domenica 31 gennaio 2010

Tacco di Okaka su assist di Pit

Non vincerò mai la Champions, magari neanche un altro campionato, ma almeno questa soddisfazione me la sono tolta..  E ora, almeno, so anche cosa si prova un attimo prima dell'infarto.

La sedia del dentista



Mai come nei giorni del ciclone Terry occorre raccontare la storia di uno scandalo, di un gol e di un'esultanza. La nostra mente, dunque, non può non correre al più alticcio clown calcistico dell'era moderna: Paul Gascoigne. La trama del copione è sempre la stessa: scandalo, goal e catarsi... Catarsi incarnata da una delle esultanze più fotografate degli ultimi anni. Cominciamo con ordine. La storia inizia qualche tempo prima di Euro '96, una manifestazione generazionale per i sudditi di sua maestà, uno spettacolo architettato per presentare al mondo la nuova Cool Britannia calcistica, a trenta anni dal titolo mondiale e, soprattutto, ripulita dopo le sanzioni subite a causa del noto fenomeno ultras. Nel periodo immadiatamente precedente al torneo la nazionale inglese, per sfuggire le pressioni interne, si rifugia in oriente per preparare come si deve la competizione casalinga. L'oriente, nella percezione europea, è spesso associato alla calma, all'armonia interiore che si riflette nel rapporto strutturale tra natura ed essere umano; insomma, sembrerebbe proprio il luogo adatto dove preparare una missione da compiere, un'impresa da realizzare. La storia narra, invece, che una sera i giocatori decidono di uscire e, in barba ai principi taoisti, decidono di darsi alla pazza gioia nel China Jump Club di Hong Kong.


Quella serata non potrà essere facilmente dimenticata poiché fu teatro dell'immortale rito della dentist's chair, ovvero un drinking game dove il protagonista-paziente, immobile su una sedia inclinata, viene irrorato di un miscuglio alcolico direttamente nel cavo orale da un improvvisato dentista. La storia, che fece il giro del mondo, è anche riportata in Addicted, famosa biografia di Tony Adams, dove si narra che tra le pazienti di questo improvvisato laboratorio odontoiatrico vi fu anche la spice girl Geri Halliwell, che si sottopose con piacere alla visita di Dr. Gazza e compagni i quali, in ossequio al giuramento di Ippocrate, la visitarono dalla testa ai piedi facendo scorrere fiumi di tequila sul corpo nudo della disponibile paziente. Gli strani metodi del Dr. Gazza non furono proprio salutati con favore dalla comunità, scientifica e non solo, britannica e, ancora oggi, l'episodio è ricordato come l'epitome della dipendenza da alcol, della bassezza personale e umana degli inglorious footballers d'oltremanica (se aggiungiamo anche che il volo di ritorno della Catahy Pacific fu messo a ferro e fuoco da alcuni giocatori sbronzi che con le loro devastazioni causarono migliaia di sterline di danni, possiamo capire che il ritiro della compagine di Venables non fu proprio all'insegna della concentrazione e della tranquillità). Come detto tante volte, però, è proprio il campo a fornire la catarsi alle malefatte dei calciatori (Terry docet). L'occasione per il Dr. Gazza e i suoi assistenti si presentò il 15.6.1996, la partita è un classico Inghilterra - Scozia e la cornice è quella di Wembley. Insomma, football is coming home - come diceva l'inno dell'europeo - alla massima potenza.

L'equilibrio è rotto da un lampo di genio del talento di Newcastle, che lanciato da Psycho Stuart Pearce salta un Hendry immobile come un cardo scozzese con un morbido sombrero e infila il pallone in rete con un preciso tiro al volo. Da lì in avanti il delirio. Gazza con un look biondo platino a metà strada fra Sick Boy di Trainspotting e Ezio Greggio alza le braccia al cielo, corre e si lascia cadere sulla morbida erba del tempio londinese. I compagni corrono, lo accerchiano, spunta un borraccia e Sheringam gli spruzza un cospiquo getto d'acqua in bocca, a mimare proprio la dentist's chair tanto vituperata. Il cerchio dunque si chiude, e l'immagine di Gazza in posizione da paziente è perfettamente speculare a quella che lo vedeva maestro di cerimonie del delirio orgiastico in quel di Hong Kong. Insomma, quella del dentista è solo l'ennesima maschera indossata dal più grande dioniso del calcio, perché solo se sei capace di giocare al dentista con i tuoi amici al bar puoi fare un gol così.

LIBERTADORES 2010

La Coppa Libertadores è la massima competizione sudamericana di calcio per club. E' l'equivalente della Champions League europea. Campione in carica è l'Estudiantes di La Plata. O, meglio, campione in carica è Juan Sebastian Veron. Vicecampioni i brasiliani del Cruzeiro. Da qualche giorno, la caccia agli uomini di Sabella è aperta.
 
Juan Sebastian Veron

Quanto alle argentine, oltre all'Estudiantes campione, ecco il Velez di Gareca ed il Banfield, squadre vincitrici, rispettivamente del clausura 2009 e dell'apertura 2009. Si aggiungono poi il Lanus, il Colon ed il Newell's Old Boys di Rolando Schiavi. Ferme al palo le nobili del calcio argentino: il Boca di Riquelme, il River Plate di Ortega e l'Indipendiente (la squadra che ha vinto più Libertadores, 7), oltre al San Lorenzo del Cholo Simeone. Le brasiliane, invece, più che squadre sembrano corrazzate. A partire dal Corinthians di Ronaldo e Roberto Carlos, per arrivare al Flamengo di Adriano e Wagner Love, quest'ultimo strappato ad un Palmeiras che recita il ruolo di grande escluso assieme al Gremio (semifinalista nell'edizione 2009). Nel mezzo un Internacional di Porto Alegre ancora avvelenato per il campionato sfumato all'ultima giornata l'anno scorso, un Cruzeiro vicecampione in carica e un San Paolo obbligato a pensare in grande.
 
Adriano

Tra le outsider, il solito Bolivar a guidare la fila delle boliviane. Blooming e Real Potosì a seguire con scarse ambizioni. Il solito fattore altitudine da sfruttare il più possibile. Una curiosità:il Real Potosì ricalca in tutto e per tutto il Real Madrid. Lo stemma è identico, con la differenza che all'interno è disegnato un gioco di triangoli, anziché le iniziali del club. In Cile, Colo Colo e Universidad de Chile sono intenzionate a riscattarsi dopo la magra figura della scorsa edizione. Le messicane sono cinque. Guadalajara e San Luis si aggiungono a Monterrey, Morelia ed Estudiantes Tecos a titolo di risarcimento per l'esclusione imposta la scorsa edizione (e dovuta all'epidemia di influenza A). Non pervenuto il Club America di Cabanas. Seguono le peruviane Alianza Lima, Juan Aurich (la squadra di Chiclayo) e Universitario - che gioca nel Monumental con i palchi gialli, vedi sotto - e le uruguayane Cerro (da non confondere con il paraguaiano Cerro Porteno) e Nacional, entrambe di Montevideo (la seconda, semifinalista l'anno scorso). Dall'Ecuador arrivano Emelec, Deportivo Cuenca e Deportivo Quito. Non il Barcelona di Guayaquil, che a differenza del Real Potosì ha lo stemma uguale a quello del Barca.
 
Estadio Monumental, Lima

Chiudono le colombiane, con l'Once Caldas di Manizales seriamente intenzionato a provare a ripetere il colpaccio del 2004 (quando vinse dopo aver eliminato Santos, San Paolo e Boca Juniors. Più che un'impresa, l'immagine di Juan Carlos Henao) e l'Indipendiente di Medellin. E le venezuelane Caracas, Deportivo Tachira e Deportivo Italia (la squadra degli emigranti italiani a Caracas). Dal 2 al 10 febbraio, il ritorno dei preliminari, col Cruzeiro che deve raddrizzare in casa un triste 1 a 1 in terra boliviana e i Newell's che rischiano grosso in casa dell'Emelec. Poi i gironi saranno completi. E gli stadi inferni. 


sabato 30 gennaio 2010

Amarcord: I calciatori sono uomini, vol. 2

(Iva, questo pomeriggio giocano con noi..)

Secondo appuntamento con la nostalgia in questa rubrica dedicata alle indimenticabili figurine dure SCORE 92, "marchio indelebile di un'intera generazione". Perchè nell'epoca in cui non c'era la televisione satellitare, i giocatori si scoprivano uomini solo sul loro retro. 

Strano hobby. Iniziamo da Luigi De Agostini, agile terzino sinistro della Juventus che assicura una gran spinta sulla sua fascia, e per questo è "da tempo nel giro della Nazionale". Ebbene, il ragazzo friulano non è un patito delle macchine veloci o dei videogames, come molti dei suoi colleghi, ma "ha davvero uno strano hobby: colleziona oggetti che raffigurano delle tartarughe. Perchè? 'Ho letto che sono simboli di longevità e saggezza'".

Il filosofo. Restando in tema, un altro giocatore molto profondo è Alessandro Zaninelli, portiere di grande esperienza dell'Hellas Verona. Infatti, è uno dei pochi "che ci sanno fare anche con la penna in mano (o con la macchina da scrivere, se volete) e già in passato ha avuto modo di collaborare con svariati giornali". Per questo motivo, è considerato "il filosofo della squadra", anche se lui, con indubbia modestia, preferisce dire che "amo pensare prima di parlare, tutto qua". Considerata la categoria, hai detto poco..

Valtur. Tutto il contrario sembrerebbe Vittorio Pusceddu, fluidificante mancino appena sbarcato alle falde del Vesuvio dopo una positiva esperienza proprio a Verona, dove si è fatto notare nello spogliatoio per la sua verve e la sua simpatia. Ed allora, "appena avrà preso confidenza e si sarà ben ambientato, confermerà anche a Napoli la sua fama di 'animatore' della compagnia".

Nano. Un gruppo davvero ben assortito è quello dell'Atalanta, dove i giocatori sanno divertirsi sia in campo che fuori, e un sagace soprannome non si nega a nessuno. Neanche all'ottimo Eligio Nicolini, centrocampista rapido e tecnico che "quando punta l'uomo son dolori", che per via della piccola statura i compagni chiamano "Nano". Peraltro, Eligio da Omegna "è un ottimo giocatore di carte (uno dei passatempi preferiti dei calciatori, specie durante gli 'odiati' ritiri prima delle partite)", anche se la sua vera passione è il cinema. "La sua coppia ideale? Robert De Niro e Julia Roberts".

Ciccione. L'uomo d'esperienza della difesa bergamasca è il molisano Luigino Pasciullo, che dopo aver girovagato per tutta l'Italia ha trovato ormai da quattro anni la sua consacrazione sulla fascia sinistra della squadra orobica. "Giocatore dal rendimento sicuro e affidabile", peccato faccia "una fatica maledetta a mantenere il peso forma", e così "i compagni non perdono occasione per punzecchiarlo chiamandolo scherzosamente 'Ciccione'". Peraltro, Pasciullo è un gran "amante della natura e degli animali (ha un cagnolino, uno Shitzu)" ed è anche "un buon intenditore di vini". 

Elicottero. Il faro del centrocampo della Dea è invece Roberto Bordin, nato in Libia ma italianissimo. Vero motorino del centrocampo, "pur essendo non molto alto ha una  grande elevazione: quando va su di testa va proprio alto, tanto che lo chiamano 'Elicottero'". Fuori dal campo non gli mancano le passioni: "fa il tifo per la Ferrari ed oltre a collezionare Swatch, è un ottimo sistemista con il Totocalcio". Anche a tavola ha le idee chiare, e se gli chiedete qual è il suo piatto preferito, vi risponderà senza incertezze "la pasta fatta in casa, sicuro!".

Un solo difetto. Protagonista della favola del Parma, Luigi Apolloni da Frascati è, accanto a Lorenzo Minotti, uno dei due marcatori della impenetrabile difesa a zona dei ducali. Gran fisico, ottimo di testa, sa cavarsela bene, nonostante la struttura, anche negli spazi ridotti. I compagni lo chiamano "Apollo", e "scherzosamente gli riconoscono un solo difetto, meglio un punto debole: quello di odiare le cipolle! Beh, tutti i gusti sono gusti, no?". Ci mancherebbe.

Beautiful. Chiudiamo con "un giovane di grande avvenire", il laziale Rufo Emiliano Verga, libero capace di chiudere con diligenza per poi proporsi in avanti per aiutare i compagni nella costruzione del gioco: "elegantissimo, molto tecnico, ha avuto un inizio di stagione difficile, ma certo elevatissima è la sua qualità". Intanto, il bel Rufo, biondo con gli occhi azzurri, si gode la sua fama anche fuori dal campo: "è l'idolo delle fan biancazzurre (ma è già sposato..)", e per questo "i compagni nello spogliatoio lo chiamano Beautiful".

Termini Ferrarese




La Fiat ha cassaintegrato un altro fedele servitore. Uno che lavorava da più di 15 anni per l’azienda. Uno che in catena di montaggio ci ha lasciato la tibia ed il perone. Ma lui non farà come le tute blu di Termini Imerese, lui non salirà sul tetto del centro sportivo di Vinovo, non chiederà il reintegro, lui sa di avere sbagliato. Ma, anche con i suoi errori, lui rimane un capro bendato che vaga nel deserto, portando su di sè le colpe dell’Uomo. E noi, giudici impietosi, sull’Uomo faremo cadere la mannaia del nostro giudizio.
Ma chi è l’Uomo? Chi ha rovinato la Juve? Chi dobbiamo ringraziare?

Ciro, il figlio di Sandra Milo? Gli bastava un pareggio contro i teutonici... e ha preso 4 pappine. Pareggiava con la Roma... ha inserito il sinistro Candreva a destra aprendo spazi a Riise... Sega Delpiero e poi lo riappiccica col nastro adesivo, poi lo umilia e poi lo implora.. Fa giocare Melo e poi lo sostiuisce dopo 20 minuti, lo mette fuori squadra e lo reintegra immediatamente... Nonostante la sua calma apparente Ciro sembra più Confuso che Confucio...

L’ombra del Divo? Già di per sé Lo Spaccone della difesa doriana degli anni ’70 era un tantino presuntuoso, dopo avere vinto il Mondiale giocando una sola partita decente ha completamente sbracato. E ad una dirigenza vergine ed inesperta ha dispensato i Suoi suggerimenti. Ha indotto al licenziamento di Ranieri. Ha sollecitato un suo vassallo per scaldargli la panca in attesa del grande ritorno. Ha consigliato di rianimare i morti viventi Grosso e Cannavaro. Ha raccomandato di puntare su Amauri e Legrottaglie che li vuole ai Mondiali..

E qui si va sul mercato impos(ta)to dalla vergine ninfa d’oltralpe. 50 milioni per Felipe Melo e Diego, due pippe? Il primo è un discreto rottweiler che ha azzannato ossa e polpacci in Cantabria, Andalusia ed Etruria. Un mastino di razza come Dunga ne ha fatto il perno della sua mediana. Ma a Torino non morde. E’ l’incompreso principe Miskyn o il perfido Patrick Bateman? Il secondo. Maradiego, come fu presentato con con sabaudia modestia dal quotidiano di partito. E' un brevilineo con culo basso e piedi rapidi, buonino nel Paulista, pessimo coi Dragoes, ottimo col Werder Brema, pessimo di nuovo a Torino. Il nuovo Quaresma?

Ed ora Zac. Un ottimo sarto con una pessima stoffa.. o viceversa? Farà il 3-4-1-2 con nessuno sulle fasce e Diego dietro le punte in una squadra che dal ’94 gioca con il più ferreo dei 4-4-2? Mah... Io la squadra l’avrei data a Massimo Mauro, così si sarebbe talmente ustionato che avrebbe poi smesso di ammorbarci ogni domenica con la sua saccente prosopopea.

mercoledì 27 gennaio 2010

(s)punto sul mercato

A pochi giorni dalla chiusura del calciomercato, la premiata ditta LB non può esimersi dal tirare le somme e cercare di capirci qualcosa. La speranza è che sopravvengano nuove notizie a travolgere il tutto, colpi dell'ultim'ora tali da spiazzare opinionisti e piazzisti del calcio tutto, rivoluzioni pallonare pronte a capovolgere classifiche e geografie ma, ovviamente, tutto questo puntualmente non si verificherà. Questo è quanto avvenuto finora, senza pretese di completezza o di esaustività. Atalanta: Arriva Chevanton a rafforzare l’attacco. Già qualche scampolo di partita per l’ex Lecce e Siviglia. Manca la forma migliore dopo gli anni ad intermittenza in Andalusia. P. Zanetti dal Torino a puntellare una difesa un poco fragile. Bari: Solo un acquisto e molto valido, Castillo dalla Fiorentina. Buono per dare a Ventura alternative a Barreto e Meggiorini. Continua – e continuerà fino al 31 gennaio – l'inseguimento al giovarne Cerci. Bologna: Dunque, un po’ di confusione. Arrivano Succi da Palermo, Buscè dalla Reggina, Appiah dal Fenerbahce (in realtà, qualche problema di documenti e transfer per il ghanese, vera incognita oramai), Savio dalla Fiorentina e Modesto dal Genoa. Nell’attesa che Colomba provi Savio (classe ‘89), l’acquisto più importante sembra Modesto. In uscita, invece, Osvaldo (a Barcellona, sponda che non conta), G. Tedesco e Vigiani (Reggina). Da verificare la cessione di Mudingayi al Siena. Cagliari: Da segnalare solo il prestito di Ariaudo dalla Juventus. Catania: Il nome è di tutto rispetto, Maxi Lopez. Anche i punti interrogativi sono da rispettare, però. Chievo: si procede così. Correttamente. Fiorentina: Corvino si è scatenato e ha rotto le uova nel paniere di qualche grande europea. Il giovane di belle speranze Ljajic, Felipe e il salva-Maradona Bolatti. Acquisti mirati per dare alternative a Prandelli su tutti i fronti. In uscita, Dainelli al Genoa (vedi “Non capirci più niente”), Castillo al Bari e Savio al Bologna. In verità, il vero acquisto di gennaio sembrerebbe il rigenerato Adrian Mutu. Genoa: Dainelli e Suazo. Il primo a tappare qualche buco in una difesa fino ad ora imbarazzante a dir poco. Il secondo a rimpiazzare Sergio Floccari, forse incompreso dal buon Gasperini. Il risultato è un Crespo con il sangue agli occhi. Internazionale: Per una volta Moratti fa un affare e si toglie un peso. Ovvero, se ne va al City un inutile Vieira e arriva a parametro zero Goran Pandev (già a segno e motivatissimo). Da seguire gli sviluppi relativi a Ledesma e Kolarov. Juventus: Poco polso. L’acquisto di Candreva e il rientro di Paolucci sembrano quantomeno inutili e non raddrizzeranno una stagione (ed una dirigenza) stregata. Le uscite di Molinaro (Stoccarda) e Tiago (A. Madrid), invece, sembrano cosa buona e giusta. Lazio: Floccari pare essere quello che serviva a Ballardini. Eguren non è mai parso un fulmine di guerra. Sul resto, la parola a Gegen ed ai laziali in generale. La gestione Lotto è per i profani quantomai indecifrabile. Livorno: Il pronostico è che Bellocci non servirà a nulla. La cessione di Candreva alla Juve era, invece, inevitabile. Da seguire le vicende legate a Serse Cosmi (che per ora, in realtà, il suo l’ha fatto eccome). Milan: Beckham una garanzia. Adiyah punto interrogativo. Napoli: Dossena è un grande colpo, mentre Giuseppe Rossi un oggetto del desiderio. Un pensiero per il povero Datolo, buttato lì, a svernare all’Olympiacos. Palermo: Solo in uscita, Succi al Bologna. Parma: Jimenez!!! Jimenez? Ma… quel Jimenez… quello che stava all’Inter?? Si si, il futile! Roma: arriva Toni. Bravo Toni. Si rompe Toni. Per il resto è un purpurrì di indiscrezioni e voci che si rincorrono: Cerci, Okaka e Motta partono. Anzi restano tutti e tre. Cicinho – giustamente – non lo vuole nessuno. Baptista un giorno è a Milano ed il giorno dopo è incedibile. Una sola lieta novella: Esposito vola a Grosseto (dove peraltro farà la panca, essendoci già il giovane giallorosso D'Alessandro). Sempre in uscita, Guberti è in cerca di se stesso all'ombra della lanterna, sponda Samp. Sampdoria: Prima o poi la bomba Cassano doveva esplodere. Mancini valuta. La Doria aspetta. Presto o tardi si farà. Siena: Cribari e Mudyngayi. Ovvero, prove tecniche di retrocessione. Udinese: Già la difesa non è gran che. Se poi ci si aggiunge la cessione di Felipe…
Tato/Sigosiendobostero

lunedì 25 gennaio 2010

Premessi brevi cenni sul weekend

Qualche considerazione sulla nuova classifica:
  • ieri sera l'Inter ha stravinto, va detto. I nerazzurri, pur giocando in dieci tutta la partita, hanno fatto bottino pieno. Manca un rigore per mano di Maicon al Milan, ma, a mio avviso, l'ammonizione a Lucio che ha scatenato l'espulsione giusta di Snejder era del tutto inventata. Il Milan paga un errore di Abate e un Dida che non sa posizionare la barriera se stesso;
  • R per Vendetta: la piccola Roma di Claudio Ranieri stende a domicilio una Juventus senz'anima. Il tecnico testaccino non sarà un vincente, ma credo abbia la capacità di far si che le sue squadre giochino sempre un calcio semplice e produttivo. Non è da escludere che la sua Roma replichi le stagioni da oltre 70 punti della scorsa Juventus;
  • il Napoli fa sempre più paura. E' impressionante la naturalezza con cui va a prendersi i tre punti a Livorno con una squadra anche un po' rimaneggiata. Dove vuole arrivare Mazzarri?;
  • dietro i partenopei un buon Palermo. Sono contento non per Zamparini, bensì per Delio Rossi. Uomo vecchio stampo che ancora ha premura di insegnare calcio;
  • sulla Juventus poco da dire. Solo non credo che tutte le colpe siano di Rambo Ciro. Il problema è strutturale. Non capisco che serenità possa dare il mantenere un allenatore solamente per mancanza di alternative (chiaramente nessuno è tanto pazzo da traghettare una barca per metà già inabissata). Questa incredibile serie di errori tecnici e societari non accenna a finire. Inoltre, lo juventino Mughini ieri sera a Controcampo poneva l'accento su un dato allarmante: se si escludono le prime 4 partite della stagione (bottino pieno per Ferrara) la squadra ha un curriculum da dodicesimo posto;
  • Genoa, Sampdoria e Fiorentina hanno deciso di proseguire appaiate. Stanno lì a specchiarsi a vicenda, per scoprire chi è la più discontinua del reame;
  • si conferma un Guidolin da "sola andata";
  • è un grande Bologna;
  • è una strana Udinese: con il Catania lanciato alle spalle sta rischiando forte.
E poi all'estero:
  • sirene blaugrana per Wayne Rooney;
  • gomitate a Malaga firmate C. Ronaldo e il Barca ride godendosi un Dani Alves strepitoso a Tenerife;
  • divorzio Robinho - City;
  • debutto di Roberto Carlos nel Corinthians che piega l'Oeste a domicilio nel paulistao.

domenica 24 gennaio 2010

Mezzo uomo mezzo bisonte: Dario Hübner (parte II)

Dunque, si diceva, Piacenza. Sempre in Serie A, ma rigorosamente sempre in provincia, e mai troppo lontano dall’amata Crema. Il primo anno in biancorosso è la sua consacrazione definitiva. A 36 anni suonati si può togliere la soddisfazione di mettere a segno 24 gol in 33 presenze ed ottenere il titolo di capocannoniere di Serie A (dopo quelli di C1 e di B). Tatanka. Grande capo cannoniere. Personaggio mitico e mitologico: raggiunta la notorietà, su di lui si moltiplicano le leggendine metropolitane. Hübner ha aperto un bar a Crema. Hübner corre e segna come un assatanato ma fuma 15 sigarette al giorno e beve grappa come un alpino. Risale a quest’epoca l’episodio della Domenica Sportiva di cui sopra. Si inizia a parlare di Nazionale. Ebbene, il Trap non gli fa giocare nemmeno un’amichevole in azzurro, ma nell’estate dei Mondiali 2002 sui giornali continua a tener banco un suo possibile trasferimento a una grande: alla Juve, dove dovrebbe fare l’Altafini (entrare negli ultimi 10 minuti e risolvere le partite); o forse al Milan (con i rossoneri in effetti farà un tour estivo negli USA). Ma a lui non interessa andare a fare la riserva strapagata sulle panchine dorate della Serie A: a che serve guadagnare tutti quei soldi per giocare così poco? No, e poi nemmeno vivere in una grande città è da lui. Così, mentre per tutta l’estate 2002 si parla di Byron Moreno, lui fa la cosa più sensata della terra: rimanere a Piacenza. La stagione successiva in biancorosso non ripeterà l’exploit dell’anno prima, ma 14 centri, tra pallonetti mal riusciti e gollacci in mischia, riesce pur sempre a metterli insieme.

Intanto, i 37 anni e le troppe sigarette si iniziano un po’ a far sentire. Nell’estate 2003 finisce l’avventura a Piacenza e ritorna nelle Marche. Si trasferisce al disastroso Ancona neopromosso di Pieroni, quello di Hedman, Bilica e Jardel, per intenderci. La squadra è inguardabile, lui appare sempre più brizzolato e lento, ma le movenze da Tatanka ci sono ancora. Concluderà la parentesi ad Ancona presto, con molte delusioni e, per la prima volta, nessun gol. A gennaio 2004 lascia per la terza volta il mare e va a giocare in quel Perugia che vince l’Intertoto e arriva ai sedicesimi di finale di Coppa UEFA ma che retrocederà a fine stagione. Da gennaio a giugno mette a segno 3 gol, partendo però spesso dalla panchina. La mesta fine per un grande campione? Nient’affatto. Il nostro è ben lungi da un ritiro. Anzi, decide che forse, invece che rimanere in Serie A a fare la controfigura invecchiata del sé stesso di qualche anno prima, sia il caso di ritrovare i campacci delle serie minori. Possibilmente vicino a Crema. Così, nel 2004/05 è il centravanti del Mantova che a fine stagione ritornerà dopo anni in Serie B, con 7 gol all’attivo. E ancora, l’anno dopo è prima al Chiari, società di Serie D della provincia di Brescia nella quale gioca suo cognato, dove mette a segno 9 gol fino a novembre 2005, diventando uno dei pochissimi ad aver segnato in tutte le categorie dalla A alla D; poi, nel novembre 2005, viene ingaggiato dal Rodengo Saiano, altra squadra della provincia bresciana, sempre di Serie D, nel cui girone ci sono il Boca San Lazzaro (hinterland di Bologna) e il Cervia di Campioni il sogno. Ricordo due cose di quel periodo: che non mi perdonai di non essere andato a vedere Boca San Lazzaro-Rodengo Saiano, con Darione che nuovamente calcava un campo da calcio a pochi minuti di motorino da casa mia; e che il Rodengo Saiano ridicolizzò in diretta su Italia 1 quei fighetti del Cervia allo Stadio dei Pini. A fine stagione, il Bisonte totalizza altri 9 gol. Ormai ci ha preso gusto. Non vuole smettere. Il gol è come le sigarette, un vizio difficile da togliersi. Me lo immagino con la moglie che si lamenta delle sue assenze familiari domenicali: “Un’altra stagione. Solo una, dài. Poi smetto.” Stagione 2006/07, tra i tesserati dell’Orsa Corte Franca Iseo, squadra di Eccellenza, manco a dirlo, della provincia di Brescia, c’è pure lui, più brizzolato e in forma che mai. Solo che, a differenza degli altri tesserati, pare che lui abbia un contratto praticamente da professionista, con stipendio fisso e quant’altro. La Lega Nazionale Dilettanti vigila, e se ne accorge. Il nostro si difende dicendo che non è un vero e proprio stipendio, sono rimborsi spese per recarsi agli allenamenti. Ovviamente non ci crede neanche lui a quello che dice, lo sa bene, da vecchio bisonte, che la squalifica è dietro l’angolo. Saranno 6 mesi quelli che dovrà passare lontano dai campi. Una vacanza inaspettata per dedicarsi al bar, alla briscola, alle gite la domenica con la moglie. Ogni persona sensata penserà che 6 mesi di squalifica alla bella età di 40 anni equivalgano alla fine di una carriera. Macché. La moglie è disperata quando capisce che lui continuerà ad allenarsi comunque, e continuerà a giocare. Ritoccati i bonus-partita/allenamento, rientra e continua in Eccellenza, sempre nell’Orsa Corte Franca. Dal 2006/07 al 2008/09, squalifica compresa, mette a segno altri 48 centri. E poi, incredibile ma vero, scende ancora di categoria in quest’ultima stagione. Gioca in Prima categoria al Castelmella, sempre vicino Brescia. 43 anni e non sentirli.

Un giorno che non avrò niente da fare, prenderò la macchina. Dovrà essere un giorno sereno, in primavera, uno di quei giorni che non ti pesa guidare, anzi ti piace veder scorrere la campagna circostante che diventa verde e farti scaldare dal primo vero sole dell’anno. Prenderò la A1, uscirò a Piacenza, arriverò a Crema e cercherò il bar Tatanka. Dario Hübner, il titolare del locale, sarà lì a giocare a briscola con gli amici. Ordinerò una grappa, e sicuramente se ne verserà un bicchierino anche per sé; mi fumerò una sigaretta, e sicuramente se ne accenderà una anche lui. Quando starò per chiedergli se si ricorda della Serie A, di tutti quei gol, degli stadi pieni, e se non abbia davvero il rimpianto di non aver mai giocato in una grande squadra, o in Nazionale, mi fermerò. Capirò da uno sguardo, senza far domande, che lui è davvero felice così.

venerdì 22 gennaio 2010

Paradossi blaugrana

Bostero mi permetterà l'intrusione nel suo tinello blaugrana (d'altronde sei mesi nella Ciudad Condal me li sono fatti pure io, anche se dall'alto dell'Olimpico di Montjuic), ma sul Foglio di oggi, a firma del sempre piacevole e a volte un po' supponente Beppe Di Corrado, mi sono imbattutto in un bell'articolo a tutta pagina dedicato a Joan Laporta, dal titolo "L'anti Zapatero. Così il super Barcellona ha creato un formidabile modello di nuova leadership politica".
Si racconta dei dolori del giovane Joan, diviso tra calcio e politica (a riprova della bontà di ciò che scrissi qualche settimana fa, ovvero che il calcio è politica), perchè "c'è il campionato, c'è la Champions, c'è l'elezione a presidente della regione catalana. Tre in uno, tre in pochi mesi, perchè fino a giugno vedrà il campo, poi no: il mandato finisce con la fine della stagione e con l'inizio della campagna elettorale delle regionali. Il filo che lega tutto ha gli stessi colori e la stessa identità: blu, granata, rosso, giallo, cioè la maglia del Barça e la bandiera della Catalogna. Mischiato, fuso, miscelato: non si distingue più niente, non si può isolare più nulla". E' noto a tutti, infatti, che l'avvocato Laporta -superato con successo anche il gossip che lo voleva flirtante con Simona Ventura- sta pensando seriamente di candidarsi alla presidenza catalana, ma è ancora nella fase in cui si sonda il terreno per verificare se si può contare su un sostanzioso sostegno popolare, sulle ali dei sei trofei vinti l'anno passato, oltre che per saggiare le possibili alleanze politiche: "'I Blaugrana incarnano l'epica che guida alla libertà dei popoli sottomessi. Sono sedotto dall'idea di presentarmi con un partito nuovo. Deciderò a Pasqua, lo annuncerò quando finirà il mio mandato, il 30 giugno'".
Il problema è che candidarsi a presiedere la Catalogna non è la stessa cosa che correre per l'Extremadura o la Basilicata. Se il Barça è mès que un club, la Catalogna è più che una semplice comunità autonoma, su questo non ci piove. "Prendi il referendum di 167 paesi catalani che hanno votato per l'indipendenza qualche settimana fa: Laporta ha fatto il leader, il capopopolo, il futuro candidato. La domanda sulla scheda era questa: 'E' d'accordo che la nazione catalana diventi uno stato di diritto indipendente, democratico e sociale integrato nell'Unione Europea?'. [..] E quest'anno la stessa domanda sarà rivolta ai cittadini di Girona, Lleida e Barcellona". Insomma, il piatto politico è ricco (ricchissimo: essere il primo presidente della nazione catalana, una sorta di William Wallace a lieto fine), e Joan ha in mano la carta migliore, quella dei successi calcistici dei blaugrana guidati dal compare Pep.
Tuttavia, al di là delle endemiche imprevedibili situazioni politiche che si verrano a creare, e che magari -per scelte di partito- finiranno per emarginerlo o per usarlo tipo marionetta, Laporta deve stare attento a che, in realtà, l'effetto Barça non si trasformi per lui in un boomerang. "Perchè tra i detrattori [e si consideri -questo lo dico io- che pochi popoli sono più diffidenti e invidiosi dei catalani]  serpeggia il sospetto che la presidenza blaugrana sia solo un modo per raggiungere risultati personali". In politica, ovviamente. Laporta lo sa e si difende preventivamente: "'Il club è sempre stato un modo di difendere gli interessi e le libertà della Catalogna'. E' un modo per dire che lui può usarlo, ma certo non lo snatura, che lui può trasformare la sua avventura calcistica in un futuro politico, senza venir meno ai suoi obblighi morali".

Questo è quanto, e tuttavia mi sorgono due paradossi che sottopongo alle vostre opinioni:
1) vabbè che i catalani -come ho detto- è gente particolare, vabbè che il Barça è una "repubblica democratica" formata dall'insieme dei soci, vabbè che il suo presidente non è un padre-padrone-proprietario ma un rappresentate dei suoi elettori votato per fare il bene del club, ma come si può criticare il presidente di una squadra che cerca di sfruttare per fini privati (e tuttavia, come si è visto, legati a doppio filo anche alla realtà calcistica) la visibilità connessa ai successi sportivi che anche lui ha contribuito a raggiungere? Quale altro presidente non lo fa, e non lo farebbe? Che c'è di male, se non pregiudica assolutamente la sua squadra?
2) Ma soprattutto, se -come sogna Laporta, e i 167 paesi del referendum- la Catalogna otterrà -non succederà mai, ma ipotizziamolo- la tanto agognata indipendenza, mi spiegate con chi cacchio giocherà il Barcellona? Dando per scontato che a quel punto in Costa Brava non si prostreranno mai a chiedere asilo nella Liga (ormai vero e proprio campionato straniero), cosa faranno i blaugrana, monteranno una sorta di inutile Scottish League catalana? Si accontenteranno di sfidare otto volte l'anno il temibile Nàstic Tarragona, il coriaceo Terrassa, il sorprendente Matarò (perchè l'Espanyol col cavolo che ci rimane a giocare nei campetti del Penedès)? E quale giocatore di livello accetterà mai di sprecare la sua carriera in una realtà provinciale del genere?
Insomma, mi pare che, da qualunque lato si guardi questa storia, Laporta e i suoi radicali conterranei stiano tentando l'impossibile impresa di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Di cava, clar.

mercoledì 20 gennaio 2010

Il fromboliere di Oltrisarco

Ho letto e riletto le gesta del grande Darione per la quale non posso che ringraziare Greezo, e colgo l'occasione per esortarlo a terminare la sua opera quanto prima. Il nostro calcio è pieno di giocatori meravigliosi con alle spalle storie meravigliose: questa è una di quelle. La tematica è quella a noi tanto cara, ovvero la realtà di giocatori che non hanno avuto dal calcio quanto il calcio ha avuto da loro. Il soggeto è anch'esso un bomber di razza purissima, seppur con caratteristiche diametralmente opposte a quelle di Hubner. Signori, questa è la storia del fromboliere di Oltrisarco, il bolzanino Stefan Schwoch, ovvero la storia di come un altotesino di Bolzano dal nome impronunciabile oltre il "confine" di Salorno, possa riuscire a far breccia nei cuori partenopei.
Stefan, nato dove di solito ci si cimenta nello skeleton o al massimo nello sci di fondo, muove i primi passi nel campionato interregionale più freddo di Italia, dove giocare tutte le domeniche è pura utopia, e dove dunque i campionati finiscono solitamente con un mese e mezzo di ritardo rispetto agli altri. Prima il Merano, poi il Benacense Riva, per arrivare alla fin fine al calcio professionistico, sponda Spal. Dura poco, torna a giocare nei campi ghiacciati, ma non si arrende; ed è così che dopo un paio di stagioni approda al Pavia, poi al Castel di Sangro, infine al Livorno ed al Ravenna, dove incontra il suo mentore: Walter Novellino. Sotto l'ala protettiva di quest'ultimo fa il grande salto, approndando nella serenissima allora al soldo di Re Supermarket Zamparini. Addirittura arriva la serie A, ma non si vuole credere a sufficienza in questo ragazzo, e pertanto prosegue la sua migrazione lasciado questa volta il nativo nord per trasferirsi all'ombra del Vesuvio. Tra Napoli e Schwoch nasce un insospettabile feeling che, per colpa delle folli gestioni che di lì a poco avrebbero portato il prestigioso calcio napoli a scomparire, si interromperà dopo due sole stagioni. Schwoch e Napoli: la strana coppia. Ovvero quando l'impensabile diviene arte. Prendete un omino delle seggiovie della val Pusteria e trasferitelo a Mergellina. Cosa dovrebbe succedere? Succede che scoppia un'alchimia perfetta, succede che l'uno si invaghisce dell'altro e, ma questo solo raramente, succede che l'uomo delle nevi faccia 22 goal in 34 partite, trascinando una squadra allo sbando in serie A. L'idiozia dell'uomo - in questo caso "l'uomo" era quella caricatura di Mario Bross chiamato Corbelli, capace di sperperare miliardi di lire per retrocedere alla velocità della luce - allontana Stefan dal suo pubblico ritenendolo inadeguato alla nuova categoria, svendendolo al Torino, per poi diventare un idolo della torcida vicentina. Ancora una volta; ancora una volta ritenuto indaguato per la serie A. La storia racconta però un dato incancellabile: Stefan Schwoch, 135 goal in serie B. Secondo marcatore di sempre dietro l'indimeticabile Giovanni Costanzo (sul quale vi prometto che scriverò non appena avrò studiato accuratamente), in quella entusiasmante vetrina che è la serie cadetta nostrana, dove sono certo che i 3/4 delle squadre della liga o della premier league giungerebbero mestamente a mezza classifica, risucchiate verso il basso dallo sporco lavoro di attaccanti "di serie B".

martedì 19 gennaio 2010

Mezzo uomo mezzo bisonte: Dario Hübner (parte I)

"Il calcio a Muggia per me era un grande divertimento. Andavamo in trasferta con le nostre auto e c'era la pizza tutti assieme dopo le gare. Pensavo che questa sarebbe stata la mia vita ed ero felice."

Una sera lo invitano alla Domenica Sportiva. Lui ci va, forse per fare un po’ il figo con gli amici del bar. Si presenta vestito in maniera improponibile, gessato nero stile mafioso e improbabile cravatta fucsia. Il giornalista gli fa il pistolotto sulla favola di calciatore 36enne che si scopre capocannoniere di Serie A e lo incalza con altre domande idiote sul sogno di essere convocato in Nazionale. A quel punto credo che si sia pentito di aver accettato l’invito in tv. Alle banalità di terza mano che gli chiedono, risponde a monosillabi. Finirà la puntata senza dire praticamente nulla. Non può mica dire che per lui è indifferente giocare al Garilli o a Yokohama, o se il difensore che prende a sportellate per 90 minuti è William Viali del Venezia o Lucio del Brasile, se no che figura ci fa in diretta nazionale?...

Io non riesco ad immaginarmelo da bambino. Sono convinto che nel 2100 narrerà il mito che sia nato già adulto, emerso dalle nebbie padane, pizzetto, nasone, capello riccio, parastinchi e scarpette chiodate inclusi. Un essere leggendario, mezzo uomo mezzo bisonte. Invece probabilmente ha avuto un’infanzia come tutti gli altri bambini, a Muggia, in provincia di Trieste, nell’ultimo lembo d’Italia ad est prima di entrare nel territorio dell’allora Jugoslavia. Come tutti gli altri pargoli avrà giocato a calcio al campetto, forse sarà anche stato il classico bimbetto che viene scelto per ultimo dai due capitani, per via di quel suo correre ingobbito e quei piedi che, ammettiamolo, sono quello che sono. Però poi il campetto diventa quello delle giovanili della squadra del paese, e chissà quale sconosciuto mister di chissà quale oscura squadretta della provincia di Trieste vede in lui le doti di puntero. Ingobbito e piedi quadrati sì, ma poi lui ci prende gusto, e le aree avversarie le devasta letteralmente, sfonda porte à-la-Holly&Benji, trafigge portieri, tritura terzini e stopper. Il campo diventa quello di Seconda o Prima categoria, e infine quello della Pievigina, squadra di Pieve di Soligo, provincia di Treviso, in Interregionale. Il mostro ha iniziato a muovere i primi passi nel calcio.
Dario Hübner, nome italianissimo, cognome austroungarico (con il vezzoso particolare di quella umlaut che fa tanto epopea risorgimentale/irredentista), dopo quella stagione 1987/88 in Interregionale con 10 reti all’attivo - durante la quale leggenda vuole che il suo ingaggio fosse talmente irrisorio che si mantenesse lavorando in fonderia - diventa finalmente professionista accasandosi in C2 al Pergocrema. Non sarà Crema a innamorarsi di lui e dei suoi gol ma lui a innamorarsi della cittadina in provincia di Cremona: come in una sorta di contrappasso, nella città in cui ha segnato di meno (solo 6 gol) si trasferirà a vivere, ed oggi è la sua città adottiva. Se qualcuno sceglie poi Crema per vivere, piazzata là in mezzo alla pianura Padana, caldo torrido in estate, freddo piovoso in inverno, si accorge subito, trasferendosi per lavoro sulla riviera marchigiana, di non trovarsi veramente a casa. Il vento che viene dal mare. I gabbiani che ti svegliano la mattina. La salsedine che ti si appiccica addosso. Tutte cose ormai dimenticate, lasciate nei ricordi dell’infanzia nella Venezia Giulia. Forse è questione di clima, insomma, il fatto che, passato al Fano (C2) nel 1989/90, il nostro ci metta un po’ ad ingranare: nelle due stagioni successive (in cui nel frattempo il Fano viene promosso in C1) mette a segno in tutto 12 gol. Il giovane Darione però, alla lunga, si adatta a tutto: nella terza ed ultima stagione coi granata, con 14 marcature, è capocannoniere della C1 girone A e si fa mettere gli occhi addosso dagli scagnozzi di Edmeo Lugaresi, scesi dalla Romagna alla provincia di Pesaro in cerca di talenti per il campionato di Serie B.
Nel 1992 saluta il mare delle Marche, con qualche ricordo, e veste per la prima volta la maglia del Cesena, con tante speranze. I tifosi del Cesena, forse inizialmente scettici su quel lungagnone un po’ dondolante, lo soprannominano “Dromedario”. Ma devono ricredersi: in bianconero si consacra definitivamente come ariete, attaccante di peso e sfondamento, devastante in area di rigore; i suoi gol sono quasi tutti bruttini a vedersi, ma lui segna di destro, di sinistro, di testa, su rigore e anche su punizione, se capita. Da innocuo “Dromedario” diventa per tutti pericoloso “Bisonte”. L’escalation di gol, in quegli anni di Serie B, è impressionante: nelle 5 stagioni a Cesena segna rispettivamente 10, 12, 15, 22 (con titolo di capocannoniere incluso) e 15 gol. Anche il mio Bologna, che in quegli anni ahimè frequenta per un paio di volte la serie cadetta, fa le spese della sua sgraziata attitudine al gol. Quel nome tedesco, sentito ripetere per mille volte alla radiolina la domenica, si concretizza improvvisamente in forma umana e calcistica davanti ai miei occhi una sera alla tv (devo ammettere che all’epoca non frequentavo molto il Dall’Ara. Mi piangeva troppo il cuore a vedere i colori rossoblù nell’agonia della B e della C1…). Su una rete privata romagnola passano, a mo’ di “intervallo”, un video-collage di tutti i suoi gol a Cesena con musichetta country in sottofondo (altro che Sky e Youtube…). Questa serie di reti, messa l’una dietro l’altra in maniera ossessiva e parossistica, mi fa rimanere tra l’affascinato e il basito: quando il video-collage viene interrotto dalla pubblicità, poco m’importa se gioca in una delle squadre più odiate dal tifo del Bologna. Da bambino delle medie calciofilo accanito (nonché da calciatore in erba dalle scarse doti…) mi giuro solennemente che da quel momento in poi voglio giocare a calcio come Hübner, e segnare anch’io quei gol bruttissimi.
Dopo i 5 anni a Cesena, è il momento del grande salto. Di nuovo al nord. Brescia, Serie A, anche se soltanto a 30 primavere. L’esperienza ormai decennale nelle serie minori, però, paga. Il trasferimento in climi a lui più consoni gli fa bene: già alla prima giornata del campionato 1997/98 segna all’Inter (nella partita rimasta alla storia per il gol da centrocampo di Recoba), e alla seconda firma una tripletta alla Samp. A Brescia da “Bisonte” viene ribattezzato “Tatanka”. Alla fine di quella prima stagione in Serie A suoi gol saranno 16, ma non bastano a non far retrocedere le rondinelle. Lasciare il calcio patinato e miliardario della massima serie però non lo deprime, anzi: lui in provincia si trova bene, e poi è o non è un bisonte che va alla carica ogni domenica in tutte le aree di rigore? Così, riparte dal basso, senza tanti rimpianti, con la consapevolezza che ogni allenamento ed ogni domenica sono importantissimi. E lui prova dribbling, vince rimpalli, esplode il tiro. Gol. Gol. Gol. Come sempre. Saranno 42 in due stagioni di Serie B. Il Brescia torna nuovamente in A nel 2000/01: è il Brescia di Roberto Baggio e Carletto Mazzone, che spesso gli preferisce Igli Tare. Mah. Nonostante lo scarso impiego, mette a segno 17 reti. A casa conservo tra le mie cose più care una copertina di uno Sportweek, il magazine della Gazzetta, della primavera del 2001. Sulla copertina c’è il suo faccione e il titolo: “Hübner. Quando la classe operaia va in paradiso a suon di gol.” Non credo di dover aggiungere altro. A me piace pensare che il suo trasferimento a Piacenza dell’anno dopo sia dovuto ad una scarsa intesa (in campo e non solo) con Roberto Baggio, il suo alter ego coi piedi buoni e la carriera fortunata da star planetaria. Praticamente Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Ad un giornalista che gli chiese cosa si provasse a giocare in tandem con Baggio, rispose più o meno: “A me non cambia niente. Io ho sempre segnato anche senza di lui”.
(continua...)

lunedì 18 gennaio 2010

Appunti del lunedì


(C'è solo un Gus)
Cambia il giorno ma non la stringatezza di alcuni appunti sulla domenica appena trascorsa e la settimana che sta per cominciare.
1. Perde finalmente il Manchester City di Mancini (contro l'Everton), ma era prevedibile che al primo soffio di vento un po' più serio il ciuffo si sarebbe mosso. Ciò non toglie che secondo me il Mancio -non lo dirà mai, e non è solo scaramanzia- punta molto in alto in questa Premier. Per me è tutta pretattica quella del quarto posto; Mancini non è tipo da accontentarsi delle briciole. Approfittando della strana sindrome depressiva che sta cogliendo i cugini cittadini in questa stagione (una sorta di insoddisfazione latente verso tutto e tutti, allenatore storico compreso), del calo di zuccheri che a un certo punto attanaglierà l'attempata truppa di Ancelotti e della perdita dell'entusiasmo che segna ogni momento caldo della stagione dell'Arsenal (con conseguente afflosciamento modello soufflé) (lo so, ora sta giocando bene, ma arriverà), il tutto condito dal non dover pensare agli impegni infrasettimanali in Champions, prevedo una volata primaverile dei citizens che li porterà verso vette oggi inaspettate.
2. Ma la vera notizia che viene d'Oltremanica e che vale la pena segnalare è che finalmente Gustavo Poyet ha trovato la quadratura del cerchio con il suo Brighton, la squadra più corsara della League One. Sono contento per l'ex centrocampista uruguaiano, uomo schietto, corretto e grande lettore di Mario Benedetti. In particolare la coppia d'oro dell'attacco dei seagulls, Murray-Forster, ha purgato pure a Walsall, e ora tutto la città col pier più bello del mondo si appresta a vivere la grande avventura in FA Cup in casa dell'Aston Villa. La sorpresa è annunciata.
3. Il calciomercato (che più che altro sembra un ipermercato) italiano è sempre scoppiettante e così non si fa in tempo a salutare l'addio ad un'eterna promessa come Osvaldo (si è accasato al mio amato Espanyol, ma per fortuna non ha inciso nella sconfitta dei pericos contro il mio amatissimo Osasuna) che bisogna dare il benvenuto al salvador de la patria argentina, il centrocampista che con un suo gol ha portato l'albiceleste ai Mondiali, quel Bolatti appena acquistato dalla Fiorentina e i cui auspici più ottimisti possono prefigurarne un avvenire alla Bèrtolo.
4. Pare saltato il passaggio della Bestia all'Inter, nonostante io, Tato e Nesat ci fossimo offerti di portarlo ad Appiano Gentile con la nostra macchina. Sembra che l'Inter ora punti a uno tra Ledesma e Kolarov, che tanto il primo è gratis e il secondo si può scambiare con un paio di primavera più il fenomeno da baraccone Arnautovic. A parte gli scherzi questo scambio saltato è un peccato, un brutto presagio della possibile non conferma estiva di Burdisso, giocatore al quale ormai -lo confesso- mi sono affezionato. Speriamo che Moratti cambi idea e ci faccia l'ennesimo regalo.
5. Pradè sta cercando di piazzare Pit ed Esposito ma per il momento non ci sono squadre che si sono fatte avanti.  Lo dico perchè magari qualcuno di voi che gioca i tornei di calciotto di Roma Nord potrebbe essere interessato.
6. Infine la notizia che tutti aspettavamo e che ci stava lasciando col fiato sospeso ormai da settimane: Alberto Paloschi ha sconfitto l'aggueritissima concorrenza di Nicola Pozzi e Davide Santon ed ha vinto il concorso Gillette come promessa più promettente del calcio italiano. Pare abbiano votato in 5 in tutta Italia.

ps Aggiunge il grande Dominic direttamente da Brighton&Hove: "The Seagulls have won three in a row. Another new manager, Gus Poyet, is working wonders with a terrible, lazy, very one-dimensional squad. This Saturday it's FA Cup. Albion have Aston Villa at Villa Park. 6,000 fans travelling. There could be some trouble in Birmingham, though Brighton's firm is non-existent".

domenica 17 gennaio 2010

Esquina Blaugrana

Dopo aver (con assoluto merito) eliminato il Barca dalla Coppa del Re, il Siviglia si presenta al Camp Nou in cerca di punti utili per la corsa alla zona Champions League. Pep Guardiola risponde schierando il tridente pesante Ibrahimovic-Henry-Messi e tenendo in panchina Pedro. A centrocampo ancora Sergio Busquets a rimpiazzare Keita e Tourè Yaya, impegnati in terra angolana.
Non potevano certo pensare, però, gli andalusi, di passare ancora una volta indenni dalla notte catalana: finisce che Iniesta e compagni li prendono a pallonate. Il Siviglia neanche tira in porta, tanta è la foga blaugrana. Il Barca preme tutto il primo tempo. Iniesta è inarrestabile ma Ibrahimovic prima ed Henry poi si mangiano più di un gol. Gli uomini di Pep passano solamente ad inizio ripresa - più che sfortunata, raccapricciante la deviazione di Escudè - e, subito, raddoppiano con l'appena entrato Pedro. Bellissimo l'assist di Xavi e la corsa nello spazio del canterano. Il resto è un monologo di Lionel Messi. 14 gol in stagione e vetta della classifica cannonieri, aspettando oggi David Villa. Prova, quindi, a cucire la prima ferita stagionale, il Barca di Guardiola. Lo fa giocando come sa, per dimostrare che la voglia di alzare trofei c'è ancora. I segnali sono buoni. Arriva, poi, pure un piccolo quanto prezioso regalo dalle terre basche. Lo manda Llorente ed è uno schiaffo violentissimo al Real Madrid. L'impianto difensivo delle merengues lascia più di qualche dubbio - emblematica la tripla occasione sottoporta per i baschi al primo minuto - mentre quello offensivo è sempre più caratterizzato da una confusione di individualità. Kakà prova mettere ordine, ma i tiri di C. Ronaldo da trenta metri sono un brutto segnale e niente altro. Si conferma ottima squadra l'Athletic Bilbao. Spavalda, ben organizzata e con grandi condottieri, Toquero su tutti. Un capolavoro l'urlo "Atleti-Atleti" dopo il gol di Llorente.

venerdì 15 gennaio 2010

Coppa d'Africa-Angola 2010

Gennaio,freddo,gelo,vento e ghiaccio.....sei a casa,metà settimana,fuori la noia pura,dentro casa la malinconia,sembra un giorno come tanti, dove il picco può essere rappresentato da una telefonata di un qualsiasi operatore telefonico che ti va ad illustrare le sue offerte folli e tu pur di passare tempo fai finta di essere interessato,tanto che la voce del povero centralinista si riempie di speranza. Ma non è un giornata inutile come tutte le altre,quindi appena puoi, lasci cadere la linea senza neanche salutare il povero centralinista con la luce di speranza in fondo al cuore.Non è un Gennaio inutile c'è la coppa d'Africa, non un torneo di calcio ma "IL" torneo. Inquietante che la coppa d'Africa coincida regolarmente con una febbre a 40,ma sono talmente legato a questa competizione che effettivamente è come se fossi presente sugli spalti di un afoso stadio africano. Gia di per se è difficile seguire Sudan-Guinea se poi devi seguirla con torpore dovuto a dolori influenzali e medicinali la tua diventa un impresa. I primi ricordi sono quelli della vittoria del Sudafrica nel 1996(fu dato ampio risalto in tv solo perchè giocava il Sudafrica in Sudafrica),Il paese usciva dal suo periodo buio e la sua federazione calcistica veniva riammessa nella fifa dopo circa 20 anni. Nel 96 gli venne data la possibilità di organizzare la coppa d'Africa che neanche a dirlo come nelle migliori favole(leggasi copioni)la vide trionfare davanti al proprio pubblico in una finale che a memoria mi ricordavo essere con il Ghana ma in realtà fu con la Tunisia. Oltre a sottolineare il fatto che quel trionfo portò in Italia due atleti del calibro di Mark Fish alla Lazio(per la felicità di Gegen)ed Erik Tinkler al Cagliari(e credo anche Phil Masinga a Salerno)vorrei portare la vostra attenzione sulla maglia del Sudafrica del 1996(di cui purtroppo non trovo immagini,probabilmente distrutte tutte dalla vergogna),disegnata da uno che probabilmente aveva ingurgitato una peperonata avariata il giorno prima, innaffiata peraltro con ampie sorsate di nocino.Non ricordo l'edizione del 1998 vinta dall'Egitto ma vi giuro ricordo come fosse ieri quella del 2000 vinta ai rigori dal Camerun. Il particolare divertente,inquietante ed assurdo è rappresentato dal secondo rigore sbagliato dalla nigeria(guardate questo video al minuto 7 e 27...)con il pallone di Ikpeba che sbatte violentemente sulla traversa entra in porta di appena 27 metri ed esce fuori, arbitro e guardalinee concordano insieme a Stewie Wonder che il pallone è uscito ma ancor più assurdo è che concorda anche Ikpeba mettendosi le mani nei capelli(ma fischiettando "For once in my life"). L'edizione del 2002 vede trionfare nuovamente il Camerun sempre ai rigori in finale con il Senegal(Senegal poi rivelazione mondiale,grazie a gente del calibro di Papa Bouba diop,cuore d'oro Fadiga, il portierone Tony Silva e l'uomo dallo sputo facile ovvero Diouf)in quella stagione scocca l'amore per il piccolo Mali(padrone di casa,quarto classificato),una nazionale che gioca un calcio raffinato e altezzoso alternato ovviamente da interventi che farebbero impallidire il mostro di Rostov. Dal 2002 sostengo che il Mali sarebbe arrivato a disputare il mondiale,mi ha deluso gia 2 volte,mi auguro possa farmi felice per la prossima edizione. Nel 2004 è la volta della finale tutta magrebina vinta dalla Tunisia padrona di casa ai danni del Marocco. Tunisia che in campo schiera anche qualche ex Genoa(Badra e Mahdebi portati insieme a Gabsi il portiere El Aouer e Bouzaiene al Genoa da Franco Scoglio, che per 3 anni era stato selezionatore della nazionale tunisina). Delle ultime due edizioni poco da dire,l'Egitto ha scippato la Costa D'Avorio nel 2006,ha però strameritato nel 2008 con il divertente siparietto(se non sbaglio in semifinale) tra il ct Sheshata e il collerico Mido. Angola 2010 è partita malissimo,la tragedia di Cabinda è stata un pugno nello stomaco del federazione africana che mai come in questa stagione(visto dove si svolgeranno i mondiali) teneva particolarmente a fare bella figura e mai come in questa stagione aveva i riflettori di tutto il mondo puntati sopra la propria competizione continentale. Il Togo saggiamente decide di abbandonare il torneo,lasciando però un vuoto incolmabile nel girone di ferro di questa edizione,formato proprio dalla compagine di Adebayor,Costa D Avorio,Burkina Faso e Ghana. In questa edizione vedo favorita la Costa D'Avorio,che nonostante il pareggio all'esordio contro una ruvida Burkina Faso(il Burkina si è limitato a randellare qualsiasi figuro diverso da loro varcasse la propria metà campo) rimane una dei collettivi più in crescita del panorama africano. Non da meno l'Egitto che oramai è una sorta di Juventus(quella dei tempi buoni) del continente nero. Vanta ben sei titoli(record),gode di qualche elemento valido e ha grande esperienza in panchina,oltre ovviamente ad avere una gran voglia di riscatto dopo l'esclusione dalla prossima coppa del mondo,un nome su tutti è ovviamente quello del mio pupillo Mohamed Zidan(non un nome nuovo è un classe 81 e gioca nel Borussia Dortmund) che quando è in giornata incanta.Altra squadra in stato di grazia che può puntare al trionfo è il Ghana. Dopo una cavalcata senza rivali nelle qualificazioni mondiali,in questa stagione la federazione ghanese ha centrato l'obiettivo della vittoria nel mondiale under 20. La nazionale maggiore ha quindi inglobato i migliori ragazzi vincitori del mondialino,tra cui Andrè Ayew,figlio di Abedì(ancora oggi considerato uno dei migliori giocatori africani di sempre)ex Torino e nipote quindi del grande Kwane ex lecce(fratello di Abedì),il ragazzo(di cui si parla veramente un gran bene) di proprietà del Marsiglia gioca ad Arles in Ligue 2,un altro è Dominic Adiyiah di proprietà del Milan Capocannoniere e miglior giocatore dello scorso mondiale under 20.Ghana ovviamente che bilancia questo pesante innesto di giovani con i soliti "Vecchi"(Essien,Asamoah,Addo...).Ultima delle mie favorite il Camerun,squadra che in realtà in questi ultimi anni ha avuto un notevole calo tecnico,sono lontani dai mitici leoni indomabili anni 80/90 ma non bisogna scordare che dalla loro hanno uno dei giocatori più forti del mondo e soprattutto un allenatore(l'x re di Lione Paul Le Guen che io per la mia squadra prenderei domani stesso) che da quando ha preso le redini di questa nazionale, sembra davvero imbattibile(togliendo lo sciagurato esordio con il Gabon in questa coppa d'Africa)e che ha centrato una qualificazione al mondiale che fino al suo arrivo sembrava quantomeno ardua. Il resto ovviamente è un groviglio,composto da chi può ambire a fare la sorpresa e chi può tentare di tornare grande,che vede:una Nigeria in caduta libera che purtroppo fa i conti con la generazione no rispetto a quella passata che tanto fece sognare gli amanti di questo sport,ma che comunque può contare su una rosa che gioca quasi interamente in Europa,L'angola padrona di casa(per me è certo il terzo posto),l'Algeria che dopo la qualificazione ai mondiali può cavalcare il suo stesso entusiasmo e proprio oggi si è ripresa schiantando il mio Mali(ah! segnatevi questa,il Mali passa,nella terza ed ultima giornata del girone batte l'inutile Malawi e scavalca in classifica proprio l'Algeria che perderà contro i padroni di casa)ed infine la Tunisia che è un 11 più che onesto ed ha un girone più che abbordabile. Come sorpresa(e mi dispiace essermela bruciata...ma Dionigi e Gegen mi sono testimoni)indico il Gabon squadra che durante le qualificazioni al mondiale ha seriamente spaventato il Camerun e che continua a rendere difficile la vita (in virtù del 1 a 0 maturato ieri a Lubango)ai leoni di Yaoundè.Infine volevo chiedervi di tenere d'occhio il giocatore più giovane di questa coppa d'Africa(il secondo di sempre dopo il gabonese ammesso che si dica gabonese Shiva N'Zigou) ovvero il 16enne dello Zambia Emmanuel Mbola,difensore,primo Zambiano ad aver disputato una partita di Champions League(gioca con i campioni armeni del Pyunik Yerevan). Questa competizione è unica per tanti motivi,puoi guardarti una partita spettacolare con giocatori interessanti,puoi guardarti una partita orrenda ma condita dai innumerevoli minchionate come questa(dedicata a Gegen),puoi esaltarti a seguire un giovane che diventerà qualcuno,puoi scommettere la testa su un giovane che forse invece non diventerà nessuno,puoi apprezzare la voglia e la forza di alcuni "Vecchi"che giocano con la stessa intensità di 10 anni prima,puoi inorridire davanti a falli da codice penale ed essere incantato da gesti tecnici di rara bellezza ...... Tutto questo mentre fuori dalla tua finestra regna il freddo,il gelo,il vento e il ghiaccio ma a scaldarti per fortuna in questo Gennaio rigido ci pensa la coppa d'Africa.

giovedì 14 gennaio 2010

Inglourious Glories, Ch. III, 1. FC Magdeburg


La Regionaliga è la quarta divisione del calcio tedesco. Ha carattere semi-professionistico. È divisa in tre gironi, Nord, Ovest e Sud. Le prime tre classificate di ogni girone sono promosse in Dritte Bundesliga. 4 squadre dalla Regionalliga Nord, 3 dalla Regionalliga Ovest e 3 dalla Regionalliga Sud retrocedono in Oberliga, la quinta serie del campionato tedesco.
 
L’1 FC Magdeburg è, attualmente, quinto nella Regionaliga Nord. Qualche anno fa la storia era del tutto diversa. Berlino era spaccata da uno strano, lunghissimo muro, innalzato in una sola notte, ed il calcio in Germania era diviso in due campionati: quello della Germania Ovest, la Bundesliga, e quello della Germania Est, la DDR-Oberliga.
 

Mentre a Ovest dominavano Borussia Mönchengladbach, Bayern Monaco ed Amburgo, ad Est primeggiavano la Dinamo Dresda prima e l’1. FC Magdeburg e la Dinamo Belino, poi. Quelle orientali, non sono storie di sport. O, almeno, non solo. Quei campionati e quelle coppe altro non erano che una vicenda politica. Affari tra potenti e piccole gioie per la gente. Da una parte l’1. FC Magdeburg, a rappresentare una piccola città della Sassonia. Dall’altra, la Dinamo Berlino, la squadra di proprietà della Stasi e della gente che contava. Da una parte il calcio dei talenti fatti in casa, dall’altra quello dei giocatori scippati alla Dinamo Dresda e dei favoreggiamenti. Quei talenti si chiamano Jurgen Pommerenke, Manfred Zapf, Detlef Enge, Martin Hoffman – per 19 anni con la maglia biancoblu del Magdeburgo – e Jurgen Sparwasser. Quest’ultimo, semplicemente, una leggenda.
 
Jurgen Sparwasser
Burattinaio dell’1. FC Magdeburg era Heinz Krugel, che prese la squadra in mano nel 1966 - un anno dopo la fondazione – per lasciarla solamente dieci anni dopo. O, meglio, dopo aver dominato e vinto 3 campionati e 2 Freier Deutscher Gewerkschaftsbund Pokal (o FDGB-Pokal, la Coppa della Germania Est). L’1. FC parte piano: qualche anno di assestamento in DDR-Oberliga, giusto per prendere le misure alle rivali di sempre. E, intanto, la FDGB-Pokal vinta nel 1969 prepara lo scenario per i trionfi degli anni Settanta.
 
Nel 1972 arriva il primo scudetto, quello dell’organico più giovane di sempre e dei gol di Abraham, Herrmann e Sparwasser. Quello che porta alla partecipazione alla Coppa dei Campioni e all’immaginabile eliminazione per mano della Juventus dei vari Haller, Bettega e Causio. Ma il Magdeburg non si ferma e nel 1973 mette in bacheca un’altra coppa nazionale. Battuto in finale per 3 a 2 il Lokomotive di Lipsia. Ancora l’Europa, questa volta la Coppa delle Coppe. Al primo turno gli uomini di Krugel gestiscono bene il fattore campo contro il NAC di Breda e approdano alla sfida contro i cecoslovacchi di Ostrava. Perdono 2 a zero all’andata, ma ribaltano tutto all’Ernst Grube Stadion, qualificandosi per i Quarti di Finale, dove incontrano una squadra bulgara che ha eliminato l’Athletic Bilbao: il Beroe Stara Zagora. Il passaggio del turno è ipotecato all’andata, con un secco 2 a 0. Una formalità gestire il pareggio per 1 a 1 in terra bulgara.
 
La sofferenza arriva alle Seminifinali. Dall’altra parte del campo c’è uno Sporting Lisbona che ha spazzato via squadre gallesi, inglesi e lo Zurigo. L’1. FC riesce a strappare al Jose Alvalade un pareggio quantomai inaspettato. La vittoria di misura a Magdeburgo regala all’1. FC la Finale.
 
Contro il Milan di Rivera, detentore della Coppa. In una strana Rotterdam, in uno stadio insolitamente vuoto, a metà del secondo tempo accade un miracolo. Wolfang Seguin, l’uomo delle 403 presenze in maglia biancoblu, batte Pizzaballa e porta il calcio miserabile sul tetto dell’Europa. Rivera, Schnellinger e Bigon sono in ginocchio. La Coppa va al di là di quel muro, sulle rive dell’Elba socialista.
 
Wolfang Seguin
L’1. FC Magdeburg diventa l’unico club della Germania Est ad aver trionfato in una coppa europea. Alla Coppa delle Coppe si aggiunge, pochi giorni dopo, anche il titolo nazionale. L’anno successivo, le undici vittorie casalinghe portarono Krugel a replicare in Germania Est. E’ il terzo ed ultimo trionfo in campionato per l’1. FC. Il resto sono coppe nazionali bagnate dal ricordo di quegli intramontabili Settanta. L’ultima nel 1983, la settima su sette finali disputate.
 
Succede, poi, che la storia ci voglia mettere del suo. Il muro di cui tanto si parla viene abbattuto nel giro di una notte e tutto cambia. Anche il calcio. La riunificazione delle repubbliche tedesche comporta la fusione della DDR-Oberliga con la Bundesliga. E l'1. FC Magdeburg si ritrova, tutto ad un tratto, a giocare nella Regionaliga Nord. Quello che rimane di tante gioie altro non è che una stelletta, il Verdiente Meistervereine, lo chiamano. Simboleggia i titoli nazionali tedeschi vinti al di fuori della Bundesliga.
 
Mi piace pensare che ogni tanto Jurgen Sparwasser ci pensi. Ai trionfi in giro per l’Europa, a quelle notti a Lisbona o a Rotterdam, alle battaglie eterne contro la Dinamo Berlino. A un allenatore che insegnava un calcio che era differente, che per giocare ci voleva il permesso, che sorridere era l’eccezione. A un calcio senza soldi, senza night club e con tante altre pressioni. A campi ghiacciati e a maglie di lana. Lui che di quel calcio minore è figlio primogenito. O magari no. Magari negli occhi ha solo l’immagine di un Sepp Maier battuto da un numero 14 qualsiasi.