaro nel vedere che l'Udinese non ha in rosa neanche un solo frut furlan. L'ultimo a vestire la maglia bianconera con una certa continuità è stato Fabio Rossitto, un onesto mestierante, ma non un simbolo né un trascinatore; in realtà, dubitiamo che ci sia stata verso di lui una grande immedesimazione da parte della vasta provincia udinese. L'ultimo grande friulano, l'unico che forse sarebbe potuto diventare un mito non solo per i suoi piedi, quanto soprattutto per la testa ed il cuore, è stato Maurizio Ganz: ma l'uomo di Tolmezzo non ha mai incrociato il proprio cammino con quello dell'Udinese, e anche le sue buone qualità di leader le ha espresse troppo tardi (forse soltanto all'Ancona, in quella breve stagione dolceamara tra la scalata alla A e il successivo crollo).
Una volta, invece, di friulani ne trovavi quanti volevi. Nel dopoguerra, quando la miseria attanagliava il Nordest, le donne friulane andavano nelle grandi città a fare le balie e le cameriere; i loro mariti e i loro figli, quelli almeno che non emigravano da qualche parte in Italia o all'estero, popolavano in gran numero gli almanacchi e i primi albi di figurine Panini. Non è un caso che accanto a loro apparisse una folla di veneti, per lo più vicentini, della provincia cioè più chiusa tra la fame e le montagne; ma i friulani avevano nomi più divertenti. All'epoca il calcio era ancora roba da settentrionali. Veniva dal Nord anche il massimo cantore e ideologo del nostro pallone, Gianni Brera, colui che per primo vide il catenaccio come una necessità della nostra storia e della nostra genetica, nonché colui che ne descrisse giustamente le potenzialità spettacolari; e proprio Brera già nel 1952, a margine di un confronto tra Inghilterra e Italia, scrisse che "senza scatto e senza potenza atletica un giocatore, anche assai tecnico, non può essere completo".
Ma in quell'Italia rachitica e ancora colma di macerie di giocatori così non potevi trovarne molti. Ecco che forse allora, dove non poteva giungere l'alimentazione, arrivava la genetica: e i lunghi e robusti friulani, figli di contadini celti e slavi, ancora attaccati alle loro campagne e al loro melodioso idioma profumato di latino, potevano quindi avere dei vantaggi. È anche possibile che tanti secoli di dura scorza contadina li avessero resi più resistenti anche in quel periodo di palloni assassini e di partite senza sostituzioni: l'isontino Colaussi, nato Colausig ma italianizzato, poiché non era il caso che fosse uno sloveno a farci vincere il nostro secondo mondiale nell'anno XVI dell'era fascista, superò anche la guerra e il declino fisico; e ancora all'inizio della sua carriera di allenatore, a trentasei anni e qualcosa, gli toccava spesso di scendere in campo con le Fere di Terni, perché non c'erano altri da schierare. Sempre in quegli anni giocava e segnava parecchio, prima al Milan e poi alla Lazio, Renzo Burini da Palmanova; i romanisti più anziani ricorderanno due derby perduti a causa sua, negli anni Cinquanta. Ma il friulano (bisiaco di Pieris, in realtà; primo di una serie di bisiachi di talento) più rappresentativo di quel periodo è senz'altro Ivano Blason, che Nereo Rocco plasmò a Trieste per farne il libero primigenio, quello che poi segnò un tempo di successi per l'Inter (ma non per la Nazionale, ché allora nessuno voleva tradire il WM e il "bel gioco"; e nel 1954 e '58 se ne videro i risultati); convivevano in lui la rudezza del marcatore e la facilità di calcio del regista arretrato. Per lungo tempo, però, né a Rocco né al suo pupillo si vollero riconoscere meriti. Il solo Brera, di nuovo gliene va reso onore, protestò inascoltato la grandezza di quel "modello Nordest".
L'epoca d'oro dei friulani è sita tuttavia negli anni Sessanta, quando il calcio italiano diventa di massa e quando, con le figurine e l'avanzata della televisione, divengono popolari ai grandi e ai bambini gli strani cognomi dei friulani. Il Bologna campione d'Italia schiera Pascutti, Tumburus e Janich (ripetete con me questi nomi, godeteveli: Pa-scut-ti, Tum-bu-rus, Ja-nich. Meraviglioso), a cui forse andrebbe aggiunto Carlo Furlanis, nativo di quell'angolo di Veneto - Concordia Sagittaria - che una volta era Patriarcato di Aquileia e che anche la Serenissima sempre considerò Friuli. Dall'altra parte, la grande Inter rispondeva col potente e longevissimo Burgnich. Negli stessi anni - poco prima, poco dopo - si muovevano per la Serie A due bisiachi come Tortul e Capello, diversi udinesi tra cui Petris, Ronzon e Greatti (quest'ultimo avrebbe vinto il più bello scudetto di sempre, quello del Cagliari di Riva), e uno sloveno di Gorizia di nome Edoardo Reja. Infine, esordiva nel 1961 nella squadra della sua terra un giovane portiere, Dino Zoff. Arrivato alla gloria juventina solo a trent'anni, avrebbe cercato di non abbandonarla più; e per poco non ci riusciva. Un altro udinese giunse quasi ai vertici del grande calcio, ma un infortunio grave lo fermò quand'era in B con un ambizioso Catania: era Bruno Pizzul, che seppe poi trovare un'altra via senza tradire la propria passione. Bisogna comunque dire, perché questo scritto non suoni troppo agiografico, che ben tre friulani presero parte anche ad una delle tante vergogne del calcio italiano, ossia il 2-0 rimediato ai mondiali in Cile. Uno dei due espulsi italiani fu anzi l'udinese David (ma, ad onore della Patrie dal Friûl, va precisato che Brera assolse solo il portiere Mattrel, il milanista Salvadore e "i due bolognesi": questi ultimi erano Janich e Tumburus).
Con gli anni Settanta la fertilità del vivaio friulano non accenna a diminuire e i calciatori, come gli operai e le cameriere, piantano in tutta Italia nuovi fogolârs furlans. Bisognerà ricordare il geometrico Del Neri, l'elegante Collovati (vincitore di un mondiale sotto la guida dell'altro friulano Bearzot), l'estroso Fanna, poi De Agostini, freddo e preciso, e il guerriero Sclosa. La pianta smette di gittare più o meno all'epoca del grande terremoto che devasta il Friuli: impegnati a ricostruire la propria terra, i friulani non giocano più. Quando poi dall'emergenza nasce il lavoro e dal lavoro il benessere, sembra che nessuno si accosti più ai campetti e alle scuole-calcio: il Friuli rinato si specchia dalle tribune dello stadio che porta il nome della patria, e guarda uno dei più grandi giocatori di sempre onorare la maglia bianca e nera.
Da allora il Friuli ha smesso di essere fucina di calciatori e di stupire con i propri suoni ladini i ragazzini che raccolgono le figurine; oggi l'Udinese cerca talenti da ogni parte del mondo e trascura la Carnia, la pianura udinese e le sponde dell'Isonzo e del Tagliamento sporche di sangue e di storia. Può essere che la ricchezza abbia cambiato i friulani e abbia mutato quella stirpe di muti contadini più di quanto abbiano mai potuto fare le guerre e la fame. È grossomodo il timore che esprimono molte delle opere pasoliniane dedicate all'Italia ammorbata dal consumismo.
Pier Paolo Pasolini, che cantò la sua patria materna e in essa cantò la patria di tutti (i costumi, le storie, la fede di tutti), morì in ogni caso nel 1975, un anno prima del terremoto e quando ancora i campi della A pullulavano di friulani coi capelli tagliati strani. Credo sia stato equo che una delle poche gioie che gli donarono le sue travagliate appartenenze, a lui tifoso del Bologna, gliela diedero i rossoblù di Bernardini, quando in un pomeriggio d'inizio estate piegarono all'Olimpico la grande Inter; e quel giorno Roma festeggiò il Bologna e i suoi friulani.

13 commenti:

  1. Uno spunto interessante il tuo.

    Come hai detto i fasti del calcio friulano hanno radici nella polvere e nella fame di un'Italia povera e bramosa di rivincite.

    Non a caso la geografia calcistica degli ultimi anni si è nettamente spostata verso il sud, dove una vera e propria emancipazione sociale non si è ancora affermata, o almeno non su grande scala.

    Se ne potrebbe dedurre che il benessere del friuli o generalizzando - non me ne volere! - del triveneto, è inversamente proporzionale alla crescita dei suoi talenti.

    In effetti il dato è suffragato da quella fucina di talenti che è l'Udinese Calcio, i cui talenti hanno per lo più origine meridionale piuttosto che africana.

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  2. Pa-scut-ti Tum-bu-rus Ja-nich

    Janich e Tamburus, tra l'altro, non so.. sembrano nomi con un che di ungherese..

    Bellissimo.
    Grazie Tamas.

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  3. il profeta del gol27 aprile 2010 20:45

    Meraviglioso post, Tamas. Un capolavoro. Anche su un blog come questo, dove i racconti e i pensieri sul calcio sono sempre così ben narrati.

    Varie.

    a) Da tempo sono convinto che la crisi di talenti settentrionali derivi dall'allarmismo delle mamme del nord italia. E' freddo, copriti, torna in casa, hai fatto matematica?, non è meglio il nuoto? ecc. Il calcio è ruspante, che è un attributo della povertà, l'attributo decisivo. Non si impara a scuola calcio il martedì e giovedì dalle cinque alle sei. Si impara saltando la scuola e malmenandosi per un fallo, giocando fino a che fa buio, come capita, dove capita, con chi capita.

    b) Il Friuli, col suo statuto speciale, è ha tanti soldi e, a differenza di altre regioni a forma di triangolo, li spende bene. Per esempio, anche in strutture sportive. La struttura sportiva è la morte del calcio. In palestra o in piscina la mamma ti manda volentieri, il papà ne fa uno status symbol (ruoli e motivazioni sono intercambiabili), ci si fa il fisico aitante più che con il pallone per poter coltivare non le ragazze, ma la cripto-omosessualità e il narcisismo che sono segno di questi tempi.

    c) I Friulani non sono solo alti e grossi più della media, come l'ISTAT, complici un tempo anche i dati dei tre giorni del mlitiare, rilevava, all'opposto dei Sardi piccoli piccoli sebben forzuti. Sono determinati. Magari bevono da sfondarsi il venerdì e il sabato nelle infinite vinerie, pub, wine bar, osterie, enoteche del attorno al castello di Udine, ma poi il dovere, quale che sia, lo rimettono al primo (e secondo e terzo) posto. Il da farsi si fa, e le scuse non attaccano. Sono diversi dentro, oltre che fuori.

    Ve lo dico io, che sono di una regione tutte chiacchiere (sul distintivo, non saprei dire), l'Emilia Romagna, ma che frequento per lavoro Udine con una certa continuità.

    E già come ho cominciato il periodo precedente, "Ve lo dico io", dimostra come qua invece siamo alla fase orale più dei romanisti di cui si diceva ieri.

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  4. Bellissimo post Tamas, sei davvero il nostro wanderer nello strapaese calcistico italiano.
    Oggi la generazione friulana è emigrata in panchina, come tutti sappiamo... Il friuli era anche una terra di pugili, oggi al massimo esporta colletti bianchi..

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  5. Complimenti per il post.

    Fa davvero pensare il confronto tra quella stirpe di calciatori per cui il calcio era un mestiere, né più né meno del medico o del calzolaio, e questa per cui è soprattutto una via di accesso a uno stile di vita altrimenti inaccessibile (o comunque, difficilmente accessibile).
    Forse, per ritrovare il gusto dei cognomi, comuni eppure straordinari, bisognerebbe cercare nelle serie minori, dove indossare la maglia è probabilmente ancora una questione di guadagnarsi la pagnotta e dove non si verifica lo strano lifting che la notorietà imprime ai cognomi dei famosi (forse è il troppo pronunciarli a levigarne le asperità).
    Quanto a Pasolini, chissà se oggi avrebbe ancora pensato al calcio come a un rito, o se ne avrebbe denunciato la fine, in quel determinato senso, per la sue esasperazioni capitalistiche e mondane.

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  6. segnalo che Denis Godeas (goriziano) gioca nella Triestina....

    piccola domanda...Hubner non era di Trieste???


    ottimo post.....

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  7. Hubner (ci vorrebbe la dieresi ma ora non ne ho voglia) è giuliano di Muggia, quindi non vale...
    La mia ipotesi sulla scomparsa dei friulani è in realtà abbastanza singolare: quello che in realtà mi verrebbe da pensare, avendo conosciuto svariati friulani (io sono marchigiano), è che il calcio sia diventato una cosa inadatta a loro, una cosa più da nevrotici e da narcisi che da friulani. Perché è vero che sono ricchi, ma è anche vero che agli altri loro faticosissimi sport tipici non hanno rinunciato.

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  8. Sul Friuli mi tocca fare scena muta, essendo una realtà a me totalmente sconosciuta (come i suoi abitanti d'altronde), senza che questo mi precluda di apprezzare la tua storia (e il mitico incipit rubato agli Offlaga). Il Friuli mi appare come un posto di gente troppo perbene per perdere tempo col calcio moderno; al massimo m'immagino un certo movimento casual a Pordenone, al limite tra Impero Austro-Ungarico, esuberanza giovanile e Padania urbana. Ma così, giusto per fantasia letteraria.

    Piuttosto, Tamas, ti lancio una sfida: raggiungerai il tuo apice narrativo quando ci guiderai per mano alla scoperta dei rapporti tra calcio e Molise. Lì ti voglio. Ammesso che il Molise esista davvero, va da sè.

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  9. il Molise è l'area 51 d'Italia...nessuno sa realmente come arrivarci...

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  10. Straconcordo con il punto a) del Profeta. Ora i pulcini si allenano sull'erba di quarta generazione..

    Sul Molise, dico che Tamas non ce la fa.. è tipo un ologramma geografico, un'Atlantide riemersa. Non giocano a pallone là.

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  11. In realtà sul Campobasso in serie B negli anni '80 e sul più recente tentativo di scalata dell'Isernia, fermatosi per la verità alla C2, immagino si possa scribacchiare qualcosa :D.

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  12. Senza contare Lazio Campobasso...

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  13. Ganz non è di Tolmezzo. Nel capoluogo carnico è semplicemente nato.La famiglia dell'ex attaccante dell'Inter è originaria di Tarvisio.

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