giovedì 5 novembre 2009

Literaria: "La vita è un pallone rotondo". Il calcio non è aristocrazia, è nobiltà

Vi siete mai chiesti se il calcio sia ancora, come lo era la religione per Julian Sorel, “la più potente diagonale ascendente”? La risposta è superflua, poiché in teologia sono ammesse le domande, ma non le risposte, e noi sappiamo bene che il calcio è nel territorio del sacro (il campo di calcio come Templum, come luogo inaugurato, da cui prendere auspicia. E' un tempio rettangolare, sub divo. 22 secondo alcuni il numero capace di costituire un campo GIUSTO e PERFETTO). "La vita è un pallone rotondo" è una piccola gemma (146 pagine) esposta alla nostra ammirazione da Vladimir Dimitrijevic, fondatore della meravigliosa casa editrice Âge d’Homme (punto di riferimento per la letteratura dell’est europeo e in grado di dar risalto ad autori degni di venerazione come Albert Caraco), nella quale ci si avventura nel sommo piacere della divagazione calcistico-culturale. Si tratta, inter alia, di una lettura del calcio come metafora della propria biografia e della propria condizione di intellettuale:

“Quanto al ritornello preferito per uno come me, che non è un melomane, esso consiste in un’interminabile analisi combinatoria, degna dei formalisti e degli strutturalisti più abili, che ha l’ambizione di mettere insieme, tra calciatori e scrittori, la squadra ideale, modificabile a seconda del tempo e degli umori e con criteri di selezione comprensibili soltanto a me. Questioni come quella di sapere come Milos Crnjanski abbia passato bene la palla a Gunnar Nordhal nel corso delle Olimpiadi di Londra del 1948 mi lasciano perplesso per ore intere.”

Il calcio come luogo dell’estremo occidente, misura spazio temporale dell’esserci nella post-storia; il rettangolo verde usato come radura nella nostra concezione metafisica per scorgere e fissare i punti cardinali del divenire. Fedele al principio gnostico che vuole scorgere Dio tanto in alto come in basso, l’autore ci porta per mano attraverso storie di football che vanno dai campi polverosi della Belgrado del dopoguerra fino alle vette auliche delle finali mondiali. In un capitolo dal titolo meraviglioso “Quell’illusione era reale, perché era la gioia” si evocano la purezza quasi alchemica dei gesti di giovani capaci di costruire un Old Trafford con due zaini e forgiare un pallone da una serie di oggetti eterocliti; in “Gli uomini sandwich” invece si entra in pieno nel territorio della sacertà del rito calcistico e di come la finale di Pasadena del 1994 è stata innanzitutto impoverita dalla distruzione dell’aura dell’evento attuata dagli americani, per i quali il calcio non era IL FINE, ma solo uno strumento per inviare i soliti messaggi e per specchiare la loro volontà di potenza in un ecumenismo di facciata. In un libro sul calcio che voglia farsi delle domande, anche le questioni apparentemente più banali devono essere affrontate. Così non possono mancare gli immancabili paragoni fra Maradona e gli altri grandi della storia del calcio. Perché l’argentino è inevitabilmente il più grande di tutti:

“Nel calcio, come in letteratura, preferisco quelli che hanno mantenuto l’impertinenza dei bambini. È un gran bene per la società che ci siano gli adulti, ma io preferisco Maradona. […] Intendiamoci: Pelé, Platini, Beckembauer sono grandi giocatori, ma per il popolo non sono dei ‹‹signori››. La leggenda di Kaiser Franz non mi interessa. Beckembauer incarna il genere di giocatore perfetto, del professionista, e ho come la sensazione che, se un giorno gli si proponesse di diventare presidente o gran magnate lui resterebbe in dubbio fra le due carriere. Oggi è presidente di una delle più grandi squadre del mondo; imperturbabile, sempre in cravatta, inforca occhiali d’oro e continua a vivere un’esistenza che non mi appassiona per nulla. È come quei poeti accademici che consultano i rimari, si scelgono temi raffinati e diventano, nel migliore dei casi, epigoni di Paul Valéry. È ammirevole, ma non è niente. Quando don Diego fa il suo ingresso in un qualsiasi bar, tutti gli vogliono offrire un bicchiere. Ma a Beckembauer no, aspettano che il giro lo paghi lui”.

La sfida di questo libro, tratteggiata con morbidi affreschi e dunque quella di non sfuggire all’interrogativo senza però cadere nella cronaca o nella esegesi, come sua forma di doviziosa superiorità. È un libro che lambisce, dialogando intimamente con quegli animi che non hanno mai dubitato che anche il cielo stesso sia un immenso campo blu con un pallone al centro. Un itinerario comune per tutti quelli che alla domanda se il calcio sia sempre dentro di loro rispondono:

“[…] si. Perché durante i miei spostamenti quando passo per Avallon, Sens, Auxerre, Grenoble, Lione, fermo la macchina appena vedo uno stadio di calcio e dei giocatori correre dietro ad un pallone rotondo […] Auguro loro di riuscire a tenersi in mente con precisione tutto ciò che accade durante queste ore esaltanti, perché forse saranno questi i più bei ricordi che resteranno della loro giovinezza. Mi sono persino soffermato davanti a stadi deserti, per rivivere ad occhi aperti partite che avevo visto o giocato.”

Scorrendo le pagine, come per magia, non ci accorgerà più della differenze tra nomi noti e carneadi del calcio balcanico, figure letterarie e severi allenatori. Tutte le tessere costruiranno un mosaico interiore, una trama generale che sono le maglie del pensiero in forma calcistica, poiché tutte le nostre apparenti divagazioni sul calcio sono una forma di percepire il mondo, sono note a margine di un fiume filosofico che ci scorre accanto. Dimitrijevic chiama le nostre emozioni sospiri e dice rievocando la figura di una grande promessa degli anni venti prematuramente scomparsa:

“I sospiri si muovono con le epoche, ma questo se lo era lasciato sfuggire mio padre al pensiero di quel ragazzo morto così giovane, di cui, ottant’anni dopo, io sto perpetuando il ricordo. Rimpiango di non averlo visto giocare, al pari di tanti altri, così come rimpiango di non aver conosciuto Witkiewicz o Cingria o Léon Bloy che centellinava il suo assenzio a Lagny-sur-Marne e di non aver mai scambiato qualche passaggio con Milos Crnjanski. Per la verità non si tratta di rimpianti, ma di presenze alle quali con la magia dell’amore e dell’ammirazione, si vorrebbe infondere la vita.”

Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, Adelphi, 2000. Un libro da leggere e rileggere per perdersi e poi capire ogni volta in che zona del campo e in quale minuto di quella partita chiamata esistenza ci troviamo.

6 commenti:

  1. Quelle 10 righe su Beckmnbauer e Maradona sono un qualcosa di spettacolare, niente di più vero....

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  2. Molto suggestivo il libro e la sua descrizione. Rimarrà forse il referente culturalmente più elevato di questo blog; il nostro nume tutelare. Peraltro potrebbe anche rovesciarsi il titolo: se è vero che la vita è un pallone rotondo, non è meno vero che il pallone rotondo è la vita!
    Perchè è tutto vero quel che dice, dal punto di vista delle emozioni io non posso qualitativamente distinguere quella per il gol-scudetto di Totti e quella per i gol che segnavo con Andrea quando il padre, da ragazzini, ci portava a Parco dei Daini a giocare.

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  3. il conte di Saint-Germain11 novembre 2009 12:31

    Gentile Signor Gegenschlag, frequento assiduamente, pur non avendo specifiche competenze calcistiche, questo dotto ed elegante Blog. Sono rimasto molto colpito da questa Sua recensione della brillante operina del Dimitrijevic. Perchè vede, caro Amico (ormai sento di poterLa chiamare così), Lei ha capito l'importanza di connettere un argomento che ai profani apparirà futile, quale il Calcio, alle Alte Sfere del sapere: Calcio e Metafisica, ovvero Il Calcio è Metafisica.
    Tutto ciò, gentile Gegenschlag, mi spinge ad approfittarne per chiederLe cosa ne pensa di un tema di studio a me molto caro, a cui lavoro da anni, e su cui avrei cara una Sua opinione: ONTOLOGIA DEL TIFOSO ROMANISTA.
    Non trova sarebbe un tema del più alto interesse?
    Ma adesso non Le faccio perdere altro tempo.
    Le manifesto i sensi della mia più alta stima, e, salutandola con un Arrivederci a presto, mi protesto
    Suo
    Conte di Saint-Germain

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  4. Stile nobile il Suo,

    non credo però che si possa facilmente adempiere a quanto mi chiede. Dire Romanista è come dire impressionista per un pittore francese del 1800. Si tratta di una definizione che è come una colata di cemento sulle differenze personali proprie di ogni tifoso. Certamente, il romanista è fisico e non metafisico, ha bisogno di un tifo tattile e audiovisuale, di sensazioni che provengono dalla realtà. Per questo tende ad esercitare la propria fede en plain air. Una sua caratteristica è anche l'ottimismo di fondo e la capacità di entusiasmarsi, ma spesso tende ad essere dogmatico.

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  5. conte di saint-germain11 novembre 2009 13:50

    Ecco... ecco, gentile Penna di questo riverito Blog, avete centrato un punto... non siate modesto, VADO AL MIO FINE dovrebbe essere il Vostro motto.
    Premesso che non pretendiamo certo qui di risolvere la definizione di ogni singola ECCEITAS, ci accontenteremmo di avvicinarci alle QUIDDITAS in gioco.
    Vi propongo una definizione, che al contempo spiega... che orribile termine, no, accenna al Mysterium Iniquitatis dell'opacità del Tifoso Romanista, tanto maggiore quanto più è apparentemente solare e palese il Nostro:
    "Tutti gli Elementi hanno avuto un difensore tranne la Terra" (Aristotele)
    Vi lascio
    Saint-Germain

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  6. Un bel modo per riconoscere al tifoso della Roma un carattere tellurico, distinto dalla natura aerea del laziale

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