domenica 27 dicembre 2009

Appunti del weekend

Alcune brevi considerazioni:
  1. bell'esordio di Roberto Mancini sulla panchina del Manchester City. Lo sguardo è torvo. Il contesto teso. La squadra, logicamente, gioca con le idee di Hughes, mentre lui si limita alla scelta di un ottimo cappottino con sciarpetta legata al collo non un un millimetro più su e non un millimetro più giù. Al resto ci pensa Tevez;
  2. seguo la diretta di Birmingham City - Chelsea. Mi aspetto una goleada e, invece, scopro che il Birmingham ha un'ottima classifica, che Hart para di tutto, che Drogba brontola con l'arbitro, che Malouda gioca fuori posizione e che Obi si dimentica la concentrazione negli spogliatoi. Arriva un insipido 0 a 0;
  3. ad Anfield, nel frattempo, gioca Aquilani titolare. Rafa Benitez è contento e lo protegge contro chi dice che è un pesce fuor d'acqua. Lentamente, l'ex romanista prova a entrare nei meccanismi dei Reds. Forza;
  4. Roma - Toni è fatta. Ma l'ingiustificato assenteismo del tifoso romanista dal commentare la notizia è duro da debellare... Per una volta che la Roma ha la tanto sognata punta di peso...;
  5. in data 22 dicembre l'Argentina perdeva 4 a 2 contro la Selecciò Catalana. Sembra strano. Suona male. Poi uno fa mente locale e si ricorda che la punta catalana è Bojan. Che l'allenatore è Cruijff. E tutto torna.

Coming Soon

http://www.youtube.com/watch?v=p5iQdHiXJ3I

sabato 26 dicembre 2009

Fenomenologia del tifoso felsineo

(Ogni riferimento a fatti, persone e circostanze non è casuale).

Il Bolognese Medio (da ora in poi, per brevità, BM) va allo stadio con la sciarpetta rossoblù, parcheggia lo scooter e poi gli iniziano a girare le scatole perché vede arrivare i tifosi avversari con le loro sciarpette neroazzurre, rosanere o gialloblù. Il BM, se ti presenti al pub con una sciarpa biancoverde del Celtic comprata in Scozia ti guarda male e ti dice “oh, ma sei cretino? Cosa mi sei diventato, tifoso dell’Avellino?”. Il BM prima di andare allo stadio va alla SNAI, scommette tronfio sull’1 fisso del Bologna e poi in curva, sul 3-0 per gli altri, straccia rabbiosamente il foglietto con la legata e inizia ad urlare a squarciagola “Menarini vattene!”. Dopodiché, il BM torna a casa, incassa la sconfitta e se ne fa una ragione mentre accende Sky per vedere se c’è una partita di Premier, “ché la Serie A fa schifo”. Lo stesso BM, disilluso, due domeniche dopo va alla SNAI, scommette il 2 fisso per la squadra che gioca in trasferta al Dall’Ara, e: se il Bologna perde fa la faccia triste ma dentro di sé è contento pensando ai soldi che incasserà; se il Bologna vince è contento lo stesso ma commenta amaramente: “questa squadra è discontinua”. Il BM allo stadio consuma ettolitri di Caffè Borghetti anche quando ci sono 35 gradi. Il BM dice che il Dall’Ara non è uno stadio, perché c’è il fossato e la pista d’atletica e non si vede una mazza, ma se il Comune o la società propongono di costruire uno stadio nuovo protesta perché il Dall’Ara è vicino al centro ed è comodo arrivarci in scooter. Un BM su tre va in curva e s’incazza coi BM della tribuna perché non cantano i cori della curva, non tifano come si deve e soprattutto difendono i Menarini. Un BM su tre non fa l’abbonamento perché “se devo veder giocare quelle 11 pippe lì non li spendo mica 200 euro”. Lo stesso BM, tutti i sabati, fa la fila alla biglietteria dello stadio, perché “stavolta mi sento che il Bolognino fa 3 punti”. Il BM, dopo l’ennesimo Bologna-Juve finito inesorabilmente col segno 2 dopo diversi episodi contestatissimi a favore dei bianconeri, torna a casa sconsolato dicendo “con la Juve deve sempre succedere qualcosa.” Il BM non si capacita che quando c’è Bologna-Juve allo stadio ci siano più tifosi della Juve che del Bologna. Il BM non sopporta gli juventini che vanno a vedere Bologna-Juve al Dall’Ara perché sono o romagnoli o fuorisede. Il BM non sopporta gli juventini di Bologna. Il BM ha tanti amici interisti, milanisti e juventini che negli ultimi vent’anni hanno vinto scudetti, Champions League e Coppe UEFA, e s’intristisce perché lui ha vinto solo una Coppa Intertoto. Il BM è convinto che se sei nato a Catanzaro devi tifare Catanzaro. Il BM sente molto le rivalità con il Modena, il Parma, la Fiorentina, il Napoli, la SPAL, il Cesena e le squadre romagnole ed è invece orgoglioso dell’improbabile gemellaggio con il Ravenna. Il BM, quando c’è Bologna-Udinese, tira sempre fuori la storia che “una volta eravamo gemellati e ci scambiavamo le sciarpe, adesso guarda qua come ci insultiamo”. Il BM, se fa amicizia al pub o in discoteca con dei tifosi di un’altra squadra, si preoccupa poi sempre di sapere se c’è una rivalità coi tifosi di quest’altra squadra. Il BM va volentieri in trasferta a Mantova, “così dopo la partita andiamo a mangiare i tortelli di zucca”. Il BM, all’inizio degli anni 2000, ce l’aveva a morte col presidente Gazzoni per la sua eccessiva parsimonia, anche se aveva portato in rossoblù Baggio, Signori e Andersson. Il BM, oggi, ce l’ha a morte con la famiglia Menarini perché ha portato in rossoblù Lanna, Coelho e Bernacci, e rimpiange Gazzoni. Il BM dichiara che alle prossime elezioni comunali voterà il candidato Cazzola, ex presidente del Bologna, “perché se è riuscito a farci tornare in A, è uno che ci sa fare”. Lo stesso BM, nel segreto della cabina elettorale, vota l’altro candidato Del Bono. Al BM che propone di andare a contestare squadra e società al campo di allenamento di Casteldebole, di solito gli amici rispondono in maniera evasiva, e non se ne fa mai niente. Il BM ad agosto si esalta per l’acquisto (10 milioni di euro) di Bernacci, e a novembre si rende conto che Bernacci è un cesso. Il BM a gennaio si esalta per l’acquisto (7 milioni di euro) di Osvaldo, e a giugno si rende conto che Osvaldo è un bidone. Un BM su dieci è ancora convinto che Meghni sia un piccolo Zidane e che non dovesse essere ceduto alla Lazio. Gli altri nove BM su dieci, quando Meghni è stato ceduto alla Lazio, hanno stappato la bottiglia di Lambrusco delle grandi occasioni. Il BM tende a dimenticare che nel Bologna hanno giocato Cappioli, Petruzzi e Piacentini. Il BM si ricorda invece benissimo di Schenardi, Cristallini e Magoni. Al BM guai se gli tocchi Roberto Baggio, ma se poi gli fai notare che venne a giocare qui per rimettersi in sesto, andare ai Mondiali e farsi coprire di soldi dall’Inter di Moratti dopo solo una stagione se la prende - perché in fondo sa che è vero – e ti dice “te di calcio non capisci niente”. Il BM di una certa età è rimasto a Bernardini, Bulgarelli, Haller e allo scudetto del 1964. Al BM non va giù se gli dici che lo scudetto del 1924/25 il Bologna l'ha vinto perché il ras fascista locale Leandro Arpinati era ammanicato con la FIGC. Un BM su due odia Ulivieri perché è comunista e perché non faceva giocare Baggio. L’altro BM su due odia Guidolin perché non è comunista e perché proponeva un gioco eccessivamente difensivo. Tutti i BM sono invece d’accordo sull’amore incondizionato verso Carletto Mazzone. Il BM, a sentir lui, andava tutte le domeniche allo stadio quando il Bologna era in C1, ma se poi gli chiedi se si ricorda di quella volta che ci fu Bologna-Massese sotto una nevicata, ride e ti risponde che forse quella domenica lì era rimasto a casa. Il BM sa che fu un disonore andare a perdere a Leffe, sempre ai tempi della C1, ma non sa bene collocare geograficamente Leffe. Ogni BM che si rispetti era allo stadio il 2 giugno 1996 a vedere Bologna-Chievo 1-0, partita della promozione in Serie A dopo gli anni della B e della C1, e si ricorda perfettamente del gol di Giorgio Bresciani al 93’, ma nessun BM si ricorda che l’assist a Bresciani lo fece Cristiano Doni. Il BM alla festa del centenario applaude divertito un Igor Kolyvanov palesemente sbronzo di vodka, e un po’ si commuove quando sotto la curva arriva Kennet Andersson, come ai bei tempi. Il BM, sempre alla festa del centenario, applaude tre quarti d’ora Roberto Mancini (una stagione e 9 reti trent’anni fa) perché bello e famoso, e si dimentica di Michele Paramatti, protagonista assoluto della Coppa Intertoto e della gloriosa, epica cavalcata UEFA, stagione 1998-99. Il BM il 9 luglio 2006 era in Piazza Maggiore coi bandieroni tricolore ed osannava Lippi, e tre anni dopo sostiene che della Nazionale non gliene frega niente, perché quella del 2006 “era la Nazionale di Moggi e della GEA”. Il BM a giugno 2010 indosserà la maglietta azzurra e tiferà per la Nazionale di Lippi. Il BM al fantacalcio compra Zalayeta e Adailton, e poi si lamenta che non gli fa mai gol nessuno. Il BM vuole che il Bologna rimanga in Serie A così può usarlo a PES. Il BM calciatore di seconda categoria è in polemica col mister perché non lo fa giocare. Il BM calciatore di seconda categoria spera che il venerdì piova, così la federazione sospende la giornata di campionato per impraticabilità dei campi e lui la domenica può andare con gli amici alla sagra del gnocco fritto a San Giovanni in Persiceto. Il BM pende dalle labbra del miglior giornalista sportivo locale, Gianfranco Civolani detto Civ, ed utilizza spesso sue espressioni del tipo: “domenica si va a Milano: 0 punti”, “state benone”, “miei personalissimi voti”, “Valiani pipparolo”. Il BM al bar legge il Corriere dello sport-Stadio. Il BM crede a tutte le più assurde voci di mercato, e manda un’e-mail alla trasmissione del lunedì sul Bologna: “ho letto che a gennaio la Roma ci dà in prestito Julio Baptista”. Il BM opinionista della trasmissione del lunedì sul Bologna risponde: “a noi Baptista non serve perché è un trequartista e non una punta”. Il BM ce l’ha con Abatantuono perché una volta a Controcampo disse che i bolognesi di calcio non capiscono un cavolo.

Delle volte, tra i BM, mi ci metto anche io.

Va bene, ragazzi. Come diceva il protagonista di un libro di Enrico Brizzi, “Bienvenidos nella piccola patria.”

giovedì 24 dicembre 2009

Una Juve trrropppoo bbuonaaa fiu fiu fiu fiu fiuuuuu

La diciassettesima giornata ha lasciato un impronta significativa sul campionato. Il turno è stato in parte rovinato dai circa 500 rinvii causa neve e gelo, cosa ovviamente vergognosa se si pensa che in Francia e Inghilterra (non Gabon e Honduras) hanno rinviato causa maltempo una sola partita a testa. Al di là delle cavalcate vincenti che vedono protagoniste Palermo, Roma, Napoli e un ritrovato Livorno (vola! Serse vola!), la svolta di questa serie A coincide con il "Dramma" consumatosi nella glaciale Torino. Intorno al match dell'Olimpico (quello fasullo) si sono accesi infiniti dibattiti con radio,televisioni,giornali e tifosi letteralmente scatenati.In tutta questa bagarre sono passati inosservati determinati segnali piuttosto inquietanti, come il continuo tentativo di ausilio nei confronti del club bianconero. Un rigore troppo limpido per non essere concesso, viene fatto ripetere, Marchisio che decide di segare le gambe con un entrata da codice penale al povero Carboni e viene soltanto ammonito ed infine i favolosi 6 minuti di recupero.

Da 2 anni a questa parte si cerca in maniera quasi ossessiva di riportare la Juventus ad alti livelli, proteggendola forse più di 4 anni fa, per dare un definitivo colpo di spugna alle passate magagne. Il ritorno di Bettega è un vero capolavoro, nessuno dice niente, nessuno si azzarda a far notare che se si chiamava "Triade" vuol dire che gli elementi a comporla erano 3, ovvero, Moggi, Giraudo e pensa un po'.. il redivivo Bettega (no... ma ovviamente diranno che Bettega non ne sapeva nulla). Il colpo da maestro di Juventus-Catania è però nonostante tutto opera del buon Ciro, un uomo che con la sua insipienza tattica salverà il mondo dal guardiolismo,un uomo che con la sostituzione di Felipe Melo dopo 31 minuti ha bruciato 25 milioni di euro. Un esonero sarebbe un onta nei riguardi di chi lo ha "segnalato" (o imposto??) senza contare che un eventuale allontanamento di Ferrara segnerebbe l'ennesima sconfitta della dirigenza.

Gia la dirigenza,qualche anno fa Lapo annunciò una sorta di restyling per far risultare più simpatica questa squadra martoriata dallo scandalo, io ancora sto aspettando, se poi si mette alla presidenza un simpaticone quale Blanc, ci si allontana e non poco da questo nobile obiettivo. Si parla tanto di Felipe Melo, addirittura viene premiato quale bidone dell'anno, si parla troppo poco del nuovo messia Diego che veniva annunciato alla presentazione come quel giocatore che "Ha vestito la stessa maglia di Pelè e porta lo stesso nome di Maradona", che forse potrebbe effettivamente dimostrare qualcosa con in panchina qualcuno che l'allenatore non lo fa per gioco, per adesso altro non è che uno Sgro ma privo di personalità. Non si parla per niente invece di Amauri che doveva essere la salvezza della nostra Italia (con nessun diritto) ma che ora come ora non giocherebbe titolare neanche con la nazionale uzbeka.

Chiudo con Cannavaro, la difesa di certe televisioni e di qualche giornale nei confronti di questo giocatore è assolutamente ridicola, un mondiale vinto da capitano evidentemente è una sorta di immunità, se poi a questo si aggiunge il pallone d'oro più scandaloso della storia dai tempi di Mattias Sammer (che scippo a Buffon), Cannavaro si trasforma in un semi-Dio esente da tutte le sacrosante critiche, mosse dai tifosi juventini e della Nazionale. Non ho mai amato la Juve, rimpiango chi però regalava a questa società un minimo di charme, chi sicuramente avrebbe salutato Ferrara dopo una manciata di giornate, chi ha contribuito (volente o nolente) a quello scempio chiamato Calciopoli ma che comunque resta nel bene e nel male un signore del nostro calcio,sono certo che l'avvocato, ovunque sia, guardando la vecchia signora, stia scuotendo la testa più di chiunque altro....

mercoledì 23 dicembre 2009

Il fattore negativo

Volevo sottoporvi una questione nella speranza di aprire una piccola discussione. Non vi pare sintomatico che la crisi della Juve sia cominciata proprio col rientro di Del piero?

Mi pare che la corsa a sbattere Alex in panchina oramai sia una costante delle ultime gestioni tecniche bianconere. Capello se ne era altamente fregato e lo considerava poco, Ranieri ci ha perso il posto per la gestione del rapporto coi senatori. Il buon Ferrara da yesman qual'è si è trovato a dover ridisegnare la squadra con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Che Del Piero sia oramai solo un pesante fardello??

lunedì 21 dicembre 2009

Manca solo il fez


E' proprio vero che le cose si vedono e si capiscono meglio da lontano.
Bellissimo l'articolo con cui il Guardian introduce ai suoi lettori Roberto Mancini.

"Appropriately enough, his version of the Italian bella figura is strongly rooted in the look of the English gentleman. He may wear Armani suits, listen to Italian pop music, spend his holidays in Sardinia and nominate his mother's pasta al forno as his favourite dish, but he drives a Bentley and orders his bespoke shoes from Trickers of Jermyn Street".

Probabilmente è stata una cazzata, nel merito o comunque nel tempismo, cacciare (così) Mark Hughes. Probabilmente questo salto in corsa -modello autobus londinese- è stata una mossa un po' avventata. Probabilmente, il ragazzo di Jesi seguirà le orme fallimentari del suo maestro e predecessore Sven Goran Eriksson (residenza in hotel e liaison con Nancy Dell'Olio incluse).
Ma tant'è, quello che è certo è che il ciuffo di Mancini, che va infoltire la già nutrita colonia di tecnici italiani in Inghilterra (oltre ai noti Capello, Ancelotti e Zola, non ci si dimentichi di Di Matteo al West Bromwich Albion), è una notizia che ci rincuora. Le squadre inglesi ci battono senza soluzione di continuità in Europa, e i loro presidenti decidono bene di ingaggiare i nostri mister. Una chiara riedizione del motto latino Grecia capta ferum victorem cepit.  Diceva un mio amico inglese: noi vi diamo le sottoculture, voi il caffè. Ora anche gli allenatori.Vincenti, giovani, profondamente fashion. Ci credo che Bruce e gli altri suoi colleghi ruspanti si lamentano: vuoi vedere che, con sessant'anni di ritardo, abbiamo spezzato le reni alla perfida Albione?

Inglourious Glories, Ch. II, Nottingham Forest FC


Olympiastadion di Monaco di Baviera, 30 maggio 1979. Si gioca la finale della Coppa dei Campioni. Il Nottingham Forest di Brian Clough, cenerentola della competizione, affronta il Malmoe della coppia d’attacco Cervin-Kinnvall. Gli spalti sono gremiti di bandiere inglesi. L’attesa è grande. Per tutto il primo tempo i Reds provano a fare la partita, a spingere. Uno sbadato sinistro di Robertson colpisce il palo, strozzando l’esultanza in gola ad una città. Il Malmoe regge, rendendo vana ogni offensiva inglese.
Clough, con viso pensieroso e capelli arruffati, borbotta al bordo del campo.

Inizia il secondo tempo. Un lampo. Robertson punta la difesa svedese lanciandosi sulla fascia sinistra, arriva sul fondo e butta nel mezzo un cross morbido. I centrali del Malmoe sono scavalcati, sulla palla si avventa Trevor Francis, maglia numero 7. E un gol che scatena un urlo assordante. La piccola città delle Midland Orientali è sul tetto d’Europa. Brian Clough ha fatto il miracolo.

Prima il fiato sospeso ai Sedicesimi contro il Liverpool, campione uscente. Poi i trionfi contro AEK e Grasshopper. Infine, l’impresa di Colonia. Dopo la partita con il Malmoe, i Garibaldi - si narra che la maglia color rosso sia in onore del condottiero italiano - strappano il trofeo dalle mani di Kenny Dalglish, scrivendo una pagina di calcio sublime.

* * *
Brian Clough
L’avventura era iniziata un paio di anni prima. Dopo appena 44 giorni dall’ingaggio, Brian Clough, tifoso dell’odiato Derby County, veniva esonerato dal Leeds United e chiamato dal Nottingham Forest, a quel tempo in Seconda Divisione. A febbraio arrivano John Robertson e Martin O’Neill, la squadra viene rifondata e ringiovanita. Tra gli altri, negli anni successivi vengono ingaggiati anche Peter Shilton, Larry Loyd e Kenny Burns. Un paio di anni di assestamento e, nel 1977, arriva la promozione.

Non basta. Il sogno è appena iniziato. Il neopromosso Nottingham parte bene in First Division. Solamente Everton, Manchester City e Liverpool tengono il passo. Alla fine della stagione la classifica parla chiaro: Nottingham Forest, 64; Liverpool, 57; Everton 55. Maggior numero di vittorie, minor numero di sconfitte e miglior difesa.

I Reds sono campioni d’Inghilterra. All’inaspettato trionfo, che porta la squadra al qualificarsi per la Coppa dei Campioni dell'anno successivo, si aggiunge anche una Football League Cup vinta contro il Liverpool. La stagione successiva di First Division è meno dolce. Le 21 reti di Kenny Dalglish sono troppe e il Liverpool si laurea campione. Il Nottingham Forest chiude secondo, a -8 dalla vetta. Il sogno di Monaco di Baviera non lascia, però, spazio a delusioni.

Ancora Liverpool nella stagione 1979/80. Secondo il Manchester United. Il Nottingham Forest chiude al quinto posto dietro Ipswich Town ed Arsenal. Capocannoniere Phil Boyer del Southampton. In Coppa dei Campioni, invece, i Reds campioni uscenti amministrano bene il doppio scontro con l’Osters di Ravelli ai Sedicesimi. Agli ottavi nulla possono i romeni dell’Arges Potesti, che incassano 4 reti. A far paura è la Dinamo Berlino ai Quarti. I tedeschi della Stasi si presentano vincendo al City Ground e solo una grande prova dei ragazzi di Clough sulle rive della Sprea regala l’accesso alla Semifinale contro l’Ajax.

L’andata è in casa. Il Nottingham parte forte. L’Ajax è schiacciato nella sua area, sguarnito sugli esterni. Corner calciato sul primo palo, Robertson sfiora di testa e mette fuori tempo difesa e portiere avversari. Sul rimpallo si avventa Francis e insacca. Il City Ground è caldissimo, i lancieri sembrano fuori fase. A metà ripresa arriva il raddoppio di Robertson, su rigore. Al ritorno, all’Amsterdam Arena, l’1 a 0 dell’Ajax non è sufficiente. Il Nottingham Forest è in finale contro l’Amburgo, che nel frattempo ha spazzato via il Real Madrid.

E proprio al Bernabeu i Reds hanno l’occasione di confermarsi campioni. Clough si affida ai soliti. Shilton tra i pali. Lloyd a guidare la difesa e Anderson a spingere sulla fascia. I mediani sono McGovern e Francis. Davanti, John Robertson. I tedeschi, avendo eliminato il Real con tanta facilità, partono favoriti. Il tranquillo Clough, in panchina con indosso una tuta Adidas da antologia, non si cura dei pronostici. Sa che nel calcio contano poco, a differenza dello stanco tiro di Robertson a metà del primo tempo che porta in vantaggio i Garibaldi. Il resto è affare di Peter Shilton, vero baluardo quel giorno.
Peter Shilton
Il Nottingham Forest, che fino a tre anni prima marciva in Seconda Divisione, è di nuovo campione. Il gioco della squadra di Clough è dinamico e visionario, terribilmente attuale. La favola è completa del suo lieto fine. Lieto, ma pur sempre un finale. Perché da quella sera in poi, nulla fu più come prima. Qualche finale di Coppa d’Inghilterra vinta ed una Semifinale di Coppa Uefa persa contro l’Anderlecht.

Fino all’aprile 1989. A Hillsborough, lo stadio dello Sheffield Wednesday, è in programma la semifinale di FA Cup tra il Forest ed il Liverpool. A Sheffield accorrono migliaia di tifosi per seguire la partita. In molti arrivano in ritardo. L'assalto alla Leppings Lane, la curva destinata ai tifosi del Liverpool, è ingestibile da parte delle forze dell’ordine, in quegli anni nella morsa dell’ossesione hooligans. Il caos aumenta di secondo in secondo e prende forma la più grande tragedia sportiva inglese. Quel pomeriggio, a Hillsborough, persero la vita 96 persone. Più di 700 rimasero ferite. E’ la nebbia degli anni Ottanta e di una partita maledetta. Quel pomeriggio rese necessario il Taylor Report ed un cambiamento radicale nel calcio inglese.
 
Leppings Lane

 * * *

Quel pomeriggio segna anche l’inizio del declino dei Reds. Negli anni successivi solamente qualche piazzamento a metà classifica, la retrocessione nel 1993 e l’abbandono di Brian Clough. Sotto la guida del suo successore, Frank Clark, il Forest risale subito e in due anni è di nuovo in Coppa Uefa. Poi una nuova retrocessione ed una nuova risalita con in panchina Dave Bassett. La tremenda altalena non si arresta: ancora una serie di promozioni e retrocessioni negli anni seguenti – tra i vari allenatori, anche David Platt – fino a che, nel 2005, il Forest retrocede dopo 54 anni nella Football League One, diventando il primo club ad aver vinto la Coppa dei Campioni protagonista di una retrocessione fino alla terza divisione del proprio Paese.

Oggi alla guida dei Reds c’è Billy Davies. Davanti, il gallese Robert Earnshaw. Sugli spalti del City Ground sale ancora forte l’urlo “Forest till I die / I’m Forest till I die”. Il sogno è sempre quello: battere il Derby County. O, forse, qualcosa di più. La statua di Brian Clough, fuori dal City Ground, ha le braccia al cielo. Accenna un sorriso.

"Probabilmente c'è un equivoco, sono innocente"

(Bella presenza)

La sera che la Lazio perde -dignitosamente- con l'Inter e si fa scavalcare in classifica anche dal Livorno (dopo la sosta è servito freddo nientemeno che lo scontro diretto) ricevo dal sempre attento Giovanni Montenero e pubblico con piacere un divertente documento del passato sul presidentissimo dei cugini.
Che la storia sia vera -immagino di sì- o meno me ne importa assai poco. Questo non è giornalismo, è letteratura.
Sono gli anni dei tanti filoni di Mani Pulite, le manette ancora calde e le missive contenenti custodie cautelari pronte a partire come avvoltoi sui cadaveri. E' la triste cronaca italiana che si fa storia degli anni novanta (e viceversa), e in mezzo ai tanti arresti ci finisce anche un "giovane imprenditore di 35 anni, di bella presenza, pistola regolarmente denunciata nella fondina, telefonino, una Thema metallizzata al seguito, sempre elegante: Claudio Lotito, fidanzato con una delle figlie del costruttore Giovanni Mezzaroma".
E' una storia di appalti miliardari, di turbative d'asta e di violazioni di segreti d'ufficio, ma è soprattutto un'occasione per vedere la foto di un Lotito d'antan, e riderci un po' su. Come sempre, d'altronde.

sabato 19 dicembre 2009

Esquina Blaugrana

"Mas que con el pecho, con el corazon!"

Domani segna Balbo su assist di Fonseca


(La metà della coppia dei nostri sogni. Grazie per la foto)

Domenica si gioca Roma-Parma, e allo stadio (sempre se il treno di Gulunoglu arriva in tempo) ci aspettano i nostri vicini con il panettone, lo spumante e le pastarelle. Le pastarelle della domenica, appunto, per festeggiare a modo nostro un altro anno passato insieme, versando lacrime di Borghetti ad ogni gol (sbagliato), e soprattutto per festeggiare il fatto in sè stesso di essere lì allo stadio, tutti insieme, un Natale in più. Perchè (anche) il Natale, allo stadio, è più bello.

Domenica si gioca Roma-Parma e la mia memoria, da sola, fa brutti scherzi. E' che la memoria, da un lato, rimpiazza la storia con il mito, facendoci passare per visione permanente quelli che sono stati solo brevi momenti di felicità; dall'altro, confonde gli anni, i personaggi, sfalsa il tempo, come in un sogno o in un collage, inventando delle partite che non sono mai esistite, facendo segnare nello stesso incontro calciatori che hanno segnato ad anni di distanza, oppure non hanno mai segnato proprio.

Domenica si gioca Roma-Parma e potrei giurare che una delle prime volte che andai allo stadio, con mio padre, fu un pareggio per 1-1, con i gol di Balbo nel primo tempo e il pareggio di Minotti -su punizione- nella ripresa. Potrei giurarlo, e invece mi faccio un giro dove c'è chi (che Dio lo benedica!) raccoglie la nostra memoria storica, e mi accorgo che solo metà della storia è vera, la metà giallorossa, la metà che mi piace. Il gol di Minotti, addirittura così ben scolpito nella mia memoria (una gran botta su punizione, di sinistro, di seconda), me lo sono completamente inventato, come in un sogno. Per fortuna.

Domenica si gioca Roma-Parma ed è vero che al tempo di quella partita -stagione 94-95- ero ancora agli albori della mia frequentazione dello stadio. Andavamo con mio padre in tribuna Tevere laterale e salire le scale e affacciarsi e vedere il manto verde significava -come continua a significare tutt'ora, peraltro- una grande emozione. Era l'ultimo spettacolare Parma di Nevio Scala, ma soprattutto era la Roma di Mazzone, della maglietta acetata asics con lo sponsor Nuova Tirrena e i laccetti sul collo (per inciso, l'ultima casacca della Roma che mi sia mai comprato), del primo gol in Serie A di Francesco Totti, dello 0-3 nel derby Balbo-Fonseca-Cappioli dato in diretta televisiva e visto per terra in camera mia sdraiato sulla moquette. Ma più di ogni altra cosa, era l'epoca d'oro di Balbo e Fonseca, la coppia mitologica (un unico animale fantastico: Balbofonseca) della mia infanzia giallorossa.

Quella Roma, che pure raggiungeva sempre dei dignitosi piazzamenti di quasi-vertice in campionato, tecnicamente non era niente di che. L'indimenticato Cervone tra i pali ci regalava interventi prodigiosi e barriere mal disposte; Aldair, Lanna e Petruzzi, trio di grande cuore, non facevano filtrare un pallone e, quando serviva, lo sparavano in tribuna; Carboni e Moriero correvano su e giù per la fascia, e soprattutto il secondo non capiva mai quando doveva sovrapporsi e quando invece doveva tagliare in area; Cappioli e Statuto (che gran giocatore Statuto, che peccato non abbia avuto la carriera che si meritava!) guardavano le spalle al Principe Giannini, che ancorchè in fase calante con il suo carisma guidava con grande eleganza l'intero centrocampo; e davanti, mentre il Pupone cresceva nei ritagli di partita, Abel Eduardo Balbo e Daniel Fonseca formavano la coppia d'attacco meglio assortita dell'intero campionato, che dico, di tutta l'Europa.

Balbo e Fonseca davano senso a tante estati di calciomercato e pronostici vissute sui giornali sportivi sotto l'ombrellone. Anche se si parlava solo di Milan, Juve e Inter, in ogni classifica delle coppie più pericolose comparivano sempre loro, il vero orgoglio di una squadra semplice e gagliarda. La spilla da appuntarmi sul petto in tante discussioni sul bagnasciuga, il vessillo da brandire in tante partitelle con gli amici, con gli asciugamani a fare da pali, le telecronache in tempo reale e ognuno che si sceglieva un giocatore. Io ero sempre Balbo, e accanto a me un Fonseca si trovava sempre. Uno uruguaiano, l'altro argentino; uno funambolo, l'altro predatore; uno fantasioso, l'altro concreto; uno allegro, l'altro serio; uno inventava, l'altro segnava. I gemelli del gol erano il riscatto per noialtri aficionados di squadre sfortunate, che vincevano poco e ancora meno spazio trovavano in televisione. Balbo e Fonseca, ora lo so, non erano un sogno, ma pomeriggi di vita vera; e non erano solo dei brevi momenti di felicità, ma un mito che non sbiadirà mai nella mia memoria.

Domenica si gioca Roma-Parma e spero finisca come in quell'assolato sabato di aprile di quindici anni fa (sic!). La Roma regge bene il campo, la difesa è solida, il centrocampo senza sbavature, gli schemi semplici e immediati, le ali si sovrappongono, quando serve ripiegano a fare la diagonale, il regista detta i tempi, gli attaccanti vengono a prendersi la palla oppure scattano in profondità. Un calcio schietto, una squadra decisa, fatta di corsa, coraggio e determinazione. Dopo una fase iniziale di studio, la compagine giallorossa prende in mano la partita, inizia a premere sulle fasce, i ducali soffrono. Poi, al minuto 23 -i miei occhi incollati al campo- Fonseca rivece palla sulla destra, la stoppa a seguire, avanza qualche metro, punta il suo diretto avversario, lo salta con un paio di bei dribbling, scatta e raggiunge il fondo, da dove fa partire un bel cross a mezz'altezza verso il primo palo, dove Balbo si era appostato con un movimento felino a spiazzare il marcatore, si mette davanti, anticipa tutti con il destro -un tocco furbo e felpato- fa gonfiare la rete, fa esplodere lo stadio, mi fa abbracciare mio padre. E' il gol che decide la partita (uno a zero, nel calcio non serve altro), perchè Minotti pareggerà solo nella mia memoria.

Domani Balbo e Fonseca non ci saranno, ma ci saremo noi con tutti i nostri ricordi, e tra un brindisi e una fetta di panettone celebreremo anche le loro gesta, perchè se domani saremo lì lo dobbiamo anche a quel gol che Balbo e Fonseca confezionarono quindici anni fa, quando andavamo allo stadio per vederli giocare, e poterne parlare il giorno dopo a scuola, durante l'ora di educazione tecnica.

giovedì 17 dicembre 2009

I saltelli,Balotelli e il razzismo che non c'è.......

In data 24 Novembre 2009 la Juventus football club, viene multata di euro 20.000 con la seguente motivazione"I sostenitori Juventini in quattro volte nel corso della gara,hanno rivolto cori insultanti e incitanti alla violenza nei confronti di un calciatore tesserato per un altra società". Il coro rivolto è l'ormai strafamoso "Se saltelli muore Balotelli"il giudice sportivo(come giusto che sia) non fa accenno al razzismo,il resto del paese però si ritiene indignato per "L'ennesimo caso di razzismo nel nostro calcio". Augurare la morte,per carità,è un qualcosa di decisamente deplorevole,ma da quando il gioco del calcio è approdato in Italia,uno dei cori più in voga per i giocatori momentaneamente infortunati è "Devi morire",sgradevole certo.... ma il razzismo dove sta?? Va di moda in questo periodo, trovare il marcio dove effettivamente il marcio non c'è. Mario Balotelli è un calciatore tanto straordinario quanto irritante ed è preso di mira da tutti, certamente non per il colore della pelle(non nego che sia successo in determinate occasioni) ma per il suo modo di fare strafottente.Balotelli è perfettamente a conoscenza del fatto che fischi e cori sono causati esclusivamente per il suo modo di fare. Ovviamente a ricamare su questo episodio sono i media assetati del più becero buonismo. Se al posto di Balotelli, fosse stato intonato il nome di Lucarelli,Birindelli o magari del Grande ex Brescia Piovanelli la multa non sarebbe arrivata. Il coro anti Balotelli torna puntuale il Giorno di Juventus-Inter a partire dalle 19 e 30.Subito le televisioni sottolineano "L'odioso" coro......escono agenzie su agenzie e durante la partita,i telecronisti commentano con sdegno i fischi(e sottolineo normalissimi fischi)rivolti giocatore interista. Il razzismo(per quel che riguarda il calcio) in Italia lo ricordo nei Confronti di Rosenthal(giocatore Israeliano) quando una parte della tifoseria dell'Udinese impedì l'acquisto, lo ricordo a Treviso quando scese in capo il nigeriano Omolade(divertente la risposta dei compagni che la settimana seguente scesero in campo con la faccia dipinta di nero),mi ricordo qualche manichino nero impiccato qua e la per lo stivale. Per quale motivo trovare il razzismo anche quando non è presente?perchè i cori a Balotelli sono "Odiosi" e quelli a Cassano no?? La colpa come gia detto è dei media,ormai non solo contro un razzismo che molte volte non esiste ma anche a favore del fair play più stucchevole. Nella stessa giornata ho sentito un noto "Opinionista" sportivo etichettare i 10mila tifosi del Bari presenti all'olimpico come dei "Bastardi" avendo a suo dire la colpa di non aver applaudito l'uscita di Totti,ma che calcio vogliono??,quello dei puffi?dove tutti puffiamo allegramente insieme allo stadio??non si può neanche fischiare un calciatore avversario dopo che ti ha infilato 3 volte?? Mi mancano eroi del calibro di Pasquale Bruno,che forse in soli due minuti avrebbero fatto capire ad uno come Balotelli come ci si deve comportare. I giocatori oggi sono sempre più effemminati,nella giornata dei cori a Balotelli vengono squalificati Cruz e Rinaudo con la seguente motivazione"Cruz morsicava il braccio del giocatore del Napoli Rinaudo che a sua volta tirava i capelli dell'avversario e contestualmente lo colpiva con un energica manata al capo". Tu mi mordi,io ti tiro i capelli,la prossima settimana cosa devo aspettarmi???una borsettata di Tiribocchi a Mingazzini? ieri notte ho avuto un incubo,in campo giocavano 22 Le Grottaglie,sugli spalti tifoserie miste e l'inquietante presenza delle sempre più invocate "Famiglie allo stadio",le risse in campo si limitavano a qualche graffio,applausi scroscianti a priori a qualunque giocatore di colore o comunque appartenente ad una qualsivoglia minoranza per farlo sentire a proprio agio,cori di sostegno e rispetto per la squadra avversaria,ogni 5 minuti lo stadio effettuava un ola,durante l'intervallo la canzone dei mondiali dei Pooh cantata a squarciagola da tutti. Mi sono svegliato sudato ed agitato,ho acceso il televisore e ho visto la pallonata di Lavezzi ad Allegri,la lite tra Panucci e Preziosi mi sono rivenute in mente svariate entrate assassine di Pasquale Bruno e Taribo West,Gaucci che da del figlio di mignotta a Matarrese,Edmundo che scappa al carnevale di Rio , Mazzone che corre come Husain Bolt sotto la curva Atalantina dopo il pareggio del suo Brescia,i pesanti cori reciproci durante Napoli-Verona,gli striscioni dei tifosi leccesi su Cassano,le tensioni in campo e sulle tribune durante Livorno-Lazio.....ho ripensato a tutto questo...agonismo e non teppismo, rivalità e non inciviltà o razzismo,questo è il calcio che voglio,quello con cui sono cresciuto,quello che non deve scomparire per colpa di 4 pupazzi che si fanno belli lanciando slogan da famiglia cuore in televisione e sui giornali, racimolando consensi solo da persone che allo stadio o non ci vanno o se ci vanno, lo fanno una o due volte l'anno.No, il politically corect non deve e non può vincere a priori.....io la penso così e probabilmente, visto il suo modo di fare, la pensa come me anche il buon Mario Barwuah Balotelli.

giovedì 10 dicembre 2009

Quando le settimane iniziavano con Settimana Gol


(io voglio solo vedere i gol, maledetti)

Uno dei pochi punti fermi che mi accompagna nella vita è la consapevolezza che le cose che mi piacciono e/o che funzionano sono destinate a durare poco e a venir rimpiazzate da innovazioni che tradiscono completamente lo spirito iniziale. La spiegazione sono solito darla nel mio rapporto con il concetto di pubblico medio, un rapporto che sfocia nell'indifferenza quando non nell'incompatibilità completa. Essendo io un conservatore e un ragazzo alla mano sono solito apprezzare le cose semplici, curate, con una precisa identità. Alla gente piacciono invece le cazzate, le borate, i comici, i commentatori simpatici a tutti i costi, i frizzi e i lazzi. Un esempio di quanto dico può ritrovarsi nell'evoluzione del programma settimanale che Sky (già Tele+) dedica alla rassegna del fine settimana di calcio internazionale, un tempo ambito e atteso momento del lunedì sera, oggi spazzatura televisiva.
Non voglio diventare nostalgico a furia di fare sempre amarcord però quando eravamo piccoli c'era Settimana Gol condotto da Mino Taveri, in cui Josè Altafini faceva l'opinionista e, a partire da un certo momento, curava l'appendice tropicalista sul calcio sudamericano in cui ogni volta consigliava ("ammisci!") agli italiani di aprire una scuola di portieri in Brasile, oppure, tra un golasso e l'altro, ci insegnava cosa voleva dire fare un "gol del espiritu" (quando si segna dalla linea di fondo, che la palla per entrare ha bisogno dell'aiuto degli spiriti). Settimana Gol era un programma bellissimo, competente, serio ma non serioso come il suo conduttore brindisino, in cui potevamo riccamente appagare la nostra fame di calcio estero; all'epoca non davano tante partite straniere in pay tv il fine settimana, solo le più importanti, non fosse altro perchè c'era un solo canale dedicato allo sport, nè c'erano molti telegiornali sportivi, e youtube non esisteva, dunque Settimana Gol era l'ultimo, quando non l'unico treno per vedere cosa era successo in giro per l'Europa. In quest'atmosfera un po' oracolare ci attendevano le carrellate dei gol dei vari campionati, inframezzate dai servizi di grande mentalità ad esempio del grande Nicola Roggero, e poco altro. Insomma, per anni Settimana Gol è stata la nostra Bibbia di campionati stranieri, un modo per conoscere l'Europa calcistica seduti comodamente in salotto, un po' come lo fu il pionieristico "Football Please" di Michele Plastino per i romani negli anni ottanta.
Io lo stimavo Mino Taveri ed infatti, dopo il restyling che la rete fece nel 1997 (Tele+ 1 e 2 diventarono Tele+ bianco e nero mi pare, poi parte del contenuto iniziò a spostarsi sul neonato satellite), si inventò un'altra rubrica bellissima, questa volta soprattutto di approfondimento di calcio italiano, che si chiamava Zona. Per chi non ha vissuto e non si ricorda quei giorni, dico solo che il primo anno del programma ad accompagnare Mino Taveri in trasmissione c'era Carmelo Bene che parlava di calcio, e ho detto tutto.
Il testimone di Settimana Gol fu raccolto da Mondo Gol nel 2003, in seguito alla sparizione di Tele+ e alla nascita di Sky. Il programma condotto da Fabio Caressa appartiene alla cronaca più che alla memoria, eppure qualcosa merita di essere ricordato. In particolare, quando iniziò Mondo Gol non era affatto male perchè coniugava approfondimento e competenza (qualità necessarie a qualsiasi trasmissione di nicchia) con un'atmosfera sciolta e ironica, come testimoniava la Top Five Horror, divertente rubrica finale dedicata alle "cinque schifezze della settimana". All'epoca Caressa era ancora un bravo ragazzo e un bravo conduttore, simpatico e non troppo sfacciato, e con un discreto senso dell'umorismo romano. Ancora non aveva vinto il Mondiale, ancora non si era fatto risucchiare dal suo personaggio, ancora non aveva sbracato. Il programma mi sembrava quindi l'onesto erede di Settimana Gol, non fosse altro perchè si occupava di calcio internazionale, e anche perchè la sua formula non era particolarmente cambiata, visto che tra i gol di un campionato e l'altro i vari Roggero, Nucera, Trevisani introducevano con le loro schede qualche nuovo giocatore, analizzavano i momenti di qualche squadra, e i conduttori facevano la rassegna stampa coi giornali esteri. Insomma lo spirito originario del programma era più o meno conservato. Poi pian piano tutto è degradato a cabaret perchè, da un lato, l'esigenza di cronaca delle partite estere è venuta meno, visto la loro copertura integrale durante il fine settimana e la nascita di programmi alternativi come l'asettico Euro Calcio Show; dall'altro, perchè Caressa ha iniziato a considerare lo studio come un'appendice del salotto di casa sua, tanto che si è fatto affiancare in conduzione dal vecchio amico Stefano De Grandis, con il quale ha iniziato a sfoggiare un umorismo medio da cine-panettone. E così si è dato sempre meno spazio al calcio, per perdersi in tanti rivoli inutili, rubriche e sotto-rubriche alla Mai dire Gol dei poveri. Anche le trovate umoristiche dei due conduttori, all'inizio -a volte- simpatiche, si sono mestamente accomodate sul canone della ripetizione e dell'auto-referenzialità. Esperimento persino peggiore fu quello di invitare come ospite in trasmissione qualche giocatore italiano, non proprio dei personaggi brillanti. Confesso di non aver più seguito il programma per quasi due anni. Tuttavia, quest'anno ho ricominciato, per rendermi conto che il peggio non aveva ancora trovato fine. Il calcio è diventato un aspetto marginale, i servizi di approfondimento sono stati soppressi, le rassegne stampa pure, i due conduttori gigioneggiano senza freni e paiono perennemente scocciati. Addirittura, in pieno horror vacui, asse del programma sono diventati i collegamenti esterni con un sedicente comico calabrese con un parrucchino biondo e la valigetta, che non so chi sia e non riesco a vederlo perchè mi fa sentire male per la pena che provo per lui e la sua famiglia.
Qualcuno dirà che è quello che ci meritiamo, i comici dico. Sono dappertutto. Sky ormai ha quattro milioni di abbonati e tutti i programmi devono essere dei prodotti ben vendibili. Io capisco di non essere il pubblico medio, ma fa male vedere che fuori dalla nicchia c'è solo desolazione. Non chiedo un epigono di Carmelo Bene in trasmissione (anche perchè non ce ne sono in rerum natura) nè di essere aggiornato sullo stato dei portieri in Brasile, chiedo solo di sopprimere il comico, le rubriche sceme, l'ilarità dozzinale e l'atteggiamento supponente di Caressa e De Grandis, e di tornare ai fasti del minimalismo di Taveri e Altafini, di Roggero e di Nucera, quando il lunedì sera si parlava di calcio, e solo di calcio, e a divertirmi bastavano i "che gollasso ammisci..".

domenica 6 dicembre 2009

Due atti della stessa tragedia

Sarò brevissimo. Mi piacerebbe parlare -come al solito il sabato- della giornata calcistica europea appena vissuta, e invece preferisco porre l'attenzione sui discutibili comportamenti in campo di due giovani star del pallone, testimonianza della vacuità in cui sta sprofondando il nostro amato mondo del futbol.

Il primo episodio riguarda Cristiano Ronaldo detto CR9, dove 9 sta per gli anni che dimostra. In serata, il Real Madrid ha vinto 4 a 2 contro l'Almerìa. Partita stramba: nel primo tempo dominio dei blancos, che vanno in vantaggio con Sergio Ramos; nella ripresa però gli andalusi ribaltano a sorpresa il risultato (1-2), finchè, nel finale, le merengues ristabiliscono la gerarchia con tre gol in dieci minuti. Cosa fa Ronaldo in tutto questo? Sul 2-2, a dieci minuti dalla fine, nel momento più concitato e drammatico dell'incontro, simula un fallo da rigore franando sul povero Diego Alves -il portiere dell'Almerìa- in coraggiosa e tempestiva uscita. Rigore che, ovviamente, viene concesso. CR9 va sul dischetto con le sue sopracciglia ritoccate ma si fa parare il rigore da Diego Alves; tuttavia, sulla respinta del portiere Benzema è il più lesto di tutti e mette dentro il tap-in vincente. A quel punto Ronaldo non va ad esultare con il compagno, non si unisce al resto della squadra che festeggia il gol-liberazione, ma il suo narcisismo lo inchioda in aria di rigore, con la faccia sconsolata, intento a rimpiangere di non aver segnato lui quel gol così ben ritrasmesso in mondovisione. Ma il bello (meglio, il brutto) deve ancora arrivare. A cinque minuti dalla fine, prima sigla il 4-2 per il Real, facendosi ammonire per essersi inutilmente tolto la maglietta nell'esultanza, giusto per mostrare al mondo i suoi addominali scolpiti (ma anche il pubblico femminile paga..); poi, con l'Almerìa annichilito, Ronaldo prende palla sulla fascia e -dopo aver simulato il rigore decisivo- non trova niente di meglio che mettersi a fare lo sbruffone con gli avversari (tra cui il mitico Santi Acasiete, orgoglio indio), in un trionfo di inutili elastici, doppi passi, tacchetti, fintuzze e minchiate varie, finchè un padre di famiglia dell'Almerìa non si stufa e glielo fa capire con un buffetto. CR9 -9 come gli anni che dimostra- si vendica con un bel calcione a palla lontana, che gli costa l'espulsione e la squalifica nel big-match della prossima giornata a Valencia (una delle sole tre partite serie della Liga). Fossi stato Florentino Pèrez, sarei sceso negli spogliatoi, l'avrei preso a calci nel culo con i miei pregiati mocassini con le nappette e l'avrei multato con un mese di stipendio non pagato (somma peraltro equivalente al prodotto interno lordo di un qualsiasi stato dell'Africa equatoriale).

Il secondo episodio riguarda Mario Balotelli. So che nel blog si annidano suoi ammiratori, ma qui non si discutono le sue qualità tecniche. Qui si discute la sua immaturità. Ok, concediamogli tutte le attenuanti del caso: una vigilia nervosa, un ambiente ostile, un'accoglienza con una bordata di fischi ad ogni palla toccata. Il ragazzo -elementare Watson- non sarà tranquillissimo. Ma allora -dico io- perchè andarsi a cercare sempre rogna con quegli atteggiamenti così irritanti, simulando un fallo ad ogni caduta, rimbrottando l'avversario ad ogni contatto, legittimando così anche la naturale antipatia dello stadio nemico? Perchè Balotelli non si limita a giocare a pallone, visto che lo sa fare e anche bene, e invece perde tempo ad attaccare briga con chiunque gli passi a tiro? La scenata della sua simulazione dopo la gomitata di Felipe Melo -gomitata che c'è stata, ma non sul volto- è riuscita a far perdere le staffe anche a Gigi Buffon, il personaggio più tranquillo del calcio italiano. Non ci sorprendiamo poi se a perdere le staffe sono le maestranze del tifo.

In conclusione, gli episodi di Cristiano Ronaldo e Mario Balotelli mi paiono due atti della stessa tragedia perchè rappresentano la deriva volgare, narcisistica e auto-lesionista del calcio attuale. Un calcio sempre più simile a Hollywood, dove contano le star, dove contano i quattrini, dove conta vendere il prodotto. Un calcio-gossip forgiato sulle sembianze di giovani e fragili eroi dati morbosamente in pasto al tritacarne mediatico, come se fosse l'equivalente calcistico dei processi di Garlasco o di Perugia. Un calcio privo ormai di passione, fango e dignità, ma con molti palchi riservati agli sponsor. Un calcio che per vivere -per vendere- ha stretto un patto con il diavolo delle televisioni commerciali, degli sponsor, del merchandising, entità le quali, a loro volta, per vivere -per vendere- hanno bisogno che in cambio il calcio gli fornisca dei miti pronti all'uso, dei personaggi da mettere in vetrina, nomi (meglio ancora se sigle..) alla moda sulle magliette, facce patinate sui cartelloni, idoli da consumare modello fast-food. Voglio essere assolutorio: Ronaldo e Balotelli sono vittime di questo sistema: non è colpa loro se a 18 anni -quando i nostri problemi "normali" erano uscire con quella figa-ma-non-troppo dell'altra sezione ed essere ammessi alla Maturità- gli hanno messo in mano, per aver venduto l'anima al diavolo (attraverso l'interessata interposizione della società), una marea di soldi, la fama, le auto di grossa cilindrata, le mignotte, i giapponesi che quando scendi dall'aereo ti saltano addosso. Non possono essere ragazzi equilibrati, non lo si può pretendere. Ma se non possiamo pretendere che CR9 non prenda per il culo e poi a calci gli avversari, e che Balotelli non trasformi ogni contatto di gioco in una provocazione, possiamo sì ribellarci di fronte ad uno spettacolo del genere, e spegnere la televisione ogni volta che questo scempio del calcio ci viene ripetuto in mille replay, ogni volta che ci viene mostrata la pubblicità dello shampoo anti-forfora di CR9, ogni volta che il politico di turno ci ricorda che Balotelli dovrebbe essere portato al Mondiale "per principio" (scambiando così la nazionale con il Ministero per le Pari Opportunità..), ogni volta che Juve e Inter giocano la partita più brutta e noiosa e spezzettata dell'anno. Non solo possiamo ribellarci, ma dobbiamo kantianamente farlo, come imperativo morale, perchè questo non è il calcio che ci piace, non è il calcio per cui versare le nostre lacrime, e di tanto in tanto è sano mandare tutti a quel paese e riprenderci il nostro tempo, magari per fare una lunga passeggiata al parco con il cane, per andare al cinema a vedere  "Il mio amico Eric" con la figa-ma-non-troppo dell'altra sezione, o semplicemente per andarci a bere un Negroni al Doney Bar di Via Veneto e così farci raccontare "di quello di Canale5", che se di gossip dobbiamo morire, che almeno sia divertente.

venerdì 4 dicembre 2009

Roma - Basilea


Pur non essendo tifoso giallorosso, mi sento di dover dare un pò di voti. Da esterno.

Baptista, 4: l'impressione che per la Roma i troppi impegni, tra cui quello europeo, non siano sostenibili, c'è. Credo che giocatori come la Bestia siano la principale causa di questa sensazione. Mi sembra che il brasiliano sia ben lontano dagli automantismi della squadra: proprio lui che dovrebbe essere un valore aggiunto.

Ranieri, 7: checchè ne chiediate le dimissioni, il Mister sta facendo il suo. In europa va avanti e in campionato oramai ha messo a posto le cose. Sinceramente, non mi aspettavo tanto. Specie se si ricorda la situazione in cui iniziò a lavorare. Bene che stia investendo su Menez.

Il numero in area di Taddei nel secondo tempo, 10 con lode: da stropicciarsi gli occhi.

L'azione del secondo gol, 8: a noi il calcio piace così. Che capolavoro la palla di De Rossi.

Mexes, 6: in realtà dovrebbe essere un 4 perchè la Roma prende SEMPRE gol. Tuttavia, è ancora un piacere vedere un difensore che va al contrasto (specie quelli aerei) con tanta determinazione.

Pizarro, 7: la vera anima in questi periodi di vacche magre.

Pradè, 8: per una volta io un bel voto glielo voglio dare. Cavolo, di errori ne avrà fatti, ma almeno quest'anno dal nulla è spuntato un gran portiere.
(Se poi mi dite che Sergio non è roba che viene da lui, torniamo di corsa al voto 2 per il ds meno amato da Lacrime di Borghetti).

Chiudo con qualche domanda:
- non trovate che il Basilea si sia rivelata gran squadra?; e poi
- In telecronaca accennavano al fatto che il Basilea è una succursale del calcio tedesco (in particolare, del Bayern). Ne sapete qualcosa?

ps: Nesat, l'ultima domanda era per te.
pps: so che su Pradè mi metterete in croce. Amen, adoro provocarvi.

giovedì 3 dicembre 2009

NOTIZIE DAL CAMPO

Non posso che abbandonarmi alla cronaca di ciò che sto vedendo: Europa League, Rapid Vienna Athletic Bilbao: parziale di 0 -2 al 63'.
Il match è stato attualmente sospeso per l'ingresso in campo di una ventina di tifosi austriaci furiosi contro l'arbitraggio. Da notare un'ottima partita condita da una doppietta di Llorente che spero di vedere spesso in Italia. L'Austria Vienna si limita alle invenzioni di Azimovic, e nulla più.
I "celerini" austriaci sono scicchissimi ed impeccabili in alte uniformi da gran serata.
L'altoparlante che strilla in tedesco sembra la sirena di un lager.
Sia messo a verbale che gli ultras viennesi sembrano delle mammolette, e secondo me in Italia sarebbero al massimo un roma club in monte mario.
Vi tengo aggiornati circa eventuali ulteriori graditissime interruzioni.

Il colombiano triste

Anno 1995. La squadra ducale, ai tempi vera pioniera in materia di acquisti ad effetto, cerca una squadra a cui dare in prestito un presunto fenomeno dell'area di rigore in cerca di conferma.
Quest'ultimo risponde al nome di FREDDY EUSEBIO VALENCIA RINCON, colombiano di Buenaventura.
E dove poteva trovare spazio questo personaggio meraviglioso se non all'ombra del Vesuvio? Deve esistere - e io ci credo ed allo stesso tempo spero tantissimo - una sorta di alchimia che porta i personaggi più curiosi e controversi del calcio a Napoli. La domanda da farsi sarebbe forse se è la città partenopea a scatenare nubi astrali sui suoi giocatori o viceversa.
Fatte le dovute premesse, veniamo ai fatti. Il nostro Rincon (il nome è già tutto un programma) arriva per l'appunto a Napoli per giocare come punta. L'inizio stagione non è dei migliori, il Napoli è a pezzi, il pubblico fischia. Fortuna volle che in corso di stagione subentrò in panchina una legenda del calcio: Boskov.
L'idea è della migliori, il colombiano viene arretrato di alcuni metri e posizionato in mediana.
Chiuderà la stagione con 7 reti, una in più del condor Agostini e quasi il doppio di quelle di Benni Carbone.
Per chi non ha avuto la fortuna di vederlo la sua era la classe di quei giocatori dotati del tasto "rallenty": passo felpato e compassato, sguardo calmo e senza cattiveria. Insomma, per la prima volta si vide la moviola in campo.
Purtroppo è costretto a lasciare Napoli dove - come ti sbagli! - era ormai uno di casa e, ovviamente in lacrime, partiva per una nuova tappa della sua gloriosa carriera.
La storia narra che tornato alla corte di Tanzi non si fermò nella città ducale, bensì per motivi ancora meno chiari di quelli che lo avevano portato in Italia, finiva a giocare nel Real Madrid di Laudrup, Hierro e Luis Enrique.
Io, come al solito affascinato da queste meteore tutte pulcinella e pizza dal cuore d'oro ne ho un fervido ricordo fatto di corse compassate, doppiette alla Lazio di Zeman, pianti in ginocchio sotto la Curva B.
Qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi il perché, all'ombra del Vulcano più famoso del mondo, il calcio diviene sempre poesia, isteria di massa, passione sfrenata e sregolatezza.
Secondo me noi altri fondatori delle lacrime più saporite di Italia dobbiamo a breve organizzare un pellegrinaggio al S. Paolo, per poter risolvere, novelli Pieri Angela, questi ed altri immensi problemi.
Mi faccio capocordata di tale proposta, forte dei miei agganci camorristici e non in loco.

mercoledì 2 dicembre 2009

Quei venerdì sera di Bundesliga

            (Il fascino discreto della Bundesliga)

Lo dirò senza girarci intorno: il campionato europeo di riferimento della mia infanzia è stato senz'altro la Bundesliga. Il muro era appena caduto ed i primi anni novanta hanno per me il marchio indelebile degli anticipi del venerdì sera su Tele+2 (quella con il logo verde). Quella del venerdì, a cavallo tra le elementari e la scuola media, era per me la serata più attesa: approfittando della solitudine domestica, potevo abbandonare le cene in cucina (dove c'era solo una vecchia televisione in bianco e nero, con tre o quattro canali generalisti, buona solo per gustarsi il Karaoke di Fiorello, oltre alla filippina che parlava sempre al telefono) e mangiare in salotto, in santa pace, mentre a Bochum, a Dusseldorf o a Leverkusen nevicava, e un giovane Fabio Caressa mi conduceva per mano nel campionato teutonico. Qualcuno perdonerà la scarsa accuratezza filologica (ricordare il passato è come immergersi in un sogno, le coordinate spazio-temporali si sfumano), ma voglio ricordare -in ordine sparso e senza pretese di esaustività- alcuni dei protagonisti della mia infanzia di Bundesliga, secondo Gulunoglu tutt'ora il più bel campionato europeo, "perchè non si vede mai una partita brutta".


La mia squadra favorita, quella per cui tifavo, per motivi a me ignoti -come sono d'altronde sempre ignote le ragioni del tifo- era il Borussia Mönchengladbach. Nessuno sano di mente tiferebbe mai per una squadra di cui non sa nè scrivere nè pronunciare correttamente il nome, eppure a me quell'insolita e très chic casacca a righe nere e verdi mi aveva conquistato. Nella Roma erano gli anni del Principe Giannini e ritrovavo nel numero otto della squadra renana, l'elegantissimo Karlheinz Pflipsen, un altro regista di cui innamorarmi. Non ho mai capito perchè Plipsen non abbia fatto una grande carriera, condannato all'incomprensione come tanti altri illustri geometri del centrocampo, che avrebbero meritato molto di più (penso, in Italia, a Peppiniello Scienza e Sergio Volpi). Terzino destro -e qui la mia memoria deve fare un vero scatto di reni- era Thomas Kastenmaier, vero carneade del pallone, che però mi è rimasto impresso per via della sua faccia quadrata  (vero topos estetico tedesco) e della sua attitudine stentorea. Davanti il M'gladbach aveva due perle: Michael Sternkopf, un boro col codino che faceva la seconda punta, e l'enorme svedese Martin Dahlin, che a Roma si segnalò solo per lanciare Balbo in contropiede in trasferta a Vicenza, ma in Germania lasciò il segno. Quando Dahlin andò alla Roma il suo posto fu preso dall'ottimo Heiko Hellrich, che mi pare fu addirittura capocannoniere, tanto che poi finì al Dortmund (peraltro al povero Heiko, quando giocava in Westfalia, fu diagnosticato anche un tumore). Inutile dire che il Borussia M'gladbach non vinceva mai niente, e probabilmente fu questa sua propensione alla sofferenza che mi avvicinò alla squadra nero-verde.


Il Borussia che vinceva era un altro ed era quello di Dortmund. La maglietta giallo fosforescente è per me quella indossata da Ibrahim Tanko, un sellerone africano che faceva l'esterno d'attacco e non segnava mai, e nonostante ciò con il mio amico Giovanni lo compravamo sempre a Championship Manager (perchè era uno dei pochi sempre keen on the move anche nelle nostre squadre sfigate). Devo aprire una parentesi. In anni pre-Bosman, almeno per me gran parte del fascino della Bundesliga consisteva nell'albergare tutta una serie di stranieri squallidi che, al contrario, non erano ospiti graditi negli anni d'oro della serie A. In particolare giocavano in Germania tutta una serie di buffi africani -merce esotica in Italia, dove ancora ne arrivavano pochi, scavalcati in gran numero dai sudamericani- e di strambi calciatori dell'est e del nord europa, che magari erano tedeschi dell'ex DDR però a me sembravano così diversi dal glamour della serie A, sembravano personaggi legnosissimi usciti dall'Ispettore Derrick. Ibrahim Tanko era uno di questi, perchè mai uno come Tanko avrebbe trovato posto in Italia. A fargli compagnia in attacco c'erano lo svizzero Chapuisat (che Caressa ribattezzò Chappi Chapuisat, manco fosse un cane) e l'eterna promessa Lars Ricken, in teoria un fenomeno, in pratica no.


C'era un altro tridente d'attacco di cui ero un gran sostenitore ed era quello dello Stoccarda composto dal brasiliano Giovane Elber, dal tedesco Fredi Bobic e dal bulgaro Krassimir Balakov. I tre erano davvero ben assortiti: Elber -che poi farà carriera al Bayern di Monaco- possedeva un tocco raffinato ed un innato senso del gol; Bobic le prendeva tutte di testa ed era un eccellente rapinatore dell'area piccola; Balakov -che con i capelli lunghi assomigliava a Riccardo Cocciante- era piccolino e talentuosissimo, come dimostrò anche nell'indimenticabile mondiale di USA '94. Concorrente di Bobic per il titolo di bomber tedesco era il geniale Martin Max, prima punta del Monaco 1860, i cui baffetti mi sono rimasti impressi più dei suoi gol.


Altra squadra che seguivo con passione era il Bayer Leverkusen capitanato da Ulf Kirsten. Ecco, uno  come Kirsten è per me il prototipo del centravanti figo, il vero capitano che ci metteva sempre testa, gambe e cuore, vero marpione dell'aria di rigore, ultimo della gloriosa stirpe di bomber teutonici fatti come si deve (penso a Rumenigge, Muller, Voeller, Riedle..). Non so come ma Kirsten vinceva sempre la classifica cannonieri. Ma il vero protagonista della squadra era il leggendario Paulo Sergio, reso leggenda dal solito Caressa con la sua arci-nota telecronaca del magnifico gol del brasiliano, che si portò la palla avanti col tacco e poi segnò di sinistro (ancora rimbomba nella mia testa quel caressiano "Paaaauuuuloooo Seeeeergio". Mi piace pensare che da lì iniziò l'ascesa dello speaker romano). Infatti quando poi arrivò alla Roma ero molto contento, e nonostante odiassi le sue interviste in cui terminava sempre dicendo "no so' au siento po siento", ho di lui un bellissimo ricordo anche in maglia giallorossa.


Un altro mito di quei venerdì sera era Anthony Yeboah, stella dell'Eintracht di Francoforte. All'epoca mi sembrava un super-uomo, effettivamente era di un altro pianeta; ormai invece, nell'inflazione attuale di calciatori africani, si è persa questa visione nietzschana del fuoriclasse dalla pelle d'ebano (l'ultimo probabilmente fu George Weah). Quando Yeboah prendeva palla non c'era difensore capace di fermarlo, li trascinava fino all'aria di rigore e poi faceva esplodere un siluro che il classico portiere con i capelli a spazzola non poteva fare altro che guardare conficcarsi sotto il sette. Peraltro per un certo periodo di tempo Yeboah ha fatto coppia con un altro funambolo africano quale Jay Jay Okocha, in un Eintracht mica da ridere. Un altro giocatore che mi faceva impazzire era Darius Wosz, una sorta di Vannucchi della Germania dell'Est, capace di verticalizzazioni incredibili, eclettico numero dieci del Bochum (la classica squadra yo-yo con la serie B). Infine, tra i grandi -ma i grandi mi hanno sempre interessato poco- ricorderei solo Super Mario Basler, perchè si è trattato di un personaggio più unico che raro, e Andreas Herzog, elegantissimo trequartista austriaco del Werder Brema.

La Bundesliga però non era solo calciatori bizzarri ma anche un'atmosfera profondamente diversa da quella cui ero abituato in Italia. Un'atmosfera anni ottanta nei tagli di capelli, nelle cravatte e nelle divise dei dirigenti, tutto così post-muro di Berlino. C'erano poi delle magliette pazzesche. Ero affascinato dalla matricola Sankt-Pauli perchè aveva quella più orrenda che avessi mai visto, a righe orizzontali bianche e marroni. Poi c'erano questi strani sponsor di birra, queste strane città tipo Kaiserslautern (guidata dall'altro bomber coi baffi, Olad Marschall) o Dusseldorf, questi stadi sempre pieni anche quando nevicava. Già, la neve. Che peccato che la Bundesliga dovesse chiudere i battenti durante i tre mesi invernali! Ma quel letargo non era mai troppo duro perchè sapevo che presto, a farmi compagnia durante i venerdì sera di cotolette e purè, sarebbero tornati Tanko, Kastenmaier, Paulo Sergio, Yeboah, Fabio Caressa, e tutto l'allegro carrozzone della Bundesliga.

JFK brasiliano

Secondo voi Kaka ha ancora interesse a giocare a calcio? mi pare che la sua anima da impiegato di banca stia prendendo il sopravvento sul suo indiscutibile talento. Chi mi conosce sa che sono sempre stato leggermente critico nei confronti del buon Ricardo, ma non vi sembra che forse la poca fame che aveva non l'abbia già appagata in questi anni? Io sono sempre più convinto che Kakà diventerà presidente del Brasile, oramai il suo posto è all'ONU più che al Bernabeu.