domenica 18 ottobre 2009

incompatibilità

Una volta, all’epoca del calcio pane e salame, il Presidente di qualunque squadra aveva l’aria del papà buono, del paron che aveva fatto i soldi e voleva godersi il sommo piacere di avere un giocattolo costoso. Oggi tutto questo è un ricordo. Un giorno bussò alla porta del calcio un mefistofele suadente e carico di doni e chiese al calcio se voleva vendergli la cosa più cara che avesse: l’anima. Da questa vendita sorsero i presidenti scialacquatori, simpatici corsari amanti del rischio e della bolla speculativa ci regalarono comunque un’adolescenza gagliarda Perché questa introduzione moraleggiante? Semplice, Lotito nasce da questo. Nasce dalle macerie di un calcio colonizzato ed reso robotico, un calcio che per un lauto piatto di lenticchie è passato da essere fonte di sostentamento per i media, ad essere lui pendente dal sostentamento dei media. È la rivolta degli schiavi. Lotito è il prodotto di quest’inversione, di questo isterismo mercatista. Entra nel calcio non per filantropica passione ma per mera speculazione, converte dei crediti (rectius non caccia una lira) e si installa novello cacique nella stanza dei bottoni della mia squadra del cuore. Voglio fugare ogni dubbio: io non penso che il gestore abbia fatto una sola cosa giusta, non importa il merito, è una questione stilistica: c’è qualcosa di orribilmente grossier in tutto quello che fa, una volgarità da arricchito che offende la mia coscienza di prigioniero dell’estestica del beau jeste a tutti i livelli. Inoltre, vi è la macchia nera, grandissima, di voler costruire uno centro commerciale mascherandolo da stadio per continuare a lacerare questa città di traffico, code e siccità culturale. Per fortuna, l’amministrazione pubblica ha tirato il freno a questo ducetto tracotante impedendogli di realizzare il suo piano folle, mentre contemporaneamente sorgevano da tutte le parti enormi mall costringendo claudietto a rodersi il fegato pensando al business sfuggito Inoltre, non possiamo dimenticare il suo atteggiamento vendicativo fino alla delazione nell’incastrare chi lo ha contestato, mandando in carcere senza processo 4 persone sfruttando e cavalcando il vento di repressione che spirava nelle istituzioni. La domanda è retorica: ma se alla luce di un processo che non si è ancora celebrato i c.d. irriducibili dovessero risultare innocenti? Come bisognerebbe considerare colui che ha ordito il piano che è costato 3 anni di custodia cautelare in carcere, certamente non saranno stati dei stinchi di santo, ma ciò non può giustificare atteggiamenti al margine del dittatoriale. Nel mio astio c’è comunque una matrice psicologica, come diceva Carl Schmitt “il mio nemico è l’immagine del mio proprio problema”, credo dunque che il disprezzo per Lotito nasca innanzitutto dal fatto che lui, in parte, rappresenti una sorta di laziale per come immaginato dal romanista medio. I suoi atteggiamenti da ricco paese, le sue battute sulle pecore, il suo latinetto da figlio di un’Italia dove la cultura era solo vista come mezzo di ascesa sociale e nient’altro, fino all’ultimo video in cui si concede ai tifosi (che tifosi poi, scarfers si direbbe in inglese per disprezzarli). Tornando all’inizio, credo che, se per un laziale è fin troppo facile trovare motivi per odiare Lotito, un appassionato di calcio dovrebbe preoccuparsi di cosa significa per il mondo del calcio essere colonizzati da speculatori, pirati che vampirizzano il romanticismo e il dato tecnico per guadagnarsi un spazio personale (ricordo che L. all’indomani del suo insediamento disse:” non parlerò mai con i media”!), ricattare le istituzioni e intimidire che di un club è da sempre l’anima: i tifosi. Poi se mi venite a dire che devo ringraziarlo per avermi salvato e avermi regalato due trofei e una (bizzarra) qualificazione in champions, devo rispondere fermamente che io essendo un tifoso per le mie gioie non devo ringraziare nessuno, me le devo godere

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