martedì 17 novembre 2009

Calcio e (è?) politica

Mi hanno sempre fatto ridere (risa seguite immediatamente da indifferenza) quelli che fanno sfoggio di ingenuo purismo da boy-scout e affermano che calcio e politica non hanno e non devono avere niente a che vedere (considerazione spesso seguita dalla rammaricata "e sai, è per questo che non vado più allo stadio"). Vorrei raccontare loro di una notizia che arriva oggi dalla Spagna, e cioè che il Parlamentino dei Paesi Baschi ha chiesto ufficialmente alla Federercalcio spagnola che la nazionale torni a giocare in Euskadi, dopo ben 42 anni d'assenza. E' questo infatti un atto più politico che sportivo, nel solco dell'opera di riavvicinamento alla spagnolità che sta perseguendo l'inedito governo basco attuale, formato dalla strana coalizione di socialisti e popolari - inedito perchè, a seguito delle elezioni della primavera scorsa, per la prima volta dalla caduta del franchismo, il PNV (il partito nazionalisto basco) ha perso il comando. Il Parlamentino ha approvato l'iniziativa con i soli voti contrari del PNV e dell'altra piattaforma nazionalista Aralar, reclamando alla federcalcio che una partita (anche amichevole) della selecciòn venga ospitata a Bilbao, San Sebastiàn o Vitoria. Addirittura, l'ultima partita disputata sul suolo basco ebbe luogo nel 1967, cuando la Spagna vinse 2-0 contro la Turchia nel girone di qualificazione dei campionati europei del 1968. Si tratta di una vera e propria gatta da pelare per il presidente della federcalcio iberica, Villar, perchè si era parlato tanto di questa possibilità ma fino a ieri, a parte qualche isolata dichiarazione di politici locali, non era mai stata avanzata nessuna proposta ufficiale.

Il problema per il quale si è evitato, in tutti questi anni, che la nazionale giocasse in terra basca è intuitivo e non c'è bisogno di spiegarlo. Si pensi solo al trattamento che il Real Madrid (emblema della Spagna prepotente e dominatrice secondo la vulgata basca) riceve ogni volta che gioca a Bilbao o a Pamplona. Si pensi soprattutto all'ultima finale di Copa del Rey, disputata a Valencia, tra Barcelona e Athletic Bilbao: due squadre in simbiosi con le loro "nazioni", rappresentative delle stesse come se fossero le sue nazionali, trionfo di bandiere catalane e ikurriñe sugli spalti, fischi assordanti all'inno spagnolo, il malcelato disappunto del re Juan Carlos. Un flop per lo Stato, "sequestrato" in uno stadio da due Comunità Autonome. Una partita della selecciòn in Euskadi è, prima ancora che un appuntamento calcistico, un evento politico. Ed è giusto che sia così, perchè il calcio non è il mondo di Heidi, un mondo immaginario slegato dalla vita reale. Ed allora, in ballo c'è l'immagine di una nazionale che, negli ultimi anni e grazie alla sua stupefacente sequenza di vittorie e bel gioco, è stata fatta rientrare a forza nel cuore degli spagnoli, propagandando i media un attaccamento popolare alla squadra che in realtà non è mai esistito; e soprattutto, c'è l'immagine di una nazione che l'onda lunga del successo sportivo l'ha apertamente cavalcato per i suoi fini, mediante l'equazione tifiamo la nazionale spagnola=tifiamo la Spagna. Ma in un territorio in cui la squadra principale è già una piccola nazionale, e dove comunque gioca una selezione "nazionale" (che non è una barzelletta come la nazionale padana), giusto o sbagliato che sia, questo calcolo politico non può funzionare. E così, ad esempio, Eusko Alkartasuna (EA), movimento nazionalista moderato basco, non si è fatto attendere ed ha commentato l'iniziativa dicendo che il passaggio della nazionale per le terre basche "non contribuirà ad accrescere il sentimento spagnolo in Euskal Herria". Addirittura, recita il comunicato ufficiale che "chiedere che la Spagna giochi nei Paesi Baschi è una frivolità che tocca l'irresponsabilità".

Non si tratta allora di prendere posizione sulla questione basca (ognuno avrà le sue idee, dettate da affinità culturali e conoscenza della situazione storico-politica; nello stesso territorio basco, ci sono quelli che sono felici di poter finalmente assistere a una partita della propria nazionale, e altri che ne farebbero volentieri a meno), quanto di ricordare, ancora una volta, ai tanti benpensanti del pallone, che se davvero non vogliono che la politica contamini il loro "gioco", è meglio che si limitino alle idilliache partite di calcetto della domenica in parrocchia, perchè qui fuori il calcio è un'altra cosa, il calcio è un altro mondo, il calcio è la vita normale che viviamo tutti i giorni, polemiche (politiche) comprese.

7 commenti:

  1. Bellissimo spunto per una riflessione su un tema davvero centrale. Mi permetto di astrarre un momento i termini della questione. Credo che il rapporto calcio-politica sia inscindibile (con buona pace dei benpensanti) poiché il "fenomeno-calcio" agisce prima di tutto sul concetto di identità e, creando posizioni identitarie, è esso stesso un fattore di genesi di idee politiche. Il calcio GENERA politica. A volte dalle viscere, a volte per partenogenesi.
    Sull'ossessione di allontanare la politica dagli stadi (quanta retorica in questi anni) bisogna indagare sulla recente tendenza italiana di sopire qualunque manifestazione di "violenza pubblica". La mia percezione è che, a partire dagli anni di piombo, l'indirizzo generale si rivolto verso la tendenziale narcotizzazione di ogni forma di confronto acceso e di ideologizzazione della vita. Purtroppo i fautori di questa strategia non hanno fatto i conti con il fatto che la violenza è una costante invariabile di qualunque società, pertanto, escludendola dalla vita pubblica non si è fatto altro che convogliarla tutta nel privato. Non a caso sono fenomeni recenti l'incremento delle stragi familiari e di violenze nei contesti più intimi.

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  2. No... non credo che si possa paragonare questa determinata situazione con quello che accade in Italia.....la politica nel calcio italiano è presente per atteggiamento o moda e in rarissimi casi per identità(forse lazio verona e livorno)........quelli che sventolano le bandiere Basche non sono i 4 sedicenni brufolosi che vengono allo stadio con una celtica o la bandiera cubana.Comunque è ovvio che nel calcio sia presente la politica essendo il calcio un fenomeno sociale...è stato, è e sarà sempre così...è anche vero però che in Italia la politica sta diventando una squallida moda da ostentare...lo dimostrano il manipolo di adolescenti pipparoli che oramai pascolano e in alcuni casi se la comandano nelle nostre logore curve......no... salvo casi rari non posso paragonare le due cose.....

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  3. Giusto o sbagliato che sia, nei Paesi Baschi, o a Pamplona, quello che mi affascina è che lo stadio è "tutto" politico, cioè rappresenta un pensiero unitario, ha un significato univoco per chi osserva, e non è invece appannaggio di qualche gruppetto più o meno modaiolo ("er pazzato nun si dimentica"); è una visione politica viscerale, profondamente identitaria, genuina; anzi, per esempio gli indar gorri, il manipolo ultras dell'osasuna, erano proprio quelli che mi piacevano di meno, erano i meno "sinceri". Politica insomma non come gruppo della curva, ma come segmento-calcio della società; i più politici di tutti, per capirci, sono i vecchietti dell'Atleti che con la loro txapela in testa e il bastone in mano scandiscono a-tle-ti a-tle-ti..

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  4. conte di Saint-Germain18 novembre 2009 18:42

    Le considerazioni politiche del Senor Dionigi, e ancor più il commento del gentile Gegenschlag, sono sacrosante. E occorrerebbe dire che in un mondo normale dovrebbero apparire quasi scontate e non essere argomento di discussione. Mi piacerebbe ricordare come le corse del Circo, a Roma ed a Bisanzio, siano state il luogo dove si manifestava la relazione POLITICA tra la plebe dell'Urbs ed il Cesare.
    Che la violenza politica per secoli, ha avuto lì la sua scintilla.
    Che la rivolta Nika ("Vittoria"), che ha fatto vacillare il trono di Giustiniano, e si è risolta in un bagno di sangue simile a quello della Comune di Parigi, nasce da un contrasto sul terreno di gioco, diremmo, tra le fazioni dei Verdi e degli Azzurri.
    Che fino ai tempi di Mustafa Kemal, le sommosse nella capitale dell'Impero Ottomano partivano spesso dal luogo dove era una volta l'Ippodromo, la spianata dell'Atmeydan...
    Che diffondere o aderire ad un determinato sport ha avuto sempre un determinato significato valoriale riconducibile spesso al paese che quello sport pratica.
    Che ricordare da Berlino 1936 a Pechino 2008 il valore ideologico-politico delle Olimpiadi è superfluo.
    Che nel 1970 e qualche cosa scoppiò a partire da una contesa calcistica una guerra tra Honduras e Guatemala.
    Che i gruppi paramilitari serbi negli anni Novanta sono largamente sorti dalle tifoserie di Belgrado.
    Che alle fortune politiche di Silvio Berlusconi non sono state indifferenti le vicende del Milan.
    E che le Questure di tutt'Italia non si agitano per nulla tanto come per le manifestazioni delle tifoserie di ogni ordine e grado,
    più che per qualsiasi centro sociale, etc....
    Che, inoltre, le considerazioni sulla violenza dell'esimio Gegenschlag meriterebbero ben altro sviluppo... ma andremmo troppo oltre...
    Grazie per l'ospitalità, Gentili Amici...
    Ah! E che, nello sport, esiste solo un'altra lepidezza simile allle frasi sull'"apoliticità del calcio": la Decoubertiniana frase sull' "importante è vincere, non partecipare"
    Vostro
    Conte di Saint-Germain

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  5. conte di saint-germain18 novembre 2009 19:56

    errata: leggi "l'importante è partecipare, non vincere"

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  6. Il più classico dei lapsus freudiani..

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  7. Il Conte di Saint-Germain19 novembre 2009 18:37

    Ecco, dal Riformista di oggi, una glossa a "calcio e politica sì/calcio e politica no":

    apcom
    Il premier irlandese Cowen: Partita con la Francia da ripetere
    "Probabilmente" ne parlerà con Sarkozy

    "Probabilmente" ne parlerà con SarkozyBruxelles, 19 nov. (Apcom) - Il primo ministro irlandese Brian Cowen ha chiesto che venga ripetuto il match tra Francia ed Irlanda disputato ieri a Parigi e terminato sul punteggio di 1-1. Cowen ha domandato il 'replay' della sfida di Saint Denis in ragione del decisivo tocco di mano di Thierry Henry, apparso volontario, in occasione del gol del pareggio transalpino. Il risultato del match ha qualificato ai Mondiali la Francia escludendo l'Irlanda dalla fase finale del torneo, che si disputerà il prossimo anno in Sudafrica. Interrogato da un cronista sulla necessità di una ripetizione del match, Cowen ha risposto "sì lo penso", Il primo ministro del governo di Dublino ha quindi aggiunto che "probabilmente" parlerà della questione con il capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, a margine della riunione convocata a Bruxelles per decidere il futuro presidente dell'Unione Europea. (fonte Afp)

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