venerdì 22 gennaio 2010

Paradossi blaugrana

Bostero mi permetterà l'intrusione nel suo tinello blaugrana (d'altronde sei mesi nella Ciudad Condal me li sono fatti pure io, anche se dall'alto dell'Olimpico di Montjuic), ma sul Foglio di oggi, a firma del sempre piacevole e a volte un po' supponente Beppe Di Corrado, mi sono imbattutto in un bell'articolo a tutta pagina dedicato a Joan Laporta, dal titolo "L'anti Zapatero. Così il super Barcellona ha creato un formidabile modello di nuova leadership politica".
Si racconta dei dolori del giovane Joan, diviso tra calcio e politica (a riprova della bontà di ciò che scrissi qualche settimana fa, ovvero che il calcio è politica), perchè "c'è il campionato, c'è la Champions, c'è l'elezione a presidente della regione catalana. Tre in uno, tre in pochi mesi, perchè fino a giugno vedrà il campo, poi no: il mandato finisce con la fine della stagione e con l'inizio della campagna elettorale delle regionali. Il filo che lega tutto ha gli stessi colori e la stessa identità: blu, granata, rosso, giallo, cioè la maglia del Barça e la bandiera della Catalogna. Mischiato, fuso, miscelato: non si distingue più niente, non si può isolare più nulla". E' noto a tutti, infatti, che l'avvocato Laporta -superato con successo anche il gossip che lo voleva flirtante con Simona Ventura- sta pensando seriamente di candidarsi alla presidenza catalana, ma è ancora nella fase in cui si sonda il terreno per verificare se si può contare su un sostanzioso sostegno popolare, sulle ali dei sei trofei vinti l'anno passato, oltre che per saggiare le possibili alleanze politiche: "'I Blaugrana incarnano l'epica che guida alla libertà dei popoli sottomessi. Sono sedotto dall'idea di presentarmi con un partito nuovo. Deciderò a Pasqua, lo annuncerò quando finirà il mio mandato, il 30 giugno'".
Il problema è che candidarsi a presiedere la Catalogna non è la stessa cosa che correre per l'Extremadura o la Basilicata. Se il Barça è mès que un club, la Catalogna è più che una semplice comunità autonoma, su questo non ci piove. "Prendi il referendum di 167 paesi catalani che hanno votato per l'indipendenza qualche settimana fa: Laporta ha fatto il leader, il capopopolo, il futuro candidato. La domanda sulla scheda era questa: 'E' d'accordo che la nazione catalana diventi uno stato di diritto indipendente, democratico e sociale integrato nell'Unione Europea?'. [..] E quest'anno la stessa domanda sarà rivolta ai cittadini di Girona, Lleida e Barcellona". Insomma, il piatto politico è ricco (ricchissimo: essere il primo presidente della nazione catalana, una sorta di William Wallace a lieto fine), e Joan ha in mano la carta migliore, quella dei successi calcistici dei blaugrana guidati dal compare Pep.
Tuttavia, al di là delle endemiche imprevedibili situazioni politiche che si verrano a creare, e che magari -per scelte di partito- finiranno per emarginerlo o per usarlo tipo marionetta, Laporta deve stare attento a che, in realtà, l'effetto Barça non si trasformi per lui in un boomerang. "Perchè tra i detrattori [e si consideri -questo lo dico io- che pochi popoli sono più diffidenti e invidiosi dei catalani]  serpeggia il sospetto che la presidenza blaugrana sia solo un modo per raggiungere risultati personali". In politica, ovviamente. Laporta lo sa e si difende preventivamente: "'Il club è sempre stato un modo di difendere gli interessi e le libertà della Catalogna'. E' un modo per dire che lui può usarlo, ma certo non lo snatura, che lui può trasformare la sua avventura calcistica in un futuro politico, senza venir meno ai suoi obblighi morali".

Questo è quanto, e tuttavia mi sorgono due paradossi che sottopongo alle vostre opinioni:
1) vabbè che i catalani -come ho detto- è gente particolare, vabbè che il Barça è una "repubblica democratica" formata dall'insieme dei soci, vabbè che il suo presidente non è un padre-padrone-proprietario ma un rappresentate dei suoi elettori votato per fare il bene del club, ma come si può criticare il presidente di una squadra che cerca di sfruttare per fini privati (e tuttavia, come si è visto, legati a doppio filo anche alla realtà calcistica) la visibilità connessa ai successi sportivi che anche lui ha contribuito a raggiungere? Quale altro presidente non lo fa, e non lo farebbe? Che c'è di male, se non pregiudica assolutamente la sua squadra?
2) Ma soprattutto, se -come sogna Laporta, e i 167 paesi del referendum- la Catalogna otterrà -non succederà mai, ma ipotizziamolo- la tanto agognata indipendenza, mi spiegate con chi cacchio giocherà il Barcellona? Dando per scontato che a quel punto in Costa Brava non si prostreranno mai a chiedere asilo nella Liga (ormai vero e proprio campionato straniero), cosa faranno i blaugrana, monteranno una sorta di inutile Scottish League catalana? Si accontenteranno di sfidare otto volte l'anno il temibile Nàstic Tarragona, il coriaceo Terrassa, il sorprendente Matarò (perchè l'Espanyol col cavolo che ci rimane a giocare nei campetti del Penedès)? E quale giocatore di livello accetterà mai di sprecare la sua carriera in una realtà provinciale del genere?
Insomma, mi pare che, da qualunque lato si guardi questa storia, Laporta e i suoi radicali conterranei stiano tentando l'impossibile impresa di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Di cava, clar.

10 commenti:

  1. In Scozia sta succedendo l’opposto.. tanto lo SNP a giugno ha superato per la prima volta i labouristi e a breve lancerà il suo referendum per l’indipendenza.. quanto Celtic e Rangers continuano a bussare alla porta della Premier.. non entreranno solo perché a breve.. prima che la Scozia e/o la Catalunya diventino autonome, se mai lo faranno.. verrà creata la superlega europea.. ed allora i glasvegiani, così come i blaugrana, giocheranno in Europa e se nelle Highlands torneranno a trionfare i Dandies di Aberdeen, in Costa Brava rimarrebbero il bomber Soriano e la squadra B (ora è l’Atletico !?) a sfidare il coriaceo Terrassa..
    Già che tutti hanno sempre sfruttato la palla (e il nostro amore per vederla rotolare a lambire il palo.. dentro o fuori non fa differenza..) non vedo perché non debba farlo il plastico Laporta.. se i tifosi ne godono.. Per fortuna che Pellegrini non ha venduto l’Inter a Silvio B. .. così me li sono goduti io, che tifavo Luther Blissett, gli scudetti e coppe successive.. Se poi devo sentirmi responsabile per il processo breve? Ci sarebbe arrivato comunque a farlo.. anche partendo con il comprare il Varese o il Treviso.. La società dello spettacolo era già in moto, anche a sinistra.. “Egli” l’ha cavalcata come un valente surfista doma l’onda.. non l’ha certo inventata..
    Opinione politica.. più che il nuovo Durruti, il plastico Laporta sembra il vecchio Tudman.. intenzionato a cavalcare un’autonomia di stampo croato / padano (vogliamo essere il granaio di Berlino, non di Sarajevo / basta tasse a Roma ladrona, però il Mose ce lo pagate voi..) piuttosto che un’irredentismo Mazziniano.. A proposito che il calcio è politica.. anche lì iniziò tutto con un Dinamo Zagabria-Stella Rossa.. ve lo vedete Puyol nei panni di Boban a tirare un calcio ad un celerino dopo un clasico?

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  2. Sull'1) Sinceramente non credo stia utilizzando il Barca per fini privati. Lui semplicemente si abbronza di luce riflessa. Quella luce che però è il suo progetto, il suo lavoro di cinque e passa anni. Mi sembra riduttiva questa mercificazione. Si può discutere sulla furbizia e sull'affarismo, ma non dimentichiamo che la rinascita blaugrana passa da lui.

    Sul 2) Non dimenticare che, come tu citi, "Il filo che lega tutto ha gli stessi colori e la stessa identità: blu, granata, rosso, giallo, cioè la maglia del Barça e la bandiera della Catalogna". E' vero che la prospettiva di una Scottish League catalana sarebbe (forse) meno gloriosa, ma alla fine il Barca altro non è che una rappresentazione. Chi vota da una parte vota dall'altra. Chi va al Nou Camp va al seggio. Il Barca relegato ad essere faro in patria rimane ipotesi affascinante. Di matrice Wallaceiana.

    Secondo me si sta parlando solo di botte piena. Perchè ubriachi lo sono (siamo) già. Grazie a Laporta.

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  3. due considerazioni:

    1) il calcio è politica all'ennesima potenza. Chi si ostina a negarlo dalla stanza dei bottoni lo fa proprio perché sa la carica esplosiva che il football contiene.

    2)Io credo che il mondo sia la costante perpretuazione delle stesse forme (Nietzsche docet). Nella nostra epoca (evidente kalijuga) queste forme, però, si ripetono nel registro della farsa. Anche questo nazionalismo potrebbe avere le sembianze di quello ottocentesco (il secolo che più si è preso sul serio) ma è una sua declinazione ridicola, vuota, niente più che un simulacro. Che senso ha una nazione che vuole staccarsi da un'altra e confluire nell'unione europea?
    Qual'è la base di questa diversità, una lingua? la lingua è solo un codice, ma non è una cultura non è una Weltanschauung. Che significato avrebbe una catalogna indipendente ma con gli stessi Corte Inglés, con gli stessi talk show il pomeriggio sulla TV?
    Parlare di irredentismo (concordo con te Zio) in questo caso mi induce lo stesso dubbio che mi verrebbe se domani l'IKEA aprisse una sezione di mobili di antiquariato.. il problema rimarrebbe il contenitore, non il contenuto...

    La Catalogna più che uno Stato mi sembra una partita IVA (naturalmente con il logo dell'UNICEF sulle maglie)...

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  4. 1) Il calcio è politica. Il Barça ha una funzione politica perchè rappresenta la Catalunya. Ma, mi chiedo io, dove sta il limite? Il Barça rappresenta i catalani o deve rappresentare una particolare opzione politica all'interno della Catalunya, e cioè l'indipendentismo? è il simbolo di una nazione o un partito politico in maglietta e calzoncini corti?

    Io da osservatore esterno, che tifa Barça ma non ha vissuto a Barcellona e si informa solo tramite i giornali, ho colto in questo secondo punto una forzatura di Laporta che ad alcuni tifosi del Barça, anche catalani ("catalanisti" ma non per questo necessariamente indipendentisti), mi risulta stia dando un po'di fastidio, anche tralasciando il discorso sull'opportunismo.

    2) Be', nel caso Laporta e i suoi riuscissero finalmente a scacciare le truppe del perfido Juan Carlos, la soluzione per avere la botte piena e la moglie ubriaca potrebbe essere una cosa tipo il Monaco che partecipa al campionato francese o il San Marino qua da noi.

    "I Blaugrana incarnano l'epica che guida alla libertà dei popoli sottomessi."
    Ma parla della Catalunya o del Sahara Occidentale?

    Un saluto a tutti.

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  5. In verità il Barca è una realtà suggestiva ma quasi super partes e generica. Il discorso indipendentista, invece, ha radici specifiche e frammentarie. Per quanto ambiziosa la linea di Laporta è forse utopica. E' di fatto arduo raccogliere ed assemblare la diversità di vedute catalane (l'opposizione de La Vanguardia a Laporta ne è la fotografia). Il come, il dove, il perchè ed il quando sono cocci sparsi e niente più. Tra l'altro non credo il Barca abbia forza sufficiente a mettere a posto tutti i pezzi del puzzle.

    Sulla opzione Monaco, si discuteva con Dionigi che sarebbe un controsenso. Un compromesso a posteriori inaccettabile.

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  6. Non amo feticisticamente osservare troppo la realtà politica e calcistica spagnola dal buco della serratura, però se dovessi dare un consiglio ai catalani in generale gli direi che se si credono davvero tanto migliori del resto della spagna, invece di andarsene, dovrebbero provare a rendersi elite socio-culturale di un paese chiaramente alla deriva. Quando finirà la sbornia postfranchista la Spagna si ritroverà con un mucchio di cocci in mano, scheletri di grattacieli orrendi sulle coste e una generazione cresciuta a pane e bottellon. Il declino umano della spagna si vede dalla gestione dell'aria condizionata (forma di americanizzazione) e dalla pochezza del pensiero medio delle persone, per fortuna compensato dalla piacevole umanità.

    Purtroppo la catalogna è solo una brianza baciata dal sole.... forse il barça dovrebbe chiedere l'indipendenza

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  7. Avete detto tutti delle cose molto brillanti; noi giusto perchè parliamo di calcio, altrimenti -se decidessimo di espandere il nostro sguardo- diventeremmo il faro culturale del paese.
    Mi trovo più d'accordo con Valentino che con Bostero sul fatto che dove sta scritto che il Barcellona deve rappresentare solo l'independentismo catalano, e non l'intera nazione (meravigliosa descritta da Gegen come "una Brianza baciata dal sole"), dove di certo non tutti sono favorevoli alla secessione?
    E allora, non è che qualcuno (tipo, adesso, Laporta, e chi lo muove) sta usando il calcio per fare politica, anche al di là di quanto è naturale?
    Non dimentichiamoci poi che il Barcellona non è seguito, tifato ed amato solo in Catalogna. Catalani sono sparsi in tutto il mondo e lo stesso valga per i tifosi blaugrana. Come lo vivranno loro questo controsenso?
    Infine, l'ho già detto e l'ha confermato Gegen, una lingua non fa una nazione, se poi a tavola è un trionfo di jamòn de bellota, queso manchego e ribera del duero.
    (Peraltro, chissà cosa ne pensano di tutto questo quei catalani che l'anno scorso hanno affollato, nel più prevedibile dei sold out, la Plaza de Toros di Barcellona in cui Josè Tomàs si è confrontato da solo contro sei tori. Ah già, ma sicuramente quei catalani tifano Espanyol...)

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  8. A proposito di tifosi blaugrana fuori dalla Catalogna, non so se avevate già visto questo video:
    http://www.youtube.com/watch?v=9r1ND-
    q9EMg

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  9. A proposito di Laporta, di calcio e politica...riesumo questo vecchio post per parlare di una brutta storia che vede protagonista l'ormai uscente presidentissimo catalano.
    Qualche giorno fa El Pais ha pubblicato un articolo (questo: http://www.elpais.com/articulo/reportajes/Laporta/diva/uzbeca/elpepudep/20100509elpdmgrep_5/Tes) in cui il massimo dirigente Blaugrana, vagamente tratteggiato come un avido affarista senza scrupoli, viene aspramente criticato per alcune amicizie non propriamente onorevoli; in breve, avrebbe stretto rapporti commerciali tra il Barca ed il Bunyodkor (squadra protagonista, qualche anno di fa, di un'iperbolica offerta ad Eto'o, che trova ora la sua spiegazione), società di calcio proprietà di Gulnara Karimova, figlia ed erede del presidente Uzbeko Islam Karimov, il cui regime repressivo, pluriaccusato di violazione dei diritti umani, affligge da ormai un ventennio il paese asiatico.
    Così, mentre l'autore dell'articolo, John Carlin, mette giustamente in risalto l'enorme ipocrisia di chi porta l'Unicef sulla maglietta e dichiara di incarnare "l'epica che guida alla libertà i popoli oppressi" stringendo nel frattempo accordi con realtà così poco etiche...Rosell, cogliendo la palla al balzo in vista delle elezioni, s'è affrettato a dichiarare che, in caso di vittoria "ogni accordo con l'Uzbekistan, se esiste, verrà cancellato"...

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  10. Interessantissimo reportage, grazie Flavio. Fa impressione leggere dell'affarista turco che dà dell'opportunista e del malato di soldi a Laporta..Peraltro non sapevo la storia del Mallorca che se lo volevano comprare gli uzbeki, così come ignoravo che gli uzbeki fossero 27 milioni. In realtà ignoro anche come sia fatto un uzbeko.

    Ogni tanto sul Foglio avevo letto qualcosa sulla dittatura dell'Uzbekistan, certo è un po' imbarazzante per una squadra che si fregia di indossare l'Unicef sul petto scendere a patti -solo per soldi, sporchi peraltro- con una nazione che fonda la sua ricchezza proprio sullo sfruttamento schiavistico dei..bambini! Un paese in cui gli uomini si uccidono come le aragoste in Io e Annie, prese mentre scappano dietro il frigorifero e buttate vive in pentola..Dovrebbe far riflettere e, se fossimo di una certa parrocchia, anche far indignare.

    Peraltro nell'articolo si parla di Sting e Julio Iglesias, ma mi domando se anche i mitici cantanti italiani degli anni del riflusso, da Pupo a Al Bano, da Toto Cutugno a Riccardo Fogli, presenze fisse nelle feste dei notabili dell'est Europa, siano habituè di casa Karimova..gelato al cioccolato/uzbeko e un po' salato..mah.

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