martedì 9 febbraio 2010

A Licky Boom Boom Down

Un giorno arrivarono con le ruspe ed i trattori. Ammassarono materiali al centro del nostro campo in erba e porte fatte con i pallets. Posarono il tutto e per un po’ scomparvero. Che storia era mai quella. Era quasi metà pomeriggio, dovevamo far le squadre e giocare. E, invece, tutti questi sacchi e pietre in mezzo ai piedi. Ci consolammo rubando mele al contadino e tirando sassi ai gatti delle vecchie. Qualche giorno dopo capimmo. Avevano deciso di costruire un campo sportivo in piena regola, una pista polivalente. Con tanto di porte e canestri, raccontavano. Recinzioni e fontane per bere. Gli spalti e le luci per quando scende il buio. A metà estate era tutto pronto. Avevano posato le lastre di cemento, alzato le ringhiere per il pattinaggio e le recinzioni, alte fino ai lampioni. Gli spalti altro non erano che colate di cemento su gabbie di sassi, ma ci piacque così: mentre al 9’ del secondo tempo un cigno di Utrecht, su assist di Mühren, trafiggeva il russo Dasaev, a noi avevano regalato il campo dei sogni. In poco tempo, divenne un’occupazione a tempo pieno. Un fattore essenziale delle nostre giornate. Ogni scusa era buona per fare le squadre e dar vita a scontri interminabili. Da una parte, Man in the mirror, dall’altra un album di bugie dei Guns ‘n’ Roses. Nel mezzo, tanti calci e tiri sporcati. Le regole le fecero i “grandi”: si giocava 5 contro 5, non si chiamava il fallo; se la palla usciva e rientrava, era buona; il palo era con la difesa, se la palla toccava il fondo dopo il palo, calcio d’angolo; si poteva fumare in campo. E poi, un po’ di buon senso: era arbitro, all’occasione, il proprietario del pallone; chi tirava fino alla fogna, oltre la fontana del paese doveva rimediare senza indugio. Spesso, la sera, gli spalti erano gremiti. Erano le partite più importanti, quelle in cui le squadre erano per metà formate da noi e per metà dai “grandi”. Si giocava a torso nudo una squadra e con maglietta obbligatoria l’altra. Gli stereo delle macchine parcheggiate con il volume al massimo passavano Informer o Gipsy Woman. La ragazza carina, sempre distratta. Un gol sarebbe valso un’estate. Si tornava a casa la sera tardi tutti ammaccati e sporchi. Con le scarpe rotte e le ginocchia da medicare. I pensieri a quel contrasto perso o a quel passaggio intercettato. Sperando che la sorte regalasse un gol, dieci secondi di infinito, la sera successiva. E il giorno dopo di nuovo sul cemento. Passavano i Mondiali di Totò Schillaci e del tiro oltre la traversa di Roberto Baggio. Il Milan invincibile e l’Internazionale di Matthaus. La prima Juve dei rambo. Gli skateboard senza il freno dietro, le siringhe e le Marlboro rosse aperte sulla ghiaia. E noi a raccattare i palloni calciati chissà dove sulla via Nazionale. Uniche pause concesse, i Tour del Diablo ed il Gran Premio, la domenica dopo pranzo. Dopo qualche anno ci inventammo una nuova specialità per le ore più calde, per le due del pomeriggio. Sentivamo il bisogno di qualcosa di epico e guerriero. Per cui, si giocava uno contro uno alla meglio dei dieci gol. Se si era in tre o più, girone all’italiana. Non si poteva superare la metà campo e si poteva parare il pallone solo con testa, petto e gambe. Di nuovo Hoss dei Lagwagon. Di nuovo quei violini. Si giocava a torso nudo, più per la necessità canicolare che per regola, nell’eterno dilemma se non fosse forse meglio evitare il cuoio del pallone sulla pelle. Era tutta un’altra storia, un altro campionato e la tensione saliva sempre quando venivano al nostro campo ragazzi dai paesi vicini. Spesso gli ospiti si ribellavano alle regole imposte, pur adeguandovisi in buona sostanza. Meno spesso, ma con più dolore, si presentava gente con palloni di ultima generazione, imponendone l’utilizzo. Ricordo che spesso si affacciava dalle nostre parti uno del paesello di mia nonna. Era una specie di giocoliere inutile, un solista incompreso, e le sfide con la sua squadra erano sentitissime. Dopo qualche minuto, il pallone diventava mero pretesto e la mente accettava solo di procurare più lividi possibili all’avversario diretto. Al tramonto o a sera tarda, la partita finiva. Non una stretta di mano. Non un saluto. Solo i lividi per la ringhiera da pattini. Gli occhiali dei piccoletti venivano rotti da un tiro. I palloni avevano il cuoio stracciato. I pomeriggi erano lunghi settimane. I gol della sera prima non si ricordavano. Accanto alle biciclette abbandonate in tutta fretta alla recinzione, gli scarichi walkman. Il lavoro per alcuni, la scuola ed i videogiochi per altri, rovinarono tutto. I più finirono in fabbrica a pulire frese o nei campi ad aiutare il padre. Chi poteva, studiava l’inglese o giocava al Subbuteo. Col tempo, i motorini presero il posto delle biciclette, i cd quello delle musicassette. Anche i Take That si sciolsero, nell’indifferenza generale. Il campo dei sogni era sempre meno scenario di battaglie. Però, una mattina d’agosto mi svegliai e non potei credere ai miei occhi. Il nostro campo, misero e sperduto dalle parti dell’Appennino, aveva un nome. Come i grandi stadi, come i palcoscenici importanti della Coppa dei Campioni. Come in televisione. “San Bastardo”, lo avevano chiamato.

5 commenti:

  1. delicato Football graffiti! chi non ha ricordi simili? Le differenze si sfumano e creano una costellazione di sensazioni comuni, una koiné dell'anima che fa del calcio un esperienza comune, un rito, un insieme di simboli.

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  2. I miei ricordi calcistici sono più urbani però. Parco dei Daini, le Mirage, Villa Balestra (con quello stupido scalino), l'Acqua Acetosa. Le interminabili partite scolastiche, dopo pranzo, con quel coglione di Lorenzo de Leonardis che perdeva sempre il pallone tirando oltre la recinzione, nel giardino dei vicini.
    E un dettaglio chic: i pali fatti con i Barbour accatastati.

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  3. Avevo un campo cosi,anche io la pista di pattinaggio fuori del Virgilio scuola media e liceo nel centro di Roma grazie quanti ricordi riaffiorati grazie ancora.
    CONTRABBANDINO.

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  4. Mi unisco con piacere al coro dei nostalgici.
    Per me le location erano il "parco Papacci", lo spiazzo (in asfalto, per la gioia delle nostre ginocchia!) antistante la scuola o qualche strada dove "tanto passano poche macchine".Il tutto nella periferia di Roma nord, con la variante di maglioni e felpe come pali.
    Grande Bostero per questo post!

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  5. Post spettacolare. Posso solo dire che è stato per me un onore aver giocato (anche se solo una volta) al campetto San Bastardo.

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