venerdì 30 ottobre 2009

Il Mago pigro



(Màgico Gonzàlez con la camiseta del Cadice)

Breve ma necessaria premessa. Durante la più sfortunata delle mie esperienze immobiliari madrilegne, ovvero due terribili mesi trascorsi in un appartamento nobile di Chueca, però gestito da una malata di mente, ho avuto una riprova fisica del celebre modo di dire secondo cui "non tutti i mali vengono per nuocere", o come pensavo all'epoca, che no hay mal que por bien no venga. In quella gabbia di matti, infatti, ho incontrato un grande amico, un personaggio letterario, quasi arbasiniano direi, che per il suo approccio divertente e disincantato alla vita è stato per me -come ha detto Gegenschlag, che l'ha conosciuto- una sorta di fratello maggiore: Fernando Alcibar. Fernando, basco di Getxo ma viveur a Marbella, era tornato temporaneamente a Madrid per curare le sorti della sua creatura editoriale, la chicchissima rivista Joie de Vivre-Oh là là. Grande cultore di musica indie, il calcio è la sua seconda passione, e da tante conversazioni sul tema un giorno ne è uscita la scoperta del secolo: l'esistenza del Màgico Gonzàlez, uno dei più forti calciatori di tutti i tempi. Io, lo ammetto, non l'avevo mai sentito, quindi è giustificato chi in questo momento sta facendo mente locale ma non riesce a tirare fuori dalla propria memoria neanche un'associazione visiva con questo  fuoriclasse. Eppure, Màgico Gonzàlez è stato davvero uno dei numeri dieci più talentuosi di sempre, oltre che un personaggio d'altri tempi, il fratello centroamericano di Best, e per questo motivo a Cadice, dove negli anni ottanta ha giocato i suoi migliori anni europei, ne hanno un ricordo pari a quello che i napoletani hanno di Maradona (il mio amico Dani quando me ne parlava era commosso) . Il problema è che era un giocatore con un carattere -diciamo- particolare, come ci ha raccontato il grande Fernando Alcibar in un testo che, con il suo permesso (grazie!), mi fregio dell'onore di poter tradurre. Ma vi avviso: dopo averlo letto, niente sarà più come prima, e le vostre gerarchie di fenomeni del pallone saranno messe a soqquadro. Perchè un calciatore ed un uomo come Màgico Gonzàlez non conosce paragoni.

Il Mago pigro
di Fernando Alcibar

Mágico González è stato uno dei giocatori di calcio più geniali che sia mai esistito. Sarebbe potuto diventare un Maradona o un Cruijff, però il suo rifiuto di svegliarsi la mattina e le sue continue sbronze hanno fatto di lui, e non è poco, niente di più e niente di meno..che un Màgico Gonzàlez. La sua fama internazionale gli arrivò grazie al Mondiale di Spagna del 1982, dove la sua nazionale, El Salvador, perse tutte e tre le partite del girone, una delle quali per 6-0, e solo segnò un gol. Ciò nonostante, Màgico Gonzàlez fu inserito nell'undici ideale del Mondiale. Le sue prestazioni furono così spettacolari che molte squadre europee si mossero per ingaggiarlo. Il Paris Saint Germain, per dirne una, si innamorò del suo gioco e gli fece una succulenta offerta. Il salvadoregno però commentò che era troppa responsabilità, e allora, semplicemente, senza avvisare, non andò all'incontro, dando buca ai dirigenti francesi e alle loro valigette. Anche la Fiorentina, la Sampdoria e l'Atalanta vollero comprarlo, però alla fine, chiaro, finì al Cadice, l'unico posto nel pianeta che avrebbe compreso e perdonato il suo modo di comportarsi. Il club gaditano non ebbe altro rimedio che dedicare un impiegato espressamente a svegliarlo la mattina. Ed erano poche le volte in cui ci riusciva. "Riconosco che non sono un santo, che mi piace la notte e che la voglia di sbronzarmi non me la toglie neanche mia madre. So che sono un irresponsabile e un pessimo professionista, e che probabilmente sto sprecando l'opportunità della mia vita. Lo so, però tengo una tonteria en el coco [ho una scemenza nella testa]: non mi piace considerare il calcio come un lavoro. Se lo facessi, non sarei più io. Io gioco solo per divertirmi". Racconta un suo ex compagno che provò a mettere accanto al cuscino di Màgico le sveglie più rumorose e fastidiose che trovò. Addirittura ne mise una gigantesca con la forma del canarino Titti, però niente, non c'era rimedio, Màgico non si svegliava mai. Una mattina vide la banda musicale che passava per le strade e fece entrare tutti i musicisti nella stanza del genio addormentato per provare a farlo alzare. Finalmente, Màgico si svegliò, pero volle che fosse chiara una cosa: "Che sia chiaro che mi sono alzato perchè mi piace la musica, non perchè dovessi farlo". Quel giorno caldissimo si giocava il Trofeo Carranza, anche detto "Il Trofeo dei Trofei". Si tratta del torneo più importante di Spagna tra quelli che si giocano d'estate, il quale, inoltre, celebrandosi a Cadice, è un avvenimento che paralizza l'intera città. L'incontro con il Barcellona cominciò. Le gradinate bollivano di persone e l'ambiente era favoloso, però nessuno sapeva dove diamine si fosse cacciato Màgico. Il Barcellona segnò un gol. Due. Tre. E Màgico, con una faccia non particolarmente preoccupata, alla fine apparse allo stadio durante l'intervallo. L'allenatore, senza dire una parola nè fare domande (a che pro?), lo schierò immediatamente sul terreno di gioco. Màgico mise a segno due gol e fece altri due assist decisivi, e il Cadice vinse 4-3. Uno dei gol pazzeschi che segnò quella sera può vedersi qui. Qualche anno dopo, il Cadice scese in serie B. Molte squadre si interessarono a Màgico, però lui non si mosse dalla città di Camaròn [il grande cantaor flamenco]. In un'occasione, il Barcellona, su richiesta espressa di Maradona, lo invitò a partecipare ad una tournée estiva negli Stati Uniti. In un hotel americano una notte partì l'allarme anti-incendio e tutti gli ospiti uscirono correndo e in preda al panico dalle loro stanze. Tutti? Non proprio: nella loro stanza rimasero Màgico e la ragazza che gli faceva compagnia nel suo adorato letto. Dopo questo episodio il Barça desistette dall'idea di ingaggiarlo, dandolo per  impossibile. Forse già avevano abbastanza pensieri con Maradona per caricarsi pure Màgico, tant'è che questi tornò a giocare in serie B, nel Cadice, dove lasciò i suoi ultimi sprazzi di genio e terminò la carriera, tra le altre cose, per lavorare come tassista. Per alcuni fu un perdente, però per tutti gli altri ciò che fece fu poesia.

PS Qui e qui si possono ammirare le sue prodezze. Qui le testimonianze di chi ha vissuto la sua epopea.

giovedì 29 ottobre 2009

mercoledì 28 ottobre 2009

El ridìculo del siglo

Il ridicolo del secolo.

I fatti sono noti. Sedicesimi di finale di Copa del Rey. Alcorcòn-Real Madrid 4-0.
Da dove iniziare a descrivere il più importante avvenimento calcistico dell'anno (più rilevante della prossima finale di Champion's, di quella dei Mondiali, del derby romano)? Cosa si può aggiungere ad un Alcorcòn-Real Madrid 4-0 che non sia già insito nello storico, umiliante risultato? Può la scienza spiegare un mistero del genere? Effettivamente, rimangono le briciole, perchè in claris non fit interpretatio. Vi sottometto però alcuni spunti di discussione.
1. Innanzitutto, fughiamo ogni dubbio: erano sedicesimi di finale di Copa del Rey ma il Real Madrid giocava con una formazione di tutto rispetto, con nove internazionali in campo. Eccola: Dudek, Arbeloa, Albiol, Metzelder, Drenthe, Guti, Diarra, Raul, Van der Vaart, Granero, Benzema. Ah, nel secondo tempo è entrato anche Van Nistelrooy!
2. Poi. Alcorcòn è una squadretta di serie C, con una bella maglietta gialla, e tolto il Castilla (ovvero il Real Madrid B, che gioca nella stessa serie) è la quarta squadra della capitale, contando anche las afueras (perchè Alcorcòn è una delle tante città-dormitorio della cintura industriale della capitale, come Mòstoles -la città di Casillas- o Fuenlabrada -che ha dato i natali a Fernando Torres). L'anno scorso uscì anche sui giornali sportivi per essere arrivata ai play-off. Insomma è come se l'Inter perdesse 4 a 0 con il Legnano o la Roma con la Cisco.
3. Il Castilla -le già citate riserve/primavera del Real- gioca ogni anno con l'Alcorcòn e non ci perde quasi mai. Non era meglio far giocare loro?
4. A fine prime tempo stavano già 3 a 0, e l'Alcorcòn poteva mangiarsi le mani per le occasioni sprecate. Immagino la strigliata di Pellegrini durante l'intervallo. Dopo sei minuti nel secondo tempo, infatti, è già arrivato il quarto gol.
5. Nessun allenatore si fida mai della cantera del Real, neanche in queste partite minori. Ieri c'erano giusto Arbeloa (che non è mai stato canterano, ma sì capitano del Castilla, prima dell'esperienza al Liverpool), Granero e Raùl (che come sappiamo però è scuola Atletico). Normalmente il Barça schiera 4-5 canterani in Champions' League, e quasi tutti in queste partite. Dimenticavo: Borja, il centravanti dell'Alcorcòn che ha segnato due splendidi gol, ovviamente è un prodotto del vivaio del Real.
6. Gegenschlag aveva un cavallo di battaglia, che secondo lui tutti i giocatori professionisti -mediamente- sono uguali come valori, cambia solo la squadra dove giocano; e così se domani metti un bomber di provincia in serie A, e viceversa, il risultato non cambia (una sorta di proprietà commutativa calcistica). La partita di ieri sembra dargli ragione: è evidente quanto deve influire la sfortuna nel calcio perchè giocatori come Borja, Ernesto o Mora trascorrano i loro giorni in serie C e quanto la fortuna perchè altri, senza molto più talento, facciano la loro bella carriera nel mondo del lusso e delle televisioni.
7. La domanda che può porsi è se il Madrid ha perso per deficit di gioco o di umiltà. Non saprei quale risposta è più inquietante.
8. E' comunque una rivincita fantozziana di tutto il calcio di provincia, con i vecchi seduti sul muretto, i capannoni industriali sullo sfondo, lo sponsor dell'azienduccia locale e il bar con i chorizo appesi dove andare a fare il terzo tempo.
9. Infine, una considerazione: se anche il Madrid dovesse ribaltare il risultato al ritorno (possibile se non probabile), non credo che l'onta si laverebbe. Anzi!
10. Dimenticavo. Grazie Florentino!!

martedì 27 ottobre 2009

Lajos Detari, il "Divino"


Un mullet da sogno

E' uno dei ricordi più nitidi nella mia mente.
Novembre 1990. A Bologna pioveva. Il Bologna ospitava la sempre odiata Juventus.
Forse una delle stagioni più cupe della storia rossoblù. Ultimo posto in classifica e retrocessione in Serie B. D'altronde, a fine campionato i numeri parlavano chiaro: 4 vittorie, 10 pareggi e 20 sconfitte. 29 reti segnate contro le 63 subite.
Ma tutto questo non c'entra, roba da almanacco. Quello che conta è che quel pomeriggio era la mia prima volta al Dall'Ara e sedevo nei distinti sotto la torre di Maratona.
E più di ogni cosa, mi ricordo di un giocatore: Lajos Detari. Il "Divino". Ricordo il suo incredibile simil-mullet.
Era lui la stella di quel Bologna e per me, al tempo non ancora juventino, era come se Detari fosse una divinità. Qualcosa di superiore ed etereo.
Classe '63, ungherese, ingestibile ed estroso. Amatissimo dalla curva e primadonna assoluta.
Campione adorabile per le sue giocate era, tuttavia, oggetto di efferate critiche da parte della stampa locale e non e quanto mai scalognato.
Dopo gli esordi in Ungheria e un accenno di esperienza in Germania, Detari prima era finito a dare spettacolo in Grecia e poi era approdato al Bologna a seguito dell'arresto dell'allora Presidente dell'Olympiakos.
A Bologna gioca aveva giocato due stagioni e nel corso di entrambe si ruppe.
La prima il Bologna retrocedette in B. La seconda sfiorò la C1.
Si trasferì, quindi, all'Ancona. E retrocesse.
Poi al Neuchatel e litigò con tutti.
Tornò in Italia, a Genova, sponda rossoblù. E retrocesse per l'ennesima volta.
Terminò la carriera continuando a girare per l'Europa. Baluardo di un calcio povero che non esiste più.
Negli occhi, ancora, quel gol alla Sampdoria.
Era la mia prima volta allo stadio e per la cronaca, come sempre accade a Bologna, vinse la Juventus 1 a 0. Marcatore: Baggio R.

Forza City.....sempre??

Fascino e bellezza sono due cose totalmente distinte,la bellezza solitamente è universalmente riconosciuta,il fascino invece deve essere individuato ma scovarlo non è sempre alla portata di tutti.La bellezza del Manchester United non può di certo sfuggire a nessun appassionato di calcio,una storia ricca di trionfi,giocatori incredibili e tecnici che hanno fatto la storia. Il fascino del Manchester City invece, viene riconosciuto da pochi perchè aldilà di qualche timido lampo non ha mai lasciato il segno. Diciotto titoli nazionali a due per lo United senza contare i 7 titoli internazionali a uno e i trentuno trofei nazionali a dieci. Nonostante questi numeri impietosi la citta di Manchester è spaccata a metà,gran parte del resto del mondo invece rimane estasiato dallo splendore dello United(difatti secondo solo al Real per introiti nel merchandising). Nel 99 mentre lo United vinceva una delle finali più emozionanti della storia del calcio, il City giocava uno spareggio con il Gillingham, da una parte Giggs e Cole che alzavano il trofeo più importante,da un altra Tiatto e Shaun Goater(idolo)si giocavano un play-off ai rigori. Il fascino del City è sempre stato questo,è perfettamente capace di annaspare nella melma con una classe disarmante,umiltà e tenacia sono le uniche armi da contrapporre alla spocchiosa forza del sempre più arrogante United. Dal 2007 qualcosa è però cambiato,i primi liquidi portati dal loschissimo ex premier thailandese Thaksin Shinawatra,hanno portato una ventata di strafottenza anche in casa City, come un burino che fa tredici al totocalcio, gli skyblues, non abituati a tali somme, sperperano soldi e la possibilità di riuscire a contare qualcosa dopo tanti anni. Passa un anno i debiti di Shinawatra portano il club vicino al fallimento e qui entra scena Mansour Bin Zayed Al Nahyam che rileva il city e l'affida ad Al Mubarak(che da solo ogni anno guadagna 3 miliardi di euro)la storia recente è di dominio pubblico, con acquisti del calibro di Adebayor,Barry,Toure e lo smacco Tevez ai danni dello United. In tutto questo a rimetterci è il fascino del City costruito con l'orgoglio e non con le sterline,tifosi come me innamorati di quel suo essere inferiore nel gioco ma incredibilmente superiore nei comportamenti e nello stile, si ritrovano spiazzati. E' come passare dall'essere fidanzato con una ragazza normale a una strafiga che tutti invidiano. Il tempo con i soldi e i trofei laveranno via l'orgoglio e la tenacia di questa squadra che riusciva a farci sognare con il fascino della sua sfortuna.

lunedì 26 ottobre 2009

Menez e Kolarov: nemici amici

Colgo l'occasione della discussione che tiene banco oggi (Roma o Lazio è uguale, a quanto pare) per sottoporre alla vostra attenzione un aspetto a mio parere sconcertante: l'atteggiamento delle tifoserie capitoline nei confronti di società e giocatori. E' di oggi la notizia di una presunta aggressione "dialettica" di un presunto tifoso giallorosso ai danni di Menez, terminata con sputi e sgommata verso casa del talentino francese. E' di ieri la notizia di un plateale scherno dei supporters laziali ad Aleksandar Kolarov, reo di non so cosa. Menez e Kolarov, per l'appunto: Nemiciamici. Menez e Kolarov che sono, peraltro, forse i due unici giocatori di prospettiva delle rispettive compagini (Zarate lo escludiamo poiché, oltre a non convincermi fino in fondo, pare già sia indirizzatto a lidi manciuriani). Così facendo, se va bene, tra un anno giocheranno alla Juve, e tra tre alzeranno una qualche coppa che vi assicuro non sarà il nostro caro portaombrelli. Non fraintendetemi, sono un tifoso, e pure molto incazzato. Ma da qui a prendermela con i miei giocatori ne passa. Ieri a Roma ho visto fischiare Vucinic come non ricordavo essere fischiato nessuno dai tempi del ritorno a Roma di Emerson in versione bianconera. Sento le radio (vizio infimo ed infido) e pare che i giocatori debbano tirare fuori il carattere. Chi? Pit e Del Nero? No, proprio Menez e Kolarov. Magari, e dico magari, con un po' di tranquillità e appoggio qualcosa si potrebbe fare, o almeno lavorarci. Appena due settiamne fa qualcun'altro fischiava e faceva cori razzisti all'indirizzo di un giovane prodotto della premiata primavera giallorossa, autore del suo primo goal all'olimpico, in linea teorica il SUO stadio. Probabilemente, erano gli stessi che due settimane ancora prima impedivano a persone normali di entrare allo stadio a vedere la partita con la Viola per protestare non sanno bene neanche loro contro cosa. La tessera del tifoso è incostituzionale, urlavano.. mentre non fare entrare allo stadio chi ha pagato un regolare abbonamento invece pare sia una cosa fattibile.
A disarmarmi non è l'ignoranza e violenza perennemente ostentata, ormai all'ordine del giorno in questo paese spacciato, quanto la completa assenza di regole e controffensive da parte di chi ha potere e polizia. Penso che nella nostra decadente città, sempre più sud, a breve il gioco delle parti si romperà, e penso che a romperlo saranno, più che i cattivi dirigenti, gli allenatori scarsi e i giocatori brocchi, i tifosi fessi e senza spina dorsale.

I nodi vengono al pettine

4 punti in 7 partite, la zona retrocessione che alita pericolosamente sul collo di una squadra che vive un periodo davvero contraddittorio. Sarà capitato più o meno a tutti di essere ad una festa e vedere una ragazza oggettivamente bruttina tirarsela come se fosse una gran bella figliola, mi pare che questa immagine riassuma la Lazio di questa stagione. L’ubriacatura cinese ad Agosto e l’onda lunga della Coppa Italia hanno portato a nascondere la polvere sotto il tappeto convincendo un gruppo (?) di essere una possibile mina vagante per il campionato. Il nostro essere “bruttini” come la ragazza della metafora è evidente a chiunque abbia visto anche solo un tempo di una partita di questa stagione, ciononostante continuiamo a crederci una grande fornendo le migliori- si fa per dire- prestazioni proprio con squadre più forti (Juve, Fiorentina, Villareal). Quello che manca è l’umiltà e la personalità per mettere sotto quegli avversari contro i quali non si dovrebbe fallire. L’orribile prestazione di ieri ha dimostrato come i nodi di una gestione folle stiano venendo al pettine: difesa scandalosa (un centrale difensivo decente lo aspettiamo più o meno da quando la Roma aspetta una punta di peso), società di yesmen proni a qualunque decisione del capo (il “cavallo” Tare promosso allo scranno di Direttore Sportivo da quel Caligola all’ingrasso che gestisce la Lazio) infine un organico disomogeneo fiaccato a livello tecnico e nella psiche dalla sciagurata vicenda dei c.d. “dissidenti”. La strategia della tensione promossa da Lotito sta minando un ambiente apparentemente ovattato ma che da anni, chiaramente, non ritrova un minimo di serenità. L’aver eliminato nel tempo qualunque giocatore di personalità ha reso la squadra incapace di reagire e, finora, Ballardini si è dimostrato troppo aziendalista per potersi imporre a livello decisionale. Sul fatto che il Palermo non abbia perso nulla nel lasciarlo andare la classifica parla chiaro. Negli ultimi anni chi è stato il garante di questa Lazio è stato Delio Rossi, onesto maestro di calcio che ha fatto crescere e migliorare tutti i giocatori che ha allenato (da Pandev, a Kolarov fino alla gestione di Zarate il quale tenuto sulla corda rendeva di più) ed è sempre riuscito a trovare soluzioni parafulmine (il modulo a rombo nacque con Quadri (sic!) trequartista ad empoli). Oggi tutto questo non sta avvenendo ed io, nella speranza di vedere un giorno un cambio al vertice della società, intanto rimpiango mister Delio.

venerdì 23 ottobre 2009

Non è un paese per vecchi oppure non è un calcio per giovani?

Si sa, quando parla Mourinho c’è profumo di Zeitgeist. Ogni intervista rappresenta un momento di riflessione nell’asfittico panorama calcistico, dove la schiettezza e la sana provocazione è sempre soffocata da una coltre di politicamente corretto. I ventenni non sono maturi? La domanda ha la profondità delle inchieste di un Paolo del Debbio qualsiasi, ma è innegabile che occorre riflettere sul fatto che siamo destinati a vedere grandi talenti smarrirsi nell’età giovanile per poi ritrovarsi alla soglia dei 28 (Cassano docet). Con le carriere che si allungano e la vita atletica che dura fino alla soglia dei quaranta non sarebbe il caso di posticipare certi esordi a fronte di una prova di maturità vera e propria? Ricordo ancora che Zeman quando vide Bojinov presentarsi agli allenamenti con l’acconciatura “pubica” - stile Ronaldo a Yokohama - gli disse senza troppi giri di parole di accomodarsi fuori dal centro sportivo. Forse il caso di Balotelli è un po’ particolare, se fosse nato in Ghana sarebbe arrivato in Europa fra 5-6 anni con un passaporto che diceva ancora età 19 e allora tutti avremmo applaudito alla sua maturità… Che l’assenza di anagrafe tante volte sia un bene?

Fernando Llorente, il "Re Leone"

 
C'è epica e epica. Da una parte, c'è la mesta rimonta della Roma ranieriana a Fulham Road, grazie ad un coniglio uscito dal cappello dell'"insipido Andreolli" (come l'ha definito il nostro Gulunoglu in un messaggio liberatorio a fine partita. Partita che immagino miserabile e moscia, e che per fortuna non ho visto, non avendo ancora perso la verginità digitale terrestre). Dall'altra, c'è una squadra che dell'epica ha fatto uno stile di vita, della rimonta un sistema di gioco, della simbiosi con il proprio ambiente un baluardo contro il calcio moderno televisivo, globale e impersonale. Sto parlando dei leoni dell'Athletic Bilbao e del suo re (leone), Fernando Llorente, che ieri hanno domato all'ultimo minuto i portoghesi del Nacional Madeira.
 
La partita. Quando al San Mamès piove, è segnale di impresa, e ieri sera Bilbao si è ritrovata sferzata da una pioggia incessante, che non ha mai smesso di inzuppare i giocatori delle due squadre e i 30 mila spettatori sugli spalti (tra cui l'odioso presidente dell'Uefa Michel Platini, lui sicuramente all'asciutto). Prima del fischio d'inizio, il capitano dei lusitani, tal Bruno Patacas, ha rispettato la tradizione secondo cui la squadra che visita per la prima volta la Catedral deposita un ramo di fiori ai piedi del busto del leggendario Rafael Moreno "Pichichi", cannoniere rojiblanco morto nel 1922. Pronti via, ed è dominio portoghese: nel primo tempo c'è una squadra sola, l'altra non è pervenuta. Yeste, il talentuoso dieci mancino, sbaglia tutto ciò che gli passa tra i piedi, e la gradinata lo riprende, come riprenderebbe un torero titubante. Conseguenza logica è il vantaggio lusitano alla fine della prima frazione di gioco. Negli spogliatoi, Caparròs si fa sentire, alza la voce, lascia Yeste sotto la doccia e rimette a posto la squadra con gli ingressi di Javi Martìnez (occhio a questo centrocampista di scuola Osasuna, è un talento puro) e di De Marcos.
 
Fernando LLorente

Nel secondo tempo, è tutta un'altra storia: la pioggia aumenta, la squadra preme, i giocatori tirano fuori gli artigli, ma soprattutto sale in cattedra Llorente. Il '9', grigio fino a quel momento, si carica -come al solito- la squadra sulle spalle e dà il 'la' alla rimonta. Prima sfiora il gol da azione di calcio d'angolo; poi, su un suo imperioso stacco di testa, reagisce felinamente il portiere ospite Bracali, ma il pallone finisce sui piedi dell'intramontabile Etxeberria, che si fa trovare sempre nel posto giusto, e la butta dentro. E' il minuto 67, si alza il grido "A-tle-ti! A-tle-ti", l'aria si fa irrespirabile per gli isolani portoghesi, che iniziano ad affogare sotto la pioggia basca. Entra anche Toquero, il centravanti feticcio del San Mamès, accompagnato dal solito coro "Ni Messi ni Aguero, Gaizka Toquero!". Llorente capisce che è il momento di chiudere l'incontro. Prima manda di poco al lato, sempre con un'incornata maestosa. Poi, al minuto 87, protegge con il corpo un pallone vagante nell'area, si gira versa la porta e in spaccata di sinistro la mette lì dove il portiere non può arrivare, lì dove la festa può iniziare, lì dove il risultato diventa epica.  Fernando Llorente non sarà Batistuta, ma anche lui è un Re Leone.
 
Ma non è finita qua. Dopo la partita, il presidente dell'Athletic, Fernando Garcìa Macua, ha annunciato che Llorente ha rinnovato il contratto con i leoni baschi fino al 2013. Non c'è squadra nella Liga o, meglio ancora, in Premier, dove Fernando non troverebbe spazio, eppure si è legato al San Mamès fino ai suoi 28 anni. Chissà se dopo l'abbandono agonistico del capitano Julentxu (il magnifico Julen Guerrero), l'Athletic ha finalmente trovato una nuova bandiera. Chissà, se come insegna l'inno ufficiale, "il tronco del vecchio rovere/ha fatto germogliare foglie nuove". Chissà, ma quel che è certo è che da lassù, il vecchio Pichichi, ha trovato un erede, e noi, da quaggiù, un centravanti per cui sognare.

giovedì 22 ottobre 2009

Quindici minuti di gloria



La domanda è: avrà ragione Andy Warhol anche questa volta? Prima che la stagione di Alberto Aquilani abbia effettivamente inizio, voglio che voi tutti vi sbilanciate su un pronostico: crack o flop? A maggio, carta (meglio, post) canterà.
I fatti di cronaca. Ieri Aquilani ha giocato i suoi primi quindici minuti con la maglia dei Reds, "an encouraging 15 minute cameo appearance for Liverpool Reserves". Il 25enne di Montesacro ha fatto vedere i suoi progressi fisici entrando come riserva nell'ultimo quarto d'ora della vittoria della seconda squadra per 2-0 contro i pari-scarsezza del Sunderland. E, come rileva il sito internet del club, "wasted no time in serving up a glimpse of his vast potential".
Nessuno, e io me ne guardo bene, può mettere in dubbio le potenzialità tecniche del ragazzo (non a caso, ai tempi della Primavera, era lui, e non De Rossi, il faro del centrocampo). Anzi, da un punto di vista calcistico e affettivo, la sua partenza verso l'Inghilterra del nord è stata per me un momento particolarmente buio nella già di per sè nera estate giallorossa. Non si può e non si deve far partire un romano, un romanista, un gioiello del vivaio. Aquilani, è bene ribadirlo, è fortissimo. Aquilani, se sta bene, è ai livelli dei migliori interni del continente. Aquilani, se è ispirato, è un piacere per gli occhi. Certo, però, ventitre milioni per un giocatore che nelle ultime due stagioni ha giocato ventitre partite..
E' che sta tutto in quei se. Già, se sta bene. Già, se è ispirato. Ma un giocatore con la caviglia martoriata; con i muscoli fragili; con la paura di scendere in campo all'Olimpico per via di certi fischi, potrà ritagliarsi uno spazio importante nell'agone di Anfield Road? Potrà trasformarsi in idolo della Kop? Potrà non farsi stritolare nel calcio fisico della Premier? Potrà, insomma, insegnare calcio e romanità, laddove l'imperatore Adriano aveva fatto lo stesso (bè, forse più romanità che calcio) duemila anni fa?

Io, e qui lo dico, ci credo. Nonostante tutti i se e tutti i ma, io credo in Alberto Aquilani. Per me, tornerà grande e risolleverà le sorti dei Reds, che così male hanno iniziato la stagione. Per me, Benitez lo farà diventare ancora più forte, ancora più completo, ancora più maturo. Per me, si convertirà nel Principe di Liverpool. Palombo, inizia a levarti quella maglietta azzurra, c'hai tempo fino a giugno: l'interno della Nazionale, ai Mondiali, sarà un grande giallorosso. Alberto, ti aspettiamo.

mercoledì 21 ottobre 2009

The 50 greatest Sheffield United players

Informazione picchetto (ovvero dietrologia gratuita)

Come molti di voi sapranno io non scommetto, ma credo che stasera non ci siano dubbi sul pareggio tra Milan e Real frutto di consolidate sinergie socetarie..

Esquina Blaugrana

Campanello d'allarme.
Tardivo, perchè dovevano essere fatte a luglio determinate considerazioni.
Sordo, perchè comunque è ferma l'idea che il Barca giochi il miglior calcio al mondo (a tratti ciò è innegabile), perchè comunque nel Barca gioca Messi (futuro Pallone d'Oro), perchè il Barca ha il centrocampo della Nazionale, perchè eccetera ed eccetera...
Tuttavia, il Barca a mio avviso quest'anno è molto meno completo e percioloso dell'anno scorso.
Perchè? Perchè quest'anno c'è un Ibrahimovic in più ed un Eto'o in meno.
I mezzi e la classe di Ibrahimovic non sarò certo io a metterli in discussione. Quello che non funziona è il giocatore nel contesto. Checchè siano entusiaste stampa e dirigenza, il problema nel lungo periodo si presenta palese. Ibrahimovic segna, ma è totalmente svincolato dalla manovra azulgrana. Laddove Eto'o era perno e punto di riferimento tattico della squadra - colui che portava la manovra al limite dell'area avversaria -, lo svedese da quella stessa squdra fugge. Ecco allora il problema, la manovra corale - vero punto di eccelenza lo scorso anno - fatalmente incompleta. Mozza. Non giocare la palla ma aspettarla in profondità. Non funzionerà, fisiologicamente. O meglio, funzionerà in eterno nella Liga e lì solamente per evidente pochezza degli avversari. Non credo sia una questione di tempo e di ambientamento agli schemi. Non è un caso che lo svedese, seppur marcatore, sia tatticamente surclassato da gente quale Henry o Pedro. Egli non è, per caratteristiche tecniche e maturazione calcistica, in grado di fornire quell'apporto alla squadra che forniva Eto'o, vero giocatore inamovibile prima dell'era Rijkaard e poi dell'esordio di Guardiola.
Perplessità.
Solo mie, si intende. Perchè in Spagna sono ben lontani dal pensare che Ibrahimovic sia un problema. Ibrahimovic segna. Batte record. Eccetera ed eccettera...
Ciò detto, la sconfitta con il Rubin (squadra vera, va detto, e non compagine materasso che passava di lì per caso) in Catalogna non interessa a nessuno. Un momento di buio che può capitare nell'arco della stagione. Sicuramente, solo il sottoscritto, nel buio della sua cameretta, si è dilungato in considerazioni tattiche così profonde.
Tanto a gennaio arriva Robinho. Lo sceicco tratta e questa è la vera notizia di grido. Tra l'altro, al nome di Robinho ecco affiancarsene un altro: Luis Alberto Suarez. Classe '87. Gioca nell'Ajax e riconosco sia un talento. Quindi, meno inutile di Robinho.
Si, perchè, sempre nel buio della mia cameretta, sono rimasto l'unico a pensare che Krkic debba essere il titolare.

martedì 20 ottobre 2009

Viva Serse

Forse se quel gran genio del calcio chiamato Andres Iniesta avesse lisciato quel pallone a Stamford Bridge nel recupero di Chelsea-Barcellona il 6 Maggio scorso,Serse sarebbe gia sulla panchina del Livorno dalla prima giornata.Iniesta ha innescato nel nostro calcio, quel fastidioso e inutile meccanismo del guardiolismo.Sei stato un giocatore che ha contato qualcosa nel nostro club??allora tieni eccoti la panchina. Ferrara ha scippato la Juve al povero Antonio Conte(si ex storico, ma che da anni sputa sangue in B,più della meritata promozione a Bari da segnalare la quasi miracolosa salvezza ad Arezzo) che ora si consola facendo correre l'Atalanta,cresciuta in queste poche giornate più dei suoi capelli in questi ultimi 10 anni. Leonardo splendido giocatore, preparato dirigente e persona meravigliosa ma che effettivamente sta alla panchina come Cicciolina alla teologia. Gennarino Ruotolo diventa allenatore del Livorno ,pochi giorni prima della finale di Champions e pochi dopo, la nomina di Ferrara,accede ai play off,rischia con il Grosseto e vince la finale con il Brescia, ottiene così il Pass per allenare in serie A. In tutto questo fino ad oggi, Serse era comodamente seduto in poltrona a guardare gente totalmente priva di qualsivoglia esperienza guidare squadre da A o addirittura superpotenze del calcio(come dare un suv a un 17enne con il foglio rosa). Lui professionista non lo è mai stato, da bambino è stato Mascotte del Pontevecchio(undici di Ponte San Giovanni, ridente quartiere periferico di Perugia che in seguito allenerà). Decisamente poco british,scomodo come tutte le persone veraci e dirette, Cosmi non potrà mai ambire a panchine blasonate, perchè totalmente privo dello stucchevole falso aplomb di un Ferrara o un Ranieri...basti ricordare un Fiorentina Perugia 3 a 4 con un bestemmione captato al 90esimo dai troppi invadenti microfoni a bordocampo. Si ok niente Juve,Inter o Milan,ma ad un uomo che ha portato il Pontevecchio in eccelenza che ha scalato tre serie con l'Arezzo, portandolo in C1,che ha reso grande il Perugia sopportando Luciano Gaucci e facendo diventare mezzi fenomeni gente come Vryzas(che come cantava la curva perugina..."Dribbla come Pelè"),un uomo che riesce a vincere il campionato di B riportando il Genoa in A(Tutto rovinato dallo scandalo Maldonado...capolavoro di Preziosi) e che dopo la poco felice parentesi di Udine ,si riprende, portando un Brescia non irresistibile per due stagioni di fila ai play-off....a un allenatore così, vogliamo dare almeno la possibilità di allenare una squadra da salvezza in serie A??senza regalare panchine del genere a gente come Ruotolo che ancora,di erba ne deve mangiare tanta ,in serie C e in serie B. Vai Serse! salva questo Livorno alla faccia di chi realmente crede che un ex mascotte di una squadra di periferia esperto, alleni peggio di un ex giocatore professionista con un curriculum vuoto.

Correva l'anno 1957

Correva l'anno 1957, si giocava per l'ammissione ai campionati del mondo di calcio dell'anno seguente in Svezia, vinti poi dal Brasile guidato da un Pelè appena diciassettenne, ma supportato (o, a mio parere) portato da Didì, Vavà e quello che forse è e resterà il mio preferito: Manoel Francisco dos Santos, universalmente noto come Garrincha. Garrincha nacque con diversi difetti congeniti: un leggero strabismo, la spina dorsale deformata, il bacino slogato e la gamba sinistra più corta rispetto all'altra di sei centimetri. Passerotto Garrincha morì da uomo, a 49 anni, per via della distruttiva passione per gli alcolici e per le donne. Grazie Garrincha, solo marinai e artisti si consumano così bene. La verità, è che nessuno perse quel mondiale più dei padroni di casa, guidati in attacco dallo spendido trio Gre-No-Li (Gren, Nordhal e Liedholm). L'Italia quel mondiale lo seguì da casa alla radio. Ma ecco come andarano i fatti: Ci troviamo in una Belfast che ci accoglie imbronciata, è il 4 dicembre del 1957, un mercoledì, gli azzurri affrontano la trasferta decisiva. Basta un pareggio per noi. L'Irlanda del Nord ci attende allo stadio Windsor Park con l'intenzione di fermare gli azzurri. A indossare la casacca verde tornano dall'Inghilterra e dalla Scozia i migliori giocatori. Senonchè sorge un problema, l'arbitro, l'ungherese Zsolt, resta bloccato all'aereoporto di Londra per causa della nebbia. Gli irlandesi lo sostituiscono con un loro compaesano di nome Mitchell e ci propongono di giocare lo stesso. L'Italia rifiuta l'invito, e al massimo è pronta a fare un'amichevole. Ma di 'partita-vera', senza un'arbitro ufficiale, non se ne parla. Si decide per l'amichevole, ma appena scesi in campo, Ghiggia, l'ala destra azzurra, riceve uno sputo in faccia. sul primo allungo, invece, quando la palla era già oltre la linea laterale, riceve un calcio negli stinchi. Di calcio non se ne vede, McMichael sferra un pugno alla nostra mezzala Gratton e la platea applaude divertita. Il 'divino' Schiaffino riceve un calcio alla testa mentre era chinato a terra. Passano pochi minuti, quando il nostro portiere, Bugatti, anticipa di precisone a terra MgParland, il quale gli rifila un calcio in faccia. Scoppia la rissa. Una gigantesca scazzottatura esplode tra le due squadre in campo e al termine degli scontri viene mandato negli spogliatoi il solo Chiappella. Nel frattempo tra un calcio e un pugno, si è svolto anche un incontro di football e ci sono stati due gol per parte. Mitchell fischia finalmente la fine. è due pari. ma la FIGC non accettò l'ufficialità della incontro (scontro). La partita verrà rigiocata e si concuderà male per la compagine azzurra: 2-1 per l'Irlanda e tutti a casa. Nella rissa ci eravamo destreggiati assai meglio. Marcatori: McIlroy 13', Cush 28', Da Costa 56'. Ma la formazione azzurra, merita di essere quanto meno citata: - Ottavio Bugatti (portierone partenopeo) - Vincenzi Gu. (terzino interista di 190 centimetri; Gu. starebbe per Guido, ma negli almanacchi era sempre Vincenzi Gu., e mi piace così), - Corradi G. (difensore centrale bianconero) - Invernizzi (scudiero all'inter del mago herrera) - Moreno Ferrario (lo stopper d'acciaio che poì scopri il suo erde, Bruscolotti) -Armando Segato (centrocampista gigliato) - Alcides Edgardo Ghiggia (ala oriunda giallorossa, su di lui e la sua affascinante storia spero un giorno di aver tempo di scrivere) , - Juan Alberto ”Pepe“ Schiaffino (interno impareggiabile ai tempi al Milan e poi condottiero giallorosso nella storica vittoria in coppa delle fiere, unico lustro europeo giallorosso) - Gino Pivatelli (centravanti di Sanguinetto, fece le fortune del Bologna, indimeticabile la stagione 1959/1960 con 29 reti in 30 partite; forse uno dei giocatori più sottovalutati della storia del calcio italiano) - Miguel Ángel Montuori (da molti consderato il miglior numero 10 della storia gigliata.. la sua carriera si interruppe bruscamente a seguito del distacco della retina conseguenza di una pallonata: tra i suoi meriti, quello di aver scoperto il bomber Flachi in una squdretta di firenze che allenava nel dopolavoro. Si, nel dopolavoro, perchè a quei tempi smettivi di giocare e facvi il bibliotecario, non il cummenda) - Dino Da Costa ( non penso ci sia bisogno di presentarlo, grande SPACCARETI). - Allenatore: Alfredo Foni, veneto tutto di un pezzo, già allenatore interista. S.

lunedì 19 ottobre 2009

CVD

..seppur nella certezza di essere additato come presunto piagnone o peggio ancora come "il solito romanista" due righe su ciò che abbiamo visto ieri sera tengo a scriverle. Sabato 17 ottobre, ore 13.30: a bordo della mia automobile, di ritorno da una splendida spesa nel mercato vecchio di piazza testaccio (che di per sé richiederebbe un paio di post a parte, forse perchè io attraggo le chiacchere della gente per costituzione), interviene su radio sport inaspettatamente Stefano Petrucci. Il tema è, ovviamente, l'imminente match di S.Siro ma la sua discussione parte, neanche a farlo a posta, da un premessa: .."Premesso che arbitrerà Rosetti e quindi mi aspetto di tutto".. e lì dico basta - cambio stazione - ed inaseptatamente mi dice anche bene perchè becco uno splendido pezzo di Vic Damone che è tutto un motivetto in allegria - scusate la divagazione. Dove ero rimasto? Ah, ecco, basta dico : non ricominciamo con questa prevenzione e questi alibi da provinciale!. Ore 22.40, domenica 18 ottobre 2009. Mi alzo dal divano, francamente nervoso, saluto mio padre (che non è nervoso, ma francamente incazzato) salto in groppa alla mia vecchia bici e penso. (io penso tra virgolette, scusate, ma penso proprio tra virgolette). "Sara mai possibile che Riise, anni 29, un passato nel Liverpool, non sa fare la diagonale difensiva? Io la so fare la diagonale difensiva, altrochè! Sono il re della diagonale difensiva io.. ed anche del fuorigioco. Ergo, sono meglio di Riise!" Questa mia virgolettata costatazione mi aveva già rincuorato ed a tratti lusingato quando poi penso un po' più attentamente (quindi doppie virgolette per gli attenti lettori).. ""Certo però che quel rigore un po' così non mi convince - difensore scivoloso difensore pericoloso - però la palla va dall'altra parte. Anche su Menez c'era quel rigore netto ed espulsione. Forse se si fosse buttato.."" ALT ""Se si fosse buttato??"" L'ho pensato io (è doppiamente virgolettatto) e l'anno detto un po' tutti in TV. Questo ha 22 anni, non fa altro che stare per terra, è sempre moscio, rotto, irritante ed una volta che dimostra un po' di palle si doveva buttare? A questo punto del mio ragionamento mi sono incazzato anche io: ho pensato alla faccio di rosetti, alla corsa a fine primo tempo di galliani giù negli spogliatoti, a Nesta che trattiene Okaka, a leonardo impeccabile nel suo Tailler, a Pizzarro che spaccava tutto, a mio padre che spaccava tutto ed ho pensato ancora un po'. """Sbaglio, o qui qualcuno cogliona qualcuno?""". Dopodichè, mestamente, sono tornato a pensare agli errori tattici di Ranieri e quella cazzo di diagonale che Riise vi assicuro proprio non sa fare...

11

Andrei Arshavin (Russia), Karim Benzema (Francia), Iker Casillas (Spagna), Cristiano Ronaldo (Portogallo), Diego (Brasile), Didier Drogba (Costa d'Avorio), Edin Dzeko (Bosnia), Samuel Eto'o (Camerun), Cesc Fabregas (Spagna), Fernando Torres (Spagna), Diego Forlan (Uruguay), Steven Gerrard (Inghilterra), Ryan Giggs (Galles), Yoann Gourcuff (Francia), Thierry Henry (Francia), Zlatan Ibrahimovic (Svezia), Andres Iniesta (Spagna), Julio Cesar (Brasile), Kakà (Brasile), Frank Lampard (Inghilterra), Maicon (Brasile), Lionel Messi (Argentina), Luis Fabiano (Brasile), Franck Ribery (Francia), Wayne Rooney (Inghilterra), Nemanja Vidic (Serbia), David Villa (Spagna), Xavi (Spagna), Yaya Tourè (Costa d'Avorio). Nel giorno in cui scopriamo, loro malgrado, che De Rossi (assieme a Buffon) è stato escluso, per chiare ragioni di provincialismo (italiano ed europeo), dalla lista dei candidati al pallone d'oro (ci sono però Toure...Vidic...Dzeko...Fabiano..., quindi abbiamo motivi per farcene una ragione) ed in cui prendiamo atto che il calcio, in questo momento, è una prerogativa spagnola, una sola osservazione DEVE essere fatta. Grazie Ryan.

Sempre. Io non avrei dubbi su chi votare se solo me lo chiedessero.

domenica 18 ottobre 2009

incompatibilità

Una volta, all’epoca del calcio pane e salame, il Presidente di qualunque squadra aveva l’aria del papà buono, del paron che aveva fatto i soldi e voleva godersi il sommo piacere di avere un giocattolo costoso. Oggi tutto questo è un ricordo. Un giorno bussò alla porta del calcio un mefistofele suadente e carico di doni e chiese al calcio se voleva vendergli la cosa più cara che avesse: l’anima. Da questa vendita sorsero i presidenti scialacquatori, simpatici corsari amanti del rischio e della bolla speculativa ci regalarono comunque un’adolescenza gagliarda Perché questa introduzione moraleggiante? Semplice, Lotito nasce da questo. Nasce dalle macerie di un calcio colonizzato ed reso robotico, un calcio che per un lauto piatto di lenticchie è passato da essere fonte di sostentamento per i media, ad essere lui pendente dal sostentamento dei media. È la rivolta degli schiavi. Lotito è il prodotto di quest’inversione, di questo isterismo mercatista. Entra nel calcio non per filantropica passione ma per mera speculazione, converte dei crediti (rectius non caccia una lira) e si installa novello cacique nella stanza dei bottoni della mia squadra del cuore. Voglio fugare ogni dubbio: io non penso che il gestore abbia fatto una sola cosa giusta, non importa il merito, è una questione stilistica: c’è qualcosa di orribilmente grossier in tutto quello che fa, una volgarità da arricchito che offende la mia coscienza di prigioniero dell’estestica del beau jeste a tutti i livelli. Inoltre, vi è la macchia nera, grandissima, di voler costruire uno centro commerciale mascherandolo da stadio per continuare a lacerare questa città di traffico, code e siccità culturale. Per fortuna, l’amministrazione pubblica ha tirato il freno a questo ducetto tracotante impedendogli di realizzare il suo piano folle, mentre contemporaneamente sorgevano da tutte le parti enormi mall costringendo claudietto a rodersi il fegato pensando al business sfuggito Inoltre, non possiamo dimenticare il suo atteggiamento vendicativo fino alla delazione nell’incastrare chi lo ha contestato, mandando in carcere senza processo 4 persone sfruttando e cavalcando il vento di repressione che spirava nelle istituzioni. La domanda è retorica: ma se alla luce di un processo che non si è ancora celebrato i c.d. irriducibili dovessero risultare innocenti? Come bisognerebbe considerare colui che ha ordito il piano che è costato 3 anni di custodia cautelare in carcere, certamente non saranno stati dei stinchi di santo, ma ciò non può giustificare atteggiamenti al margine del dittatoriale. Nel mio astio c’è comunque una matrice psicologica, come diceva Carl Schmitt “il mio nemico è l’immagine del mio proprio problema”, credo dunque che il disprezzo per Lotito nasca innanzitutto dal fatto che lui, in parte, rappresenti una sorta di laziale per come immaginato dal romanista medio. I suoi atteggiamenti da ricco paese, le sue battute sulle pecore, il suo latinetto da figlio di un’Italia dove la cultura era solo vista come mezzo di ascesa sociale e nient’altro, fino all’ultimo video in cui si concede ai tifosi (che tifosi poi, scarfers si direbbe in inglese per disprezzarli). Tornando all’inizio, credo che, se per un laziale è fin troppo facile trovare motivi per odiare Lotito, un appassionato di calcio dovrebbe preoccuparsi di cosa significa per il mondo del calcio essere colonizzati da speculatori, pirati che vampirizzano il romanticismo e il dato tecnico per guadagnarsi un spazio personale (ricordo che L. all’indomani del suo insediamento disse:” non parlerò mai con i media”!), ricattare le istituzioni e intimidire che di un club è da sempre l’anima: i tifosi. Poi se mi venite a dire che devo ringraziarlo per avermi salvato e avermi regalato due trofei e una (bizzarra) qualificazione in champions, devo rispondere fermamente che io essendo un tifoso per le mie gioie non devo ringraziare nessuno, me le devo godere

Appunti del sabato


Brevi appunti su un sabato calcistico distrattamente seguito.
1. Nel calcio, avere un allenatore è un dettaglio ancora importante, e la Juventus non ce l'ha. Puoi anche schierare a centrocampo tre colossi come Felipe Melo, Sissoko e Diego, ma se non dici loro come si devono muovere, faranno la fine dei giocatori del Subbuteo (casualmente e inutilmente sparsi per il campo in seguito a schicchere più o meno calcolate).
2. Nel giorno in cui per le strade di Madrid sfilano centinania di migliaia di persone per protestare contro la legge sull'aborto, il capitano del Real, Raùl Gonzàlez Blanco, trascina con una repentina doppietta i blancos alla vittoria contro il modesto Valladolid. In entrambi i casi, si tratta di gente che nuota controcorrente. Anche quest'estate, come da copione, i giornali hanno escluso Raùl dalla formazione titolare del dream team creato da Florentino Perez; come da copione, gli addetti ai lavori hanno sentenziato che si tratta di un giocatore bollito, ormai da (pre)pensionare; e come da copione, Raùl risponde con i gol, con le prestazioni, con l'attaccamento alla maglia. Da quando a quindici anni lasciò le giovanili dell'Atlètico Madrid (dove il padre, grande tifoso colchonero, l'aveva iscritto, e dove lui aveva già fatto intravedere tutto il suo talento) per trasferirsi dall'altro lato del Manzanares, Raùl ha sposato in maniera impeccabile la causa delle merengues, e in carriera ha sbagliato davvero poche partite. E chissene importa per quel rigore sbagliato all'europeo contro la Francia. Lui è un ragazzo del pueblo, e il pueblo lo ama. Anche se per farlo deve nuotare controcorrente.
3.  Valencia e Barcellona si sfidano senza punte (nè Villa nè Ibrahimovic, nè Zigic nè Herny) e, ma guarda un po'?, una bella partita, molto tirata, finisce a reti inviolate. Senza punte, il tiqui-taca spagnolo diventa patologico, superfluo, auto-consolatorio. Pura masturbazione tattica.
4. A questo proposito, è di ieri la notizia che Francesco Totti è infortunato e quindi non giocherà stasera contro il Milan. Chissà quante partite resterà fuori, e quante volte si ripeterà questo teatrino. Nonostante questo decorso degli eventi fosse altamente prevedibile (anche senza il conforto del pendolo di Maurizio Mosca), la campagna acquisti della Roma non ha portato nessun centravanti a Trigoria, e quindi, di fatto, è già emergenza attacco. Speriamo che il principe di Niksic si sia svegliato con l'umore giusto, e che Okaka indovini il suo proverbiale taglio in area di rigore.
5. Per ultimo, la più bella immagine della giornata, che -per nulla casualmente- proviene dalla Championship inglese (l'unico vero specchio del football d'oltremanica). Mi riferisco ad Alan Smith. In un derby del nord tra nobili decadute, il suo Newcastle perde di misura nella bolgia di Nottingham (pazzesco uno stadio del genere, ricolmo fino all'inverosimile, in serie B. Ma d'altronde, lo stesso St. James Park di Newcastle è sold out da quasi vent'anni solo con gli abbonamenti!), ma Smith interpreta con il solito piglio da capitano coraggioso il suo ormai rodato nuovo ruolo da mediano di temperamento. Una storia malinconica ma non per questo da compiangere: da golden boy del Leeds a centravanti del Manchester United e della nazionale in pochi anni, dopo alcuni anni irregolari costellati di risse, espulsioni, gol spettacolari e infortuni gravi, il biondo Alan conosce la delusione della retrocessione con i magpies e l'oblio della serie B. Ora, a ventott'anni (vissuti velocemente e quindi, in realtà, molti di più), è lì che lotta, corre, mena, tira, alza la voce, non si risparmia. D'altronde, con quella faccia imbronciata, con quel nome così comune, con quel carattere da pub, è uno dei pochi eroi working-class che sono rimasti nel calcio britannico, l'ultimo baluardo contro i miliardi, le starlette e la perdita d'identità che hanno ucciso la Premier League.

sabato 17 ottobre 2009

L'ultimo Tiqui-taca

E' tristissimo dover scrivere un altro epitaffio a distanza di poche ore, ma non posso tacere davanti alla scomparsa improvvisa del geniale telecronista spagnolo Andrès Montes, che tanta compagnia mi ha fatto durante il mio esilio nella penisola iberica. Un tipo incredibile, impensabile, indimenticabile! Dopo una lunga carriera come commentatore di basket sulle reti satellitari, a partire dal Mondiale del 2006 Montes è stato il telecronista principe de La Sexta, il canale che ogni fine settimana trasmette in chiaro tre o quattro partite della Liga. Personaggio simpaticissimo e fuori da ogni schema, mi ha conquistato sin dall'inizio per il suo stile scanzonato, eccentrico, originale; ogni telecronaca era una festa, la festa del calcio, al di là del contenuto tecnico. E' stato lui ad inventarsi il termine "tiqui-taca", che è finito per rappresentare universalmente il gioco tecnico e a due tocchi, marchio di fabbrica tanto della nazionale spagnola come del Barcellona. Telecronista molto singolare, in Spagna era amato ed odiato allo stesso modo, perchè con la sua esuberanza a volte rischiava di prevalere sulla partita; più che accompagnare l'evento, sembrava lui il vero protagonista. In realtà, era semplicemente un personaggio colorato, allegro, tropicale (come la madre, cubana, mentre il padre era galiziano), che si prendeva gioco del formalismo modello Sky a cui ormai sono costretti i programmi di calcio di tutta l'Europa. Che poi, il primo a prendersi  poco sul serio era proprio lui. Memorabili i siparietti con Julio Salinas -l'indimenticabile bomber asturiano-, che nella sua goffaggine e rigidità gli faceva da perfetta e inconsapevole spalla (un po' come succede a Bergomi con Caressa), al quale chiedeva sempre "Salinas, donde estàn las llaves?", quando la partita viveva i tipici momenti di confusione a centrocampo. Io l'ho sempre stimato perchè con lui ogni partita era divertente, a prescindere dalle squadre in campo e da ciò che combinavano: era l'unico ad aver realmente capito che un telecronista deve tenere la tensione alta proprio nei momenti di stallo della partita, e non solo quando i ritmi sono alti e le azioni da gol si susseguono (troppo facile così). E allora mi sono innamorato delle sue esclamazioni naif e fuori luogo tipo "Futbol, pasiòn de multitudes" o "La vida puede ser maravillosa", tanto dopo un gol come durante un'inutile pausa per un infortunio. Perchè anche io la penso così: il calcio è una cosa meravigliosa, succeda quel che succeda, perchè il calcio fa miracoli. Pero', detto da lui, era tutta un'altra cosa.

venerdì 16 ottobre 2009

(Flowers &) Football

A Sheffield non c'è nulla. Non ci sono monumenti. Non c'è storia. A Sheffield ci sono solo le fabbriche. A dire il vero, molte meno rispetto ai tempi d'oro dell'acciaio ed alla ricchezza di metà del secolo scorso. Cosa fa un bambino a Sheffield? Cosa un adulto, oltre a scioperare? Eppure, ho sempre pensato che sarebbe bello essere di Sheffield. Non per lavorare in fabbrica, bensì, per non avere nulla nella vita. Eccetto una cosa, una sola: Bramall Lane.
 
Il non avere mai vinto nulla (se non un campionato nel lontano 1898 e qualche Coppa d'Inghilterra). L'eterno eremo delle serie minori. Le rivalità povere con cenerentole e nobili decadute. La faccia cupa della medaglia del mediatico calcio inglese.
Il rifiuto del Natale e di ogni altra festività. Il pensiero fisso a quelle due domeniche in cui nell'altra metà del campo c'e' il Wednesday. Perchè niente conta più dello Steel City Derby.
Forse si, Sheffield non è granchè. Niente a che fare con Londra o Manchester, così lontane, così ambientate nell'Occidente.
Ma c'è qualcosa di più profondo e passionale dell'essere incompiuti? Cosa affascina di più del non arrivare mai, del sognare sogni irrealizzabili? Del giocarsi e perdere i playoff per la promozione? E' forse un vivere un sentimento di calcio puro? Abbacinante? Inconcludente.
Un giorno prenderò un aereo per Londra. Da li in pullman verso la Città dell'Acciaio. Vedrò una partita delle Blades e tornerò a casa. Alticcio e contento. Avrò fatto qualcosa fine a se stesso. Avrò alimentato una inutile fede. Avrò steso una sciarpa che mi è lontana. O forse no? Forse avrò fatto qualcosa di più.

Dulcis in fundo

Questo è l'utimo articolo scritto da Corrado Sannucci per Repubblica. Credo che se fosse ancora tra noi avrebbe potuto piangere lacrime di borghetti con noi senza il passaggio dal purgatorio. "1) Chissà perché la Sampdoria è in testa al campionato. Perché ha il miglior talento del calcio italiano? Perché ha uno dei giocatori geniali che inventa il gioco dal nulla? Perché ha uno dei giocatori capaci di trascinare il resto della squadra? Perché questo giocatore si diverte, fa divertire i compagni e il pubblico? Perché questo giocatore considerato un lunatico in realtà ha creato della squadra un gruppo? Perché dopo avere litigato con l'allenatore in passato ha fatto pace e costruito un binomio vincente? No. Se esistesse, questo giocatore sarebbe in nazionale, no? Chissà perché la Sampdoria è in testa al campionato. 2) Bisognerebbe ricordare che in tempi molto più ideologici di questi, nei quali l'obbligo erano gli schemi e l'intensità, ci fu un giocatore che portò l'Italia alla finale di Pasadena nel '94 perché prese una palla da un fallo laterale, saltò in dribbling metà della squadra avversaria e marcò un gol decisivo. Nei tornei in cui si giocano molte partite in pochi giorni. Arriva la fatica, la prima a far saltare gli schemi. Rimane solo la genialità individuale. (Il giocatore era Roberto Baggio, il gol contro la Bulgaria nel primo tempo, nella semifinale del Mondiale Usa. Il fallo laterale fu battuto da Roberto Donadoni. Baggio segnò il suo quinto gol del suo Mondiale più avanti nel primo tempo, su assist di Demetrio Albertini). 3) Si parla molto di valori in questi ultimi mesi e la domanda è questa: se l'Italia in Sudafrica dovesse andare incontro a un flop (non augurabile, ma alcuni segnali premonitori ci sono), chi pagherà per l'ostracismo al numero 1? Non il ct Lippi. Non incasserà un premio mondiale ma lo attende la Juve dove farà quello che gli piace di più, comandare. Non i giocatori. La loro delusione sarà lenita dai contratti che hanno in Italia, munifici per quanto la crisi possa tendere a tagliarli. Non Cannavaro, che avrà stracciato ogni record di presenze in nazionale e che presumibilemnte si ritirerà. Non i tanti bolliti (a giudicare dalle partite iniziali del campionato). A pagare per il flop saranno: i tifosi dell'Italia, che non sono i drughi, quelli della curva sud, gli ex irriducibili, che non gliene può fregare di meno, ma i tifosi mondiali dell'Italia, dispersi per motivi di lavoro, per scelta e spesso per povertà, che sventolano la bandiera e sentono ancora l'Italia una nazione; e poi il protagonista Antonio Cassano, che avrà perso forse l'ultima chance di disputare un Mondiale. Edwin Moses, il più grande ostacolista sui 400 di tutti i tempi, perse la medaglia di Mosca '80 (la terza, aveva vinto a Montreal '76 e avrebbe vinto a Los Angeles '84) perché gli Usa boicottarono le Olimpiadi in seguito all'invasione sovietica dell'Afghanistan. Per Cassano servità molto meno, basterà il boicottaggio di uno. 4) Lippi è entrato in un tunnel ma ci si è cacciato da solo. Se lo chiama si dirà che ha ceduto alle pressioni della piazza. Se mantiene l'ostracismo è facile definirlo un ostinato senza fine. Sopratutto, dopo tutto questo can can, non può convocarlo come 'uno qualsiasi'. "Sai non chiamo Pepe e vieni tu". Deve chiamarlo perché quest'ultimo anno di calcio ha detto che è il migliore. Che vada lui in campo a risvegliare l'attacco asfittico e che sia uno degli altri a fargli posto. E ci pensi il ct a spiegare a Camoranesi o a uno tra Iaquinta e Gilardino che in quella posizione dietro le punte o da seconda punta c'è uno che è meglio di loro. 5) C'è una classifica dellle comunità umane? In fondo alla classifica il branco. Ragazzi che si uniscono anche a caso, fanno violenze, spinti dalla rabbia cieca dell'ignoranza o dell'emarginazione. In cima forse c'è il convito platonico, nel quale si discetta del mondo e delle sue verità reali o metafisiche. In mezzo c'è il "gruppo". I gruppo si autoelegge, decide a chi dare la propria tessera. Il gruppo non ha valori e lui stesso il valore, tutto comincia e tutto finisce con la cooptazione e una volta che il numero è completo tutti gli altri sono esclusi. Non si ammettono nuove iscrizioni perché non sono ammesse dismissioni. "Lui ormai è del gruppo" Il gruppo non fa scelte ma solo respingimenti. Chi è fuori non conoscerà mai i requisiti per essere nel gruppo. Chi è dentro però può giudicare chi vuol entrare e dire che ci sono "ragioni tecniche e psicologiche". Le forme della socialità sono guidate dalla coscienza della responsabilità condivisa e collettiva, dal riconoscimento dei valori e del merito nell'ambito di uno scambio tra le parti della società. Ma questo non è valido per il calcio, qui conta il "gruppo". Nella classifica dei raggruppamenti umani il gruppo non è a metà: è appena sopra il "branco". 6) Agli inizi degli anni '30 Fulvio Bernardini era considerato il giocatore italiano di maggiore tecnica visione di gioco. Un giorno Vittorio Pozzo lo prese da parte e gli disse: "Non ti convoco più in nazionale. Tu sei troppo più bravo degli altri". Ma alcuni anni dopo, alla vigilia dei mondiali del '38, nel fare la lista dei convocati tenne fuori Ferraris IV, roccioso mediano, fino ad allora titolare. Pozzo dimostrò di non fare favoritismi né avere pregiudizi, pur sapendo che Ferraris IV non l'avrebbe presa bene. Pozzo (il cui record di imbattibilità fu costruito con poche partite l'anno e tutte contro le più grandi squadre e non contro le Far Oer, Cipro eccetera) non ebbe bisogno di accusare Bernardini di "ragioni tecniche e psicologiche" né di vantarsi che le scelte di un ct non si discutono. Lo spiegò a Fuffo e a tutt'Italia, regalando una battuta e un episodio ormai leggendari nel calcio italiano. Ma soprattutto ebbe il coraggio di non affidarsi fino all'ultimo ai giocatori che l'avevano portato fin lì. Avrà lo stesso coraggio Lippi quando a maggio scoprirà che alcuni suoi devotissimi saranno in condizioni penose? Nella Confederations Cup non l'ha fatto. 7) Ma il parametro da usare adesso non è quello dei match contro Cipro, Montenegro, Bulgaria, eccetera. Bisogna guardare la nazionale con il metro delle grandi di adesso, Brasile, Francia e anche Inghilterra. E' il momento di usare qualche tara. In declino irreversibile: Zambrotta, Gattuso, Ambrosini. Impresentabili in campo internazionale: Legrottaglie, Pepe, il terzino destro (che ancora non c'è). Presentabile con riserva: Chiellini (ci costerà rigori ed espulsioni). Isterici cronici: Camoranesi (manderà a quel paese l'arbitro dopo mezz'ora della prima partita). Mal usati: Rossi. Belli quando gli gira: Di Natale., Gilardino. Tirocinante: Palombo. Galleggianti: Pirlo, Cannavaro (da testare dopo due match ravvicinati se ce la fa ancora). Competitivi: Iaquinta, De Rossi. Fuoriclasse: Buffon. Il test è stato condotto immaginando come metro di giudizio una difesa guidata da Lucio e Terry, un centrocampo con Iniesta e un attacco con Maicon, Torres e Luis Fabiano "

giovedì 15 ottobre 2009

Giocatori del mondo: Alvaro Negredo


Quest'estate ci avevo sperato ma non veramente creduto, perchè sarebbe stato troppo bello, e in fondo con l'attuale dirigenza giallorossa ci meritiamo giusto Zambrella (sic!). E' che io e Alvaro ci siamo sempre rincorsi e mai trovati: la prima volta che abbandonò il Real Madrid (quello di don Fabio), dopo i tanti gol segnati con il Castilla (la seconda squadra delle merengues), fu sul punto di approdare al mio amato Osasuna. I dirigenti navarri misero sul piatto tutto ciò avevano, Patxi Izco tirò fuori una bottiglia di patxaràn speciale, il progetto tecnico era convincente (i rojillos erano ancora ebbri per il sorprendente quarto posto dell'anno precedente), Negredo aveva quasi accettato, ma poi, all'ultimo secondo, sbucò dal nulla l'avido Almerìa, realtà andalusa senza storia ma con un portafoglio più gonfio, e il centravanti di Vallecas fece la valiga rumbo sud. Arrivarono due anni assolati, pieni di sodddisfazioni e di gol a grappoli, prima del ritorno di Alvaro, quest'estate, alla casa -diciamo- madre (diciamo perchè per chi è nato a Vallecas -storico sobborgo working class di Madrid- l'unica casa-madre è quella biancorossa del Rayo Vallecano, dove il nostro mosse i primi passi). Pellegrini crede in lui ma dopo i tanti acquisti roboanti è giunto anche per il Floren-Team il momento di far cassa, e dunque degli addii: Negredo sfoglia la margherita e cadono uno ad uno i petali dell'Hull City (sic!), del Blackburn e della Roma (con sollievo di molti tifosi romanisti, i quali, evangelicamente, vanno perdonati "perchè non sanno quel che fanno"). L'ultimo petalo che gli rimane in mano è quello -guardacaso- di un'altra casacca biancorossa: il Siviglia, ormai realtà consolidata della Liga e fucina di grandi bomber. Negredo allora saluta Guti, Kakà e gli altri frociazzi blancos e si dirige nuovamente a sud, per inondare di gol le porte del Sanchez Pizjuàn. I motivi della sua scelta furono chiari: voglio giocare perchè voglio giocarmi le mie chance di andare al Mondiale. Detto, fatto. Ieri sera, alla sua seconda apparizione con le furie rosse, Alvaro ha segnato due dei cinque gol con cui la Spagna ha sotterrato la non disprezzabile Bosnia. E così, sono certo, continuerà per tutto l'anno: gol a raffica fino alla finale del Mondiale del Sudafrica. Dove finalmente, anche se solo per una sera, potrà dividere lo stesso campo con Francesco Totti, e farmi sperare ancora un po'.

D10S

"A los que no creìan, que la chupen"

questa storia

Anno 1996. Quel gran genio del calcio che fu l'ing. Ferlaino porta all'ombra del vesuvio dal Botafogo per sei miliardi del vecchio conio (avete presente quante banconote verdi da cinque mila sono?) Joubert Araujo Martins, meglio conosciuto come Beto, detto in patria Tric Trac o, come veniva chiamato a Napoli, "O' Nire". L'investitura fu di quelle importanti. "E' un fenomeno", disse Zagallo, famoso ct della Selecao. Giunse a Napoli carico di belle speranze: le sue e quelle dei tifosi. Ebbe, come in ogni storia che si rispetti, il suo momento di gloria: semifinale di Coppa Italia, Inter-Napoli, gol e corsa sotto la curva B a cui segue, in pieno spirito partenopeo, pianto e proclamazione a furor di popolo. Segue la finalissima con il Vicenza: l'allora allenatore azzuro Montefusco, subentrato in corsa a Simoni, lascia il brasiliano tristemente in panchina, nonostante la resistenza in campo dell'ultimo reduce del grande Napoli, "Rambo" Policano e di un giovanissimo Alain Boghossian. Rumors dicono che tale esclusione sia stata dovuta ad una presunta relazione del nostro eroe con la figlia minorenne di un non meglio precisato dirigente del Napoli. Questa storia finisce con il ritorno di Beto in Brasile, dove il Gremio fu incredibilmente disposto a spendere 8 miliardi per acquistarlo. Ferlaino era risucito in un altro miracolo. Il suo fu un ritorno trionfale, suggellato dalla vittoria con la Selecao della Coppa America del 1999. Io ho però un'immagine scolpita nel cuore di questo brasiliano dagli occhi tristi, un po' Aristoteles e un po' Machado de Assis: quella famosa finale con lui in panchina.. anzi non proprio in panchina, ma steso a piedi nudi e senza maglia sul prato ad attendere il suo momento che non arrivò mai.

mercoledì 14 ottobre 2009

Il ragazzo di Faa'a

 
 
La verità è che non è assolutamente colpa sua.. probabilmente una decina di anni fa un gruppetto di ragazzi si mise a giocare con un pallone sgonfio portato da qualche corrente sulle candide spiagge di Faa ‘a a Tahiti. “Io prendo Saalaamer”, “Io scelgo Kaalaping”, nome improponibile dopo nome dopo nome improponibile i 2 capitani arrivarono all’ultimo elemento utile “Oh no! Devo scegliere Teheipuarii! Ok io ti scelgo… ma tu giochi in porta” – “Va bene!” rispose Teheipuarii….che errore!
 
Il mondiale Under 20 mette in mostra: futuri fenomeni, futuri niente di che e futuri disoccupati con un sogno spezzato, che si nasconderanno dietro ad un classico “Se non mi fossi rotto il crociato” (credo sia la frase universale per calciatori falliti). Ma il mondiale Under 20 non è solo cercare di capire chi sarà il prossimo Messi o il futuro Lassisi (brrr). Il mondiale Under 20 è anche una vetrina per chi gloria, fama o semplicemente una carriera da calciatore vero e proprio non l’avrà mai.
 
3 partite disputate, 21 goal presi e 0 realizzati. Tahiti è una nazione di 178.000 anime (il Molise ne ha 320.000 per capirci.. e il Molise avrebbe fatto una figura decisamente più dignitosa).. quanti under 20 che sanno e vogliono giocare a calcio possono esserci a Tahiti? E di questi, quanti hanno voglia di mettersi in porta? Minuto 11, Merida, scuola Arsenal, impatta la palla al volo con un destro non irresistibile, stincata terrificante di Hauata che sulla successiva ribattuta di Aaron ha lo stesso sinuoso scatto di una cernia appena pescata: Spagna 1 Tahiti 0. Passano i minuti e Hauata continua a raccogliere palloni in fondo al sacco, sicuramente sta ripensando a quando in spiaggia a Faa’a i bambini avversari lo schernivano con pallonetti e tunnel mentre i suoi compagni di squadra lo sfanculavano in tahitiano “Spingu Teheipuarii nafusu alufa sulma acuraga inkiva ase” (che tradotto vuol dire “Cazzo Teheipuarii questa la prendeva pure mia zia malata di gotta”). I bambini cattivi di Spagna ne fanno 8 esultando ad ogni goal come i bulletti di Faa’a. Una sequenza angosciante di mosse disperate. Dalla timida smanacciata, passando per la panciata mostruosa condita da tuffo innaturale, arrivando al clamoroso liscio di sinistro e concludendo con un doppio tentativo di entrata assassina, Teheipuarii somiglia ad un pulcino in una vasca di pitoni (sconvolgente la pochezza dei suoi difensori).
 
Hauata in patria gioca per il Tefana squadra che è riuscita ad imporsi nel campionato tahitiano una sola volta nel 2005 ma che è passata alla storia per essere stata l’unica compagine a qualificarsi in trasferta in coppa di Francia (Tahiti fa parte della Polinesia francese ed è quindi un dipartimento oltremare). Circa un anno fa il Tefana giocò e vinse ai rigori un settimo turno di Coppa, avversario il Colmar, una squadra alsaziana di quarta divisione. Sono più di 20000 i km che dividono Colmar da Tahiti, almeno 25 i gradi di differenza. Nonostante questo però il Tefana sotto la neve dopo l’uno ad uno nei 120 minuti, la spuntò ai rigori.. e chi fu il portiere che parò il quinto decisivo rigore calciato dal Colmar?? Come dite?? Hauata? Ma manco per la minchia (come dicono a Tahiti).. Fu tale Xavier Samin. Il Tefana uscì poi nel turno successivo sconfitto dallo spietato Arras.
 
Il secondo atto della tragedia di Teheipuarii va in scena contro il Venezuela. Il Tahiti ne prende altri 8, questa volta si scatena tale Yonathan Del Valle (4 goal) classico nome da Udinese (di quelli che poi però falliscono.. tipo Louhenapessy). Teheipuarii esordisce con uscita da sociopatico, in seguito per poco non neutralizza un rigore. Altre 8 paste e siamo a quota 16. I movimenti di Hauata somigliano a quelli di un impiegato che in giacca e cravatta e con la ventiquattrore in mano si fermano a fare 2 scambi con i ragazzini al parco, ecco sembra quasi con i suoi impercettibili movimenti che Teheipuarii non voglia rischiare di sporcare il vestito buono, come i bambini che escono dalla chiesa la domenica. L’ultima partita Tahiti ne prende solo 5 dalla Nigeria, un miglioramento figlio di una rivoluzione tattica, ovvero l’inserimento nel 11 titolare del portiere Teave Teamotuaitau al posto del nostro eroe. Teheipuarii guarda sconsolato la partita dalla panchina maledicendo la corrente e quel pallone mezzo sgonfio in quel lontano giorno di circa 10 anni fa sulla candida spiaggia di Faa’a.

Esquina Blaugrana

Dalle parti del Camp Nou è tempo di elezioni. Ciò significa che ne leggo di tutti i colori. L'ultima in ordine di tempo è eclatante e, tra l'altro, sembra cosa fatta: Robinho. 35 milioni di Euro al City e passa la paura (loro, di continuare a vedere giocate inutili). A cosa serve? Che ruolo andrà a coprire? Chi sta in panchina per fargli posto? Mica puoi comprare uno a 35 milioni e sacrificarlo in logiche di turnover, penso io. Deve perdere il posto Henry. Fermi tutti: Henry giù non ci può stare per fare posto ad un incompiuto come Robinho. Non scherziamo. Comunque, il mistero è buffo. Tanto più se si legge il nome in coordinato: Fabregas. 40 milioni per non avere rivali. La telenovela infinita del catalano che deve ritornare all'ovile. Il punto è questo: Fabregas serve. Fiato ed alternative a centrocampo. Il tutto in un meccanismo già colladuato a livello di Nazionale. Tuttavia, è inaccettabile il "culebron"! Lo vuoi, lo prendi: alla cifra di Robinho l'Arsenal te lo da e metti a posto tutto. Tutti e due, però, no. Joan, prendiamo Cesc e mettiamoci il cuore in pace. Per carità, facciamo tornare i conti tattici e non pensiamo ai voti (il mio, dopo che a gennaio sarò finalmente diventato socio E AVRO' LA MIA SUPERTESSERA, andrà a chi vuoi tu). Inoltre, rinnovo ogni mio dubbio in merito a Chygrynskiy. A cosa serviva? Valeva quanto lo si è pagato? No. Non sa cosa voglia dire difendere. Tanto più che ora c'è pure il problema Puyol, immeritatamente rilegato al ruolo di tappabuchi e scontento della mancanza di fiducia della società. Infine, leggo che l'Atletico Madrid, una specie di Internazionale spagnola, sta trattando Adriano. Quello che dormiva in infermeria.

Dubbi rossoneri e bei tempi olandesi che non ritornano

"Huntelaar-Pavlyuchenko MiIan vicino allo scambio La stampa inglese è convinta della trattativa per portare al Tottenham l'olandese che sta deludendo a Milano in cambio dell'attaccante russo, che però piace anche allo Zenit San Pietroburgo" Dionigi, da grande (e presumo unico) esperto di calcio russo, illuminaci: non era meglio Pavel Pogrebnyak (ora in forza allo Stoccarda)? Su Huntelaar che se ne va, invece, credo nessuno abbia niente da dire. Argomento non affrontabile.

Vicende societarie As Roma (mi sono permesso vezzosamente di imitare la rubrica "satira preventiva" di Michele Serra)

Ci siamo, dopo una ridda di voci, una decina di reati di Market abuse e lunghe indagini ed ispezioni CONSOB sembrano essere stati individuati i futuri acquirenti della Roma. Dopo Russi, Arabi, Americani e tedeschi il quadro sembra essersi chiarito: La soluzione statale; Angelo Rovati, ex consulente di Prodi, ha svelato il piano per far rilevare la Roma alla cassa depositi e prestiti dello Stato. Il piano fallito per l'Alitalia sarebbe invece perfetto per l'As Roma. La campagna acquisti verrebbe deliberata dal parlamento durante l'approvazione della finanziaria e della legge sul bilancio. La formazione affidata ad una commissione di saggi trasversale (Dini, Amato e Scalfaro) dovrà rispettare uno spoil system ferreo basato su parametri di federalismo fiscale, regionale e politico. Il servizio bar allo stadio sarà affidato alla bouvette della camera. L'accesso allo stadio sarà riservato solo a politici, dipendenti degli organi costituzionali e parenti ed affini. In tutto sono 300.000 persone pertanto sarà necessario ricostruire da capo l'olimpico e farne anche il principale HUB dell'europa meridionale al posto di Malpensa e fiumicino. “Vigileremo” è stata la perentoria presa di posizione di Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana. Tendenza Veronica: Il volto nuovo del capitalismo italiano ha gli affascinanti e sinuosi tratti di Veronica Lario. Con la buonuscita del divorzio non può resistere alla tentazione di fare concorrenza all’ex marito proprio su un terreno a lui molto caro: il calcio. La rivoluzione nella società sarà totale: tutto sarà rimodellato secondo i precetti della filosofia steineriana, i giocatori saranno elegantissimi, vestiti su misura in foggia orientaleggiante e anche in campo porranno l’etica prima di tutto. Ampiamente preparati dai Professori dell’Università Vita e Salute di Don Verzè saranno un esempio di rigore e sobrietà per tutta la categoria dei calciatori. Basta discoteche. Solo biblioteche, ayuerverda, yoga e vernissage. La società, trasformata in fondazione policulturale avrà sede in una Kunsthalle, i giocatori si alleneranno scolpendo e dipingendo vasi di finissima porcellana e rilasceranno interviste oracolari solo a Maria Latella. Severissima la linea morale, basta veline i calciatori potranno scegliere tra la castità oppure uscire solo con dottorande in antropologia o filologia romanza. Tutti dovranno dare un figlio a Barbara Berlusconi. “Vigileremo” è stata la presa di posizione di Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana. L’azionariato popolare. Il modello Barça ha fatto breccia nell’opinione pubblica romana. A seguito di una sottoscrizione tra gli abitanti di alcuni quartieri di Roma, la Calabria e l’hinterland napoletano l’As Roma è diventata proprietà dei suoi tifosi. La vera repubblica torna nell’Urbe dopo secoli e le assemblee si fanno roventi e il risultato è una diarchia in puro stile classico. Per la plebe il prescelto è Maurizio Costanzo, il fronte radical chic richiama l’esule in Africa Walter Veltroni. Il risultato non è dei migliori: ognuno cerca di imporre il suo stile ma la sapienza e il calibro dei due personaggi consente una mediazione. Costanzo si accaparra la gestione del marketing (da ora consigli per gli acquisti), le divise DINOERRE collofit e il riscaldamento pregara a base di limbo e trenini con la musica di Demo Morselli in sottofondo. Veltroni vuole sfruttare l’occasione per tornare in auge come il conte di montecristo, per questo rispolvera il modello Roma (città). Fabio Fazio addetto stampa, Ascanio Celestini speaker dello stadio, ogni trasferta europea prevederà almeno una giornata ad Auschwitz. Qualunque partita, sarà interrotta con un minuto di silenzio ogni quarto d’ora per ricordare i desaparecidos, e accompagnata da un costosissimo evento mondano: gay pride, festa del cinema, la mostra felina magnificat. In panchina, a rotazione, Lello Arena , Ramona Badescu e il rumorista Dario Bandiera (in quota Costanzo); Ken Loach, Vincenzo Cerami e un esponente della comunità Rom (in quota veltroni). Allertati tutti i maghi passati sul palco del Teatro Parioli per capire le condizioni di salute dei portieri giallorossi “Vigileremo, anche se con Costanzo e Veltroni c’è sempre stata la massima sintonia” è stata l’apertura possibilista di Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana. La tesi complottista. Le migliori penne del giornalismo d’inchiesta italiano: Carlo Lucarelli, Marco Travaglio e Roberto Saviano hanno svelato in uno speciale su RAI 3 la scottante verità sui movimenti finanziari in corso dietro l’AS. Roma. Secondo la tesi complottista si tratterebbe di una maxi operazione di riciclaggio volta a lavare il denaro sporco accumulato dalla criminalità organizzata dalla strage di Portella della Ginestra in poi (più o meno due volte il debito pubblico italiano). Questo maxi fondo d’investimento illecito con sede nelle Caiman sarebbe stato negli anni rimpinguato dalla Mafia, da Calvi, dai Casalesi, dal c.d. “tesoro di Craxi”, dai ricchi lasciti della cerchia di imprenditori deviati mandante dei delitti del Mostro di Firenze. Ora, grazie allo scudo fiscale, è pronto a rientrare in patria e ad essere investito nella Roma con l’aiuto di fuoriusciti della P2 e dei Servizi segreti deviati. Commovente il momento della trasmissione in cui Saviano ha, per la prima volta, parlato della sua impossibilità di avere una vita da ragazzo normale. Paolo Guzzanti, polemico, ha parlato di fandonia mossa dal Kgb “perché li russi se vojono comprà a Maggica”. “Sapevamo tutto” ha dichiarato Riccardo Pacifici, portavoce del MOSSAD in italia. Ma questa è un’altra storia….