martedì 16 marzo 2010

Dallo sherry al calcio: la storia degli inglesi d'Andalusia

[Jerez Industrial Club de Fùtbol: calcio e sherry]

Il tabloid britannico Sun (lettura quotidiana imprescindibile del nostro Gegenschlag, accanto alla sezione gossip di Tgcom) dedica oggi un affascinante articolo alla curiosa vicenda dei "Los Ingleses". Ma chi sono costoro?
La storia è la seguente. Una piccola squadra spagnola di terza divisone, lo Jerez Industrial Club de Fùtbol (il cui stemma è tutto un programma), fratello povero di quello Xerez che quest'anno sta provando (ancora per poco..) la dura realtà della Liga, per risollevarsi in classifica ha deciso di contrattare tutti insieme sei giovani calciatori inglesi (oltre a due irlandesi), venendo quindi ribattezzata dai media la squadra dei "Los Ingleses". Per capirci, con questi otto innesti di sangue britannico, nella propria rosa lo Jerez Industrial ha più Brits che l'Arsenal.
Questi ragazzi albionici sono dei carneadi della Premier League, che li ha prima allevati e poi rinnegati senza troppe spiegazioni. Dopo alcune fallimentari esperienze tardo-giovanili in squadre importanti come il Manchester United, il Millwall e il Bolton Wanderers, sono tutti finiti alla Football Academy che l'indimenticato Glen Hoddle (uno degli "ultimi inglesi", per richiamare un vecchio topic del blog) nel 2008 ha aperto -mica scemo- a Montecastillo, provincia jerezana, nell'assolata Andalusia, al sud della Spagna. Questa Academy è una via di mezzo tra una scuola calcio e la clinica del film "Sette chili in sette giorni", nel senso che, da un lato, si insegna pallone e dall'altro, soprattutto, si ricostruisce il morale e la fiducia di questi reietti del mondo del calcio che conta. In pratica, si prova a dare una seconda chance a quei giovani calciatori che non ce l'hanno fatta e che tuttavia non si ancora sono rassegnati a vivere del dole (il generoso sussidio di disoccupazione inglese).
E' curioso allora pensare che alcuni di questi ragazzi si saranno incontrati a pochi chilometri di distanza con i loro nonni che, da buoni inglesi contemporanei, hanno investito la liquidazione in un bell'appartamentino vista pub di Torremolinos, Màlaga o Marbella. Il "declino della specie", direbbe il nostro Gegen.
Tant'è, racconta il 52enne Glen Hoddle (non dimentichiamo, ex allenatore della nazionale di Sua Maestà la Regina) che
"These lads have all worked very hard to achieve their goals. I have made it clear to them that the hard work really starts now. We've given them the opportunity and now it's down to them to take it. This is exactly what we are working to achieve and to have this level of success already, really does prove that my initial concept of giving these lads more time to develop really can work and change their lives completely."
Ma chi sono gli eroi di questa storia, che hanno (giustamente) preferito i campi polverosi della provincia gaditana alle liste di collocamento dell'Essex? Come se fossimo ad Ok il prezzo a giusto, vediamo chi gioca oggi con noi:
- il centravanti Chris Fagan, 20 anni, due anni trascorsi al Manchester United e anche alcune presenze con l'under 21 irlandese. Attualmente in prestito all'Industrial dal Lincoln City. Non uno qualsiasi: al debutto ha segnato subito una doppietta e in conferenza stampa ha affermato: "I learned a lot from Sir Alex Ferguson, but I've also made a lot of progress to my game with Glenn Hoddle. We've got a good team. I am here for footballing reasons [evidentemente qualcuno aveva insinuato che fosse andato lì per diventare torero]";
- l'altra prima punta Nick Beasant, 23 anni, detto anche "il raccomandato", in quanto figlio del leggendario portiere Dave Beasant, che oggi è il responsabile dei portieri dell'Academy di Hoddle. Rispetto alla pesante eredità paterna, Dave ha dichiarato: "I don't feel any pressure about who my dad is, because I have come to train and to show I have a place. At the end of the day it's up to me to demonstrate if I'm worth it, not my father";
- il centrocampista Curtley Williams, 20 anni, già all'Ipswich Town di bosteriana memoria. Williams ha le idee chiare: "We have a great group of players and a great team spirit";
- il difensore Pierre Hall, 20 anni, ex del Fulham FC, uno che non ha paura dei luoghi comuni: "The football is more technical here in Spain, you have to be more aware of how to read the game. English football is more physical";
- il mediano David Cowley, 22 anni, prima al West Ham United, un tipo ambizioso: "If we play good football I feel we can beat any team in the league";
- il terzino sinistro Michael Noone, 21 anni, con esperienze nel Millwall e nella nazionale dell'Eire Under 17;
- il regista Matthew Richards, 21 anni, forgiato nel vivaio del Wycombe Wanders;
- il bomber Nathan Woolfe, 22 anni, una vita al Bolton Wanderers.

Noone, Fagan, Cowley e Woolfe sono partiti titolari nella vittoria per 2-1 contro i rivali glamour del Marbella di due settimane fa, nella quale Woolfe ha siglato proprio il gol vittoria. Il bomber ex Bolton si è ripetuto anche domenica scorsa all'ombra dell'Alhamabra nella sfida contro i padroni di casa del Granada FC, ma questa volta il suo è stato solo il più classico dei gol della bandiera (i granadini hanno vinto 4-1). 

Se questa è la bella storia di questi figliocci di Glen Hoddle, non sfugga ora, in conclusione, quella punta d'esotismo e colonialismo che la caratterizza. L'Industrial gioca infatti, come detto, a Jerez, al Estadio de la Juventud, di fronte a 9,000 appassionati. Il fatto è che Jerez non è una città qualunque, ma è l'emblema oleografico della Spagna tutta flamenco, corride, gitani, sole e Tìo Pepe che molti europei (inglesi in particolare) hanno del paese iberico. Il passaggio dai brumosi pomeriggi piovigginosi dello Yorkshire alle assolate mattinate colorate dell'Andalusia è proprio il sogno di qualsiasi inglese middle e soprattutto working-class, che si riversano in massa sui voli low-cost che li trasportano nelle loro multiproprietà sparse per la Costa del Sol. E' il trionfo delle creme solari, delle scottature su flaccide carni pallide, delle corride turistiche, dei panama in testa, del "oh, this is very pittoresco!". E' soprattutto un universo affogato nella sangrìa a buon mercato marca Don Simòn, nella birra dolce marca Cruzcampo e, questo è il punto, nelle botti di sherry questa volta di marca inglese.
Perchè Fagan, Woolfe e gli altri amici della Football Academy non stanno facendo altro che ripercorrere le orme dei loro avi, che, a partire dal seicento, hanno convertito il loro amore per lo sherry -lo squisito vino dolce da sempre vanto della zona di Jerez- in una rinomata industria. Nomi di produttori come Sanderman, Pedro Domecq (storica casa fondata dall'irlandese Patrick Murphy nel '700), Garvey, Osborne sono senz'altro noti a tutti voi gentlemen, non lo dubito. 
E allora, un tempo erano le bodegas di sherry, oggi i campi di calcio, ma l'importante è che la storia degli inglesi d'Andalusia continui..

6 commenti:

  1. IL video di OK Il Prezzo E' Giusto vale da solo la corona di Best Post Ever.

    Io propngo di organizzare una bella trasferta: partido, sangria e qualche bella inglesotta sbronza e focosa!

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  2. bisogna pur sporcarsi le mani con la rassegna stampa per cavare storie interessanti..
    bel racconto di squarci di entropia calcistica

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  3. si aspetta post rosicante di dionigi sul passaggio del turno dell'inter!!!

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  4. Caro Anonimo purtroppo devo deluderti, non scriverò nulla, non per pigrizia ma perchè in realtà non ho rosicato, anzi, sono stato proprio contento per la bella partita che ha giocato l'Inter, una partita perfetta, gagliarda, coraggiosa, magnificamente messa in campo da Mourinho che, a volte, si ricorda ancora di essere un grande allenatore. Le tre punte più Sneijder iniziali sono stati il segnale di un calcio italiano senza soggezione e senza paura, ancora capace di dominare gli avversari. Una mano gliel'ha data anche l'orribile e compassatissimo Chelsea, quasi più flemmatico del suo allenatore. D'altronde il Chelsea è una "finta inglese", nel senso che è forse l'unica squadra di Premier per cui il fattore campo non incide particolarmente a livello emotivo, a Fulham Road ci sono i signori seduti in tribuna e la partita si guarda in teatrale silenzio, come in Spagna per intenderci. In questo senso, che so, è molto peggio andare a giocare contro l'Everton, il Fulham o il Newcastle, anche se sono squadre meno forti l'approccio con lo stadio ti taglia le gambe per almeno un tempo.
    E d'altronde non dimentichiamo che questo Chelsea è quasi lo stesso che l'anno scorso ha preso tre-pappine-tre a Roma, insomma non proprio un'armata..

    Ad ogni modo cari lettori non preoccupatevi, sono sicuro che tra l'acceso finale di campionato e il frizzante prosieguo di Champions l'Inter ci regalerà altre scenate isteriche, altri piatti rotti e altri furtarelli vari, ed io sarò lì implacabile a rosicare sulle pagine di LB.

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  5. il profeta del gol17 marzo 2010 12:25

    Forse si vuole cercare troppo nesso causale nelle vittorie e nelle sconfitte (questi impostori, direbbe Kippli).

    Ci sono, quest'anno come l'anno scorso e come quasi sempre, alcune squadre di fascia alta. Fra queste, più o meno, il Chelsea, il ManU, il Barca, l'Inter (oh yeah), il Real, e quanche altra. Poi, il passaggio del turno la fanno gli episodi, la forma fisica in quel dato momento, le assenze, una fischiata arbitrale. Quel Chelsea che prese tre pappine dalla Roma l'anno scorso è anche quello buttato fuori, sempre l'anno scorso, con due pareggi e tanto Ovrebo dal celebrato Barcelona del tumido Guardiola.
    Insomma, in fondo cosa stiamo a dire? Il Chelsea poteva fare un gol ieri? Certo, magari su un rigore non scandaloso che poteva vedersi assegnato. Non lo ha fatto e invece ha segnato la Beneamata. E non è scandaloso nemmeno questo.
    A certi livelli, fa più il caso dello Special Ono o del Tortell one.

    Anni fa, GP Ormezzano scrisse provocatoriamente un pezzo a partire dal fatto (inventato ma del tutto plausibile) che la finale die Mondiali del '78 fosse finita 2-1 per l'Olanda, perchè il palo che gli Orange colpirono al 90simo invece era una palla entrata in porta. E la cosa notevole è che il ribaltamento della logica corrente (vince il calcio europeo, che conferma la sintesi di atletismo, tattica e tecnica, giusta riparazione per la sfortuna della finale del '74, l'Argentina non era granchè ed era arrivata in finale grazie a una gestione scandalosa pro-dittatura ecc) filava perfettamente. Invece, causa un palo, fu la vittoria del calcio latino, la maestrìa tecnica unita all'agonismo feroce, il fattore campo, il grande Mario Kempes vera star del Mundial ecc.

    Insomma, la palla è rotonda.

    Ma immagino lo sapeste già.

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  6. Lo sappiamo, come sappiamo che l'amore non esiste, eppure se incontriamo di sfuggita un certo viso per un mese non sogniamo altro. Ma che facciamo, smettiamo di "credere" nel calcio? Senza la consolazione della religione, ci serve pure qualche appiglio metafisico. Nei pali e nella traversa abbiamo trovato la nostra Santissima Trinità. Voglio dire, il nichilismo applicato al calcio (come insegnava il Grande Lebowski..) non porta a nulla, se non a passare le domeniche all'Ikea invece che allo stadio.
    Però ti dirò, secondo me ieri la differenza non l'hanno fatta gli episodi, l'Inter è stata globalmente più forte, avrebbe vinto comunque, pali o non pali, rigori o non rigori, perchè più squadra..

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