martedì 30 marzo 2010

Gimnasia y Esgrima La Plata, el Decano de America Latina

Da piccolo simpatizzavo per il Boca Junior. Nato romanista in una famiglia di laziali, non poteva essere altrimenti. I miei cugini argentini tifavano per il River di Hernan Diaz e del Principe Francescoli. A me, che è sempre piaciuto contraddistinguermi, non poteva toccare sorte differente. Non era ancora il Boca vincente di Mauricio Macri, anzi tutte le coppe andavano dalle parti di Nuñez, perciò non consideratela come una scelta dettata dalla voglia di veder finalmente vincere la propria squadra e di riscattare in qualche modo le delusioni giallorosse. Poi però le persone crescono ed i cugini cominciano a disinteressarsi di calcio. Nel mio caso un incontro ha cambiato radicalmente la mia considerazione nei confronti del calcio argentino. Un calcio bello soprattutto perché gli aneddoti oltrepassano le giocate calcistiche, dove la tradizione popolare tramandata di padre in figlio ha mille volte più importanza di una squallida moviola, dove il club è appartenenza al 100 per cento. Non si spreca il tempo a dare retta ai vari Tosatti e Biscardi, quello che conta è la squadra, e la squadra – la institución – è della gente. Ed è proprio questo che rende affascinante un calcio che, tecnicamente, specie negli ultimi anni, lascia alquanto a desiderare. Dicevo comunque che per me tutto è cambiato dopo aver conosciuto Alex, grande tifoso del Gimnasia y Esgrima La Plata, la squadra più antica dell’America Latina, fondata nel 1887. Acerrima rivale dell’Estudiantes, il Gimnasia è l’orgoglio della metà della popolazione di questa importante città universitaria, situata una cinquantina di chilometri a sud della capitale Buenos Aires. A differenza dei cugini, los triperos (soprannome dovuto storicamente all’origine umile dei suoi tifosi, in buona parte operai nel settore della macellazione, ed in contrapposizione con la classe media con cui si identifica l’Estudiantes) non hanno mai vinto niente. Qualche secondo posto, ma nessun titolo. E considerando l’invidiabile palmares dei pincharratas (i tifosi dell’Estudiantes vengono definiti così – pungitopi – perché alcuni tra i suoi fondatori lavoravano nei laboratori di ricerca dell’Università di Medicina della città), la situazione risulta ancor più avvilente. Pensate solo al fatto che tre giorni prima della finale che il luglio scorso ha assegnato la Copa Libertadores a Veron e soci, il Gimnasia ha avuto la meglio, con i due gol decisivi nei minuti di recupero, dell’Atletico Rafaela nello spareggio per rimanere in prima divisione. Di fatto è un eterno confronto con i cugini dell’Estudiantes. Si narra che il 5 aprile 1992 durante il clasico platense, nel momento in cui i tifosi del Gimnasia esultarono per il gol decisivo su punizione dell’uruguayo Jose Perdomo il sismografo dell’Osservatorio Astronomico di La Plata registrò un sisma di bassa intensità. Per me, amante di storie, aneddoti e personaggi romanzeschi, ho ascoltato per pomeriggi e notti intere i racconti del mio amico. Sono stato una notte intera a Mendoza, a casa di un nostro amico, ad ascoltare di scene epiche, di capitifosi gentiluomini, di presidenti che di giorno vendevano frutta e verdura e di sera merca e marijuana. Si perchè il vecchio presidente faceva i soldi con il narcotraffico e spendeva poco per la squadra. I tifosi non erano felicissimi ma non vedevano grandi alternative all’orizzonte. Ma un giorno si è spinto troppo oltre, e la gente si è ribellata. Il furbacchione, d’accordo con tre-quattro senatori della squadra, aveva accettato un sostanzioso premio a vincere offerto dal River per battere il Boca, in lotta per lo scudetto proprio con l’Estudiantes. Una cosa inaccettabile. Aiutare i rivali di sempre a vincere il titolo. Non sia mai. Il venerdì prima della partita tre rappresentanti della tifoseria si presentano al campo di allenamento. Con pistole e fucili. Avvisando che se avessero fatto risultato con il Boca, sarebbero stati costretti ad usarle contro di loro. Dopo venti minuti la compagine Xeneixe aveva marcato 4 volte. Dopo tre giorni la metà dei giocatori rescindeva il contratto. Il Presidente a fine stagione rassegnava le dimissioni. Un esempio, forse poco ortodosso, di come i tifosi possono incidere sulle sorti del proprio club. Quattro anni fa, ho incontrato Leandro Cufre ad un concerto a Roma. Quando gli dissi che avevo preso la sua maglia dopo Udinese-Roma di Coppa Italia si mostrò sorpreso, ma quando gli rivelai la mia passione per il Gimnasia impazzì letteralmente. Mi presentò la sua compagna nonché Rodrigo Taddei. Mi disse che essere triperos è una cosa unica al mondo. La grande sofferenza per le vittorie che non arrivano mai e l’eterna attesa per un risultato che possa far gioire il popolo, il senso di appartenenza che c’è tra i suoi sostenitori, la gioia e la festa che ogni domenica si respira al Bosque, il legame con la città e con i suoi simboli. Io mi entusiasmai. Poi a casa, passate l’euforia per l’incontro inaspettato e la folle sbronza di quella sera, ripensando a quelle parole, ho considerato che sicuramente tutto questo è il Gimnasia, ma non è solo del Gimnasia. Nel senso che tutto questo è il calcio che piace a me, un po’ vecchio stile, sicuramente perdente (Lacrime di Borghetti docet), lontano dalle scintillanti luci televisive e dai superingaggi che attraggono ormai verso questo mondo più veline che vecchi allo stadio con i panini. Quando ci penso, arrivo sempre alla conclusione che a livello calcistico – non ho intenzione di allargare la mia analisi ad altri ambiti - lì sono rimasti ai nostri anni ‘70/primi ’80. Personaggi come Mostaza Merlo, el Coco Basile ed Americo Gallego purtroppo in Italia non possono più esistere. Con la verve di Carletto Mazzone, lo stile di Romeo Anconetani e la passione di Costantino Rozzi, stiamo parlando di tre allenatori che, più che per le loro filosofie calcistiche, sono diventati famosi per la loro simpatia e stravaganza. Tipi più da bar che da panchina. Sono anche riusciti a vincere, ma secondo me la cosa che li rende favolosi è che possono essere appena usciti dalle pagine di un qualsiasi libro di Soriano. Dicevamo calcio anni 70/80. Ritorniamo al Gimnasia. Succede che dopo la morte del Negro Jose Luis uno dei due capi storici della tifoseria del Gimnasia – l’altro, El Loco Fierro, a cui è dedicato il nome della tifoseria, la 22, dal nome della strada dove lui abitava, è stato ucciso a Rosario in un imboscata organizzata dalla polizia – la più grande e famosa rockband argentina, Los Redonditos de Ricota (il rock argentino ha una tradizione molto importante ed è seguitissimo nel resto del continente nonché in Spagna), gli dedicano un album con la sua foto in copertina. La Gran Bestia Pop, neanche a dirlo, il più venduto tra i loro dischi. Oggi il Gimnasia sta lottando drammaticamente per rimanere in prima divisione, condannato dall’assurdo sistema argentino del Promedio (la media dei punti degli ultimi quattro campionati). Ma la gente non lo lascia mai solo. Il mitico stadio, El Bosque, è sempre pieno e pronto ad incitare gli 11 in campo. E lo sarà sempre, con qualunque presidente ed in qualunque categoria. Del resto siamo in Argentina. Il paese dove molti hanno poco, ma dove gli stadi sono sempre pieni. In terza divisone squadre come Nueva Chicago e Defensores de Belgrano hanno quasi lo stesso numero di abbonati di Roma o Lazio. Le ambizioni invece sono senza dubbio diverse. Il risultato è importante ma non è tutto. Dalle sconfitte ci si rialza, tutti insieme, uniti dalla stessa passione, dallo stesso stemma e dai quei colori che ti hanno insegnato ad amare sin da piccolo. Non importa chi gioca o come si sta messi in classifica. Non esistono i dieci minuti di sciopero. Oggi scende in campo el equipo, e stai sicuro che vedrai migliaia di persone che saltano attaccate ai tirantes, che tirano carta in campo, venute lì per gridare, sostenere e cantare…yo te siguo a todas partes….

lunedì 29 marzo 2010

Esquina Blaugrana

Vince il Barca a Palma di Maiorca (Ibrahimovic, su azione da calcio d'angolo). Vince il Real nel derby con l'Atletico (in rimonta).
Le due superpotenze sono sempre appaiate. Lo sono da un'infinità di giornate. Primo però è il Real, in virtù di una migliore differenza reti.
Il resto della Liga è staccato di un abisso (21 punti).
Sinceramente, io il Barca non lo vedo bene.
Due i fattori:
  1. Il Barca farà moltissima fatica a ripetersi in Europa. Un brutto Quarto di finale contro un bell'Arsenal. Un'eventuale doppio scontro con l'Inter e una Finale con il ManUtd o con chi gli inglesi li avrà battuti; e
  2. Un Real che se non vince almeno la Liga dovrebbe fare i conti con una tragedia.
Butta male. Mai mi sarei aspettato un Triplete ad inizio stagione, ma neanche il nulla.
Ibra continua a stentare. La squadra pure, quando lui è in campo. Il Real, invece, raccoglie punti e segna tantissimo (almeno 3 gol in dieci delle ultime 11 partite).
In tutto ciò, rassegna le dimissioni Henry. Andrà a chiudere la carriera negli Stati Uniti. A New York. Noncurante del fatto che i suoi gol quest'anno stiano mancando tantissimo. E la difesa (tra squalifiche ed infortuni) sempre rimaneggiata.
Due, quindi, le domande:
  • Come approcciarsi al prossimo Clasico?; e
  • Quanto credere nella Coppa?
Sarò più chiaro: quanti miracoli dovrà fare Leo da qui a fine stagione?
La mia sensazione è solo questa.
ps Elecciones (su preziosa segnalazione di Dionigi): Laporta "Retira su apoyo a Alfons Godall por el riesgo de que el candidato pactara con Ferrán Soriano · Laporta tanteó a Sala i Martin pero éste se negó a ser la apuesta continuista".

domenica 28 marzo 2010

Io ho già vinto

Si potrebbe -gli altri potrebbero- partire dal palo colpito all'ultimo secondo da Diego Milito e ridurre l'ardente tensione di un intero pomeriggio vissuto sul precipizio dell'infarto ad una mera questione di fortuna. Appena una manciata di centimetri più a destra e quel pallone scagliato con la consueta voglia dal centravanti più completo del campionato avrebbe modificato i giudizi e i proclami del dopo-partita. Si potrebbe -gli altri potrebbero- farlo, ma non io, perchè non credo in questo cieco fatalismo, ma penso che il destino uno se lo debba conquistare, soffrendo, ragionando, giocando a pallone come Dio comanda. Come ha fatto la Roma ieri. Una delle partite più belle e più tese che i miei occhi da stadio ricordino. La Roma non è una squadra da impresa nello stadio pieno. E' più facile che si sbricioli sotto il peso della responsabilità e l'appagamento del rimorso. E' una squadra che ama fare la storia con i se e con i ma, mentre si piange addosso. E invece ieri abbiamo sconfitto ogni periodo ipotetico guardando il futuro negli occhi, abbiamo attraversato mesi di oscurità e finalmente abbiamo visto la luce, quando Luca Toni ha arpionato un pallone vagante e l'ha scagliato in rete con la stessa violenta allegria con cui lo faceva un certo Gabriel Omar, un altro con un certo trascorso in maglia viola. Il gol di Toni ha cancellato l'ignominia del doppio fuorigioco -metri, non decimetri, non centimetri, non millimetri. Metri- di Milito e Pandev che ha portato al pareggio nerazzurro, solito obolo pagato all'arroganza dei potenti. Ma ieri non c'è stato feudalesimo calcistico che tenesse, anche il valvassore Morganti, pagata la sua corveè al padrone nerazzurro con quel cortese omaggio, non ha potuto che ammirare in silenzio l'armonia di una squadra agile, elegante, concentrata, che non ha abbassato la testa di fronte al destino ma l'ha tenuta alta e ferma, per poterlo scrutare bene, questo destino. Una squadra che ha inferto una lezione di calcistica virilità a una compagine avversaria fortissima ma almodovariana, nell'isterismo da sabato sera a Chueca dimostrato dai suoi sette ammoniti. Mentre Sneijder, Eto'o, Stankovic e gli altri orsetti se la prendevano con l'arbitro per ogni sua decisione ("ma come" avranno pensato a turno, "i patti non erano altri?"), con le stesse moine delle Donne sull'orlo di una crisi di nervi, ecco Cassetti che non sbaglia un anticipo, ecco Pizarro che fa girare il pallone, ecco Menez che inventa un dribbling. In silenzio, perchè siamo allo stadio, mica a teatro. L'Inter pareggia dopo che per cinque minuti un'azione tambureggiante della Roma l'aveva tenuta dentro l'area di rigore, con Menez prima e Toni poi che non agganciano il pallone decisivo per un attimo; quell'attimo fatale alla difesa romanista. Si potrebbe pensare al fatalismo, ma questa volta non è così. Luca Toni ci regala un nuovo futuro, un futuro che possiamo sceglierci noi, un futuro in cui la squadra più forte del campionato non ci ha mai battuto perchè, semplicemente, non è più forte di noi. E allora è come se avessimo già vinto.

giovedì 25 marzo 2010

"Se solo avesse avuto la testa...."

"Se solo avesse avuto la testa".......una carriera consumata intorno a questa frase,un marchio di fabbrica, la sforbiciata,(girata,mezza rovesciata che dir si voglia) gesto tecnico che può permettersi solo chi sa giocare a pallone,solo chi non gioca per soldi o per la gloria ma per far divertire i propri tifosi.E' tutta in quella torsione spettacolare la mentalità di Francesco Flachi. 19 dicembre 2009,al Rigamonti di Brescia si sta giocando Brescia-Modena,le rondinelle allenate da Iachini sono a secco di vittorie da quasi un mese.Il freddo sembra farla da padrone,la neve intorno al rettangolo di gioco,i tifosi infreddoliti sugli spalti e una partita avvilente in campo. 34esimo minuto del secondo tempo,esce Possanzini entra Francesco Flachi,passano soltanto 8 minuti,Bega dalla destra lancia per Flachi,sforbiciata,goal,una rete di rara bellezza,capace di scaldare il glaciale Rigamonti.Questa è....e probabilmente sarà,l'ultima gemma di Francesco Flachi da Campi Bisenzio. Nascere alle porte di Firenze e giocare con la Fiorentina,un sogno diventato realtà per il giovane Francesco che in un intervista fatta a soli 13 anni dichiarava che gli sarebbe "Garbato" giocare con la Fiorentina(altrimenti in caso contrario sarebbe andato volentieri al Napoli). Alla fine arrivò in viola,esordio prima in serie B nel 93 e l'anno successivo in serie A.Passa per una stagione al Bari in prestito,una ventina di presenze e 3 goal,ottime prestazioni che convincono la dirigenza fiorentina a riportare il figliol prodigo nel capoluogo toscano,salvo poi girarlo nuovamente in prestito all'Ancona nel Gennaio 97.Con i dorici 10 goal in 17 match e ancora un ritorno in riva all'Arno,l'ultimo.nel 1998 la Sampdoria,dopo 16 anni consecutivi di serie A,uno scudetto,4 coppe italia,una coppa delle coppe,una supercoppa italiana e una finale di coppa dei campioni,retrocede malamente in serie B a seguito della sciagurata gestione Spalletti-Platt-Spalletti.I Liguri vanno rifondati,la scelta per l'attacco cade proprio sul fiorentino mai apprezzato dai dirigenti viola.Flachi accetta la doria e mai decisione fu più corretta. In 8 anni di Samp diventa l'idolo incontrastato della gradinata sud,specialmente quando salva i blucerchiati dal baratro della C1 grazie ad una stagione da incorniciare,senza contare che nel momento peggiore della storia dei genovesi,rinuncia alle lusinghe e ai soldi del Monaco,che regalava inoltre a Francesco la possibilità di giocare in Champions.come gia detto Flachi non gioca per la gloria o il denaro,gioca per l'amore della gente e in quel momento la felicità di una tifoseria che si salva è più stimolante degli onori della massima manifestazione calcistica europea.Finiscono i tempi bui,arriva Riccardo Garrone al timone dei liguri,con lui, Novellino e Beppe Marotta.Novellino è l'allenatore della svolta per la Samp e per Francesco.Arrivano anche 16 nuovi acquisti tra cui Bazzani che si rivelerà il partner d'attacco perfetto.La doria centra la promozione,Flachi non è titolare fisso ma riesce comunque a portare a casa un buon bottino di reti(12)2 delle quali messe a segno contro il Cagliari nella giornata che sancisce il ritorno della Samp in A.La prima "Vera" stagione nella massima serie,arriva quindi a ben 28 anni suonati,supera l'accanita concorrenza in attacco di Marazzina,Colombo e il Nipponico Yanagisawa(l'avevate rimosso??)va a segno 11 volte e trascina la Doria all'ottava posizione,meglio ancora l'anno seguente dove va a segno 14 volte e i liguri vedono sfumare la qualificazione in champions proprio all'ultimo a vantaggio dell'Udinese di Vincenzo Spalletti. Nel 2006 però cominciano i guai.Qualche giorno prima del derby di Roma del 2005 viene intercettata una sua telefonata a Fabio Bazzani(allora giocatore della Lazio),dove chiedeva informazioni relative al risultato.Verrà squalificato 2 mesi nel settembre 2006(nonostante la prestigiosa difesa dell'Avvocato Giulia Buongiorno) per violazione dell'articolo 1.Rientra in campo ma nel Gennaio 2007 al termine di Sampdoria Inter(0-2),viene trovato positivo alla cocaina,le controanalisi richieste dal giocatore confermano,Francesco assicura che a sua insaputa aveva fumato una sigaretta "Modificata".il 24 maggio del 2007 viene squalificato per 16 mesi.Termina così il grande idillio calcistico tra Francesco e la sua Sampdoria ma rimane nella storia come il terzo marcatore di sempre,dopo Mancini e Vialli con ben 85 goal in campionato,17 in coppa Italia e 2 in Uefa. Il 28 Febbraio del 2009 torna in campo con la maglietta dell'Empoli nel derby contro il Livorno,finirà 0 a 0.Il 18 Aprile del 2009 al 75esimo minuto di Empoli-Treviso Buscè entra in area e serve solo davanti alla porta Flachi è il goal del 2 a 0 è la fine di un incubo,non succedeva da ben 3 anni.Scade il contratto con l'Empoli si accasa al Brescia,dopo essere stato ad un passo dalla Reggina di Novellino.Il 18 Marzo 2010 la procura antidoping chiede la squalifica a vita di Francesco Flachi perchè recidivo.Finisce probabilmente così la carriera del folletto di Campi Bisenzio,del ragazzaccio che gli garbava Gullit e la Fiorentina,finisce a 35 anni come per molti altri calciatori,solo che per lui non ci saranno passerelle e tappeti rossi,uscirà in punta di piedi,così come è entrato,forse rodendosi un po' per quel che poteva essere e non è stato.......ma con la convinzione che "Se solo avesse avuto la testa"...... probabilmente non sarebbe stato Francesco Flachi,quello che per l'amore di una tifoseria ha rifiutato i soldi e la champions, un uomo capace di salutare il gioco del calcio regalando a chi ama questo sport un ultima spettacolare sforbiciata da 3 punti.E a noi ci "Garba" così.

Mi arrendo: bravo Ranieri!


Scrivo oggi per non essere influenzato dall'attesissimo scontro al vertice di sabato pomeriggio.
Come ho già fatto con Mourinho a seguito della splendida vittoria di Londra, devo fare i miei complimenti a mister Ranieri, che ieri sera ha secondo me compiuto il suo capolavoro da quando siede sulla panchina giallorossa.
Non tanto per la partita in sé - se la roma gioca così sabato prende 3 gol e che sarà sarà.. - quanto piuttosto per il coraggio e la voglia dimostrate.
A furor di popolo conferma il fresco tridente di sabato sera. Non tutto gira per il meglio. La squadra fatica.
Da par suo, il Sor Claudio se ne accorge, rivede la squadra e chiude la partita.
Parliamoci chiaro: voglio proprio vedere quanti tecnici italiani in vantaggio di un gol e con la squadra in evidente affanno avrebbero saputo resistere alla tentazione di buttare nella mischia un centrocampista per poi affidarsi all'acqua santa nascosta nel panciotto.
La Roma, si sa, se ha un limite è proprio caratteriale.
La partita di ieri aiuta a crescere oltre che a sognare. Credo poco nei miracoli, tanto meno quando la squadra che dovrebbe buttare il cuore oltre l'ostacolo sta con il fiatone da ormai un mese abbondante. Ciononostante, nel peggiore dei casi mister Ranieri avrà regalato alla sua gente la possibilità di vivere una giornata di calcio estenuante. Di quelle che cominciano la mattina presto con i giornali freschi freschi di primavera, di quelle che a fine partita sei stanco come se il terzino lo avessi fatto tu, non Cassetti.
Venti partite fa c'era la remota speranza di potersi ancora aggrappare al treno per il quarto posto.
Oggi abbiamo la possibilità di sognare - fosse anche per una partita - di essere i più forti.
Quando è arrivato ero il più scettico del mondo.
Oggi devo ammetterlo: bravo Ranieri!

lunedì 22 marzo 2010

Inglourious Glories, Ch. V, Leeds United FC

All’epoca, nel 2001, presidente del Leeds United Football Club era Peter Risdale, magnate inglese con la passione per il calcio. Decise, un bel giorno di quell’estate, di scommettere. Avrebbe giocato il Leeds qualificato alla successiva edizione della Champions League. Avrebbe giocato 60 e più milioni di sterline. Perse tutto. Voleva portare i Whites tra le grandi d’Europa, consacrando le due precedenti stagioni. E, invece, addormentò il club in un incubo infinito.
E da un incubo, a inizio secolo, il Leeds United Football Club era nato. Anno 1919, a Leeds il calcio è rappresentato dal Leeds City Football Club. Nessun successo sui campi della Second Division inglese, solo diverse scorrettezze a livello gestionale: nel corso della Prima Guerra Mondiale il Leeds City, infatti, aveva effettuato pagamenti ai propri giocatori, violando il relativo divieto in vigore al tempo. A metà stagione arrivò la squalifica della squadra da parte della Federazione inglese. Sulle ceneri di quella squadra, nacque il Leeds United Football Club. Ammesso, nel 1919, alla Midland League, una serie calcistica minore inglese che negli anni Ottanta, assieme alla Yorkshire League, avrebbe dato vita all’attuale Northern Countries League. L’anno dopo arriva pure l’ammissione alla Football League. Iniziava così, da una non prudente vicenda finanziaria, la storia di uno dei club più importanti della storia del calcio inglese. Per una trentina d’anni solamente alti e bassi. Qualche anno in First Division, molti in Second. Fino agli anni Cinquanta.
L’altalena si ferma perché ad Ellan Road qualcosa sta cambiando. C’è un’aria nuova e due nuovi nomi che contribuiranno a lanciare "The Peacocks" nel calcio che conta. Il primo nome è di origini gallesi, viene da un quartiere di Swansea chiamato Cwmbwrla e la prima volta che vede quello stadio ha appena 17 anni. William John Charles, centravanti. Un gigante.
[William John Charles]
Il gallese si rivela una furia dell’area di rigore. Gioca in ogni posizione e segna a raffica: in dieci anni 150 reti in 290 presenze. Tanti gol fanno sì che il Leeds raggiunga nel ’56 la promozione dopo nove anni di Purgatorio. E mettono pure a posto le finanze: il gigante di Swansea piace alla Juventus, che paga cash 65.000 sterline al Leeds pur di affiancarlo ad Omar Sivori e vincere tre scudetti. Quello che conta, aldilà dei soldi è che William John Charles per Leeds altro non fu che il preludio a un'epopea. Ancora una retrocessione, nel ’60. Ma sarà l’ultima per molti anni. Arriverà la gloria e gli anni del calcio che conta. Quelli del secondo nome. Quelli di Don Revie.
[Don Revie]
Arriva a Leeds dal Sunderland all’inizio degli anni Sessanta. Parte come giocatore-allenatore e, dopo una retrocessione in Terza Divisione sfiorata e una nuova promozione nel ‘64, consolida il ruolo dei Whites in First Division. Progetta una squadra giovane, con nomi quasi sconosciuti. L’unico pezzo pregiato era Bobby Collins, pagato 25,000 sterline dall’Everton (si legge sul sito ufficiale dello United: “Small in stature but with a huge appetite for the game, Bobby was the rock on which the foundation for United's rise to football prominence was built”. A piccoli passi, partita dopo partita, Don aggiunge tasselli al suo capolavoro: arrivano, ancora, Johnny Giles dal Manchester United e Alan Peacock dal Boro. Al primo anno di Top Flight il Leeds United è dato per spacciato. Farà fatica a salvarsi, dicevano. Sarà un inferno. Don Revie non si trova d’accordo coi più. Il suo Leeds magico disputò una grande stagione, perdendo la Championship a vantaggio del Manchester United solo per una dannata peggior differenza reti, e raggiungendo la Finale di FA Cup a Wembley, persa col Liverpool ai supplementari. Da prestigio incompleto i due anni successivi. Nel ’65, Leeds secondo in campionato, questa volta alle spalle del Liverpool e semifinalista in Coppa delle Fiere, sconfitto dal Real Saragozza. Peggio nella stagione ‘66/’67, quarto in campionato e finalista, ancora sconfitto, questa volta dalla Dinamo Zagabria, in Coppa delle Fiere. Serve una svolta. Serve un trofeo, perché tutto non sia stato inutile. Fiabesca, l’edizione di Coppa delle Fiere dell’anno successivo è una cavalcata inarrestabile. 16 gol al Primo turno ai lussemburghesi del CA Spora, altre 3 reti al Partizan nella successiva sfida e vittoria di misura contro gli scozzesi dell’Hibernian al Terzo turno. Ancora una squadra scozzese ai Quarti, i Rangers di Glasgow. Ancora una vittoria. La linea scozzese non si interrompe e in Semifinale ad aspettare il Leeds ci sono quelli del Dundee FC. Finisce pari a Dens Park, la casa dei Dark Blues. Secco 1 a 0 al ritorno, ad Ellan Road. E’ di nuovo finale, come l'anno prima. Dall’altra parte del campo, il Ferencvaros, la temibile squadra ungherese: nell'altra Semifinale ha eliminato il Bologna di Giacomo Bulgarelli che aveva fatto tremare il Mondo. Un gran gol al volo di Mick Jones, omonimo del chitarrista dei Clash e pagato a peso d’oro allo Sheffield United, decide l’andata. Il pareggio al ritorno a Budapest, davanti a 76.000 spettatori è sufficiente per alzare la Coppa delle Fiere e per consacrare il Leeds United Football Club tra le grandi d’Europa. La vittoria in Europa accende la miccia dei Whites, che l’anno dopo si impongono anche in campionato. 27 vittorie e solo 2 sconfitte. Il Liverpool e i 77 gol dell’attacco dell’Everton chiudono ad anni luce dai ragazzi di Revie. Il piccolo Leeds è ora un Top Team. Ottimi piazzamenti in campionato ed in FA Cup, sempre temibile in Europa, al cospetto delle corrazzate straniere. Don Revie si gusta la sua magia, sporca e tetra. Si prende gli applausi e le prime pagine delle riviste. Ma non si ferma. Ha ancora fame, voglia di vittorie dure. Vuole stupire ancora. E lo fa. Stagione ‘70/’71. Di nuovo Coppa delle Fiere. Poca cosa i norvegesi dello Sarpsborg ai Trentaduesimi. Più ostica la doppia sfida ai Sedicesimi con i tedeschi della Dinamo Dresda: il Leeds passa solamente grazie ad una rete in trasferta. Agli Ottavi, lo Sparta Praga viene sommerso di gol sia ad Ellan Road che in Cecoslovacchia. Neanche il Vitoria FC riesce a fermare i Pavoni, che volano verso la Semifinale. Contro il nemico di sempre. Il Liverpool di Bill Shankly. Revie, come sempre in cappotto di pelle con interno imbottito, si affida ai suoi scudieri. Norman Hunter, il centrale di difesa, Peter Lorimer, il centrocampista cannoniere, John “Jack” Charlton, fratello maggiore di Sir Bobby, e Johnny Giles. Che per dieci anni hanno letto la stessa scritta nello spogliatoio di Ellan Road. E, per una volta, la storia si arrende. Il Leeds conquista Anfield e si chiude in casa. Dopo 180 infiniti minuti, il Liverpool è eliminato. In Finale ci va l’Inghilterra sfrontata, quella dei tackle violenti e col fango negli occhi. Ad attendere i Bianchi la Vecchia Signora di Bettega e Causio. A Torino finisce pari. Madeley risponde a Bettega, mentre a Capello risponde Bates. Ad Ellan Road segna subito Alan Clarke. Sarà inutile l’immediato pareggio di Anastasi. Don Revie vince ancora. Può di nuovo brindare a champagne per la sua magia senza fine. Altri due acuti prima della fine. Una FA Cup l’anno successivo e il secondo campionato nel ’74, davanti a Liverpool e Derby County. Poi, l’addio di Revie. I 44 giorni di Brian Clough. Tutta un’altra storia. Tutto un altro sapore. Si sa solo che da quel giorno il Leeds United non si rialzò per molti anni. Solo un acuto, la terza Championship nel ’92, firmata Eric Cantona e Rod Wallace, per poi ripiombare in nuove crisi e nuovi incubi.
[Eric Cantona]
Fino a quell’estate del 2001. Nei due anni precedenti, David O’Leary, londinese con passaporto irlandese, aveva raccontato a tutta l’Europa la sua nuova magia Leeds United. I suoi avevano raggiunto la Semifinale di Uefa nella stagione 1999/2000, cadendo contro il Galatasaray poi campione, e la Semifinale di Champions League nella stagione 2000/2001. Furono schiacciati dal Valencia di Hector Cuper e Gaizka Mendieta. Quella formazione del Leeds United stagione 2000-2001 molti se la ricordano. In porta Martyn, linea di difesa con Ferdinand e Matteo al centro, Mills e Harte sulle fasce. A centrocampo Dacourt, Kewell “The Jewell”, Batty e Bowyer. Davanti, Viduka e Alan Smith. Era l’Undici che sconfisse il Monaco 1860 nei preliminari di Champions League e che si qualificò secondo nel girone di ferro del Milan e del Barcellona. Nella seconda fase a gironi sopravvisse a Real Madrid e Lazio, qualificandosi per i Quarti contro il Deportivo la Coruna di Luque e Tristan. Seppellì di gol i galiziani ad Ellan Road e cadde senza farsi male davanti ai 36.000 del Riazor. In Semifinale Mendieta, assieme a Sanchez, svegliò la working-class, che già sognava nuovi Revie e nuovi Lorimer. Dopo l'importante stagione europea, Risdale si indebito oltre il consentito per finanziare la campagna acquisti. Credeva di poter ripagare i debiti grazie ai diritti televisivi e ad una facile qualificazione alla successiva Champions League. Il Leeds, invece, crollò. I processi per aggressione, i mancati introiti e le necessarie svendite dei pezzi pregiati (su tutti, Ferdinand e la bandiera Woodgate). La retrocessione venne da sè dopo un paio d’anni. E da lì l’inferno della Football League One, la serie che non vuole campioni o grandi nomi. Niente più stelle né Coppe. Niente più magie. Solo le ceneri da cui tutto aveva preso forma. E quella scritta nello spogliatoio di Ellan Road. “Keep Fighting”.

Futbol tapas

Lionel Messi
- Consiglio per Bostero: non chiamarla più Esquina Blaugrana, ma Esquina Messi. Abbiamo la fortuna di poter vedere quello che per i nostri fratelli grandi è stato Maradona e per i nostri padri Pelè. Un fenomeno. Il dramma di Leo Messi è che ormai ci ha abituato ad essere un fenomeno. E' lo stesso dramma, che so, di Bar Refaeli, che nessuno può mai dirle "ah oggi quanto sei figa", perchè lei lo è sempre. Come per Messi, non c'è più il gusto della sorpresa. Anche ieri sera a Saragozza, per la seconda domenica consecutiva, ha segnato una tripletta, inventandosi uno dei più gol più belli e difficili dell'anno (tutta la difesa portata a spasso, Contini sull'orlo del suicidio). Ha ragione Nesat, alzi la mano chi trova le dieci differenze tra lui e Gesù.
 
- In tutto questo il campionato si è definitivamente eclissato modello Scozia. Era preventivabile ma magari non in queste proporzioni. Ed invece Real e Barça non perdono mai e le altre si contendono le briciole. Tanto vale allora fare anche qui quattro old firm.
 
- Tanto per cambiare Higuain ha segnato anche sabato, nella vittoria per 3 a 1 del Real. Tanto per cambiare continuano a chiedere la sua testa, come se contro il Lione avesse sbagliato solo lui.
 
- Il sempre ombroso Osvaldo regala una bella vittoria al caro Espanyol, che si è rialzato in classifica. E' sua la doppietta che schianta un Siviglia ancora intontito dalla vodka russa. La squadra del sempre ingelatinato Manolo Jimenez si è così fatta superare al quarto posto dal Mallorca, che ieri ha schiantato i lunatici colchoneros. Forse può dirsi che la squadra delle Baleari si è definitivamente messa alle spalle l'esperienza Cuper. Al riguardo segnalerei il centravanti Aduriz, bomber abertzale che secondo me ha delle grandi potenzialità inespresse, e a cui il Mallorca si affida per centrare una storica qualificazione in Champions.
 
- Incredibile disfatta interna per i rojillos di Pamplona contro i malefici cantabri del Racing Santander. L'Osasuna passa in vantaggio alla mezz'ora ma poi subisce l'onta di prendere tre gol dai mangiatori di acciughe. Se iniziamo a vacillare anche al Reyno de Navarra si mette male e toccherà lottare anche quest'anno fino all'ultima giornata. Anche perchè domenica si va al Camp Nou a trovare un certo Messi..
 
- Al di là di tutto questo, possiamo dirlo, la Liga spagnola non interessa davvero a nessuno. Scusate il disturbo e buon pintxo di tortilla a tutti.

ps: non c'entra niente con la Spagna ma volevo dirlo: neanche Aimo Diana sta riuscendo nell'impresa di salvare il Bellinzona. Ieri altra sconfitta dolorosa a Zurigo. Insufficiente Edusei, irritante Diarra (ex Lecce), evanescente Fausto Rossini, impalpabile Andrea Conti. Perlomeno c'è Zotti che allieta i ritiri di mister Cavasin con il suo repertorio di canzoni napoletane..

.. JEREMY !!!!!!

Finalmente.
Penso che tutti gli amanti del calcio romano hanno esclamato esattamente questa parola sabato sera.
Esaltazione dell'estetica è stata la partita di Menez: lampi al fosforo, dribling irridenti, invenzioni.
Mancava un orpello per capire chi fosse costui.
Eccolo. Il tutto condito da quella sua aria un po' così, imbronciata, ostile, strafottente.
Eppure erano due anni che, nonostante tutto, addetti ai lavori e non intravedevano nel parigino sbocciato nella banlieu 94 la giustificazione ad un investimento tanto importante.
Balla sul campo Menez, [quando ne ha voglia].
Dite ciò che volete: io me lo tengo così, nella speranza che si riesca a collocare in campo e pian piano a caricare di responsabilità (che fa rima con personalità).
Se giochi così devi fare il trequartista. Punto e basta. Basta sacrifici, basta partite in ruoli non suoi ad inseguire e (solitamente) falciare avversari.
Il calcio è, sopratutto, estro e follia. Lasciamolo fare, per favore.
Per me la partita sabato è valsa da sola l'abbonamento stagionale.
Pausa. Pausa. Ritmo lento..
Che classe Monsieur Menez...
cheapeu!

venerdì 19 marzo 2010

SORTEGGI

Lione-Bordeaux Bayern-Manchester United Arsenal-Barccellona Inter-Cska Mosca Si mette bene per l'inter. Beccare ai quarti di champions league il CSKA di Mosca è una botta di culo senza precedenti. Da segnalare uno splendido Bayern Manchester United ed un match all'insegna del bel gioco tra il barcellona e l'Arsenal. Ragionevolmente, se l'Inter vuole vincere la Champions, se la dovrà vedere in semifinale con il Barcellonaed in finale con il Manchester . Come dire, se veramente arrivasse in fondo lo farebbe nella maniera più difficile possibile..

La nuova Signora

(A ciascuno il suo)

Devo ammettere che ieri sera me ne ero completamente dimenticato, e allora ho saputo solo ora, e ho visto le immagini, della disfatta della Juventus in terra inglese. Vi sottopongo alcune brevissime (modello pagina 229 di Televideo) considerazioni:

- devo dire che con Cannavaro difensore centrale andiamo proprio tranquilli ai Mondiali, siamo in una botte di ferro;
- che fascino proustiano la contestazione a Zebina, il giocatore che più danni ha fatto nella storia recente della AS Roma. Mai potrò dimenticare l'odio che ho provato nei suoi confronti. Comunque un gesto da vero signore quello del dito medio;
- Diego ("la Juve ha comprato un fenomeno!" come no Compagnoni...) e Felipe Melo ormai hanno dimostrato di essere due conclamati bidoni doc, come solo i brasiliani pompati possono esserlo;
- ero certo che la colpa principale della stagione fallimentare dei bianconeri fosse da ricercare nell'inesperienza allo sbaraglio di Ferrara, ma a giudicare dalla gestione Zaccheroni (che senza il vergognoso regalo del rigore contro il Genoa, per tacer d'altro, avrebbe fatto pochissimi punti) si direbbe che il povero "troppo bbuono" non era mai così "troppo male". E se il male si annidasse nella presidenza, con i due fratelli  con la erre moscia incapaci di gestire una squadra di pallone (oltre che tutto il resto)?;
- lo scrivevo parlando del Chelsea, sono altri gli stadi inglesi che fanno paura, il Craven Cottage è uno di questi, è tostissimo andare lì fuori casa. Se anche le nostre squadre medie avessero una cornice e un'atmosfera di questo tipo non parleremmo di posizione nel ranking Uefa a rischio;
- che meraviglia il gol di Dempsey e che meraviglia ogni gol di Bobby Zamora;
- infine, per tutte le gioie che mi sta regalando la Juve, spero che questo campionato non finisca mai.

giovedì 18 marzo 2010

Questa non è una superpredica

(Tranquillo Beppe, questa non è una superpredica)

Non voglio togliere spazio alla boutade di Blatter sul fuorigioco tempestivamente segnalata da Tato qui sotto, ma di fronte a certe cose che fanno venire il vomito non è possibile resistere e sento il dovere morale di intervenire, anche se solo in pochissime righe. Mi riferisco alla demenziale lettera paternalista che il sempre precisino Beppe Severgnini ha scritto oggi sul Corriere della Sera a Mario Balotelli. Oltre ad informarci -ma chi se ne frega no?- che lui martedì sera, da buon tifoso vip dell'Inter qual è, era a Stamford Bridge a vedere la partita, coglie l'occasione anche per dirci che la splendida prestazione dell'Inter gli ha dato l'ispirazione per rifilare un pippone più stucchevole dei dolci dell'Ikea al povero Balotelli, il quale, dopo averlo letto, per tutta risposta -come minimo- avrà mandato di corsa il simpatico Mino Raiola a cercargli una nuova squadra, non solo il Milan o la Juve ma anche il Campobasso o il Casarano, un posto qualsiasi purché non ci sia nessun giornalista col ciuffo brizzolato e la faccia da chi da bambino faceva sempre suonare i due cavetti di Sapientino che gli scrive cose del genere:
Caro Supermario, tranquillo: questa non è una superpredica. Solo un modesto suggerimento. Quello che è accaduto nelle ultime 72 ore contiene una magnifica lezione. Non sprecarla. Ero a Stamford Bridge, l’ho visto con i miei occhi. Nella tana del Chelsea, convinta d’aver già passato il turno, l’Inter ha giocato la partita perfetta, e sembra perfettamente chiaro quello che ti ha mandato a dire. In un mondo difficile come quello del calcio - fatto di soldi e pressione, ricordi lunghi e carriere brevi - non c’è posto per i ragazzini. Quindi: è ora di diventare grande. Hai troppo talento per buttarlo via. E potrebbe succedere.
Lo confesso: io, se uno inizia un discorso premettendo "tranquillo: questa non è una superpredica", faccio come George Best con Nicola Roggero e gli dico di aspettare un secondo che devo andare in bagno e in realtà scappo dalla finestra, oppure metto mano alla pistola (dipende se ho una pistola a portata di mano. A volte non ce l'ho, tipo quando non sono in macchina). Non so il povero "Supermario" che ne pensa di questa filippica; magari non l'avrà neanche letta, perché lui saggiamente i giornali non li legge (ce lo ricorda sempre papà-Severgnini: "Mi hai detto, quando ci siamo conosciuti, che non leggi i giornali; ti ho risposto che fai bene". E ci credo, se ci scrive uno come te!). So però che meritava di essere pubblicamente fustigato su LB uno che si permette di concludere la sua lettera in questo modo, tirando in ballo in maniera disgustosa uno dei nostri miti:
Venerdì sera ero a Londra con Fabio Capello che, oltre a imbroccare il risultato di Chelsea-Inter (complimenti), mi parlava ammirato di Wayne Rooney, di quant’è diventato bravo e affidabile. A vent’anni ti somigliava; poi ha capito che, per diventare un fuoriclasse (milionario) occorre fatica, metodo e rispetto. Anche Gazza Gascoigne era un fuoriclasse: ma è finito in un altro modo. A te la scelta, Mario.
Caro Beppe, tranquillo: questa non è una superpredica: vorresti cortesemente spiegarci a cosa ti riferisci quando dici che Gazza Gascoigne "è finito in un altro modo"? In quale modo "corretto" sarebbe dovuto finire secondo te? Commentatore di Sky? Partecipante all'Isola dei Famosi? Opinionista sul Corriere della Sera? Tiratore d'orecchi a Mario Balotelli? Marito di Elisabetta Gregoraci? Cantante a Sanremo? Immobiliarista in Brianza? In realtà, e noi lo sappiamo, in questo mare di mediocrità che è l'attuale mondo del calcio una delle poche forme nobili di sopravvivere è decidere di affogare come fa il nostro amato Gazza. Ma questo un precisino come Severgnini, uno con le pinne, il fucile e gli occhiali, non lo capirà mai.

Nella vita ci sono solo due strade tra cui scegliere, la libertà e il bigottismo. Una è la strada di Gascoigne, l'altra è quella di Severgnini. A te la scelta, Mario. Noi però abbiamo già scelto.

BLATTER: "ADDIO FUORIGIOCO"

Ennesima boutade dell'Ecclestone del pallone. Moviola in campo? Non se ne parla. Piuttosto aboliamo il fuorigioco. Scenari apocalattici, signori. In barba a 20 anni di Franco Baresi con il braccio alzato, ai gol subiti dalle squadre di Zeman per colpa di un terzino in affanno. Il calcio senza fuorigioco si riduce a poca cosa. Come mangiare un formaggio di fossa senza un bicchiere di vino e mostarde pregiate. Pensateci anche solo per un attimo: vorrebbe dire abbandonare per sempre il concetto di tattica, allungare le squadre di 30 metri e, dunque, lasciare spazio ad un calcio muscolare e sempre più basato sulle capacità ateltiche piuttosto che tecnico-tattiche. Per i difensori poi, sarebbe il punto di non ritorno. Potremmo dire addio agli anticipi dolci di Juan, alle diagonali impeccabili di Panucci. La marcatura a uomo, per carità, è sempre la base necessaria per un buon difensore, ma la rinuncia a tutto il resto significherebbe tornare indietro di 50 anni. So che queste sparate di blatter lasciano il tempo che trovano (se non erro anni fa propose di allargare le porte..), ma devono comuque far pensare: questo ometto sarebbe in fin dei conti il capo del movimento calcistico mondiale. Possibile che non riesca ad avere alcuna visione di insieme?? Si vedrà. Intanto, godiamoci finchè possibile i difensori intelligenti, le punte maligne alla Inzaghi, i terzini distratti, i guardalinee che annasapano.

martedì 16 marzo 2010

Dallo sherry al calcio: la storia degli inglesi d'Andalusia

[Jerez Industrial Club de Fùtbol: calcio e sherry]

Il tabloid britannico Sun (lettura quotidiana imprescindibile del nostro Gegenschlag, accanto alla sezione gossip di Tgcom) dedica oggi un affascinante articolo alla curiosa vicenda dei "Los Ingleses". Ma chi sono costoro?
La storia è la seguente. Una piccola squadra spagnola di terza divisone, lo Jerez Industrial Club de Fùtbol (il cui stemma è tutto un programma), fratello povero di quello Xerez che quest'anno sta provando (ancora per poco..) la dura realtà della Liga, per risollevarsi in classifica ha deciso di contrattare tutti insieme sei giovani calciatori inglesi (oltre a due irlandesi), venendo quindi ribattezzata dai media la squadra dei "Los Ingleses". Per capirci, con questi otto innesti di sangue britannico, nella propria rosa lo Jerez Industrial ha più Brits che l'Arsenal.
Questi ragazzi albionici sono dei carneadi della Premier League, che li ha prima allevati e poi rinnegati senza troppe spiegazioni. Dopo alcune fallimentari esperienze tardo-giovanili in squadre importanti come il Manchester United, il Millwall e il Bolton Wanderers, sono tutti finiti alla Football Academy che l'indimenticato Glen Hoddle (uno degli "ultimi inglesi", per richiamare un vecchio topic del blog) nel 2008 ha aperto -mica scemo- a Montecastillo, provincia jerezana, nell'assolata Andalusia, al sud della Spagna. Questa Academy è una via di mezzo tra una scuola calcio e la clinica del film "Sette chili in sette giorni", nel senso che, da un lato, si insegna pallone e dall'altro, soprattutto, si ricostruisce il morale e la fiducia di questi reietti del mondo del calcio che conta. In pratica, si prova a dare una seconda chance a quei giovani calciatori che non ce l'hanno fatta e che tuttavia non si ancora sono rassegnati a vivere del dole (il generoso sussidio di disoccupazione inglese).
E' curioso allora pensare che alcuni di questi ragazzi si saranno incontrati a pochi chilometri di distanza con i loro nonni che, da buoni inglesi contemporanei, hanno investito la liquidazione in un bell'appartamentino vista pub di Torremolinos, Màlaga o Marbella. Il "declino della specie", direbbe il nostro Gegen.
Tant'è, racconta il 52enne Glen Hoddle (non dimentichiamo, ex allenatore della nazionale di Sua Maestà la Regina) che
"These lads have all worked very hard to achieve their goals. I have made it clear to them that the hard work really starts now. We've given them the opportunity and now it's down to them to take it. This is exactly what we are working to achieve and to have this level of success already, really does prove that my initial concept of giving these lads more time to develop really can work and change their lives completely."
Ma chi sono gli eroi di questa storia, che hanno (giustamente) preferito i campi polverosi della provincia gaditana alle liste di collocamento dell'Essex? Come se fossimo ad Ok il prezzo a giusto, vediamo chi gioca oggi con noi:
- il centravanti Chris Fagan, 20 anni, due anni trascorsi al Manchester United e anche alcune presenze con l'under 21 irlandese. Attualmente in prestito all'Industrial dal Lincoln City. Non uno qualsiasi: al debutto ha segnato subito una doppietta e in conferenza stampa ha affermato: "I learned a lot from Sir Alex Ferguson, but I've also made a lot of progress to my game with Glenn Hoddle. We've got a good team. I am here for footballing reasons [evidentemente qualcuno aveva insinuato che fosse andato lì per diventare torero]";
- l'altra prima punta Nick Beasant, 23 anni, detto anche "il raccomandato", in quanto figlio del leggendario portiere Dave Beasant, che oggi è il responsabile dei portieri dell'Academy di Hoddle. Rispetto alla pesante eredità paterna, Dave ha dichiarato: "I don't feel any pressure about who my dad is, because I have come to train and to show I have a place. At the end of the day it's up to me to demonstrate if I'm worth it, not my father";
- il centrocampista Curtley Williams, 20 anni, già all'Ipswich Town di bosteriana memoria. Williams ha le idee chiare: "We have a great group of players and a great team spirit";
- il difensore Pierre Hall, 20 anni, ex del Fulham FC, uno che non ha paura dei luoghi comuni: "The football is more technical here in Spain, you have to be more aware of how to read the game. English football is more physical";
- il mediano David Cowley, 22 anni, prima al West Ham United, un tipo ambizioso: "If we play good football I feel we can beat any team in the league";
- il terzino sinistro Michael Noone, 21 anni, con esperienze nel Millwall e nella nazionale dell'Eire Under 17;
- il regista Matthew Richards, 21 anni, forgiato nel vivaio del Wycombe Wanders;
- il bomber Nathan Woolfe, 22 anni, una vita al Bolton Wanderers.

Noone, Fagan, Cowley e Woolfe sono partiti titolari nella vittoria per 2-1 contro i rivali glamour del Marbella di due settimane fa, nella quale Woolfe ha siglato proprio il gol vittoria. Il bomber ex Bolton si è ripetuto anche domenica scorsa all'ombra dell'Alhamabra nella sfida contro i padroni di casa del Granada FC, ma questa volta il suo è stato solo il più classico dei gol della bandiera (i granadini hanno vinto 4-1). 

Se questa è la bella storia di questi figliocci di Glen Hoddle, non sfugga ora, in conclusione, quella punta d'esotismo e colonialismo che la caratterizza. L'Industrial gioca infatti, come detto, a Jerez, al Estadio de la Juventud, di fronte a 9,000 appassionati. Il fatto è che Jerez non è una città qualunque, ma è l'emblema oleografico della Spagna tutta flamenco, corride, gitani, sole e Tìo Pepe che molti europei (inglesi in particolare) hanno del paese iberico. Il passaggio dai brumosi pomeriggi piovigginosi dello Yorkshire alle assolate mattinate colorate dell'Andalusia è proprio il sogno di qualsiasi inglese middle e soprattutto working-class, che si riversano in massa sui voli low-cost che li trasportano nelle loro multiproprietà sparse per la Costa del Sol. E' il trionfo delle creme solari, delle scottature su flaccide carni pallide, delle corride turistiche, dei panama in testa, del "oh, this is very pittoresco!". E' soprattutto un universo affogato nella sangrìa a buon mercato marca Don Simòn, nella birra dolce marca Cruzcampo e, questo è il punto, nelle botti di sherry questa volta di marca inglese.
Perchè Fagan, Woolfe e gli altri amici della Football Academy non stanno facendo altro che ripercorrere le orme dei loro avi, che, a partire dal seicento, hanno convertito il loro amore per lo sherry -lo squisito vino dolce da sempre vanto della zona di Jerez- in una rinomata industria. Nomi di produttori come Sanderman, Pedro Domecq (storica casa fondata dall'irlandese Patrick Murphy nel '700), Garvey, Osborne sono senz'altro noti a tutti voi gentlemen, non lo dubito. 
E allora, un tempo erano le bodegas di sherry, oggi i campi di calcio, ma l'importante è che la storia degli inglesi d'Andalusia continui..

domenica 14 marzo 2010

La Giornata

Giornata di campionato decisiva. A dir poco. Il tutto in cinque considerazioni:
  1. Un Internazionale cui già tremano le gambe. Il peggior approccio alla settimana più difficile. Le piccole squadre si mostrano in momenti come questi;
  2. Bello il Milan a -1. Ancor più bello che lo svantaggio in classifica lo colmi la rabbia di Clarence Seedorf;
  3. A ridosso, fa meglio chi fa peggio. Una Juve impotente. Un Napoli in ginocchio. Una Samp nelle sue possibilità;
  4. In un innocuo Tardini arriva il gol che chiude la parte destra della classifica. Per come la vedo io, il gol di Bojinov suona un pò come il classico "pace libera tutti" a nascondino. Dall'Udinese in su;
  5. Se la Lazio si salva, sarà solo per demeriti altrui. Oscena la sconfitta interna con il Bari.

venerdì 12 marzo 2010

LIBERTADORES 2010

Prosegue la fase a gironi della maggiore competizione per club in Sudamerica. E allora mettiamo un poco di ordine.
Grupo 1: Battuta d'arresto per Ronaldo e Roberto Carlos sul campo dell'Indipendiente di Medellin. El Dim spinge tutta la partita e passa in vantaggio al minuto 76. Al Timao serve un gran gol di Dentinho per rimettere tutto a posto. Di tutto rispetto il look chioma e cravatta dell'allenatore dell'Indipendiente. Nell'altro incontro Il Racing (URU) ottiene la sua prima vittoria a scapito del Cerro Porteno (PAR).
Grupo 2: Dominio assoluto Once Caldas. Due vittorie ed un pareggio - 1 a 1 nell'ultima uscita contro il Monterrey (MEX) - in tre partite. Si accontenta, per il momento, del secondo posto un Sao Paulo che tarda ad ingranare ma che porta a casa tre punti dalla trasferta in Paraguay contro il Nacional. Grupo 3: Alianza Lima inarrestabile, grazie ai gol del puntero Jose Carlos Fernandez. 3 gol al Bolivar a La Paz, 4 all'Estudiantes e, da ultimo, altri due in "trasferta" al Juan Aurich (PER). Per la ciurma di Veron, solo un insipido 0 a 0 sempre in casa del Bolivar: per mettere in cassaforte la qualificazione serve una vittoria in casa al quarto turno.
Grupo 4: Quasi un primo verdetto. Il Lanus (ARG, 3 punti) sembra non essere in grado di contrastare l'Universitario (PER) e il Libertad (PAR), entrambi a 7 punti. Fanalino di coda i boliviani del Blooming.
Grupo 5: Guida il Cerro (URU), grazie alla vittoria per 2 a 1 a Guayaquil contro l'Emelec. Segue l'Internacional di Porto Alegre di Abbondanzieri, che tiene a distanza il Depor Quito.
Grupo 6: James Rodriguez, con una doppietta, tiene a galla il Banfield a Montevideo contro il Nacional. Nel frattempo, il Depor Cuenca, con Mendez ed Escalada, batte nettamente il Morelia (MEX). Grupo 7: Forse il girone più equilibrato. In testa c'è il Velez con 6 punti, inseguono il Cruzeiro del capocannoniere Kleber ed il Colo Colo. Poca gloria per il Depor Italia di Dionigi, se non fosse per l'impresa interna proprio contro i brasiliani.
Grupo 8: Si era detto del buon esordio del Rubro Negro contro l'Univeridad Catolica. Altri 3 punti contro il Caracas, questa volta ci pensa Vagner Love. L'Universidad de Chile prova a prendersi la seconda piazza nel girone con i gol di Juan Manuel Oliveira.

mercoledì 10 marzo 2010

Esquina Blaugrana

Il colpo alla Streltsov

Nella storia del calcio c'è un po' di tutto, perchè il calcio non è un settore della vita separato (isolato) dal resto, ma la vita stessa osservata da un punto di vista speciale, nobile e privilegiato. E' allora per casualità che oggi mi sono imbattuto su Marca in una storia che ignoravo e che mi ha immediatamente appassionato, anche perchè getta legna al mio fuoco del calcio è (anche) politica.
Ėduard Anatol'evič Strel'cov, per noi più semplicemente Eduard Streltsov, nasce a Mosca il 21 luglio del 1937, un attimo prima che inizino le fastose celebrazioni per il ventennale della rivoluzione leninista. Un attimo prima, perchè già lì si capisce che lui e il regime non viaggeranno mai sullo stesso treno. Dotato di un talento straordinario, sin da giovanissimo diventa il simbolo della sua squadra, la Torpedo Mosca, dove in poco più di tre anni (dal '54 al '57, stagione in cui arriverà settimo nella classifica del Pallone d'oro) mette a segno quasi 50 reti. Fantasioso, estroso, amante del colpo di tocco (ancora oggi, in Russia, lo chiamano il colpo alla Streltsov), si fa notare quando appena diciassettenne fa 3 gol in amichevole alla grande Svezia. In un attimo, quel giovane allegro con i capelli "a mezzo collo" (Fantozzi dixit), protagonista della dolce vita moscovita, amante delle feste, delle donne e della vodka, diventa il "Pelè russo", il mito della gioventù della CCCP, il sogno del riscatto per un'intera generazione. In così poco tempo, è già uno dei giocatori più forti della storia calcistica dell'URSS. 
Il regime prende la palla al balzo e decide di farne il protagonista della rinascita dello sport sovietico, studiando a tavolino il suo "piano quinquiennale". Peccato che Streltsov non è dello stesso avviso, perchè la sua libertà, sia in campo che fuori, viene prima di ogni cosa. Nel 1958 rifiuta il trasferimento dalla sua amata Torpedo a una delle due squadre del Soviet, sia al Cska Mosca (la squadra dell'Armata Rossa) che alla Dinamo Mosca (quella del KGB), nonostante, in quest'ultimo caso, l'insistenza del mitico Yashin. Questo comportamento ribelle, unito anche ad una frase di troppo forse pronunciata ad una festa al Cremlino (avrebbe rifiutato di sposare la figlia niente meno che di Yekaterina Furtseva -la più importante figura femminile del regime sovietico- e avrebbe detto poi a un amico: "non la sposerei mai quella scimmia"), segna l'inizio della sua fine.
Giusto un attimo prima che si celebri il Mondiale di Svezia del 1958, dove avrebbe dovuto guidare la sua nazionale alla vittoria così come aveva fatto ai giochi olimpici di Melbourne del 1956 (dove l'URSS aveva vinto l'oro), Streltsov viene a sorpresa fatto fuori. Il Soviet non ha gradito il suo atteggiamento, ma per non destare sospetti tra il popolo per l'emarginazione del ventunenne attaccante-stella della Torpedo ha bisogno di una storia convincente, di una scusa che regga, di qualcosa che faccia presa sull'opinione pubblica. Ecco che allora Streltsov viene accusato di aver stuprato una sua coetanea, proprio nel corso di quella festa al Cremlino. Arrestato e rinchiuso in una delle più dure carceri del paese, il Butirka, Streltsov si fa ingannare un'ultima volta. Il KGB gli promette di fargli disputare la Coppa del Mondo in caso di confessione, anche perchè, in realtà, le prove contro di lui sono confuse e contraddittorie. Sotto la pressione del KGB, Streltsov firma, e in cambio si ritrova condannato a dodici anni di lavori forzati in un gulag siberiano. Altro che Svezia, è la stolida prova di forza, la vittoria del regime, che lo considera un disertore in potenza, a causa dell'interesse che ha suscitato in vari club europei durante il tour che la Torpedo ha realizzato in Francia e in Svezia prima del Mondiale. Mondiale in cui l'URSS esce ai quarti per mano dei padroni di casa, mentre Streltsov s'intossica in miniera.
Il Pelè russo viene liberato nel febbraio del 1963, dopo più di cinque anni di prigionia. Due anni più tardi torna a fare quello per cui è nato, giocare a pallone con la sua Torpedo. I capelli biondi non sono più quelli di un tempo, lo sguardo è spento, i polmoni vanno a intermittenza. Eppure, per fare un colpo di tacco non serve altro che la propria genialità. Così, anche la fotocopia sbiadita del campione che fu, e che sarebbe potuto essere, riesce a conquistare il campionato del 1965 con la Torpedo e a tornare a vestire, a ventinove anni, la maglia della nazionale, con cui in totale collezionerà 38 presenze e 24 gol.
A 53 anni, Streltsov muore da innocente nel suo letto, stroncato da un cancro ai polmoni, eredità degli anni siberiani. Si porterà con sè gli orrori del gulag, di cui non ha mai parlato con nessuno. E' il 1990, e un attimo prima è caduto il regime. Un vero colpo alla Streltsov, l'ultimo della sua leggendaria carriera.

ps Approfitto per segnalare l'imminente uscita (12 aprile) di un bel libro edito da Limina dedicato a Streltsov: "Donne, vodka e gulag. Eduard Steltsov, campione".
Lo ha scritto l'amico di LB e giornalista della Gazzetta dello Sport Marco Iaria, che all'affascinante progetto ha lavorato per due anni (due anni di ricerche faticose), riuscendo alla fine a ricostruire tutto.
Tra l'altro il libro contiene un ricchissimo inserto fotografico, che ha attinto anche all'archivio di famiglia.
Imperdibile la presentazione nella Milano da bere il 15 aprile presso l’associazione Italia-Russia.
Seguiranno dettagli, recensioni, ubriacature.
Ogni altra informazione può trovarsi qui: http://donnevodkagulag.blogspot.com/.

lunedì 8 marzo 2010

Deutsche Ecke

Trovandomi in Germania non posso che sorseggiare un po' di Borghetti per digerire il fine settimana della Bundesliga. Il campionato tedesco si conferma uno spettacolo unico. Una dolce certezza, come il retrogusto che ti lascia una Weizenbock fatta come si deve. Ci siamo, il campionato entra nella fase decisiva, ogni partita pesa sempre di più. Il Meisterschale è una vicenda a tre. Bayern, Leverkusen e Schalke sono lì davanti a contendersi il campionato. Tre squadre in tre punti, tre grandi del calcio tedesco così diverse eppure con una cosa in comune: avere un grande allenatore. Sembra proprio questa la costante di questa stagione: il ritorno dei grandi tecnici. Van Gaal smanioso di tornare nel calcio che conta dopo il confino in patria in quel laboratorio che è stato l' AZ; giovane in campo il Leverkusen ha, invece, in panchina un mostro sacro Jupp Heynckes. Artefice di tanti successi, giocatore vincente e tecnico apprezzato in patria e fuori (nel carnet vanta anche la champions del 1997 -1998(la Septima) col Real Madrid. Lo Schalke, sperando di romepere l'incantesimo che lo tiene lontano dal titolo, si è affidato a Felix Magath fresco campione di Germania col Wolfsburg. Seduti al tavolo finale, dunque, sono tre giocatori esperti che sanno come arrivare a conquistare il bottino finale. Quello che fa riflettere è che sia Heynckes che Magath sono ex tecnici dei bavaresi, questo a dimostrare come il Bayern sia davvero la superpotenza di questo campionato, il motore immobile del calcio tedesco. Quest'ultima giornata (la 25a) è stata favorevole allo Schalke, unica delle tre ad aver vinto passeggiando su un Francoforte vittima sacrificale, nonostante i 35 punti in classifica. Va detto che il rotondo 4-1 è frutto di contropiedi maturati negli ultimi 10 minuti quando la squadra dell'Assia era alla disperata ricerca di una rimonta impossibile, o forse rea solo di aver dimenticato cosa fosse il fuorigioco. Il Bayern si è fermato a Colonia, i renani hanno giocato una partita tutto cuore guidati da un ex col dente avvelanto: Lukas Podolski (ancora una volta a dimostrare quanto i bavaresi giochino contro se stessi). La punta di origine polacca - tornato nella squadra che lo ha lanciato e che luì salvò praticamente da solo tre anni fa - doveva vedere la porta grande come un casello autostradale, visto che ha tirato praticamente da tutte le posizioni, trovando la rete del vantaggio con una punizione violenta che si è infilata sotto la traversa. Il Leverkusen aveva il vantaggio di giocare domenica, sapendo i risultati delle avversarie. Purtroppo non è servito a nulla perché a Norimberga i padroni di casa hanno giocato alla morte portando a casa la partita per tre a due e infliggendo la prima sconfitta stagionale al Leverkusem. Segreto della vittoria è stato impedire alla squadra di Kießling (anche oggi a segno) di poter sviluppare il proprio gioco palla a terra e in orizzontale: un misto - con le dovute proporzioni - tra l'Arsenal di Wenger e il Chievo di Del neri. Se vi capita di guardare le immagini vi prego di guardare cosa combina Wolf, il capitano del Norimberga: la più clamorosa ostruzione che abbia mai visto, misteriosamente non sanzionataLa squdra del direttore Rudi Voeller non vincerà, ma si afferma come una bella novità del calcio tedesco ed europeo, un bel progetto da seguire ricco di talento e giovani interessanti, bomber Kießling. La partita del fine settimana però è quella tra Weder e Stoccarda, due pretendenti all'Europa che conta meno, ma due squadre in un momento di forma fantastico. Gli svevi vanno in vantaggio per due reti a zero, in particolare vi segnalo il secondo gol di Khedhra ispirato da un fantastico tacco del russo Pogrebnyak. Come spesso accade in Bundes però due gol di vantaggio non sono nulla, soprattutto se in porta hai Lehmann. Infatti, puntuale come al solito, il 40enne portiere si butta in ritardo su un diagonale di Hugo Almeida consentendo agli orfani di Diego di rientrare in paritita. Il due pari lo firmerà capitan Frings nel finale dal dischetto. La parita è davvero lo specchio di questo campionato: grande corsa, giocatori interessanti (Cacau in primis, la sua falcata da quattrocentista lo rende un elegante Henry dei poveri) e una voglia matta di fare risultato senza fronzoli. Da segnalare ancora una volta Molinaro vero pendolino della fascia sinistra. Averlo mandato via per fare spazio a nonno Grosso è davvero una triste metafora del nostro campionato e della mentalità dei nostri tecnici (forse Ferrara voleva essere l´unico sosia di pulcinella in squadra). Sapendo che questo blog vanta una nutrita schiera di fan di Zidan, non posso non segnalarvi la maiuscola prestazione della seconda punta egiziana nella vittoria del Borussia Dortumund. Due gol, un assist, un vero show da meritare il delirio degli 80.000 allo stadio, una muraglia umana che mette paura solo a guardarla.
La mia personale esperienza allo stadio è stata lo spareggio salvezza tra Freiburg e Hannover 96 nella gelida cornice del Badenova Stadion innevato. Il gelo l´ha fatta da padrone. La partita è stata molto modesta decisa dagli errori individuali più che dalle giocate. Io mi sono limitato ad abbracciare un vin brulée nel tentativo di non morire congelato. Il risultato finale (2-1) ha premiato la squadra ospite, alla prima vittoria col nuovo tecnico Mirko Slonka: un sosia di Tassotti famoso perché alla presentazione con lo Schalke cadde nel tranello di qualche buontempone che gli scattò una foto con una sciarpa che recitava "Schalke Schiße" ovvero Schalke merda. Il Friburgo padrone di casa è stato risucchiato nella zona retrocessione e, a mio modesto parere, è un serio candidato alla discesa, soprattutto per l´assenza di un bomber (pensare che, ironia della sorte, il centravanti Cissé dopo aver divorato una decina di palle gol ha pensato bene di fare autogoal).
La lotta per il titolo insomma sembra essere una vicenda fra la squadra più potente e prestigiosa della Germania, espressione della borghesia ricca viziata per secoli dalla famiglia Wittelsbach contro lo Schalke 04, ragione di vita di tanti operai della Ruhr, una regione dove l´acciaio è duro quanto il pane fermo che per secoli hanno mangiato gli avi di questi onesti Arbeiter, improgionati nella morsa di una regione ago della bilancia della geopolitica europea. Vedremo chi la spunterà, il Leverkusen fa da terzo incomodo, ma temo che sia destinato a rimanere a bocca asciutta come sempre gli succede. Come disse un De chirico antipatizzante "Monaco è la città responsabile della nascita delle due cose peggiori del novcento: il nazismo e l´arte moderna" vedremo se sarà una volta ancora fonte di sofferenza per i minatori della Wesfalia.

domenica 7 marzo 2010

Liberté,Egalité......Calais!

"ah!sei di Calais,dove c'è il canale della manica!"......Quando vivi a Calais, senti e risenti questa frase e sei abituato ad un continuo ed estenuante viavai.I volti familiari dei tuoi concittadini si fondono con quelli di sconosciuti di ogni nazione solo in transito.Nebbia,vento,umidità mista a salsedine,tanfo di oceano,una città a misura d'uomo,magari anonima se non avesse l'ingombrate presenza di quei maledetti 34 km che dividono la perfida albione dalla repubblica francese. Vivere a Calais è un po' come lasciare la porta di casa propria aperta con gente che ti entra dentro per prendere un bicchiere d'acqua e magari andare in bagno e poi come è entrata esce senza salutare, proseguendo per la sua strada.I cittadini di Calais sono entità invisibili per chi passa da qua,sono solo la discreta momentanea cornice di un viaggio di piacere o di lavoro.Nel 2000 però accade qualcosa. Nel quarto turno di coppa di Francia il Calais Racing Union Football Club(che militava allora nel CFA, ovvero la quarta serie francese) supera con un roboante 10 a 0 i corregionali del Campagne-Les-Hesdin,nulla di strano,una squadra dilettantistica supera in scioltezza una squadretta di paese e passa al quinto turno,dove avrà la meglio sul Saint Nicolas-Lez-Arras in virtù di un netto 3 a 1.Fino a qua ordinaria amministrazione,come nel caso del sesto e settimo turno dove i giallorossoneri battono due squadre di appena una categoria inferiore alla propria,il Mary-Les-Valenciennes(2 a 1 in trasferta)e il Bethune superato per una rete a zero in casa.L'ottavo turno si dimostra impegnativo,si affronta il Dunkerque(team più fiammingo che francese),squadra di pari categoria,finisce però 4 a 0,un risultato rotondo che manda i ragazzi della manica ad uno storico 32esimo di finale contro il Lille(che al tempo militava in Ligue 2).E' il 22 gennaio 2000 a Calais, dopo i primi 45 minuti il Lille si trova sopra di un goal,è stato sicuramente bello spingersi tanto avanti,ma per i giallorossi sembra arrivato il tempo di cedere il passo ai grandi. I grandi,come Lille,come la città che ha dato i natali al generale De Gaulle mica una cittadina che si affaccia su un pezzo di oceano puzzolente.Proprio il generale disse che "La gloria si da soltanto a coloro che l hanno sempre sognata",e Calais probabilmente in tanti anni non ha fatto altro che sognare.Nel secondo tempo pareggio dei "Les Canaris" poi la vittoria ai rigori per 7 a 6,primo vero prepotente passo di quella che verrà definita l'"Epopea".Il 16esimo è agevole,3 a 0 secco al Langon-Castets(CFA2)e ottavi conquistati.Cannes è una città baciata dal sole,non affaccia sul burrascoso oceano Atlantico ma sul più placido e romantico mar Mediterraneo è sede di uno dei festival cinematografici più importanti del mondo e possiede un lungomare, la "Croisette" che sembra finto per quanto è incantevole. Niente a che vedere con la fredda Calais, molti di quelli che sbarcano da Dover sono diretti proprio a Cannes o in costa azzurra.Cannes campa di turismo, Calais campa delle briciole dei turisti diretti in altri lidi,magari proprio a Cannes.La partita termina sul risultato di 1 a 1,si va ai rigori e finisce 4 a 1 per il Calais,ora la squadra formata da imbianchini impiegati e insegnanti approda tra le 8 finaliste della coppa di Francia.I quarti sembrano un ostacolo insormontabile per i canarini,tocca infatti allo Strasburgo(ligue 1) il compito di spezzare i sogni del piccolo undici del nord. Niente da fare,neanche una delle capitali d'europa riesce a fermare l'avanzata dei ragazzi in giallorosso,finisce 2 a 1 e lo Strasburgo di Chilavert torna mestamente a casa,il Calais si ritrova in semifinale di coppa di Francia,contro l'avversario più temibile di tutti,i campioni in carica del campionato francese,il Bordeaux. Lo stadio Julien Denis di Calais viene considerato troppo piccolo per disputare una semifinale di coppa,così la partita verrà giocata nella vicina Lens,allo stadio Felix Bollaert.Il Bordeaux la precedente stagione si era laureato campione di Francia al minuto 89 dell'ultima giornata di campionato, grazie ad un goal del guineano Pascal Feindouno,una squadra quadrata insomma, che non molla mai. I girondini in campionato sono troppo lontani dal Monaco,fuori dai giochi in champions,per loro come obiettivo stagionale rimane la coppa. Nei 90 minuti è un assedio,i giallorossoneri resistono e riescono ad andare ai supplementari. Durante i tempi extraregolamentari,la musica cambia, i Canarini si portano avanti dopo appena 9 minuti con Jandau,al minuto 108 però, calais torna con in piedi saldamente a terra,c'è il pareggio di Laslandes,sembra finita il Bordeaux ha pareggiato e tutti credono che di li a poco i girondini chiuderanno la pratica sono sempre i campioni di Francia in fondo.I ragazzi del Nord invece di chiudersi e puntare ai rigori si buttano in avanti.Minuto 113 lo studente universitario Matthieu Millen realizza la rete del vantaggio,mancano solo sette minuti i dilettanti sono in finale di coppa di Francia,sette interminabili minuti a un minuto dalla fine quando tutti si aspettano il goal del Bordeaux,Mickael Gerard stella della squadra e magazziniere di professione fa 3 a 1,Calais città di 70mila anime con vista sulla Gran Bretagna è in finale di coppa di Francia,contro il Nantes detentore della coppa che a sorpresa ha battuto in semifinale il Monaco. Ladislas Lozano tecnico 48enne dei canarini non regge l'emozione, si sente male qualche ora sotto controllo,ma rientrerà con la squadra alle 3 di notte in città dove migliaia di persone si sono riversate in piazza. Ladislas Lozano è nato a Valhermoso de la Fuente(paese di 60 anime),manco a dirlo è quindi originario de la Mancha ma lascio a voi ogni scontato paragone. Passerà quasi tutta la sua vita e la sua carriera da giocatore prima e da allenatore poi in Francia, sempre al nord. Nel 2000 e gia al suo quinto anno di Calais dove oltre ad essere allenatore è anche responsabile degli impianti sportivi della città.Il giorno prima della finale Lozano rilascia dichiarazioni forti. "Favola un accidente,favola e sogno nel calcio sono vocaboli che non esistono,qui c'è una squadra che vuole andare fino in fondo,il calcio consente tutto....il resto sono balle" e ancora "Abbiamo lo stesso spirito del Valencia(una manciata di giorni dopo il Valencia perderà la champions in finale contro il Real)" e poi "Ho detto a Dio se mi vuoi aiutare questo è il momento" per terminare con "Non ci è stato consentito di arrivare fino a qui per poi perdere in finale,vinceremo ai supplementari". 7 Maggio del 2000 Stade de France-Saint Denis,davanti a 78.717 spettatori va in scena la finale di coppa di Francia.Improvvisamente il mondo gira lo sguardo verso questi 18 ragazzi e improvvisamente questi 18 ragazzi si ritrovano in uno stadio con quasi 80mila persone,sembra la ricetta della disfatta e invece.....minuto 34 Jerome Dutitre 24 anni impiegato(lavora per il club),riceve palla in area dopo un azione confusa e da pochi passi riesce ad infilare la palla sotto le gambe di Landreau. Calais 1 Nantes 0. Forse ha ragione Lozano,c'è un qualcosa di divino.Rivoluzione Francese del calcio,ribellione contro i potenti. Si va al riposo in vantaggio. Ad un certo punto però,il Dio del calcio smette di guardare. E' il 50esimo,Antoine Sibiersky riceve palla sul dischetto di rigore avanza qualche metro e mette alle spalle di Schille,1 a 1.Al minuto 54 Lozano mette dentro il giardiniere(no non è un soprannome alla Cruz questo potava di professione) Canu e Milien,la partita sembra avviata verso i supplementari(come pronosticato dal mister giallorossonero)ma al 90esimo Alain Caveglia(che disputera solo 10 partite in sei mesi con la maglia del Nantes)entrato in campo da neanche 20 minuti,si procura un rigore che definire dubbio è poco ma il signor Claude Colombo direttore di gara di Nizza e professore di scienze economiche nella vita,indica sicuro il dischetto(ammetterà in seguito che il rigore non c'era) . Batte Sibiersky,il tiro potente viene toccato dal piede destro di Schille ma il pallone entra lo stesso. Il Nantes insieme a Nantes esulta,il resto del mondo del calcio piange,Landreau portiere e capitano del Nantes rende omaggio ai secondi alzando la coppa consegnata da Chirac(anche lui tifava Calais) insieme a capitan Becque. Si chiude così con un Becque che in tribuna trattiene a stento le lacrime,mentre alza la coppa insieme a Landreau.Finisce così la storia del Calais,storia perchè le favole hanno un lieto fine e insegnano qualcosa,questa invece è solo una bellissima storia,finita male e che insegna ben poco(si si ok il pallone è rotondo e minchiate simili)al massimo di illudersi il meno possibile perchè sul più bello il Dio del calcio smette di guardare.L'anno dopo l'"Epopea", il Calais viene promosso in terza divisione dopo aver vinto lo spareggio ai rigori(contro lo Cherbourg)Lozano lascia per andare ad allenare in serie A marocchina, 2 anni dopo dopo i giallorossoneri retrocedono con 2 sole vittorie in un intera stagione.nel 2006 il CRUFC raggiunge i quarti di coppa dopo aver battuto tra le altre una squadra di ligue 1(il Troyes),viene eliminato ai quarti neanche a dirlo dal Nantes con un goal di De Rocha al minuto 88.Poi un altra promozione e la retrocessione in CFA2 per motivi amministrativi. 10 anni dopo il Calais si ritrova in CFA2(quinta divisione) dove è al comando del girone A con 8 punti di distacco sulla seconda.Nel 2008 viene inaugurato il nuovo stadio da 12 mila posti si chiama Stade de l'Epopee in onore di quel gruppo che fece sognare la sua città e gli amanti del calcio. Calais è sempre la stessa,non è cambiato nulla... Nebbia,vento,umidità mista a salsedine,tanfo di oceano e quel continuo viavai di persone che dall'Inghilterra raggiungono il continente e che dal continente vanno in Inghilterra. Sembra essere tutto uguale sotto la pioggia di Calais,forse è cambiata solo una cosa la più importante per i suoi abitanti..........."Ah sei di Calais!....la città di quella squadra che arrivò in finale di coppa di Francia" PORTIERI-Cedric Schille,classe 75,allenatore dei portieri delle giovanili,David Duquenoy-classe 71-secondo portiere agente di commercio.DIFENSORI:Fabrice Baron-classe 74-educatore,Reginald Becque capitano-classe 72-agente di commercio,Gregory Deswarte-classe 76-impiegato comunale,Benoit Lestavel-classe 76-allenatore giovanili,Jocelyn Merien-classe 76-magazziniere.CENTROCAMPISTI:Jose Boulanger-classe 72-impiegato,Stephen Canu-classe 68-giardiniere,Cristophe Hogarde-classe 75-animatore in un centro sociale,cedric Jandau-classe 75-educatore,Gregory Lefebvre-classe 71-responabile di un campeggio,Emmanuel Vasseur-classe 75-Imbianchino.ATTACCANTI:Jerome Duitre-classe 75-impiegato del club,Mickael Gerard-classe 72-magazziniere,Mathieu Milien-classe 78-studente universitario,Thierry Vaillant-classe 71-impiegato,Claude Rioust-classe 75-impiegato,Ladislaz Lozano Leon-allenatore classe 52-responsabile strutture di gioco del comune,Jean Marc Puissesseau-proprietario e presidente-industriale,Andrè Roches-presidente operativo-parrucchiere.FORMAZIONE TIPO:Schille,Merien,Becque(C),Baron,Deswart,Jandau,Hogard,Lafebvre,Vasseur,Gerard,Duitre.All Lozano.