venerdì 30 aprile 2010

Quando Gli Angeli Piangono - Primera Parte

L’Indio si accende un'Hamilton senza filtro e sembra felice. Lui viene da El Callao, la principale area portuale peruviana, dalle parti di Lima. Lì è cresciuto e si è indurito, tra realtà precarie e cocaina trattata come si deve. Il corpo è ricoperto di tatuaggi, ricordo del fratello aspirante artista che su di lui si decise a far pratica. Sul collo un cerchio di serpenti che nella simbologia e cultura eschimese significherebbero la nascita, l’esistenza e la morte, in un infinito rincorrersi. Sulla spalla il volto a colori di Ernesto “Che” Guevara. Sembra felice e fuma, noncurante della polmonite che qualche anno fa lo stava uccidendo. In un giardino alla periferia di Cuzco, in cambio di un po’ di frutta, ci racconta una strana storia, ambientata negli anni Settanta. Ci racconta di un Alianza Lima che giocava meglio del Brasile. Di giocatori che si muovevano rapidi ed eleganti come ballerini. Di avversari impotenti di fronte a tanta classe. Noi, con le vene del collo tirate, prendiamo parte alla fiaba. Ci immaginiamo un calcio pazzesco in bianco e nero. Chilene e cambi di campo, ignoranti di quella squadra che è stata la più forte di tutti i tempi.
A far sognare i tifosi dell’Alianza erano due ragazzi che giocavano in attacco: Teofilo Juan Cubillas Arizaga e Hugo Sotil. Per tutti, la “Dupla de Oro”. Teofilo è di Lima, zona Puente Piedra, ha la pelle color nocciola e in battaglia lo chiamano “El Nene”, il bambino. Assoluto purista del calcio piazzato, vinse il Pallone d’Oro del Sudamerica nel 1972. Hugo, invece, nasce qualche chilometro più a sud. Ad Ica, quel che si dice un piccolo paese dove si produce un buon vino. I tifosi lo chiamano “El Cholo” e lui, in cambio, li delizia con i suoi dribbling.

[Teofilo Cubillas, 1981]
Insieme, Teofilo e Hugo, dominavano in Perù. Insieme sconfissero il Benfica di Eusebio ed il Bayern di Beckenbauer. Insieme vinsero una Copa America nel 1975, gol decisivo proprio di Sotil nello spareggio in Finale contro la Colombia (Tefilo, invece, aveva, da par suo, annientato il Brasile in Semifinale). Contribuirono a rendere l’Alianza la squadra da battere. Quella che nell’immaginario collettivo è il potere mai domo. L’affermazione fatta a palmares.
Quell’uomo coi serpenti sul collo di colpo si fece triste e severo. Ci raccontò che il sogno svanì in fretta. Già gli anni Ottanta furono duri per l’Alianza Lima. Nonostante avesse molti giocatori talentuosi, la squadra biancoblu non fu più in grado di vincere titoli, molti dei quali vennero conquistati dallo Sporting Cristal, la squadra celeste di Lima. Per giunta, proprio quando, nel 1987, l'Alianza Lima era prima in classifica a poche giornate alla fine del campionato, e sembrava nuovamente pronta per conquistare il titolo nazionale, il destino presentò l’amaro conto. Il 7 dicembre di quell'anno l'Alianza giunse a Pucallpa, al limitare della foresta amazzonica, per giocare contro il Deportivo Pucallpa e batterlo (1 a 0 firmato Carlos Bustamante). Il volo di ritorno partì il giorno successivo alla partita. L’aereo, un Fokker della Marina peruviana, che trasportava i giocatori e lo staff dell’Alianza si schiantò in mare, a pochi chilometri dall'aeroporto di Callao. Unico sopravvissuto, il pilota. L’Indio si accende l’ennesima e scuote la testa. Ora il calcio non è affascinante come un tempo. Dice che i giocatori sono diventati mercenari. A loro piace solamente vivere nel lusso, tra feste, alcool e belle donne. Che le partite sono un imbroglio. Che il Perù non vincerà mai più. Inutile provare a consolare quell’uomo dai capelli lunghi fino alle spalle. Meglio farsi riportare al Barrio e cenare in una squallida bettola.
***
Da qualche parte, tra le colline che avvolgono Cuzco, sorge una specie di fortezza. Pachacutec, l’antico sovrano, nel XV secolo le aveva dato nome Sacsayhuaman (in lingua Inca, “Luogo dove si sazia il falco”) e l’aveva progettata in posizione tale che corrispondesse alla testa dell'animale sacro per gli Inca, il Puma, il cui corpo doveva essere, invece, rappresentato dalla città sottostante. Prendiamo il taxi al Barrio de San Blas e iniziamo a salire verso la fortezza, verso la testa. Dalla collina la vista è incredibile. Si ammira l’intera vallata e l’architettura del bel centro storico di Cuzco. Non sono tuttavia le facciate rinascimentali della Cattedrale ad accogliere la nostra attenzione, bensì uno strano catino alla prima periferia. Gli spalti sono colorati a raggiera di rosso e bianco. Il colpo d’occhio è impressionante. Torniamo dal tassista mentore e chiediamo lumi. A Cuzco c’è una squadra di calcio che si chiama Cienciano, ci racconta. La allena Freddy Ternero ed è considerata una delle migliori formazioni del Sudamerica. Ha appena alzato la Copa Sudamericana, battendo in finale nientemeno che gli argentini del River Plate grazie ad un gol realizzato dal paraguayano Carlos Lugo. Vogliamo vederla giocare la squadra rossa di Cuzco. Vogliamo anche noi sostenere El Papà in quell’arena chiamata Garcilaso. Niente da fare, risponde cortese il tassista mentore. “No hay partido, amigo. Esta semana El Papà juega en Tacna”. Maledizione.. Tacna! L’ultima roccaforte prima del Cile.. Là, di fronte al deserto di Atacama, in mezzo al salnitro, dove si aspetta un nemico che non arriva mai. Troppo a sud.

[Estadio Garcilaso, Cuzco]
Trascorriamo qualche ora in Plaza San Francisco, tra una partita a biliardo, un match al PES sudamericano e squallide discoteche locali. Poi, rassegnati ed ancora allucinati, decidiamo di soffrire per alcuni giorni lungo il Camino Inca che guida a Machu Pichu. Lasciamo, quindi, Cuzco. Nel frattempo il Cienciano si era scoperto corsaro, battendo il Coronel Bolognesi, la squadra di Tacna, per 4 a 2. Per noi, vale la pena fare un salto sino a La Paz, non fosse altro che per avere il timbro della Bolivia sul passaporto. La nostra idea è che la Bolivia sia un’immensa distesa di sale ad alta quota. Un Paese da far male agli occhi tanto luccica al sole. Una landa desolata, abbandonata da Dio nella sua calma. Invece, la Bolivia è quanto di più vicino al caos assoluto. Bellissima adagiata nel suo nulla. Di fatto, la Nuestra Senora de La Paz è un buco. E’ come intasata in una valle stretta stretta. L’impressione è che non ci sia spazio. I ricchi vivono in maniera irriverente a valle, mentre i barrios più degradati tentano di dominarli dall’alto, dando vita ad un ridicolo e necessario contorno. Sia chiaro, la principale attività in Bolivia è inscenar rivolte. Sia per finalità politiche (gli ultimi scontri in questo senso sono avvenuti nel 2003, prima dell’elezione di Evo Morales), sia per far valere i propri diritti civili. Era successo nel 1999: una coalizione politica, guidata dal dittatore Bazar, decide di privatizzare l'acqua. La concessione viene affidata ad una multinazionale statunitense. Il popolo boliviano, vedendosi negato l’accesso a qualsivoglia risorsa idrica, subito si organizza attraverso un comitato composto da cittadini, chiamato Coordinadora de defensa del agua y la vida. Le proteste contro la privatizzazione dell'acqua furono violente, una specie di guerriglia urbana durante la quale persero la vita diverse persone. Alla fine, un anno dopo, il popolo boliviano la spuntò. Così l’anno in cui capitammo in Bolivia noi, il Governo aveva deciso di privatizzare il gas. E il popolo era insorto nuovamente. Solo un paio di anni dopo, il cocalero Morales avrebbe nuovamente posto sotto il controllo statale gli idrocarburi boliviani, con buona pace dei più. Nei nostri pensieri, una grande rivalità ci attende: quella tra Bolivar e The Strongest. Il primo è il principale club boliviano di calcio, il più titolato, il dominio che prima o poi cadrà. Il secondo è il rivale di sempre. Sulla maglia gialla e nera, la testa di una tigre. Nella storia del campionato boliviano, alle spalle di Bolivar e The Strongest tengono il passo solo il Wilstermann, che gioca, in maglia rossoblu, il derby con l’Aurora (“El Equipo del Pueblo”) in quel di Cochabamba, l’Oriente Petrolero, la squadra degli operai degli Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos a Santa Cruz de la Sierra, e l’acerrima nemica di quest’ultimo, il Blooming. Ci attende un grande stadio, l’Hernando Siles, nella zona est. In alto, dove stanno los obreros. Usciamo a caccia di informazioni. Niente, non si gioca a metà settimana. Maledizione! C’era da aspettarselo.. Non puoi assaporare il meglio come se niente fosse. Quell’anno l’Apertura lo vinse il Bolivar (sedicesima, all’epoca, affermazione a livello nazionale), mentre il Clausura gli aurinegros. Il titolo venne, tuttavia, assegnato allo The Strongest solamente cinque anni dopo. Si legge su El Razon (quotidiano boliviano): “El presidente de la Liga, Mauricio Méndez Roca, ratificó a The Strongest como el campeón del torneo Clausura de la temporada 2004. El título se encontraba en discusión por las impugnaciones que realizaron en su momento los clubes Unión Central, Wilstermann y Oriente Petrolero por la actuación del arquero Marcelo Robledo, quien luego se demostró que siempre fue jugador boliviano”.
Voltiamo,saggi, le spalle alla loro signora. Non ci interessa perder tempo. E saliamo su un pullman che porta a Copacabana. Da lì, ci imbarchiamo per la Isla del Sol, una piccola isoletta nel mezzo delle acque boliviane del lago Titicaca. Qua non ci sono squadre da seguire o immaginare. A dire il vero, non c’è neanche la corrente elettrica. Solo la soma di qualche asinello e maiali selvatici. E mentre un ottimo Viejo Roble della Vina Undurraga consola la nostra noia, la radio a pile della casa vicina trasmette il pareggio di Adriano all’Argentina al Novantesimo in Copa America. A noi quella competizione non piaceva. Per cultura, formazione sociale e spirito di sofferenza avevamo sposato la sepolta causa peruviana. I nostri sogni erano, in maniera prevedibile, incappati nella realtà qualche giorno prima. Un gol di Carlitos Tevez ai Quarti di Finale, in una malinconica sera trascorsa in albergo ad Ica. In compagnia, ovviamente, di alcune cervezas comprate alla tenda all’angolo.
(Continua)

giovedì 29 aprile 2010

Esquina Dionigi

[Barcelona ja no és bona]

Bostero, ti capisco. Capisco la tua delusione, il tuo ermetismo, la tua voglia di far passare la nottata. Ti capisco e ti chiedo scusa se mi prendo io la briga di parlare di questa serata di pallone (anche) blaugrana, ma ci sono così tanti temi interessanti da toccare che relegarli in un commento mi sembra un peccato. Allora parlerò della partita, e di tutto il resto.
Prima di iniziare (dalla fine), voglio mettere le cose in chiaro, essendo ormai conclamata su questo blog la mia faziosità: il passaggio del turno dell'Inter è STRAmeritato e, a freddo, mi riempie di soddisfazione. Questa doveva essere la partita in cui vendere cara la pelle? Questa era la sfida epica preparata in settimana con tanto peperoncino? Questa era la magica notte della remuntada? Mai mi sono irritato così tanto come vedendo il Barcellona giocare a pallone questa sera. Neanche quando guardo la Roma mi lascio andare ad una serie così lunga di "che palle", "ma che coglioni", e imprecazioni sbuffanti varie. Novanta minuti di sterile possesso palla sulla trequarti, una melina più insulsa di un film della Comencini, una noia mortale. Dovevano aggredirli, attaccarli, sbranarli, e si sono messi a bere il tè nella casa della bambole. "Xavi, la passo a te", "ma no caro Sergio, giocala tu", "ma si figuri dolce Xavi, la riprenda lei", "allora la passo dietro all'amico Pique, di grazia", "che amabile ragazzo, te la ridò", e così la tiritera all'infinito. Zero verticalizzazioni, zero cross, zero tiri. Cioè due o tre in tutta la partita, che è come dire niente. Un atteggiamento allucinante quello dei blaugrana, che mi ha ricordato il povero Jerry Calà di Fratelli d'Italia, quando finalmente potrebbe concludere con Sabrina Salerno ed invece -causa l'arrivo del marito/capo- è costretto a prendere tempo e a lasciare la stanza. Il Barcellona la stessa cosa: centomila passaggetti per arrivare nei pressi dell'area, e poi ancora indietro per farne altre centomila, e poi di nuovo si ricomincia, e insomma alla fine non viene mai.
 
Se la merita questa debàcle il Barcellona, perchè il suo calcio non è solo ormai terribilmente lezioso, ma, di più, è proprio effemminato. Futbol metrosexual. Come la città che rappresenta. Da quando è morto Jaime Gil de Biedma, come poetava lui, Barcelona ja no és bona. Non è un caso se nei sei mesi che ho trascorso lì, pur partendo con le migliori intenzioni (all'inizio non mancavo mai al Camp Nou), subito mi sono disinteressato alle felici sorti dei blaugrana (era l'anno del doblete), per appassionarmi ai più poveri cugini dell'Espanyol. Un calcio umile, semplice, buono giusto per salvarsi piangendo all'ultimo minuto dell'ultima giornata (segna il Coro Corominas e Nesat è lì accanto a me, con gli occhi lucidi), e però un calcio virile, che sa quando è il momento di lasciare la toeletta per andare a rimorchiare.
 
Che poi, contro chi pensava di giocare stasera Messi, che provava a fare tutto da solo, con improbabili serpentine? Contro lo Jerez? Il Getafe? L'Almerìa? Ridicolo e un po' penoso nel suo funambolismo spezzato, come tutti i fuoriclasse che si dimenticano l'umiltà nello spogliatoio.
A proposito di fuoriclasse, c'è un mito da sfatare. Oggi, da qualche parte, ho scritto che Figo è uno dei giocatori più sopravvalutati della storia. C'è n'è un altro a fargli compagnia, uno che non ho mai amato, uno così freddo da farmi paura: Zlatan Ibrahimovic. I centoventi minuti raccattati tra stasera e l'andata sono stati la diapositiva perfetta di un giocatore letale sì, ma per la propria squadra. Indolente, abulico, lento, l'uomo sbagliato al posto sbagliato. Che disastro questi giocatori del nord senza emozioni, senza passione, senza argentinità. Roba da dargli settanta milioni di calci in culo fino a farlo tornare a Milano e inginocchiarsi tutti insieme alla Pinetina, sulla neve, per chiedere scusa ad Eto'o.
 
Ma i culè non lo faranno mai. Io è questo che non sopporto di loro. Dei catalani in generale: la loro incredibile freddezza, diffidenza, indifferenza. Bravi, ora che vi siete conquistati il diritto ad esprimervi nella vostra orribile lingua non correrete più il rischio di farvi capire. La solitudine del catalano non la digerirò mai. Stasera, per esempio: ma che "chiamata alle armi" è quella di presentarsi allo stadio alle 8? Quando il nostro amico Marino, sessant'anni e un passato di storie stupende da raccontare, domenica sera per Roma-Samp era allo stadio già alle sei e mezza, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Dev'essere stato uno sforzo terribile abbandonare così presto i salotti di Calle Muntaner, le caffetterie di Rambla Catalunya, le terrazas del Born. Si è detto tante volte che il calcio, in Spagna, almeno nelle grandi città, è vissuto alla stregua di un teatro. Si arriva comodamente a partita appena iniziata, si applaude la giocata del campione, si sta in silenzio, a fine primo tempo si mangia qualcosa, magari si beve una Estrella Damm, se ci scappa pure un fischio verso l'arbitro, e poi tutti a casa. E allora lo si dica: il calcio non è teatro, semmai il calcio è corrida. E bisogna partecipare, cristo.
 
Incazzarsi, mai. Anche tu Bostero, diamine, un po' di patetismo: prenditela con l'arbitro! Ero incazzato io per quel gol buonissimo e bellissimo annullato a Bojan (altro mistero della fede. Spendere settanta milioni per un carciofo quando hai un piacevolissimo campioncino in casa che finisce sempre con -ic) senza motivo, possibile che nessuno abbia detto nulla! L'Inter, arbitralmente parlando, ha rubato questa semifinale. Prima la rapina dell'andata, e poi lo scippo di stasera - o come me lo volete chiamare un gol decisivo all'ultimo secondo vanificato da un abbaglio arbitrale? Qualcuno dirà: eh, ma l'espulsione di Thiago Motta non c'era..Può darsi: Busquets ha fatto una sceneggiata vergognosa (ma sempre meno vergognosa del commento e dell'intera telecronaca di Caressa, ormai semplicemente i.n.a.s.c.o.l.t.a.b.i.l.e), con quell'occhio da sarago al banco del pesce che se lo tocchi con il polpastrello fa su e giù, ma forse l'ammonizione poteva pur starci; ma il punto non è quello, perchè, come dirò a breve, l'espulsione dell'ex scarto blaugrana ha aiutato l'Inter. Pura eterogenesi dei fini.
 
L'Inter è stata meravigliosa nell'assenza di distanza tra i quattro di difesa e i quattro di centrocampo. In quel corridoio strettissimo non c'era spazio per nessuno, nè per Xavi (la peggiore partita che gli abbia mai visto giocare) nè per Messi, figuriamoci per gli altri. E' stata stupenda la linea sempre alta della difesa nerazzurra, che non ha mai concesso il gusto di una discesa in area di rigore agli avversari. La difesa più intelligente che ci sia. "Giocate pure sulla trequarti, noi vi aspettiamo qui". In questo senso, l'espulsione di Thiago Motta è stata una mano santa per l'Inter. Gli ha tolto infatti qualsiasi pretesa, velleità e alibi di fare gioco. Già inizialmente, con quei due gol di vantaggio, non avrebbe avuto senso scoprirsi troppo; giocando in dieci, l'attesa è diventata l'unica strada percorribile. L'unica, e comunque la migliore. Tanto di cappello per la tranquillità e la lucidità con cui la squadra ha interpretato questo ruolo inedito.
 
Tutto il contrario degli avversari, che nel recupero del secondo tempo ancora facevano girare la palla in orizzontale. Ma mettila dentro e vediamo che succede, per dio! Eppure gli spagnoli sono così. Sono i più forti a giocare a pallone e sono, allo stesso tempo, quelli che meno, di pallone, ci capiscono. Il loro giocatore ideale è Robinho. E sono loro che si sono comprati Denilson. A proposito di Robinho: Real Madrid-Roma 1-2. Novantesimo minuto, siamo pari, il Real può ancora pareggiare i conti con l'andata. Robinho è sulla fascia sinistra, salta un uomo, potrebbe crossare -essendo tutta la sua squadra dentro l'area giallorossa- ed invece decide di fare quei suoi inutili giochetti di finte (la bicicletta?) sulla linea dell'out, e finisce per perderla. Io tiro un sospiro di sollievo (e anche uno sghignazzamento per la sua idiozia), ed invece i tifosi madridisti presenti nel pub di Ginevra battono le mai e sono contenti per la giocata. Joga bonito. Come il Barça stasera. Si sono visti i risultati.
 
Ed allora ecco che sui giornali catalani di stasera (ma anche sui nazionali As e Marca) è un trionfo di sottolineature sul fatto che l'Inter si è soltanto difesa. Ma che cosa avrebbe dovuto fare? Mettersi a novanta gradi come fanno i vari Valencia, Atletico Madrid, Maiorca eccetera eccetera quando si presentano al Camp Nou? Regalare venti metri a Messi e Xavi così fanno divertire i giapponesi che, indossando le magliette di riserva, quelle rosa (suppongo le facciano solo per loro), guardano la sfida via satellite? E' che gli spagnoli sono dei rosiconi, degli invidiosi, ci amano tanto che non possono non parlare male di noi. Il calcio poi è (ancora, nonostante i rigori degli Europei) il tasto dolente. Sono rimasti alla gomitata di Tassotti a Luis Enrique, l'equivalente iberico della stampella di Enrico Toti. L'Italia vince il mondiale ed io apro El Paìs sulla spiaggia di Sitges e ci trovo il titolo a caratteri cubitali: "La vittoria del niente". Certo, perchè loro invece hanno fatto sfracelli, regalando il pareggio a Ribery in contropiede all'ultimo minuto del primo tempo..
 
Finirò quest'improbabile post, ammesso che qualche lettore avventuroso sia rimasto, parlando di qualcuno ancor più triste: i tifosi del Madrid. Non ci potevo credere quando l'ho letto. Al fischio finale, si sono riversati alla Cibeles, la fontana che orna la piazza dove la Gran Vìa e il Paseo de Recoletos s'incontrano, dove normalmente si celebrano le (sempre più rare) vittorie delle merengues e bandiere alla mano si sono messi a festeggiare l'esclusione dei rivali catalani. Difficile pensare ad un modo più triste di passare la serata. Dovrebbero vergognarsi, con tutto quello che hanno speso, con tutti i proclami che hanno fatto, con tutto il culo di poter giocare la finale in casa, di non essere loro in campo stasera. Per punizione, dovrebbero guardarsi ininterrottamente, in loop, la partita del Lione di ieri sera, per rendersi conto contro che pippe sono usciti, e che pippe sono loro stessi. Ma non lo faranno, perchè hanno un botellòn con sangrìa Don Simòn che li aspetta.
Beckembauer!

mercoledì 28 aprile 2010

Esquina Blaugrana

Onore a chi ha sofferto. Onore a chi ha meritato. Forse il Barca qualcosa di più poteva e doveva fare. Ma è giusto così. E' giusto legittimare una grande prova dell'Inter. Di più non scrivo. Non chiedetemelo. Non sto bene.

martedì 27 aprile 2010

Dove son finiti i friulani

Timp furlan! Na scussa umida
di sanbùc, na stela
nassuda nenfra il fun
dai fogolàrs, na sera
pluvisina - un pulvìn di fen
tai ciavièj o in tal sen
di un frut ch'al ven
sudàt da la ciampagna
ta la sera rovana.

Pier Paolo Pasolini

(Tempo friulano! Una scorza umida di sambuco, una stella nata in mezzo al fumo dei focolari, in una sera piovigginosa - un pulviscolo di fieno nei capelli o nel petto di un ragazzo, che viene sudato dalla campagna nella sera infuocata).


La sparizione dei friulani dai campi della nostra serie A non è avvenuta in una data precisa. È accaduta e basta, nell'indifferenza dei più. Fatto sta che oggi, per quanto mi consta (domando scusa se qualcuno mi sfugge), tra tutte le rose di tutte le squadre di serie A, restano solo Donati e Padoin a tenere alta la bandiera con l'aquila d'oro; ed è corretto solo in senso amministrativo aggiungere a questi due il triestino Tonetto.
Probabilmente la cosa non è così strana; si consideri in effetti che il Friuli è una piccola regione non molto popolata, e che nel nostro campionato nel suo complesso giocano di certo molti meno italiani di una volta. In questo senso, la sottorappresentazione dei friulani è statisticamente meno singolare di quel che sembra. Resta tuttavia un certo senso di amaro nel vedere che l'Udinese non ha in rosa neanche un solo frut furlan. L'ultimo a vestire la maglia bianconera con una certa continuità è stato Fabio Rossitto, un onesto mestierante, ma non un simbolo né un trascinatore; in realtà, dubitiamo che ci sia stata verso di lui una grande immedesimazione da parte della vasta provincia udinese. L'ultimo grande friulano, l'unico che forse sarebbe potuto diventare un mito non solo per i suoi piedi, quanto soprattutto per la testa ed il cuore, è stato Maurizio Ganz: ma l'uomo di Tolmezzo non ha mai incrociato il proprio cammino con quello dell'Udinese, e anche le sue buone qualità di leader le ha espresse troppo tardi (forse soltanto all'Ancona, in quella breve stagione dolceamara tra la scalata alla A e il successivo crollo).
Una volta, invece, di friulani ne trovavi quanti volevi. Nel dopoguerra, quando la miseria attanagliava il Nordest, le donne friulane andavano nelle grandi città a fare le balie e le cameriere; i loro mariti e i loro figli, quelli almeno che non emigravano da qualche parte in Italia o all'estero, popolavano in gran numero gli almanacchi e i primi albi di figurine Panini. Non è un caso che accanto a loro apparisse una folla di veneti, per lo più vicentini, della provincia cioè più chiusa tra la fame e le montagne; ma i friulani avevano nomi più divertenti. All'epoca il calcio era ancora roba da settentrionali. Veniva dal Nord anche il massimo cantore e ideologo del nostro pallone, Gianni Brera, colui che per primo vide il catenaccio come una necessità della nostra storia e della nostra genetica, nonché colui che ne descrisse giustamente le potenzialità spettacolari; e proprio Brera già nel 1952, a margine di un confronto tra Inghilterra e Italia, scrisse che "senza scatto e senza potenza atletica un giocatore, anche assai tecnico, non può essere completo".
Ma in quell'Italia rachitica e ancora colma di macerie di giocatori così non potevi trovarne molti. Ecco che forse allora, dove non poteva giungere l'alimentazione, arrivava la genetica: e i lunghi e robusti friulani, figli di contadini celti e slavi, ancora attaccati alle loro campagne e al loro melodioso idioma profumato di latino, potevano quindi avere dei vantaggi. È anche possibile che tanti secoli di dura scorza contadina li avessero resi più resistenti anche in quel periodo di palloni assassini e di partite senza sostituzioni: l'isontino Colaussi, nato Colausig ma italianizzato, poiché non era il caso che fosse uno sloveno a farci vincere il nostro secondo mondiale nell'anno XVI dell'era fascista, superò anche la guerra e il declino fisico; e ancora all'inizio della sua carriera di allenatore, a trentasei anni e qualcosa, gli toccava spesso di scendere in campo con le Fere di Terni, perché non c'erano altri da schierare. Sempre in quegli anni giocava e segnava parecchio, prima al Milan e poi alla Lazio, Renzo Burini da Palmanova; i romanisti più anziani ricorderanno due derby perduti a causa sua, negli anni Cinquanta. Ma il friulano (bisiaco di Pieris, in realtà; primo di una serie di bisiachi di talento) più rappresentativo di quel periodo è senz'altro Ivano Blason, che Nereo Rocco plasmò a Trieste per farne il libero primigenio, quello che poi segnò un tempo di successi per l'Inter (ma non per la Nazionale, ché allora nessuno voleva tradire il WM e il "bel gioco"; e nel 1954 e '58 se ne videro i risultati); convivevano in lui la rudezza del marcatore e la facilità di calcio del regista arretrato. Per lungo tempo, però, né a Rocco né al suo pupillo si vollero riconoscere meriti. Il solo Brera, di nuovo gliene va reso onore, protestò inascoltato la grandezza di quel "modello Nordest".
L'epoca d'oro dei friulani è sita tuttavia negli anni Sessanta, quando il calcio italiano diventa di massa e quando, con le figurine e l'avanzata della televisione, divengono popolari ai grandi e ai bambini gli strani cognomi dei friulani. Il Bologna campione d'Italia schiera Pascutti, Tumburus e Janich (ripetete con me questi nomi, godeteveli: Pa-scut-ti, Tum-bu-rus, Ja-nich. Meraviglioso), a cui forse andrebbe aggiunto Carlo Furlanis, nativo di quell'angolo di Veneto - Concordia Sagittaria - che una volta era Patriarcato di Aquileia e che anche la Serenissima sempre considerò Friuli. Dall'altra parte, la grande Inter rispondeva col potente e longevissimo Burgnich. Negli stessi anni - poco prima, poco dopo - si muovevano per la Serie A due bisiachi come Tortul e Capello, diversi udinesi tra cui Petris, Ronzon e Greatti (quest'ultimo avrebbe vinto il più bello scudetto di sempre, quello del Cagliari di Riva), e uno sloveno di Gorizia di nome Edoardo Reja. Infine, esordiva nel 1961 nella squadra della sua terra un giovane portiere, Dino Zoff. Arrivato alla gloria juventina solo a trent'anni, avrebbe cercato di non abbandonarla più; e per poco non ci riusciva. Un altro udinese giunse quasi ai vertici del grande calcio, ma un infortunio grave lo fermò quand'era in B con un ambizioso Catania: era Bruno Pizzul, che seppe poi trovare un'altra via senza tradire la propria passione. Bisogna comunque dire, perché questo scritto non suoni troppo agiografico, che ben tre friulani presero parte anche ad una delle tante vergogne del calcio italiano, ossia il 2-0 rimediato ai mondiali in Cile. Uno dei due espulsi italiani fu anzi l'udinese David (ma, ad onore della Patrie dal Friûl, va precisato che Brera assolse solo il portiere Mattrel, il milanista Salvadore e "i due bolognesi": questi ultimi erano Janich e Tumburus).
Con gli anni Settanta la fertilità del vivaio friulano non accenna a diminuire e i calciatori, come gli operai e le cameriere, piantano in tutta Italia nuovi fogolârs furlans. Bisognerà ricordare il geometrico Del Neri, l'elegante Collovati (vincitore di un mondiale sotto la guida dell'altro friulano Bearzot), l'estroso Fanna, poi De Agostini, freddo e preciso, e il guerriero Sclosa. La pianta smette di gittare più o meno all'epoca del grande terremoto che devasta il Friuli: impegnati a ricostruire la propria terra, i friulani non giocano più. Quando poi dall'emergenza nasce il lavoro e dal lavoro il benessere, sembra che nessuno si accosti più ai campetti e alle scuole-calcio: il Friuli rinato si specchia dalle tribune dello stadio che porta il nome della patria, e guarda uno dei più grandi giocatori di sempre onorare la maglia bianca e nera.
Da allora il Friuli ha smesso di essere fucina di calciatori e di stupire con i propri suoni ladini i ragazzini che raccolgono le figurine; oggi l'Udinese cerca talenti da ogni parte del mondo e trascura la Carnia, la pianura udinese e le sponde dell'Isonzo e del Tagliamento sporche di sangue e di storia. Può essere che la ricchezza abbia cambiato i friulani e abbia mutato quella stirpe di muti contadini più di quanto abbiano mai potuto fare le guerre e la fame. È grossomodo il timore che esprimono molte delle opere pasoliniane dedicate all'Italia ammorbata dal consumismo.
Pier Paolo Pasolini, che cantò la sua patria materna e in essa cantò la patria di tutti (i costumi, le storie, la fede di tutti), morì in ogni caso nel 1975, un anno prima del terremoto e quando ancora i campi della A pullulavano di friulani coi capelli tagliati strani. Credo sia stato equo che una delle poche gioie che gli donarono le sue travagliate appartenenze, a lui tifoso del Bologna, gliela diedero i rossoblù di Bernardini, quando in un pomeriggio d'inizio estate piegarono all'Olimpico la grande Inter; e quel giorno Roma festeggiò il Bologna e i suoi friulani.

lunedì 26 aprile 2010

Già lo sapevamo

[la fine annunciata di un film già visto]

Il problema è che già lo sapevamo. Io e Nesat non ci siamo detti niente, ma mentre bevevamo quelle birre a Piazza Mancini l'avevamo già intuito. Abbiamo prolungato l'attesa nella speranza di non dover mai entrare allo stadio; nella speranza di non dover cadere ancora una volta nella trappola ben nota. Lo sapevamo non solo perchè accanto ai baracchini dei panini con la salsiccia troneggiavano minacciose le magliette gialle con la scritta "non succede ma se succede..spacco tutto". Non solo perchè lo stadio era di nuovo tutto esaurito di gente che passava di là per caso. Non solo per la temuta comparsa a macchia di leopardo dei cappelli da giullare, vero parafulmine di sfiga. Non solo per la data storicamente senza gloria in cui si è disputata la partita. Non solo per scaramanzia. Non solo perchè le favole non esistono nella vita, figuriamoci nel calcio. Non solo perchè è un fatto più unico che raro quando il toro si ribella al suo destino. Lo sapevamo dalla partita dell'Inter che questa serata sarebbe arrivata, e quando abbiamo visto la Roma giocare il miglior primo tempo della stagione e chiuderlo con un solo gol di vantaggio ci è parso chiaro che la nemesi era dietro l'angolo, e per l'appunto ci siamo messi a parlare di cucina, tanto per provare a fare i vaghi. Non è servito a niente. Se sei della Roma, questo qui è l'unico cammino a disposizione. Prendere o lasciare.
Rimane parecchia bile da smaltire, perchè il risultato di stasera -per quanto annunciato- fa comunque male. Fa male perchè suggella l'ennesimo trionfo nazionale di una squadra capace di vincere senza saper giocare a pallone; una squadra che riesce nell'impresa di issarsi in testa guidata a centrocampo da due onesti venditori di calzini; una squadra creata ad immagine e somiglianza del suo allenatore spocchioso come le Verità universali che dispensa e non dispensa (effetto vedo-non-vedo) e di cattivo gusto come la sua Ferrari da boro di paese; una squadra il cui presidente, in un'impeto eccezionale radical-chic (modello frezza bianca della Bedi), fa scendere in campo i suoi giocatori mano nella mano con dei bambini rom, per la gioia di chi, come me, ha avuto la casa svaligiata (mentre portava il cane a pisciare) dai loro simpatici genitori; una squadra che comunque finirà la finale di Coppa Italia il 5 maggio sarà terribile, perchè è sempre meglio la sconfitta che l'elemosina.
Ma al posto dell'Inter potrebbe esserci qualsiasi altra squadra e non cambierebbe nulla. Così come stasera poteva esserci il Pizzighettone al posto della Samp, o Godeas al posto di Pazzini. Questi sono solo figuranti, comparse fungibili nella storia giallorossa, la solita storia di lesioni altrui e auto-lesionismo indefesso. La bile si annida nell'arbitraggio svergognato e pilatesco di Damato, un sicario più che un arbitro, capace di ignorare due rigori per falli di mano abnormi e di girarsi dall'altra parte ogni volta che poteva fischiare qualcosa a nostro favore. Si annida nell'ironia di veder giocare alla tua squadra la migliore partita dalla notte contro l'Inter, con trame raffinate quanto leziose, un dominio pressochè costante del pallone, fraseggi deliziosi e fughe solitarie, botte dalla distanza e colpi di testa ravvicinati, e di perdere per due miseri tiri in porta della squadra avversaria. Si annida nel pensiero della notte della "battuta di caccia", in cui la stessa squadra che stasera non ha avuto pietà di te non riuscì a tirare una sola volta nella porta avversaria, nonostante due uomini in più. Si annida nell'incompetenza di una dirigenza che con un minimo di programmazione in più oggi avrebbe una squadra in testa alla classifica con molti punti di distacco; gli stessi punti di distacco che ci avrebbe regalato un allenatore meno pauroso, un allenatore che non si sarebbe mai fatto rimontare per tre volte allo stesso modo in tre diverse città di mare. Si annida nell'immagine delle centinaia di tifosi occasionali che dopo il secondo gol di Pazzini si alzano e sciamano verso l'uscita, totalmente indifferenti verso il dramma che si sta vivendo in campo, pensando piuttosto da un lato al traffico in macchina che così si evitano e dall'altro a quel golfetto di cachemire misto lana che nel pomeriggio avevano trovato in offerta al centro commerciale Soratte ma che non avevano avuto il coraggio di prendere. Si annida nella grottesca rissa di altri tifosi da strapazzo sul ponte Duca d'Aosta di fronte ad un camioncino che dispensa gratuitamente dei rasoi o delle lamette, non so, in omaggio, e mi domando come puoi litigare per dei rasoi o delle lamette in omaggio dopo che la tua squadra ha perso da veri stronzi uno Scudetto?
Che poi, al di là delle statistiche e delle vittorie consecutive da realizzare, una piccola parte di me ci credeva, perchè immaginava che i giocatori si rendessero conto dell'opportunità irripetibile che avevano tra le mani, l'opportunità di dare un senso immortale alla propria vita, a questa città e a noi tutti, ma soprattutto a loro stessi. Evidentemente questo incentivo non è stato sufficiente. La gloria non abita a Roma; sicuramente non dall'altra parte del Tevere, visto che, nella sfida-negativo del pomeriggio, una squadra per salvarsi (sic) si è dovuta ridurre all'onta di comprare una partita dal re dei trafficoni (chissà se è bastata una valigetta da trecento mila euro, come quella che servì "per pagare Maldonado". Solo il prezzo e il destino estivo di Floccari ci svelerà il mistero); ma neanche da noi, destinati ad illuderci, illuderci ed ancora illuderci, fino a quando tutto svanisce, per un centimetro, come quello che si è allungato Vucinic in meravigliosa volata verso la porta, dopo aver resistito a due entrate criminali (non sanzionate, of course; entrate che in un certo stadio del nord avrebbero scatenato isterismi maiconiani in campo e gustose panoladas in tribuna), prima di essere fermato da eroe-per-una-notte-Storari (sorcio maledetto). Era meglio morire da piccoli, perdere a Bologna,  a Bari, in casa con l'Atalanta, al derby, piuttosto che stasera, dirà qualcuno. Ma non fare così, bisogna crederci fino alla fine, ribatterà qualcun altro. Ma andate tutti a farvi fottere, voi e le vostre lamette gratis. Io non ho voglia di rialzarmi. Piuttosto, sono d'accordo col buon vecchio e saggio Nesat, forse perchè da undici anni vediamo passare sotto il nostro naso quasi solo sventure e così tanti film già visti: nella prossima vita, se saremo fortunati, continueremo a passare le domeniche nella zona di Piazza Mancini, ma non allo stadio, quanto piuttosto sulle panchine della piazza, insieme ai nostri connazionali ecuadoregni, peruviani e colombiani, e le nostre arrabbiature saranno indifferenti dei boati che sentiremo dall'altra parte del ponte, perchè ci limiteremo a baccagliare per l'ultima Heineken in lattina (rigorosamente tiepida) rimasta o per quel tupper con la salsa guacamole che avevamo portato da casa e non si trova più.

venerdì 23 aprile 2010

Fate confusione!


Mentre Inter e Roma tentano di accaparrarsi la stagione (Campionato e Coppa Italia), le due grandi deluse stagionali provano a rifondare. Processo lento e periglioso. O meglio, confuso. Da una parte, la Juventus. Notizia di questi giorni: dovrebbe esserci l'accordo di massima con Rafa Benitez. Accordo su strategie, ingaggio e staff. Ripartenza di un progetto ambizioso (tornare a vincere in Italia e, se possibile, in Europa) e rifondazione tecnica. A livello societario dovrebbe poi cambiare il tassello DS. Via Secco e dentro quel Marotta che tanto bene ha fatto negli ultimi anni a Genova, sponda Sampdoria. Ragionevole, forse un pò in contrasto col nome di Rafa Benitez (manager a tutto tondo, specie per quel che riguarda il mercato), ma fattibile. Dietro, il buio. Trezeguet vicino all'addio. La difesa da rifondare (pronto il nome di Sagna dell'Arsenal.. ma siamo al solito discorso della diagonale e di quella chimera chiamata marcatura). Un centrocampo che peggio non si potrebbe. Buffon tentato dalle sirene inglesi (ManUtd o ManCity che dir si voglia). Tanto lavoro da fare. Idee populiste. Dall'altra, il Milan. Una stagione presa e bruciata. Come se non si volesse vincere in via residuale. Una rosa non competitiva (ma esperta.. forse troppo) e un allenatore tanta saudade con cui manca il feeling. I soldi per rifondare pare non ci siano. Sembra che anche la prossima estate verrà tenuto il profilo basso: giocatori in scadenza. Non ci sono nomi per la panchina, se non quello del societario Tassotti. Per completezza, si aggiunge il titolo del Corriere dello Sport di oggi. Inverosimile ma suggestivo: "Balotelli al Milan, Pato al Chelsea, Aguero all'Inter". Che valzer. Che troppa confusione.

giovedì 22 aprile 2010

Commentatori da riabilitare: Massimo Mauro

Premessa: questo post è noioso, sconvolgente ed esclusivamente per feticisti del commento televisivo.
Ho già abusato della vostra pazienza raccontandovi le mie paturnie per Settimana/Mondo Gol e le mie personali classifiche dei telecronisti, però stasera volevo fare una rivelazione, l'unica certezza che mi è rimasta dopo la straziante Bayern Monaco - Olympique Lyon (a parte che, en passant, l'Inter ha una fortuna infinita, visto che in finale beneficierà anche dell'assenza di Ribery). Qualcuno di voi ci rimarrà di sasso, ma m'importa poco. Uno su LB deve sempre dire la verità. Come non mi vergogno di dire che, ogni volta che sento l'ansimata proto-galeazziana di Caressa o l'euforia da tifoso medio di Compagnoni, mi ritrovo nostalgico delle telecronache pacate targate Rai di Carlo Nesti e Gianni "episodio-da-stigmatizzare" Cerqueti, due veri signori e maestri della narrazione (tralasciando la deriva buonista da Comunità di Sant'Egidio del secondo, che, ancorché biasimandola e deridendola, esula dal giudizio "tecnico"), il cui unico degno erede è il sempre ottimo Riccardo Trevisani, così devo confessarvi che, nonostante il suo italiano a volte zoppicante e il suo accento calabro-chic, sono un grande fan di Massimo Mauro. Sì, quel Massimo Mauro, l'ex giocatore e parlamentare. Sono un suo grande fan per ben cinque motivi: ha un vocabolario più colorato degli altri, non si prende mai sul serio, dice sempre quello che pensa, capisce di pallone ed è sempre accomodante. Li analizzo brevemente.

Punto primo: a volte mi sorprende con degli aggettivi inaspettati che mi danno un sussulto (esempio di stasera: "la palla non ha avuto un rimbalzo omogeneo").
Punto secondo: privo di qualsiasi prosopopea, mi contagia la sua allegra ingenuità o la sua ingenua allegria che dir si voglia, anche quando rasenta la banalità (esempi di stasera: quando ha detto che lo stadio era bellissimo o che il calcio è stupendo perchè, giocando ogni tre giorni, un calciatore può sempre rifarsi).
Punto terzo: libero da qualsiasi velleità futura o vincolo passato di allenatore o dirigente, non guarda in faccia a nessuno ed è uno dei pochi nella redazione sportiva di Sky a non sembrare un ascaro, un venduto, un lacchè (esempio di stasera: quando ha detto che Gòmez anche se l'hanno pagato trenta milioni è un pippone).
Punto quarto: mi piacciono le sue analisi tecniche che vanno al di là del commento al tiro in porta o ai cambi dell'allenatore (esempio di stasera: quando ha spiegato come Van Gaal ha ridisegnato la squadra facendo perno sulle diverse posizioni assunte in campo da Schweinsteiger).
Punto quinto: nella migliore tradizione democristiana-cavallo di viale Mazzini, è un vero cerchiobottista e non condanna mai nessuno senza neanche elogiarlo e viceversa, insomma è molto accomodante e la mia spigolosa radicalità da tifoso trova grande consolazione nella sua melassa naif (esempio di stasera: sì è vero che Gòmez è un pippone ma sicuramente sarà anche bravo se no non lo pagavano trenta milioni).
E chi non è d'accordo con me, si tenesse Beppe "tackle, dribbling e assist: bravo Moro!"  Bergomi, Vincenzo "bocca a cuoricino" D'Amico, Gigi "ahò anvedi li mortacci" Di Biagio, Salvatore "vocali aperte" Bagni e Totò "la sintassi è un'opinione" Di Gennaro.

martedì 20 aprile 2010

Esquina Blaugrana

Succede che la partita dell'anno l'Inter non la sbaglia. Esce dal suo stadio con un bottino più che prezioso. Pressa, riparte e gioca in velocità finchè ha gambe. Capitalizza. Con i suoi uomini di sostanza. Il Barca, invece, è timido. Come si suol dire, compassato. Gioca pure con un uomo in meno (Ibrahimovic) e sbatte contro le marcature italiane. Forse gli uomini in meno sono pure di più. Perchè le gabbie attorno a Xavi e Messi si fanno sentire. Insomma, il solo Pedro a volte non basta. Onore, in ogni caso ai blaugrana. Che non rinunciano a giocare palla a terra da dietro e assediano nel secondo tempo. Onore ai nerazzurri. Che non giocano al calcio e pensano solo a fare risultato. E quello conta. Tutto chiaro. In campo vince chi merita. E l'Inter, in fondo, ha meritato. Quello che non capisco è altro. Non capisco un capitano che tradisce. Non capisco un giocatore che sporca la propria carriera. Non capisco il perseverare. A dire il vero, più che incomprensibile, il gesto è bieco.

Tema dei traditori e degli eroi

Nelle scansioni dell’iconografia tradizionale, la gioventù di Obdulio Varela si svolge nei rioni occulti di Montevideo, dove la luce dei cortili gli si impresse sul volto, creando quella maschera meticcia che a quindici anni pareva già adulta.

Essere adulti a quindici anni combacia con la vita di un uruguaiano, gli ripeteva una voce che poteva essere di un nonno oppure di un dio, nelle sue notti gremite di sogni. Così nella tasca gli compare l’immancabile coltello, e nella memoria una ragazza olivastra che sparì per sempre dietro la tenda di una corriera che portava a Rio Grande do Sul.

Seguono poi considerazioni, che lasciano il tempo che trovano, sul destino che lo volle far nascere in quella costola di Sudamerica schiacciata tra l’Orco brasiliano e la pianura Argentina, dove l’immaginazione dei poeti si deve essere impigliata nelle piume dei pappagalli, perché non ha prodotto re sanguinari, prodigi, labirinti di specchi.

Così una certa retorica non senza ambizione, in mancanza di meglio, si è impadronita della storia di Davide e Golia e l’ha ambientata nei mondiali di calcio del 1950, costruendo un perfetto meccanismo di suspense.

Nella sua prima parte, cresce una spasmodica attesa. Come ogni avvento, è preceduto da segnali e visioni: l’Orco brasiliano si appresta a vivere il suo primo trionfo calcistico. Un’intera nazione si prepara a celebrarlo. Vengono chiamati architetti a progettare uno stadio che, almeno idealmente, possa contenere l’umanità molteplice delle cascate, della sabbia zuccherina, delle baracche misere.

Si posticipa il carnevale, si inverte l’ordine delle stagioni, il tempo sembra assecondare la gioia trattenuta per anni. Dall’Europa arrivano squadre esangui per la guerra o per altre disgrazie: gli italiani, intimoriti dal volo dopo la tragedia di Superga, preferiscono il traghetto Napoli-San Paolo. Si allenano sul ponte, finché tutti i palloni non cadono nell’oceano. Qualche poeta brasiliano d’occasione viene lodato per la metafora, non particolarmente felice, del mare come rete infinita.

Il talento, si mormora in quei giorni, non può perdere: l’arte rinasce nel football. Le autorità stilano i discorsi per le cerimonie, farcendoli di epiteti e giubilo. Tutto questo non piace a Obdulio Varela, non alla sua schiena dritta di uruguaiano, abituato a vedere le cose dai loro risvolti.

Parallelamente all’attesa dell’evento trionfale, nella storia si introduce il tarlo dell’inverosimile: la narrazione conduce in un sottotesto in cui alla marcia eccessiva dei brasiliani verso la finale di Rio (sette a uno alla Svezia, sei a uno alla Spagna), si affianca quella dimessa degli uruguaiani verso il ruolo di vittime sacrificali (perché nessuno si accorse, o forse non volle, dell’otto a uno inflitto alla Bolivia).

Il giorno della finale, in un Maracanà in cui i corpi si accatastano, e già si intonano cori commossi, al Brasile basta un pareggio. Obdulio Varela scruta quella calca informe, quell’unico viso che era dell’orco che gli spaventava il sonno fin da bambino, in cui si confondono milioni di facce sconosciute, per lui né nemiche né amiche.

I suoi compagni, nel primo tempo, sembrano in balia dei forsennati avversari. Varela li arringa a uno a uno nell’intervallo. Non basta, dopo due minuti dall’inizio della ripresa il Brasile passa in vantaggio. Il Maracanà esplode in un boato. Varela recupera la palla in fondo alla rete e lentamente, senza paura di quell’esultanza selvaggia, cammina verso il centro del campo.

L’Uruguay non si scompone, non cede alla tentazione di farsi annientare, mentre i brasiliani si perdono in inutili leziosismi. In una manciata di minuti, gli uruguaiani capovolgono il risultato, prima con Schiaffino e dopo con Ghiggia, che beffò con una specie di tiro-cross il portiere del Vasco de Gama, Moacir Barbosa.

In un silenzio irreale, l’Uruguay vince la coppa del mondo e si consuma la disperazione di un popolo. Non si contano i morti di crepacuore, il corso dei fiumi si ferma, si inaridiscono le piantagioni: il gigante Golia giace colpito dalla fionda uruguaiana.

Terra ferita dall’umiliazione, il Brasile sperimenta l’angoscia di chi ha perduto tutto prima ancora di averlo, si accanisce nella caccia dei capri espiatori, gli undici protagonisti della disfatta. I poeti che prima salmodiavano ora lanciano maledizioni.

L’epilogo vede gli uruguaiani accolti a Montevideo da una folla festante e composta. Obdulio Varela incarna l’eroe senza macchia, Ghiggia zoppicherà per un anno a causa di un intervento vendicativo alla gamba, Juan Alberto Schiaffino partirà per cercare fortuna in Europa.

Negli anni che seguono, Varela non alimentò la sua gloria: concluse la sua carriera dopo i mondiali di Ungheria, poi scelse di vivere appartato, lasciando che l’orgoglio nazionale si nutrisse del suo simulacro.

Da una stanza tiepida di Montevideo, dietro persiane celesti, non perde di vista gli sviluppi del calcio. Alla prima vittoria del Brasile, nel 1958, forse gli scappa un sorriso, alla seconda, nel 1962 pensa a una coincidenza. Nel 1970, in Messico, vede Pelé svettare altissimo nel colpo di testa su Burgnich. Il Brasile, arrivato per primo a tre vittorie tra tutte le nazionali del mondo, conserverà per sempre la Coppa Rimet, quella che lui in un giorno incredulo sollevò nell’angoscia di Rio.

Un’idea si sedimenta nel corso degli anni. Si chiede cosa sia più importante, se tutta la gioia di un popolo racchiusa in un solo istante, o l’assicurazione di una gioia ciclica, che si perpetui nel tempo, superando le generazioni. Per ironia della sorte, gli ultimi Mondiali che ricorderà, quelli del 1994, saranno di nuovo vinti dal Brasile.

Nei suoi ultimi mesi, confortato dall’oblio, si rende conto che nel lontano 1950 solo in apparenza Golia era stato sconfitto. Rivede particolari che gli erano sembrati incredibili, gesti di intesa tra i giocatori brasiliani, tutta quella monumentale disperazione gli si rivela come una messa in scena di undici martiri, che scelgono il sacrificio di un’intera Nazione per garantirle verso la Sorte un credito inestinguibile.

Non lo indispose essere stato una pedina di quel piano concepito da chi, per ottenere una gloria imperitura, attirò su di sé ogni ludibrio. In fondo lui non si era preparato per vincere, ma per perdere con la testa alta, da uruguaiano che si rispetti.

E come un uruguaiano che si rispetti, con la testa alta, si addormentò.

domenica 18 aprile 2010

Literaria: "Il Mio Anno Preferito", a cura di Nick Hornby

Se mai mi chiedessero "qual'è la peggior cosa al mondo?" .. beh.. senza esitazione alcuna, sceglierei la pagina del televideo ferma al tempo reale. Ogni tanto uno scatto, il silenzio, un aggiornamento. E, puntuale, la colonna della squadra avversaria con il nome del marcatore. Nick Hornby decide di curare una raccolta di racconti sulla passione per il calcio. I racconti sono tredici e gli autori penne improvvisate per l'occasione. 12 autori, scelti tra giornalisti, professori universitari e farmacisti, sono chiamati a narrare un'annata storica della loro squadra del cuore. In più, Hornby stesso (che però è tifoso dell'Arsenal) decide di svelare una tragica stagione senza vittorie del Cambridge United (1983/1984). E, allora, qualche buon motivo per leggere questa raccolta. Anzi, di buoni motivi ve ne do 13:
  • il Mondiale del 1990 raccontato da occhi irlandesi immersi in pub colmi di gente;
  • una voluta e cercata stagione senza infamia e senza lode di un Boro affossato in seconda divisione;
  • l'epopea di una minuscola squadra scozzese, i Raith Rovers. La scalata verso le serie che contano e un tifoso che segue il tutto dal televideo la domenica pomeriggio;
  • le disgrazie economiche dell'Oxford United. Un presidente scellerato ed una tifoseria che non vuole scomparire;
  • il Watford City dipinto da un raccattapalle;
  • la Cenerentola Norwich City nella palude della Premier League;
  • lo Swansea City che domina le serie minori e che viene vissuto in esilio per ragioni universitarie. Il sogno della promozione diventerà realtà in contemporanea alla vittoria alle elezioni di Margaret Thatcher ("Finalmente fischiò. Eravamo tornati in Second Division. Otto giorni prima, la signora Thatcher era stata eletta primo ministro per la prima volta. e al momento sembrò uno scambio equo.");
  • le 31 partite senza vittorie del Cambridge United (record assoluto tra i professionisti in Inghilterra);
  • il St Albans City famelico di trofei inutili;
  • la rivalità tra Bristol City e Bristol Rovers;
  • un ragazzetto che non sa se tifare Sunderland o Charlton;
  • il pattinaggio, il Leeds United e un cattivissimo Bayern Monaco;
  • gli autografi a mezzo posta del Chelsea stagione '73/'74.
Passione sfrenata e disillusa. Squadre tifate sempre e comunque. Per corrispondenza, da segreterie telefoniche, al televideo o da curve con querce nel mezzo. O dal più classico dei pub. In ogni caso, un'aria che non vorremmo mai smettere di respirare. Bello e azzeccato il commento in quarta di copertina del Sunday Times: "Il mio anno preferito contiene tante risate e tanta sofferenza: abbastanza da rendere felice qualsiasi tifoso normalmente irragionevole". Chiudo con un estratto dalla stagione 1992/1993 dei Raith Rovers di Harry Richie:

Barcollante di gioia dopo il raddoppio di Jimmy Nicholl contro il Dunfermline, sapevo, e lo sapevano tutti, che stavolta ce l'avevamo fatta davvero. L'anno dopo avremmo giocato contro il Celtic, gli Hearts, l'Aberdeen. I Rangers, santo Dio. E, adesso.. adesso, una volta tanto eravamo una squadra meravigliosa. Pochi metri alla mia destra, il coro dei Rovers intonò una canzone che ricordavo di aver sentito per la prima volta in sottofondo nella videocassetta della partita contro il Kilmarnock, una canzone che, credo, solo noi usiamo e che esprime appieno la sensazione di questa passione raramente ricambiata. Alla seconda strofa, si alzarono in alto sempre più numerose le sciarpe, mentre il canto cresceva, trascinandoci tutti con sé.

Take my hand, Take my whole life too. For I can't help Falling in love with you

venerdì 16 aprile 2010

Un derby, il vulcano ed un GUFO


Bisogna constatare alle volte che il calcio è (anche) vita e spaccato della società, finanche paneuropea.
Accade infatti che che per assistere ad un derby si intreccino colori e realtà diverse e lontane.
Il mio storico compagno di stadio (o, se volete, di Borghetti) è in partenza questa settimana per Amsterdam. Il suo agognato biglietto verrà sfruttato da mio cugino, a sua volta in arrivo da Francoforte.
Il tutto sembrerebbe un'ordinaria storia di passione giallorossa, se non fosse che, per una volta, si intromette niente di meno che un vulcano islandese.
E così, a causa di cineree nubi, il primo forse non riuscirà a partire, mentre il secondo rischia di restare isolato in Germania.
La preoccupazione, ovviamente, monta a più non posso.
Fortunatamente le ultime notizie meteo sono incoraggianti.
Permangono le suddette nubi biancocelesti sui cieli europei, ma ciò sembrerebbe non impedire il volo a bassa quota di un GUFO, già da questa sera..
Il morale della storia è scontato: per vedere un derby, e per far sì che un GUFO possa volare tranquillo questa sera, è necessario nell'ordine:
- avere un biglietto;
- trovarsi a roma;
- e, soprattutto, che non eruttino vulcani nell'emisfero occidentale.
Ditemi voi se poi il calcio non è (anche) spaccato di vita sociale, talvolta paneuropea.

giovedì 15 aprile 2010

Viaggio calcistico-sentimentale nella Pianura Padana

Adesso che ho quasi terminato il mio terzo decennio di vita, se è forse presto per trarne dei bilanci, posso comunque azzardare qualche osservazione sulle cose, le storie, i colori a cui lego per qualche motivo - anche futile; molto spesso futile - la mia esistenza.

Il calcio e le squadre di calcio, e tutto quello ci gira attorno, sono di certo un ingrediente fondamentale della mia madeleine. D'altronde devo ammettere che per tanti anni il pallone è stato praticamente il mio unico ambito d'interesse; e anche adesso non è che ne abbia molti di più (fondamentalmente ne ho un altro; e basta). Per la sua stessa vastità, è ovvio che il calcio sia un argomento che a sua volta si frastaglia in tanti settori e rivi: c'è il calcio che ho giocato, quello che ho visto, quello che ho sognato, quello che ho percepito. Questi ricordi possono a loro volta essere divisi o aggregati per affinità, per argomento, secondo un ordine temporale: ad esempio quello accennato sopra dei tre decenni della mia vita.

Parlerò allora di tre squadre che appartengono a luoghi a me, uomo di alta collina centroitaliana, totalmente estranei e quasi incomprensibili, ma che in qualche modo hanno accompagnato, sia pur in disparte, la mia esistenza. Giacché l'argomento è abbastanza vasto e la mia memoria non è più quella di una volta, tratterò solo dei loro attaccanti, che sono quelli che più stuzzicano la fantasia e la letteratura.

La prima squadra è l'Hellas Verona, che situa la sua maggiore gloria e la sua prima apparizione nei miei ricordi negli anni Ottanta: credo anzi di aver donato ai veronesi, all'età di quattro o cinque anni, il mio primo tifo, prematuro e istintivo, dovuto soprattutto a quei colori gioiosi e piacevoli, abbastanza rari in Italia. A Verona sono stato soltanto di passaggio o per singole e rapide giornate; mi immagino le veronesi come donne magre ed eleganti, di tratti nervosi, attraenti ma decise e quasi aggressive, probabilmente bionde: donne che insomma, arrivato alla mia età, tenderei a giudicare troppo faticose. Ma non è di donne che debbo parlare, e soprattutto quando ammiravo la squadra di Bagnoli l'esistenza stessa di un altro sesso e i motivi per cui un giorno questo mi avrebbe attratto mi erano totalmente ignoti.

L'Hellas che vive nei miei ricordi è soprattutto quello delle stagioni successive al suo glorioso scudetto: un Verona in decadenza, ma che manteneva e difendeva la sua nobiltà incarnandola nella potenza nordica di Elkjaer più che nell'agilità non sempre efficace di Galderisi. Il Verona è per me buie domeniche invernali di fine anni Ottanta e pomeriggi passati in auto ad ascoltare la radio, oppure lunedì pomeriggio dopo la scuola in cui leggevo dai caratteri ancora goffi e grossolani dell'Unità i resoconti del giorno prima. Dell'Hellas ricordo con favore la seconda maglia, negativo della prima, gialla a striscioline blu (mi piaceva di più, era meno cupa), o quella a quarti gialloblù, da Palio medievale (e d'altronde Verona è una città compiutamente medievale, e lì affonda il proprio mito storico e letterario). Ricordo poi del Verona anche la maglia a righe con cui riemerse dalla prima sorprendente serie B, pronta a riprendersi la propria nobiltà schierando il talento cristallino di Piksi Stojković; la fragilità di quel campione, unita alla ridicola imprecisione del giovane Raducioiu, frustrarono quel disegno. Ma siamo già agli anni Novanta, che avrebbero visto un Verona sempre più precario e in disarmo, il Verona che si affidava ai gol di onesti mestieranti come De Vitis e Aglietti o di promesse non del tutto mantenute come Adailton. Solo a fine 2003 mi sarebbe capitato di assistere ad una partita in un Bentegodi immerso in un brumoso pomeriggio invernale: ma mi sarei trovato davanti il Chievo, quasi a voler simboleggiare la caducità delle glorie umane, anche delle più luminose (e quel Verona fu uno squarcio di luce gialla e blù - certo non l'unico - nel noioso bianconero degli anni Ottanta). L'Hellas Verona era retrocessa l'anno prima, senza più rivedere per ora la A; paradossalmente, l'ultima stagione ai massimi livelli era stata anche l'unica in cui finalmente si erano rivisti a guidare l'attacco gialloblù campioncini giovani e rampanti come Mutu e Gilardino. Ma a volte il calcio è crudele, o solo strano.

Se gli anni Ottanta e la mia infanzia sono consacrati - va bene, in parte - all'Hellas, gli anni Novanta appartengono all'incredibile grigiorosso della Cremonese. A Cremona, invece, non sono proprio mai stato: me l'immagino come una città di mattoni ridenti, in mezzo ad una terra grassa e giocosa; e le donne di Cremona devono essere allegre e carnali, donne che vale la pena di incontrare quando si è giovani e si hanno infinite energie da destinare all'altro gioco che rallegra la vita degli uomini. La Cremonese ha navigato per anni tra A e B come un oggetto incongruo, con un'incoscienza e una serenità uniche nel nevrotico panorama del calcio italiano: a Cremona la gente era tranquilla e conscia della fortuna che le era capitata, a trovare una squadra così, capace di regalare certe soddisfazioni non da poco ad una piccola città. Perlomeno, questa era l'impressione che si ricavava: d'altra parte la Cremonese è per me associata agli esordi di "Quelli che il calcio", ad un calcio garbato che forse non esiste più.

La piccola Cremonese, ad ogni modo, non è stata priva di glorie calcistiche: non si può dimenticare Gustavo Abel Dezotti, che retrocesse - non certo per sue colpe - con la maglia grigiorossa nella primavera del 1990 e all'inizio dell'estate giocò una finale mondiale, per poi ritornare in Lombardia a regalare molte altre gioie ai suoi tifosi; né, tornando indietro di qualche anno, quel Gianluca Vialli cresciuto in casa e votato in seguito a grandi imprese in maglia blucerchiata. Negli anni '90, poi, brillò la stella di Enrico Chiesa e quella brevissima e meno vistosa, ma degna di lode e di affetto, di Anders Limpar: uno scandinavo tanto minuscolo da non sembrare credibile come tale, il quale però sapeva parlare alla palla e riusciva a farle fare cose notevoli, che nella mia mente e in quella di altri calciofili un po' romantici sono certo vivano ancora. Limpar, lo scandinavo piccolo e tecnico che purtroppo non si affermò in Italia, ma che ebbe poi ben diverso destino all'Arsenal, ebbe in un certo senso un erede e un vendicatore in Yksel Osmanovski, che qualche anno più tardi avrebbe formato al Bari di Fascetti una coppia perfetta con Phil Masinga (una coppia quasi da telefilm americano, per il suo essere improbabile, politicamente corretta e comunque molto efficace).

Ma il più incredibile di tutti, forse il più cremonese nel senso storico, lombardo e longobardo del termine (benché fosse romagnolo, oltretutto di Rimini), era Andrea Tentoni. Tentoni era probabilmente l'unico calciatore italiano, o comunque l'unico di cui mi resta precisa memoria, che giocasse perennemente con la maglietta aderente a sottolinearne il fisico da campagna e da balera. Robusto, non propriamente muscoloso, massiccio, non propriamente armonico, somigliava ad uno di quei contadini che nei secoli hanno trascinato l'aratro per la fertile terra lombarda. O ai loro buoi. Dava sempre l'impressione di essere destinato, qualora avesse voluto segnare, a entrare in porta con la palla, sbuffando, ché non si vedeva in che altro modo avrebbe potuto metterla dentro; e invece non era così, ché in quanto ad efficacia e produttività il grosso Tentoni dimostrò di potersi benissimo inserire a fianco dell'elegante Limpar, del glorioso Dezotti e del fulminante Chiesa, quanto almeno al contributo dato ai grigiorossi. La Cremonese era una squadra di contadini e signori (Gigi Simoni, che di quella stagione di successi fu il simbolo, riassumeva in sé il meglio di entrambe quelle caratteristiche), una squadra che era dov'era soltanto per i propri meriti, e che onorava con il gioco il palcoscenico che si trovava a calcare. Davanti alla Cremonese dovevi toglierti il cappello.

Purtroppo la gloria di quella società era una sola cosa con la vicenda umana del suo artefice, quel Luzzara ultimo dei grandi presidenti di provincia (il meno pittoresco, forse, ma non il minore. Tutt'altro): come lui invecchiò e decadde, prima della fine degli anni Novanta. Oggi la Cremonese vivacchia in terza serie, non riuscendo a lasciarla nonostante cospicui investimenti: e dà quasi l'impressione di non voler tornare a maggiori imprese, ora che non c'è più l'uomo che per primo le rese possibili. L'ultimo centravanti cremonese che mi ricordi è Gioacchino Prisciandaro, il pugliese dal volto antico arrivato troppo tardi alla gloria del professionismo; ma Prisciandaro, per definizione, era un eroe da campi di provincia.

Tuttavia, anche nel calcio esistono gli equilibri; e se la Cremonese sprofondava nella liquida pianura lombarda, qualcuno doveva prendere il suo posto. E qualcuno venne.

Mantova è un sogno che emerge dalle sue acque, eppure mantiene un'umiltà e un tono misurato che raramente appartengono ai sogni. Le donne mantovane sono miraggi gentili, belle come se non fossero vere, fatte di riflessi sull'acqua e di finissimo cristallo, eppure dolci di carne e di sguardi. O almeno mi piace pensare che sia così. Le donne mantovane sono donne compiute, possibili approdi e porti tranquilli, in cui forse val la pena fermarsi. L'Associazione Calcio Mantova, lungi dal godere di una tale stabilità, ha invece lottato molti campionati e molte volte ha fallito, per riemergere infine e rivedere la luce dei campionati, se non proprio di vertice, almeno prossimi all'Olimpo della A. Perciò in me l'immagine del Mantova, nonostante l'ultimo quinquennio di serie B, con rispettabili glorie e ricchi investimenti, resta quella di una compagine di provincia sempre invischiata nel fango di qualche campetto perduto nel limbo della C2, coi tifosi pazienti ad attenderne l'inevitabile riscatto.

Il Mantova, giova ricordarlo, occupa un posto non di pochissimo conto nella storia del calcio italiano: fu il "piccolo Brasile" di Edmondo Fabbri, la prima squadra italiana di Schnellinger e Sormani, la tomba della grande Inter tradita da una papera del suo portiere, quel Sarti con cui inizia la filastrocca che tutti conoscono (Sarti Burgnich Facchetti...). Alla fine degli anni Novanta e nelle prime stagioni del nuovo millennio, tuttavia, dopo una lunga e complessa trafila di tribolazioni sportive e societarie, il Mantova era ancora imprigionato in C2: e la sua eterna permanenza sembrava simile ad un supplizio di Sisifo, giacché ogni anno pareva l'anno buono, ogni anno la squadra inanellava una serie di prestazioni che davano fiducia, ogni anno si avvicinava ai play-off o li coglieva; e ogni anno frustrava le proprie ambizioni con un paio di mesi senza vittorie, oppure gelando il Martelli con una sconfitta interna decisiva, o ancora annichilendo la passione dei propri numerosi supporter in una qualche trasferta su campi affollati da poche decine di tifosi di casa.

Di conseguenza, gli attaccanti del Mantova erano più lottatori che giocolieri; il più tipico era senz'altro Pupita, uno che probabilmente scendeva in campo con l'elegantissima maglia fasciata di rosso già sporca di terra e sudore, ché non potevi immaginartelo altrimenti. Pupita veniva dal Montefeltro, che è sempre stata terra di guerrieri (le biografie indicano Urbania come suo luogo di nascita; ma io, forse sbagliando, l'ho sempre accostato, più che all'armoniosa Casteldurante, alla discosta e fiera Sant'Angelo in Vado), né lui faceva eccezione a quella regola. In 146 partite in maglia biancorossa, Paolo Pupita ha messo a segno quindici reti; nonostante le cifre, il giudizio su di lui da parte dei tifosi mantovani non è affatto impietoso. Segno che comunque i veri tifosi continuano ad amare le maglie sporche di fango.

Anche il più fortunato o più capace Graziani, ad ogni modo, aveva già nell'apparenza le caratteristiche evidenti dell'attaccante da serie minore: i capelli lunghi, il volto segnato, una certa goffaggine nei movimenti ne facevano un perfetto esemplare di bomber di C. Sulla stessa linea, peraltro, si può ricordare anche Denis Godeas, il quale, pur essendo indubbiamente attaccante di ben altro livello, incarnava nella corsa, nel volto, perfino nel nome un meraviglioso stereotipo cui tutti noi siamo indubbiamente affezionati. Quasi che, anche giunto a pochi passi dal Paradiso (mi trovavo a Norimberga, una sera del 2006, e ascoltavo per radio la finale di ritorno per l'accesso alla serie A; ebbene, anche dalla radio e da Norimberga, e pur non avendo particolari motivi per simpatizzare per i virgiliani, si capiva che in quella partita stesse accadendo qualcosa di strano), il Mantova volesse riaffermare orgogliosamente i suoi legami con il calcio faticoso ma epico delle serie inferiori. Con i quali, purtroppo, la squadra flirta pericolosamente in questi ultimi mesi; ma per ora quest'ultimo resta il decennio del Mantova, delle promozioni a lungo attese, del River Plate del Mincio e del suo sogno non del tutto accantonato di riemergere definitivamente dalle paludi e dalle nebbie e di mostrare al mondo, anche nel calcio, la bellezza di una città e della sua provincia. Questo, fino a prova contraria, è il decennio del Mantova.

Per i prossimi si vedrà.

mercoledì 14 aprile 2010

Ali Dia.......the liar!


Il 10 Aprile del 1912,la città di Southampton vide salpare dal proprio porto il Titanic. I cittadini erano sicuramente incantati nel vedere scomparire all'orizzonte quella nave che per tutti loro era inaffondabile. Quattro giorni dopo però,il Titanic colò a picco tra lo stupore di tutti,specie degli abitanti di Southampton che lo videro prendere il largo, maestoso, senza minimamente immaginare tale triste evenienza. 84 anni dopo, la situazione nel suo piccolo la capirono tutti,la capì Matthew Le Tissier panciuta splendida bandiera dei Saints,lo capì tutta la squadra,la dirigenza,lo capirono anche i magazzinieri, l'unico a non capirla fu Graeme Souness,ma andiamo per gradi. Souness da l'idea del pescatore di salmoni , già te lo vedi con la sua mantellina gialla(alla Spinelli) e il suo baffetto ispido, con le calosce ai piedi mentre pesca salmoni in un gelido torrente scozzese,fisicamente tra l 'altro ricorda il testimonial del tonno Insuperabile(170 grammi di bontà in olio d'oliva). Non è un novellino Greame ha vinto tanto da giocatore e all'epoca dei fatti aveva vinto qualcosina anche da allenatore. Prima di firmare per i Saints,aveva diretto alla grande i Rangers(come coach player) e il Liverpool, salvo poi trasferirsi ad Istanbul sponda Galatasaray. Resterà un solo anno sul Bosforo,dove suo malgrado, non riuscirà a sfondare,arrivando addirittura quarto. Arrivare quarto in Turchia, per giunta con il Galatasaray è immorale è come arrivare terzo in Scozia con i Rangers o il Celtic.... a poco servì dunque vincere la coppa nazionale. Decide di rinascere,così fa le valige e approda in riva all'Atlantico. E' una fredda giornata autunnale nella ridente Southampton ,probabilmente piove,magari è nuvolo, insomma mi piace pensare che sia stata una giornata cupa e che Greame Souness fosse metereopatico,mi piace cercare di dare una spiegazione plausibile a ciò che sta per accadere. Souness è immerso nei suoi pensieri e si alliscia il baffo,lo squillo del telefono rompe il silenzio del suo ufficio,Greame risponde all'altro capo della cornetta c'è George Weah,Souness saluta e chiede sorpreso il motivo della chiamata,George comincia a spiegare,ha un cugino senegalese attaccante di nome Ali Dia,con un passato al Psg e con una decina di presenze in nazionale vuole solo che il Southampton lo prenda in prova. Come si può dire di no al pallone d'oro?magari poi questo fantomatico cugino è veramente forte,baffetto Souness accetta. Certo, come gia detto, non si può dire di no a un pallone d'Oro. Si può dire di no però ad un agente senegalese che si spaccia per un campione di calcio pur di prendere un buon ingaggio per il suo cliente,già perchè George Weah non ha cugini senegalesi e soprattutto non telefonò mai a Souness a chiamare fu l'agente di Dia. Souness non sospettò nulla,non fece nessuna domanda,si fece mandare il ragazzo senza chiedersi come mai un liberiano avesse un cugino senegalese,senza mai provare a richiamare Weah(quello vero)per accertarsi di quella storia,senza indagare con la federazione senegalese o con il Psg. Ali Dia e il suo manager truffaldino,venivano da una serie di provini andati male con Port Vale,Gillingham e Bournemouth,Prima di allora Alì aveva giocato nelle serie inferiori francesi,in Finlandia,in Germania a Lubecca e nei Blith Spartans nel Nord est dell'isola di sua maestà. A Parigi non conoscono ne il nome, ne tanto meno la sua faccia grottesca e lo stesso vale per quel che riguarda lo staff della nazionale del suo paese. Ali arriva in prova il venerdì,doveva disputare uno spezzone della partita amichevole delle riserve tra i Saints e l'Arsenal,un modo per il trainer scozzese di saggiare le qualità del calciatore africano dal parente illustre ,il campo però si allagò e la partita venne rinviata,Souness allora volle provarlo durante l'allenamento della prima squadra in un 5 contro 5. Matthew Le Tissier in un intervista qualche anno dopo,dichiarò che benchè non ci si possa fare al meglio un idea su un giocatore in una partitella,era palese che Dia non fosse un professionista,era impacciato nei movimenti ed aveva un controllo di palla ridicolo,Matthew e compagni si convinsero dopo quella prestazione imbarazzante di non doverlo vedere mai più,ma si sbagliavano e di grosso. Il giorno seguente Ali Dia,il falso cugino di Weah era sulla lista dei giocatori convocati da mister Souness per la partita interna contro il Leeds tra lo sgomento del resto della squadra. E' il 23 Novembre 1996 in un gremito "The Dell",in quel catino infernale dovrebbe esserci anche quel genio dell'agente di Dia,che probabilmente non riesce ancora a capire come abbia fatto a far portare il suo assistito in panchina in premier league. Passano 32 minuti, l'uomo simbolo dei Saints Le Tissier si stira un polpaccio,Souness deve sostituirlo, fa un cenno a Dia. Non sei nessuno,sai a malapena toccare il pallone,hai passato una carriera a cercare qualche squadra che ti desse la possibilità di guadagnarti il pane giocando,ora però,grazie ad una montagna di cazzate e grazie al frescone di turno ,hai la possibilità di giocare in premier,sostituendo peraltro il giocatore più importante della tua squadra. "Vai Ali che ce la puoi fare"avrà detto Souness,"Fammi vedere che sei come tuo cugino George" avrà pensato,intanto in tribuna un senegalese che di professione è agente, si sganascia dalle risate. Alì è spaesato,non sa bene dove piazzarsi,corre a vuoto,va al tiro una volta e per poco non segna,poi il nulla. "Sembrava di vedere Bambi sul ghiaccio!"dichiarerà in seguito Le Tissier(veramente geniale come paragone). Dopo 53 minuti di gioco a Greame Souness scatta l'interruttore,si accende una luce e sente la voce della sua coscienza che urla a squarciagola "Sei un coglione!", finalmente capisce la cazzata e mestamente ammette l'errore sostituendo Ali Dia con Ken Monkou. Finirà 0 a 2. Il giorno seguente Alì Dia passa dal fisioterapista è l'ultima volta che viene avvistato in sede,due settimane dopo il suo contratto verrà rescisso. Probabilmente,Ali e il suo agente sono stati fatti salpare dal porto di Southampton a bordo di un materassino sgonfio dai tifosi dei Saints. Nel 1997 Ali Dia,firma un contratto con il Gateshead,8 le presenze e 2 le reti mese a segno. Poi scompare dalla scena,non si avranno più sue notizie fino al 2001, anno in cui il senegalese si laurea in economia alla Northumbria university di Newcastle(probabilmente fingendosi nipote del rettore con la complicità del suo agente). Il Southampton finisce la sua tormentata stagione ad un solo punto dal baratro. Souness lascia e ovviamente a raccattarlo dal marciapiede ci pensano i lungimiranti dirigenti del Torino(penso che dal 75 siano orfani di dirigenti seri). Ovviamente Greame dura solo 4 mesi,prima di essere imbarcato sopra un materassino sgonfio e fatto salpare da ponte Vittorio Emanuele dai supporters granata. Oggi Greame Souness non allena più,probabilmente passa le sue giornate a dilapidare il proprio patrimonio personale al gioco delle 3 carte o rispondendo accuratamente a quelle losche mail che ti chiedono i codici del tuo bancomat. George Weah(quello vero) non sa nulla di questa storia,e continua a non avere cugini senegalesi. L'agente di Dia(il George Weah finto)è sparito dalla circolazione,ma si narra che nelle fredde e cupe giornate di Novembre in zona "The Dell"si sentano ancora riecheggiare le sue spettrali risa. 53 minuti tanto ha impiegato ad inabissarsi la carriera da professionista del senegalese ,decisamente meno del Titanic,molto di più dei noti 15 minuti di gloria,abbastanza per essere eletto dal "The Times"(non il corriere di Vetralla)peggior giocatore ad aver mai calcato un campo di Premier League e guadagnarsi l'immortalità con un coro dei tifosi Saints "Ali Dia he's a liar,he's a liar". Mica male per uno che non aveva alcun cugino importante e si muoveva in campo come Bambi sul ghiaccio.